Italicum o Toninellum: ne abbiamo davvero bisogno?

1. Per noi un vincitore ci vuole sempre. L’unico modello che assicura questo oggi in Italia è la legge elettorale che assegna un premio di maggioranza al primo turno o al secondo turno. Il Movimento 5 Stelle, per esempio, ha vinto a Parma, Livorno e Civitavecchia nonostante che (sic) al primo turno abbia preso meno del 20% dei voti. Però poi al ballottaggio ha ottenuto la metà più uno dei votanti. Vi chiediamo: siete disponibili a prevedere un ballottaggio, così da avere sempre la certezza di un vincitore? Noi sì.

2. Siete disponibili a assicurare un premio di maggioranza per chi vince, al primo o al secondo turno, non superiore al 15% per assicurare a chi ha vinto di avere un minimo margine di governabilità? Noi sì.

3. Siete disponibili a ridurre l’estensione dei collegi? Noi sì.

4. Siete disponibile a far verificare preventivamente la legge elettorale alla Corte costituzionale, così da evitare lo stucchevole dibattito “è incostituzionale, è costituzionale”? Noi sì.

Cosa vuol dire? La legge elettorale pensata dal PD è lontanissima dall’essere simile alla legge elettorale dei comuni (volutamente inesatto il riferimento al sindaco d’italia) che presuppone l’elezione diretta del capo dell’esecutivo (il sindaco) e l’elezione contestuale dell’organo deliberativo (il consiglio), che prevede il meccanismo di simul stabunt simul cadent, e che infine prevede il sistema di preferenze e voto disgiunto.

Si tratta di un sistema che, se fosse realmente introdotto in Italia, necessiterebbe di una massiccia riforma istituzionale che, per inciso, comporterebbe una radicale trasformazione della forma di governo. Ma l’Italicum è molto meno di quello che Renzi fa apparire. Si tratta di una legge elettorale proporzionale, senza preferenze, con premi di maggioranza bulgari per partiti che non ottengono la maggioranza dei consensi, e con lo sbarramento altissimo, diversificato tra listine coalizzate e listine non coalizzate.

Cosa c’è di diverso con il porcellum? La riduzione della dimensione dei collegi, che implica una riduzione delle liste bloccate per ogni collegio (e questo dovrebbe permettere all’elettore di sapere chi sta eleggendo), e l’introduzione di un ballottaggio con il quale assegnare il premio di maggioranza ad secondo turno nel quale si sfideranno i primi due partiti o le prime due coalizioni che hanno superato la soglia del 37%. Infine: l’aumento delle soglie di sbarramento per moltiplicare l’odiato fenomeno del voto utile.

“Chi ha la maggioranza (ndr 50%+1) vince” si è ormai trasformato in “Chi vince (ndr chi prende più voti) ottiene la maggioranza”. Sembrerebbe evidente la violazione del principio fondamentale della democrazia, eppure a nessuno salta in mente di contraddire questo slogan in nome di una governabilità garantita da accozzaglie di partiti uniti dalla paura di scomparire per sempre nell’abisso extra-parlamentare.

Potrebbe essere accettabile l’idea di un ballottaggio tra i “migliori perdenti” (ancora così li considero quei partiti che non raggiungano la maggioranza) qualora al primo turno fosse garantita a tutti la partecipazione alla gara: con uno sbarramento così alto è evidente che ciò non accade. Inoltre è inaccettabile una soglia così bassa (il 37%) oltre il quale ottenere il premio senza neanche passare per il secondo turno.

Le proposte dei grillini, sebbene infarcite dalla solita retorica inutile, sembrano andare proprio in questo senso: ballottaggio tra i primi due per il premio di maggioranza – qualunque sia la percentuale raggiunta – e eliminazione delle soglie di sbarramento. Queste proposte sono ragionevoli, anche se mal poste e oscurate dalla fissazione, elettoralmente più forte, per le preferenze. Curioso come il partito degli illustri sconosciuti e della trasparenza democratica, quale vanta di essere il M5S, punti tutto su un sistema che, laddove c’è o c’è stato, si dimostra essere una macchina da clientelismo e voti di scambio o di amicizia. L’Italicum prevede piccoli collegi e piccole liste nominate, e il PD che le sue liste le sceglie tramite primarie sta in una botte di ferro. Siamo sicuri infatti che le preferenze siano il migliore e soprattutto l’unico modo per i cittadini di scegliere i propri rappresentanti?

