Degrado morale, lo sport nazionale.

Oggi mi è impossibile non dedicare una riflessione al nuovo, ennesimo scandalo scommesse. Spero di cuore di riuscire a mantenere una certa obiettività, essendo anch’io tifoso.

Pensavo in primo luogo alla similitudine con la quotidianità ed al pensiero dell’italiano medio. Casi di scarsa moralità, di compravendita di partite, di tradimento della propria squadra o della propria fede calcistica: con un parallelismo neanche troppo lontano, il collegamento con i tanti Scilipoti del 14 dicembre 2010 è immediato.
Si parla tanto di Andrea Masiello, l’uomo che avrebbe venduto un derby, certo. Il classico Scilipoti, l’emblema, la carne da macello da dare in pasto al popolino inferocito forse più che per i misfatti che quotidianamente si abbattono sul nostro Paese.
Ma allora dov’è Antonio Conte, l’allenatore che a conoscenza di almeno una combine non denuncia nulla, perché in fondo lui non ci perde nulla? Antonio Conte siamo noi che, con i nostri silenzi quotidiani, copriamo gli evasori fiscali, i trasgressori, quelli che “l’ha messo in culo allo Stato”, le mafie che nel silenzio omertoso prosperano.
Dov’è Gianluigi Buffon? Sì, proprio lui, proprio il capitano della Nazionale, proprio l’uomo che ha la gravosa responsabilità di rappresentare tutti gli italiani. Gigi è lì, a parlare. A sproposito, però, perché non si può accettare che il capitano della Nazionale dica “Non ci vedo nulla di strano, è normale che le squadre si mettano d’accordo sui risultati.” Lo stesso Buffon che, devo ricordarlo, ha detto “Non era gol, la palla non ha toccato la rete” e “Se anche la palla fosse entrata del tutto non l’avrei mai detto all’arbitro” dopo il famoso Milan-Juventus. Io da sportivo, in un gioco dove dovrebbero contare lealtà, sportività e correttezza, non posso accettare un comportamento simile.

Ecco dunque quello che avrei preferito non dire, ma che è talmente evidente da non poter essere negato: il calcio, questo calcio, è diventato lo specchio della nostra società, dove corruzione e malaffare sono tollerati e giustificati, dove ci si agita di più per un Conte accusato che per un furto sulle proprie spalle. Il degrado morale, ormai, è diventato il nostro sport nazionale.

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Uno vale uno, ma forse uno vale più degli altri.

Su Grillo e sul suo movimento sono state dette tante cose, però sul fenomeno politico del grillismo non si possono non tenere dentro alcune considerazioni. Grillo è la risposta reazionaria alla crisi in Italia. In tutta Europa, o quasi, c’è stata una forte reazione, di destra, alla crisi. I neonazisti in Grecia sono un esempio valido, così come il fenomeno Marine Le Pen in Francia. L’acuirsi della crisi, le politiche di austerità, la restrizione di spazi democratici hanno permesso a quella destra demagogica e populista di rialzare la propria testa, se in Francia e in Grecia ha assunto un profilo razzista, omofobo e classicamente fascista, in Italia sembra una reazione di tipo diverso. Assume una protesta antipartitica e l’antipartitismo, quello becero, appartiene in principio a Mussolini.

Gramsci, statua della nostra cultura, scriveva questo:

“Il fascismo si è presentato come l’antipartito, ha aperto le porte a tutti i candidati, ha dato modo a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odii, dei desideri. Il fascismo è divenuto così un fatto di costume, si è identificato con la psicologia antisociale di alcuni strati del popolo italiano, non modificati ancora da una tradizione nuova, dalla scuola, dalla convivenza in uno Stato bene ordinato e amministrato” (Antonio Gramsci, L’Ordine Nuovo, 26 aprile 1921).