L’ultima domanda, relativa alle riforma elettorale, riguarda la verifica preventiva della legge elettorale da parte della Corte Costituzionale. A me pare retorico chiederlo, visto che un parere preventivo sul testo scongiurerebbe qualsiasi dibattito sulla costituzionalità della legge (ma non quello sull’opportunità politica della stessa). Peccato che la Corte Costituzionale non abbia questa prerogativa nella Costituzione vigente ma, eventualmente, solo nella riforma costituzionale elaborata dal governo che è ben lontana dall’essere approvata. Come fanno giustamente notare i cinque stelle, infatti, il presidente del Consiglio Renzi ha subordinato l’approvazione della legge elettorale all’approvazione, ma solo in prima lettura, della riforma costituzionale.

Quando avrete finito di farvi una guerra retorica, demagogica e priva di contenuti, ci avvisate?
Motivi per criticare e spunti per modificare la legge elettorale di Renzi e Verdini ce ne sono tanti e qualcuno, forse per pura casualità, l’hanno individuato anche i grillini. Ma finché si porranno con la strafottenza di chi si sente indispensabile o comunque proporranno leggi elettorali ed emendamenti complicati e difficilmente compatibili con l’impostazione dell’italicum, non faranno altro che fare un favore a chi vuole procedere spedito con quest’ennesima legge-porcata.

Sull’abolizione del Senato

Senato

L’Aula del Senato della Repubblica a Palazzo Madama

Uno dei temi che sembra aver conquistato – almeno a parole – l’attenzione della scena politica è il dibattito sorto in seguito alla proposta di abolizione del Senato della Repubblica così come lo conosciamo oggi e della sua sostituzione con un “Senato delle Autonomie” di nomina.
Le ragioni per opporsi sono tante, prescindendo dalle opposizioni di facciata o dagli appelli dei vari Rodotà o MicroMega o dalle petizioni di Aavast, Change e Firmiamo. Provo a illustrarne qualcuna, analizzando qualche luogo comune.

“Il Senato elettivo è uno spreco di soldi pubblici”
La democrazia ha inevitabilmente un costo per il proprio funzionamento. Costano i consigli regionali (20), provinciali (110) e comunali (8057), ma hanno il loro costo anche i consigli di circoscrizione (o di municipio, o di municipalità, o di zona di decentramento, o di quartiere). Tutti gli enti e gli organi decentrati hanno un costo, cui corrisponde almeno in linea teorica una migliore risoluzione dei problemi rispetto ad una gestione meno vicina al cittadino.

“Il Senato è un duplicato della Camera”
Questo è falso. Innanzitutto, ai termini di Costituzione, se ne differenzia per la composizione dell’elettorato, essendo esclusa tutta la fascia al di sotto dei 25 anni, lievemente inferiore al 9% ma amplificata dall’elevato tasso di astensione, e per la componente anagrafica dei candidati, che prevede un’età minima di 40 anni. Stando ai dati del censimento 2011 poteva essere eletto al Senato il 69,67% dei cittadini italiani maggiorenni al censimento 2011 rispetto al 91,68% degli eleggibili alla Camera (inclusi gli incompatibili ai sensi di legge). Diversa è poi la legge elettorale, che riserva ad ogni collegio regionale tanti senatori quanti sono i residenti, con soglie di sbarramento diverse e ripartizioni differenti. Con due voti a disposizione, inoltre, l’elettore può scegliere una lista in una camera e un’altra lista nell’altra, oppure votare solo per una camera. Sommando tutti questi fattori, si spiega come mai ci possano essere risultati elettorali diversi, e dunque la mediazione tra le forze politiche diventa fondamentale. La mediazione è una delle attività più nobili e più necessarie della politica, ricordiamolo.
La pari dignità attribuita al Senato della Repubblica rispetto alla Camera dei Deputati, inoltre, consente di frequente la correzione di errori o di frizioni tra le rappresentanze parlamentari, in modo che sia possibile promulgare il miglior testo possibile.