Grillo non sarà fascista,ma ci sono tutti gli elementi per affrontare una discussione su di lui e sul suo movimento. Perché è inutile prendersi in giro, Grillo, anche se “megafono” del M5S, è il possessore di tutto, e fa ciò che gli pare. C’è un evidente problema di democrazia interna, ma anche di ipocrisia, perché la partitocrazia che viene criticata viene emulata proprio da Grillo, padre padrone del M5S insieme a Casaleggio, personaggio che sta praticamente dietro Beppe, cura il suo blog e possiede il dominio del sito beppegrillo.it. Che c’è di male, penserebbe chiunque? C’è di male che Casaleggio è l’ombra di Grillo e prendono decisioni di viral marketing e di linea politica insieme, beffando l’idea di democrazia partecipata del M5S. Infatti, se non ci sono regole condivise e chiare alla base di un movimento come di un partito, non esiste democrazia. Di solito vince che ha più carisma, ma in rete questo meccanismo assume contorni fascistoidi e chi dissente diventa un nemico, perché non si allinea a ciò che dice il leader. Questo è autoritarismo. E l’autoritarismo, prima di diventare fenomeno egemonico, si combatte solo con i contenuti, che non trovano spazio, purtroppo, in questo vuoto politico nazionale contraddistinto da troppi scandali. Il Movimento 5 stelle non possiede una propria linea, o in realtà, ce l’ha, e l’unico possessore della verità e della scienza è Beppe Grillo. Nel programma elettorale mette dentro un calderone di idee strane, moltissime attribuibili alla destra montiana e neoliberista. Nel suo programma non c’è una sezione sul lavoro, molto grave, ma c’è una sezione sull’istruzione pubblica, fa riflettere la proposta di Abolizione del valore legale dei titoli di studio, proposta che piace molto al Governo dell’austerity ed a Confindustria, in particolare al ministro Profumo. Le sue interessanti proposte (praticamente 15 pagine di frasi) sono slogan vuoti, soprattutto pericolosi. Viene posta al centro la Rete, il web, come spazio democratico dove confrontarsi, e la centralità della Rete è un progetto di Casaleggio. Non solo, ma su un terreno di facile populismo le proposte di Grillo e del suo movimento vanno verso la riduzione della rappresentanza e degli spazi di democrazia. Grillo, nel programma afferma che è a favore dell’abolizione della Legge Biagi, la legge 30, il precariato, per intenderci. Interessante, ma non viene affrontato il discorso su come voler riformare il mercato del lavoro, non viene detto nulla sul pericolo di abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, non viene affrontato un approfondimento su questo tema, che è molto più importante di quanto possa sembrare. Le novità, si sa, a questo paese piacciono molto, semplici e dirette, come fu per Mussolini all’epoca, come fu per Berlusconi e per Bossi, oggi è per Grillo. Si cercano risposte semplici a domande complesse, per questo tira più un “Vaffanculo Nano di merda” che una proposta di patrimoniale o di una qualsiasi riflessione sull’Unione Europea. E dall’esperienza di Parma, abbiamo capito che maggiore democrazia nel Movimento 5 Stelle rispetto ai partiti significa sostituire al segretario un padrone. Idea originale, però qualcuno la mise in pratica anche negli anni ’20. Uno vale uno, ma forse uno vale più degli altri.

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Il paese delle emergenze (e della poca memoria)

Ieri sera ho avuto modo di marciare, insieme ad altre mille persone, lungo le strade della mia città.
L’occasione era unica, densa di significati, storici ed emotivi.
Una marcia contro la violenza, organizzata il 23 maggio, a 20 anni dalla strage di Capaci, ma anche a pochi giorni dall’attentato di Brindisi.
Quest’ultimo, devo dire, ha dato una bella scossa alla classe studentesca.
Una classe che ora si sente sotto attacco, nel mirino di un nemico invisibile: la mafia, l’eversione, il folle.
Forse, nel momento in cui ha saputo, ogni studente si è immedesimato in Melania Bassi, ha pensato che ogni giorno anche lui varca la soglia della sua scuola, ha pensato che quella bomba avrebbe potuto colpire anche lui.
Nel momento in cui ho visto molti studenti (e anche molti cittadini) ricordare le vittime di Capaci e anche Melania Bassi, ammetto che ho avuto un barlume di ottimismo, la speranza che questo ricordo potesse trasformarsi in difesa, strenua e continua, della legalità.
Poi, nel pieno dell’estasi ottimista, mi è piombato tra capo e collo il discorso del sindaco che, tra le altre cose, ha solennemente annunciato che il centro diurno per anziani che inaugurerà a breve (pubblicità!) verrà dedicato a Melania Bassi.
Le mie convinzioni mi portano a pensare che se il sindaco avesse dovuto inaugurare un depuratore avrebbe dedicato pure quello alla povera Bassi.
Andando oltre, mi rimane una considerazione, amara.
L’Italia è, forse da sempre (o forse da qualche anno), il paese delle emergenze.
È un paese che vive sulla propria emotività, non sul ragionamento, non sulla memoria, non sulla logica.
Siamo il popolo che, non fosse stato per Fukushima, oggi forse avrebbe centrali nucleari (in costruzione, ovviamente) e acqua privatizzata, senza capire neanche come.
Siamo pur sempre quelli che ricordano ogni anno le vittime del razzismo nazifascista (e in particolare della Shoah), ma continuano a guardare in maniera diversa, con schifio o con falso senso di pietà, immigrati, disabili, omosessuali, lesbiche, rom e tutto quello che esula dal nostro ideale italico.
Siamo un paese senza memoria anche quando la memoria ci viene sbattuta in faccia; quando vediamo gli sceneggiati su Sacco e Vanzetti, ci indigniamo, pensiamo a quanto erano “cattivi” gli americani con i poveri immigrati italiani, pensiamo al fatto che eravamo il caprio espiatorio di tutti i loro mali.
E poi facciamo la stessa cosa con chi ci raccoglie i pomodori, ci gestisce (spesso a tempo pieno) gli anziani, ci pulisce casa.
Ma d’altronde, ci è sempre piaciuto il modello americano.
Ci piace intitolare strade, monumenti, centri diurni per anziani, mettere un nome, porre un simbolo.
Poi però nel momento in cui percorriamo quella strada, osserviamo quel monumento, siamo persone totalmente diverse da quelle delle folle indignate e commosse dopo le stragi.
Siamo, forse, tutto quello che vorremmo combattere.
E rimarremo tali, finchè non recupereremo, permanentemente, la nostra memoria.