I cambiamenti previsti
Il Senato diventa una assemblea non elettiva ma nominata di 148 membri con competenze solo in determinati settori e comunque a titolo consultivo e non vincolante. Il Senato viene svuotato delle proprie funzioni, perché la Camera dei Deputati può ignorare i suggerimenti di modifica provenienti dal “Senato delle Autonomie”. Il Senato viene dunque abolito di fatto, pur rimanendo come simulacro di se stesso.
Cambia la composizione del Senato: viene abolito il criterio secondo il quale ogni regione ha più senatori in base alla popolazione, perché il numero viene fissato in 6 membri per Regione (a prescindere dai quasi 10 milioni della Lombardia o dai circa 300mila del Molise o dai 128mila della Valle d’Aosta). Ad essi si affiancano 21 senatori nominati dal Presidente della Repubblica per 7 anni e gli attuali 5 senatori a vita (più Napolitano, quando cesserà il suo mandato).

Se il Senato perde dunque elettività, proporzionalità, funzione legislativa e funzione di bilanciamento e controllo rispetto alla Camera dei Deputati, si viene a creare uno squilibrio di potere a favore della Camera dei Deputati. In questo, più ancora che nella mancata elettività dei parlamentari, si registra la perdita effettiva di democrazia: la maggioranza parlamentare e, va da sé, di governo, avrà infatti la strada spianata per fare indisturbata ciò che vorrà, trovando al più il rinvio motivato (più o meno efficace) al Parlamento da parte del Presidente della Repubblica ai sensi dell’articolo 74 della Costituzione, aggirabile però con una nuova approvazione integrale del medesimo testo, consentita d’altronde dallo stesso articolo. Non è nemmeno previsto un controllo preventivo delle leggi da parte della Corte Costituzionale.
Tutto ciò, di fatto, significa un passaggio dall’equilibrato, pur se non perfetto, regime di democrazia rappresentativa parlamentare ad un presidenzialismo monocamerale, nel quale il ruolo del Capo dello Stato viene minimizzato, pur se non de iure.
Per tutti questi motivi è necessaria una attiva e concreta opposizione in Parlamento, e qualora ciò non fosse sufficiente per via referendaria. In caso contrario, sarebbero create le condizioni base per una dittatura, e non sarebbe più veramente importante se questa sia fascista, liberista o grillista: di quella comunista, e sono i numeri a dirlo, non c’è il minimo pericolo.

La lista Tsipras è un fallimento in partenza e vi spiego il perché

ListaTsipras

Il simbolo della lista Tsipras italiana

La lista Tsipras è un progetto fallimentare: se non si pone un obiettivo di lungo termine, rimane un aggregatore di voti inefficace. Dopo essere andati a Strasburgo, non avranno contribuito a costruire un progetto politico di sinistra concreto e duraturo in Italia.
C’è un generico “andiamo con Tsipras perché va di moda ed è votabile da chi non apprezza le grandi coalizioni”, ma non si lavora concretamente su base nazionale (e nemmeno locale, ad onor del vero) per un progetto simile che vada a consolidare tutto il bacino di sinistra e che possa anche espandersi, anzi si tende sempre più alla scissione e alla particolarizzazione degli interessi.
Una sinistra così, incapace di parlare alle masse e prenderne i voti, rimarrà sempre più di nicchia, ed a questo punto consentitemi di dire che se lo merita. Se si antepongono sempre divergenze e paletti alle basi di convergenza si rimarrà sempre un’accozzaglia di partiti dello zerovirgola ed in più ci si attirerà l’odio sia degli avversari che del potenziale elettorato, stanco di queste faide.
Non che l’avere alle spalle una storia di un’area che va avanti a scissioni da cent’anni faccia ben sperare, ovvio, ma almeno in teoria si dovrebbe imparare dagli errori del passato.

Se ciò non fosse sufficiente, basterebbe guardare agli sviluppi recenti: Antonia Battaglia, attivista ambientalista di Taranto, pone l’aut aut alla candidatura di membri di SEL specialmente nella circoscrizione Sud – non si può ignorare la polemica con il governo regionale pugliese guidato proprio da Nichi Vendola – e riceve l’appoggio di Flores D’Arcais, l’imprenditrice antiracket Valeria Grasso partecipa ad una manifestazione di Fratelli d’Italia e si ritira dalla lista Tsipras, venendo sostituita dal braccio destro di Rita Borsellino Alfio Foti.

Impossibile poi dimenticare i malumori degli esponenti del PdCI per la mancata candidatura di alcuni loro esponenti, nonché le contraddizioni della stessa promotrice e garante Barbara Spinelli nell’aprire uno spiraglio alla collaborazione con Grillo, che però è antieuropeista.
A ciò si aggiunga, dettaglio non irrilevante, che il traguardo delle 150.000 firme è ancora lontano dall’essere raggiunto, e che i sondaggi più recenti collocano la lista al 2,9%, ben al di sotto della soglia di sbarramento: ciò non può certamente essere letto come l’iniezione di fiducia della quale i militanti ed i simpatizzanti hanno bisogno.

Quello che appare evidente è che la lista Tsipras non ha la struttura, l’organizzazione né la forza di un partito: è un cartello elettorale, e con le elezioni europee il progetto è destinato a finire. La cosa tragica è che non ha nemmeno una guida, una figura di riferimento che possa compattare, organizzare, dirigere, risolvere le beghe interne, dettare una linea di comportamento. Nulla di ciò, si tratta di cani sciolti con il collare dello stesso colore, di politici di professione, di intellettuali più o meno qualificati, di espressioni della cosiddetta “società civile” (su quanto e come la società civile abbia danneggiato la società politica, perlomeno in Italia, molto ci sarebbe da dibattere, anche cruentemente).
Se non è un partito, potrebbe essere un movimento esattamente come il Movimento Cinque Stelle: ma non ne ha né lo stretto controllo sui propri membri, né una base di attivisti fedeli al progetto. La lista viene sponsorizzata attraverso internet in una cerchia ristretta di persone, e ristretto è l’elettorato al quale si rivolge: i partiti e movimenti comunisti, SEL, i Verdi, i superstiti dei movimenti per i beni comuni, ma non prova (né realisticamente riuscirebbe) a guadagnare consensi tra i delusi del PD o del Movimento Cinque Stelle.
Non è un partito, non è un movimento, la lista Tsipras non può allora che essere che un mero convogliatore di voti, supponiamo il 5%, che avrà poco peso all’interno del Parlamento Europeo, ammesso che riesca ad accedervi, (si parla di 4 deputati sui 72 italiani e sui 751 totali) e che non cambierà nulla all’interno della scena italiana, persa com’è in faide interne prima ancora di poter ambire ad essere il preludio di una fortunata forza unitaria di sinistra.

Italicum, una legge ‘partiticida’

Matteo-Renzi-elezioni[1]

Matteo Renzi, neosegretario del PD e artefice della legge ‘partiticida’

Un terremoto politico, un vero cataclisma del sistema partitico. Ecco ciò che ci si dovrebbe aspettare se la proposta di Renzi e Berlusconi riuscisse a passare. Ma quali sarebbero le conseguenze? E’ attuabile una legge elettorale del genere, ma soprattutto sarebbe fedele alla reale divisione politica del Paese?

Quella che sarà proposta in parlamento e, probabilmente, votata entro maggio dalla premiata ditta Berlusconi-Renzi ha veramente l’aria di essere una “legge truffa”, come dice la Lega Nord. Già, perché il sistema proposto dai leader di Forza Italia e Partito Democratico si basa sul sistema spagnolo, ma nemmeno troppo, con molte, moltissime correzioni, che rendono la legge una norma, forse, addirittura peggio del porcellum.

Innanzitutto vanno analizzate le soglie di sbarramento. La proposta del PD prevede varie soglie di sbarramento: 12% alle coalizioni, 5% ai partiti in coalizione, 8% ai partiti non coalizzati. Queste soglie di sbarramento sono un chiaro segnale di come i due maggiori partiti nazionali stiano cercando di abbattere tutta la serie di piccoli partiti presenti nell’orizzonte politico nazionale. Infatti, con questo sistema, in pericolo ci sarebbero Sinistra Ecologia e Libertà e tutti i partiti a sinistra del PD; la Lega Nord; Nuovo Centro Destra; Scelta Civica e i Popolari di Mauro; Fratelli d’Italia e tutti i partitini alla destra di Forza Italia. Un vero e proprio bipartitismo forzato, che porterà questi partiti ad una scelta: coalizzarsi e sperare di superare il 12% oppure fare una sola lista e cercare di raggiungere l’8%. Ultima scelta sarà quella di sciogliersi all’interno dei partiti guida della propria area politica.

Un bipartitismo forzato, una legge elettorale che potrebbe escludere dall’elettorato il 6-7% di elettori di sinistra che non si rivede nel PD e del 8-10% di elettori che non si rivedono nelle scelte di Forza Italia e di Berlusconi, senza contare una gran parte di astensionisti che potrebbe rimanere tale, se non aumentare, a causa della spinta centrifuga dei partiti e del sistema elettorale.