Keynes ricercato. È colpevole.

Il Pareggio di bilancio è una follia, non c’è altro modo per descrivere il disastro che causerà ciò che il nostro blog ha chiamato “il golpe strisciante”, ovvero la modifica della Costituzione.

Vladimiro Giacchè, economista ed autore di Titanic Europa, ha fatto due rapidi calcoli: “stando l’obbligo sancito dal ‘Fiscal compact’ di dover ridurre il debito pubblico del 5% annuo per quanto eccede il Pil del 60% – ergo, un ventesimo del Pil – per un certo numero di anni il nostro paese sarebbe chiamato a manovre annuali di 45miliardi di euro. Senza considerare quanto paghiamo di interessi sul debito: nel 2012 qualcosa come 72 miliardi di euro. Di fatto, l’Italia per i prossimi anni sarebbe costretta a manovre, per ridurre il suo debito pubblico, di circa 120miliardi di euro l’anno.” Una follia.

Ricapitoliamo e chiariamo perché viene sostenuto che Keynes è diventato “illegale”. Keynes affermò che il livello di produzione di una nazione, il suo reddito e di conseguenza l’occupazione, sono determinati dalla domanda. Diceva che il capitalismo è instabile per natura, rompendo così con la tradizione del laissez-faire, la teoria liberista in cui si afferma che il mercato è libero e si auto-equilibra da solo, senza aver bisogno dell’intervento dello Stato. Keynes sosteneva che il mondo dell’economia fosse dominato dagli “animal spirits”, persone, imprenditori, che agiscono in totale insicurezza e parzialità di informazioni, causando incertezza, incertezza che porta il capitalismo ad essere squilibrato e totalmente incontrollabile, se lasciato praticamente solo. Insomma, Keynes, a differenza di Marx, credeva che il capitalismo si dovesse controllare, poiché né efficace né giusto. Arriviamo dunque al punto. Se, come afferma Keynes, il PIL e l’occupazione dipendono dalla domanda, per aumentarli bisogna sostenere la domanda aggregata. In altre parole, per uscire da una crisi bisogna spendere per far ripartire l’economia. Il pareggio di bilancio, in Costituzione, vieta proprio questo, non si può più sostenere la domanda, con conseguenze disastrose per la nostra economia. Proprio Keynes ci offre un’altra strada, certo, non marxista (io sono marxista), ma è di buon senso. Se il problema è quello della crescita altro modo non c’è che aumentare i consumi, come fare per aumentare i consumi? Bisogna cominciare ad abbassare le tasse, non si tratta di una proposta demagogica, ma è un discorso molto serio, i cittadini, con tasse più basse, avrebbero a disposizione più reddito da spendere. Però, ciò che bisogna evitare come la rogna è abbassare le tasse ai “ricchi”, com’è nella tradizione destroide del nostro Paese, si parte da un buon proposito e si declina malissimo. Per questo motivo, sarebbe fondamentale, mettere un’imposta patrimoniale, che certamente non è la soluzione, ma porterebbe introiti importanti. Bisognerebbe aumentare gli investimenti in settori strategici ed importanti, due su tutti: la conoscenza e la ricerca scientifica. Lo Stato deve essere propulsore della crescita, non c’è altra soluzione dal baratro. Le politiche keynesiane vengono spesso accusate di aumentare il debito. Non è vero, è che i soldi vengono gestiti male. Se l’intervento pubblico è buono, porta risultati, se fatto male, come i tanti investimenti inutili italiani (prendiamo ad esempio il Tav e le spese militari folli) accumulano solo debiti e non portano frutti. Le buone politiche pubbliche tendono a ripagarsi da sole. E poi, anche se dovesse crearsi debito aggiuntivo, non si paga mica quando si hanno le tasche vuote a causa dei tagli indiscriminati cominciati da Tremonti e proseguiti dai tecnici? Keynes stesso suggeriva di ripagare gradualmente il debito aggiuntivo una volta usciti dalla crisi. Per questo motivo l’austerità è una follia, in Europa ce ne stiamo accorgendo giorno dopo giorno. Il Fiscal Compact è una roba pazzesca, in pratica il ragionamento è questo: tagli alla spesa pubblica, quindi tagli ad istruzione pubblica, sanità etc. niente investimenti, aumento dell’età pensionabile (io non so se vedrò la pensione), taglio dei diritti dei lavoratori, più flessibilità (più precarietà), salari più bassi. Non c’è che dire, un’ottima ricetta se vogliamo suicidarci. Queste politiche riducono sensibilmente il Pil e con la pressione fiscale così alta si ottiene l’esatto opposto di ciò che si voleva ottenere, cioè meno gettito del previsto. In sostanza, il debito pubblico cresce e noi non abbiamo soldi per pagarlo, se non con altre manovre finanziarie, altri tagli. Un cappio al collo. Cappio al collo che è confermato dall’Ocse, che nel suo Economic Outlook dice che il nostro Pil calerà dell’1,7% nel 2012 e dello 0,4% nel 2013, per questo motivo, sostiene l’Ocse, serve un’altra manovra finanziaria. Ecco cosa porterà il pareggio di bilancio in Costituzione. Mette Keynes fuori legge, figuriamoci Marx.

Ma, altre strade da percorrere ci sono, se abbiamo intenzione di riprenderci il Paese c’è bisogno solo di una grande mobilitazione popolare. E, sia chiaro, non ci servono grilli parlanti per uscire dalla crisi, che tra l’altro professano di uscire dall’Euro, senza minimamente considerare le nefaste conseguenze che porterebbe una scelta del genere, ma questo verrà affrontato in un altro articolo.

Insomma, basterebbe usare il cervello per dire che il Fiscal Compact è una – citando Fantozzi che ce l’aveva con la corazzata Potëmkin – cagata pazzesca. Evidentemente sopravvalutiamo i grandi tecnici e scienziati che ci governano.

  • Keynes blog, uscire dalla crisi con Keynes.
  • Intervista Vladimiro Giacchè, da Today.it
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Il golpe strisciante, ovvero la modifica della Costituzione

Inizia tutto il 17 aprile 2012, o meglio il 17 aprile è la data in cui il primo colpo alla Costituzione si concretizza.

Il pareggio di bilancio entra infatti nella nostra Carta in quel giorno di primavera, dopo il ciclo delle doppie approvazioni: 30 novembre 2011 alla Camera, 15 dicembre 2011 al Senato, 6 marzo 2012 alla Camera ed infine l’ultimo passaggio al Senato il 17 aprile 2012.
Esso è incluso nella Legge costituzionale n. 1 del 20 aprile 2012 pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 95 del 23 aprile 2012.

Tutto regolare, per carità: PD, PdL e Terzo Polo (o, se preferite, UDC, FLI, ApI), con la partecipazione di MpA, PT e MRN (la triade fondamentale del “Popolo dei quaquaraquà”) hanno approvato con la maggioranza dei due terzi, con i canonici 3 mesi tra una deliberazione e l’altra dello stesso ramo del Parlamento.

Cosa vuol dire il pareggio di bilancio? Sostanzialmente, che né lo Stato, né gli enti locali (Comuni, Regioni, Province) potranno spendere più di quanto incassano. Il guaio è che molti Comuni sono già di per sé in deficit, dunque dovranno ridurre la spesa, effettuando una politica di tagli che va a colpire in primo luogo i servizi pubblici ed assistenziali, e di conseguenza le classi sociali più in difficoltà: poveri, anziani, giovani famiglie, disoccupati, cassaintegrati, chi è in attesa di una casa popolare, chi è in graduatoria per un posto per i figli negli asili comunali.
Il tutto avviene, come si specifica nel testo, “in conformità alle disposizioni dell’Unione Europea”.  Una sostanziale perdita di sovranità nazionale, specialmente sui temi economici. Di fatto, non siamo più liberi di spendere quanto vogliamo, come vogliamo, e ciò va a colpire precipuamente gli eventuali investimenti sulla crescita.

Sono interessanti, perché andranno a modificare l’impalcatura dello Stato repubblicano italiano ed a squilibrare l’equilibrio tra i poteri, saggiamente pensato dai padri