Borsa-e-spread-quattro-scenari-per-il-dopo-elezioni_h_partb[1]

Altra cosa che sembra proprio non andar giù agli elettori, sia di sinistra che di destra, è la presenza di liste bloccate e la bocciatura definitiva delle preferenze. Nonostante la corte costituzionale si sia espresso in netto favore alle preferenze, sembra che il patto tra FI e PD non preveda le preferenze, anche se Renzi assicura che i candidati “saranno scelti con primarie di partito come già avvenuto con Bersani”. Tuttavia la scelta di non inserire le preferenze, un vero diktat di Berlusconi a Renzi, viene vista in malo modo da parte del direttivo PD, in particolare dalla corrente cuperliana che non accetta l’ingerenza di Berlusconi nelle linee del PD. L’assenza di preferenze, come denuncia anche Grillo, formerà un nuovo “parlamento di nominati” nonostante il parere sfavorevole della Corte Costituzionale.

Ultimo punto nevralgico della proposta è il premio di maggioranza. Anche in questo caso, nonostante la posizione della corte che non approva premi di maggioranza ampi, è stato previsto un premio di maggioranza del 18% per chi supera il 35%, assicurando una maggioranza che oscillerà tra il 53 e il 55%. Nel caso in cui nessuna coalizione o partito raggiungerà il 35% si procederà al ballottaggio, dove il vincitore riceverà il 53% dei seggi mentre gli sconfitti, calcolati gli sbarramenti e chi rientra in parlamento, si dividerà il restante 47%.

Ma tale sistema è applicabile al caso italiano? L’Italia è un sistema essenzialmente multipartitico, con numerosi partiti che rappresentano determinate fasce di elettorato e di società. Questa legge elettorale consegnerà al Paese una normativa che prevede l’esclusione de facto di circa il 15-20% dei cittadini, non calcolando gli astenuti e il caso in cui ci siano coalizioni che superino a sorpresa il 12% o partiti piccoli che superino il 5% nelle coalizioni. Infatti, mettendo il caso che sia a sinistra che a destra i partiti minori si uniscano, è presumibile che i partiti guida non accettino queste formazioni nella coalizione, per evitare ingerenze e noie politiche in parlamento e, soprattutto, per finire il lavoro di distruzione chiaramente visibile in questo regolamento elettorale. Inoltre i leader degli stessi avranno finalmente un partito padronale, senza pericolo di scissione visto che non ci saranno reali possibilità di poter entrare in parlamento e/o contare qualcosa con un nuovo partito.

Silvio Berlusconi, l'immortale leader del centrodestra e co-ideatore del 'Pastrocchium'

Silvio Berlusconi, l’immortale leader del centrodestra e co-ideatore del ‘Pastrocchium’

Il vero errore politologico, però, sembra essere quello di aver completamente dimenticato il ruolo del MoVimento 5 Stelle. Infatti l’Italia, nel sistema multipartitico presenta essenzialmente tre grandi poli: PD, FI e M5S. Come si può elaborare una legge elettorale bipartitica facendo finta che una forza politica come il M5S, che ad oggi rappresenta almeno il 20% degli italiani, non esista? Tra l’altro la legge non prevede grandissimi danni al movimento di Grillo, visto che con le liste bloccate si scongiura il pericolo corso nelle amministrative, cioè di candidati poco conosciuti stracciati dai signori del posto. Con questa legge elettorale, nonostante i grillini potrebbero perdere parte del consenso, si va ad ignorare circa un quinto degli elettori. Considerando quindi la forza grillina si avrà costantemente un astensionismo pesantissimo, un ballottaggio perenne e governi con maggioranze sempre risicate. Ma non era meglio il porcellum rivisitato dalla Corte Costituzionale, a questo punto?

fdimatteo

Maschilismo femminile

Certe illuminazioni vengono quando fai due o tre cose del tutto sconnesse in un periodo di tempo ravvicinato, per esempio fare il radical-chic tronfio e vittorioso, leggere un post intriso di femminismo di una deputata e ascoltare un paio di canzoni. Fin qui, niente di male.

Il problema nasce quando una delle canzoni che senti è “Blurred lines” di Robin Thicke. Il femminismo è già in allerta. Ricordo bene quanto il video di quella canzone sia stato criticato, siccome offriva un’immagine mortificata di donne-oggetto nell’accezione più negativa: tre ragazze in giropassera e trampoli, trattate come se fossero bambole dal belloccio bianco di turno (Thicke) e dai suoi compari neri (Pharrell Williams e T.I.), una di essa addirittura incellophanata come se fosse stata un polpettone. Anche il testo, ad onor del vero, è in linea con il messaggio del video. Critiche dunque legittime, rivolte verso uomini evidentemente maschilisti (in questo caso, non posso dissentire).

Caso vuole, però, che la canzone successiva sia di Lana Del Rey. Questa talentuosa cantante newyorkese cresciuta a Lake Placid (che a me ricorda il titolo di un film horror) è presa in giro sul web come Lagna Del Rey per il pessimismo delle sue canzoni o come Cagna Del Rey dai più maligni: io riporto il tutto per inquadrare il personaggio, che è insospettabile.
Ascolto la sua hit più recente, “Summertime sadness”, e per qualche associazione mentale ho pensato ad una sua hit precedente, “Video games” (forse perché ero davanti alla Playstation?), poi al sarcastico “ottimismo di Lana Del Rey” ed infine al testo della canzone.
Non ho voglia di tradurlo parola per parola, ma racconterò il contenuto: una ragazza si veste-profuma-imbelletta tutta come piace al suo fidanzato perché lui mentre era in macchina a bere birra e le ha detto (non chiesto, notare la sfumatura) di andare a giocare ai videogames, dopodiché vanno in qualche bar e si ubriacano insieme agli amici di lui, ma a lei tutto questo piace nonostante sia una routine perché è succube.
Ora, tralasciando la scena desolante, io trovo questo ben più maschilista di molte altre cose per le quali le femminaziste (ops, errore volontario) da tastiera si sono scandalizzate e contro le quali si sono scagliate inviperite. Non ho letto però una critica che fosse una in merito a ciò.

Sarò maligno, sarò parziale, sarò coglione, ma mi viene il lecito sospetto che le critiche non siano arrivate perché a fare la maschilista è stata una donna.

Digressione

I miei forconi

Oggi, 10 dicembre, è il secondo giorno della protesta dei forconi.
Io, nel mio piccolo, ho cercato di investigare come potevo per cercare di capire qualcosa della protesta torinese.

La situazione pregressa, per come l’ho percepita io, era un agglomerato di fascisti, disoccupati, mercatari, camionisti, ultras e cazzeggiatori a tempo perso che, datisi appuntamento in tre piazze di Torino per protestare contro il Governo ma senza un’idea di fondo comune e senza un piano preciso, dovevano seminare il disagio per la città. Gli eventi del 9 dicembre, pur essendo stati in gran parte pacifici, saranno ricordati principalmente per i violenti scontri a Torino davanti al Palazzo della Regione Piemonte (ancora oggi sono presenti alcuni segni della battaglia) e per le strade, ai danni di quei pochi negozianti che avevano mantenuto le loro attività aperte. Da ricordare come parte di queste, tuttavia, registri nel lunedì mattina (se non in tutto il lunedì) il giorno di chiusura.

La mattinata sembra procedere tranquilla. Alcuni autobus sono deviati o in ritardo, in particolare il servizio dell’azienda dei trasporti segnala blocchi in piazza della Repubblica (mercato di Porta Palazzo), via Onorato Vigliani (periferia sud) e corso Bernardino Telesio (periferia ovest). Fortunatamente in bicicletta muoversi è agevole ed arrivo in poco tempo davanti a Palazzo Nuovo, sede delle facoltà linguistiche. Lì vengo a sapere che alcuni esagitati hanno battuto contro le vetrine di una libreria e di altri negozi intimando di chiudere, testimonianza di prima mano di un’amica che era all’interno del negozio con i commessi impanicati. Mi spiacerebbe generalizzare erroneamente, ma sappiamo benissimo come il primo nemico dei fascismi sia la cultura, il che contribuisce ad alimentare i miei sospetti di infiltrazioni fasciste. Come se non bastasse, vengo a sapere che vi sono stati scontri tra ultras della Juventus e del Torino, presumo rispettivamente Drughi e Granata Korps (in realtà, tutti i principali gruppi della curva bianconera sono di matrice fascista – e spesso finanziati più o meno indirettamente dalla famiglia Agnelli – mentre i granata sono confluiti recentemente nel gruppo Stendardi; tuttavia, queste distinzioni calcistiche non sono particolarmenti rilevanti ai fini dell’analisi) che sono entrambe formazioni riconducibili ad ambienti di destra. Il sospetto è sempre più accentuato. Ad onor del vero, però, non ho trovato nei pochi siti che ho consultato riscontri alla notizia di scontri tra le frange ultrà, e dunque prendo io stesso con le molle le voci che ho riportato.

Intorno a mezzogiorno, in piazza Castello sono pochi i presenti, radunati in capannelli: ad una veloce stima ad occhio non mi sembrano più di 150-200. Mentre mi dirigo verso la stazione di Porta Nuova, credo di scorgerne una decina in piazza San Carlo, più forse una trentina in arrivo proprio dalla stazione.
Di comune accordo con l’amica presa alla sprovvista nella libreria ed ancora impaurita, decidiamo di allontanarci dal centro. Il Politecnico è tranquillo e popolato come sempre, nonostante le deviazioni improvvise dei mezzi rendano più difficile raggiungerlo. In zona San Paolo regna comunque la tranquillità. Evidentemente, come si può notare da questo video de La Stampa, ci siamo persi il clou degli eventi di oggi.

Verso le 15 abbiamo il primo scambio di battute con un barista di via Frejus: lui ieri ha chiuso perché hanno chiuso praticamente tutti i suoi colleghi della zona, ma pur condividendo la protesta riconosce che per le aziende a conduzione familiare è controproducente restare chiusi più di un giorno e “poi adesso siamo sotto Natale, se chiudo ancora adesso cosa dico ai miei ragazzi qui, che li pago chissà quando perché adesso stiamo chiusi?”. Sono parole che, nonostante l’idealismo della protesta, fanno pesare le ragioni pragmatiche del commerciante.

Forconi Torino Porta Nuova 10 dicembre 2013

Il presidio dei Forconi torinesi davanti alla stazione di Porta Nuova il 10 dicembre 2013 intorno alle ore 16.

Al mio ritorno a Porta Nuova, intorno alle 16, noto un presidio che ha organizzato un blocco stradale davanti alla stazione, la quale ha momentaneamente chiuso l’accesso dalla piazza. La situazione è quella che potete vedere in questa foto. Si tratta di un drappello che conterà, anche stavolta, non più di 200 persone. Origliando capisco che hanno intenzione di muoversi lungo corso Vittorio Emanuele II in direzione di corso Marche.
Vedo che una troupe della RAI ne sta intervistando alcuni, dunque mi avvicino quanto basta per afferrare qualche parola. In primo luogo noto la composizione della folla: hanno tra i 18 ed i 50 anni, sono in maggioranza disoccupati e dalle loro parole stavolta, molto più che l’incazzatura o la determinazione, capisco la rassegnazione e soprattutto la disperazione.

A questo punto, terminata l’intervista, ho modo di chiedere al giornalista cosa hanno capito della situazione essendo stati a contatto con i manifestanti, ma la risposta non mi è d’aiuto perché alle medesime conclusioni c’ero arrivato da solo: è una protesta espressione di un malcontento generale e che chiede le dimissioni del governo, ma non ha un piano organizzato, degli obiettivi e delle idee ben precise. Mi chiedo, a questo punto, per quale motivo solo ora si protesti e solo ora lo si faccia contro questo governo, siccome la situazione attuale si protrae da anni ed è la conseguenza di anni di azioni e inazioni dannose.

Decido di chiedere allora qualche lume agli uomini della V Unità Mobile della Polizia di Stato, proprio nel momento in cui esplode una bomba carta al centro della piazza prospiciente la stazione. Ne ricevo quelle che considero le consuete dichiarazioni da portavoce della Questura: “oggi tutto sta procedendo senza disordini, speriamo prosegua così, ma protestare così non servirà a niente”. Non riesco a carpire più di questo, ma la sensazione è che ci sia in qualche modo almeno comprensione nei confronti dei manifestanti.

Procedo lungo l’asse di via Roma: in piazza San Carlo e piazza Castello dei forconi neanche l’ombra. Alle ore 17 del 10 dicembre 2013 la città di Torino sembra tornata alla normalità.

A me è rimasta una sensazione di spaesamento: non sono riuscito nel mio scopo di comprendere le vere ragioni della protesta, ma ho capito che il supporto è più ampio di quanto potessi prevedere.

Vendola, mi hai rotto il cazzo

Da quando Vendola creò SEL, dalla fusione della sinistra dei DS che non si unirono al PD e della fazione di Rifondazione che non seguì Ferrero, io ci ho creduto. Ci ho creduto ad una sinistra che sapesse coadiuvare la complessità della società contemporanea con le tematiche e gli ideali propri della sinistra. Ci ho creduto a questo avamposto di sinistra che potesse sfruttare le nuove tecniche comunicative per portarci oltre alla mera testimonianza che, in un sistema elettorale bipolare (e incostituzionale), ci avrebbe – ci ha – schiacciato fuori dal parlamento. Ci credevo ad una sinistra capace di portare a termine strategie politiche che andassero oltre il mero snobbismo intellettuale.
Tuttavia questo progetto è stato buttato al vento, e Vendola non è certo esente da colpe.
Ambiguità spesso non volute, frasi bisenso, poca chiarezza nel prendere posizione e colpi di coda finali hanno fatto fallire il progetto che pure aveva tutti i buoni propositi per proseguire e crescere.

Non è la telefonata all’ILVA ad averti affossato, non solo, ma anche questa è stata significativa: quasi simbolica. Questa tua eccessiva morbidezza, con interlocutori che tutti noi e forse anche tu avremmo voglia di prendere a calci, è stata una costante: non solo con il responsabile dell’ILVA, in privato al telefono, ma anche in politica; questo non porsi nettamente in posizione antitetica al PD, soprattutto oggi che la posizione di questo partito sembra essersi definitivamente scoperta di destra, può essere intesa come un tentativo di prendere tempo e sono comunque certo della tua buona fede. Tuttavia basta leggere i commenti sotto i post della tua pagina per capire che il messaggio non risulta chiaro, che la tua strategia comunicativa risulta sempre più fallimentare.

Nichi Vendola

Dopo la vittoria di Renzi, Vendola su Facebook ha scritto: “Renzi? Un ciclone che chiude completamente un pezzo di storia politica italiana, liquidando un’intera nomenclatura politica. Con Renzi bisognerà parlare, intendersi, ma credo che oggi si sia creato lo spazio per la nascita di una nuova Sinistra. Una sinistra libera dalla nostalgia e che non voglia morire di governabilità.”.
Quando l’ho letto non ho potuto fare a meno di pensare: “Vendola, mi hai rotto il cazzo”.
Perché il significato di questo suo status, a fronte delle sue affermazioni passate che condividevano con me la visione di un Renzi politico di destra, potrebbe anche essere quello di voler creare finalmente una sinistra alla sinistra del PD dopo l’inevitabile vuoto che in quella zona si è venuta a creare. Sarebbe ora, in effetti.
Tuttavia il suo messaggio risulta ambiguo, va oltre i semplici complimenti e le semplici constatazioni: prima di tutto perché rivaluta Renzi, la sua idea di politica, e non lo identifica come dovrebbe, tra gli avversari. Rimane volutamente ambiguo, forse in attesa di vedere come si metteranno le cose, forse sotto sotto facendo l’ennesima chiamata a Barca, Civati e quegli eterni dissidenti interni che probabilmente dal PD non usciranno mai. Perfettamente nel suo stile, direi, ma è uno stile che non va bene, in un periodo in cui i toni caustici o sarcastici di Grillo, Renzi e Berlusconi la fanno da padrone. E succede che Vendola riceva solo insulti da chi, con un semplice “Complimenti a Renzi, ma ora noi costruiamo un’alternativa (anche a Renzi) con chi ci sta”, l’avrebbe seguito quasi ciecamente in una nuova avventura di un grande “fronte della sinistra”, diventato inevitabile di fronte a questi presupposti.
Per questo non credo di essere il solo, tra i più fedeli elettori di SEL, a chiedere la testa di Nichi Vendola: non tanto perché abbia smesso di credere nella sua buona fede, ma semplicemente perché il suo stesso progetto possa andare avanti con un nuovo leader, con un linguaggio un po’ meno forbito, con un atteggiamento un po’ meno morbido e benevolo verso gli avversari, capace di contrastare a tutto campo il Berlusconi triplicato che ci troviamo ad affrontare.

Voci precedenti più vecchie

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: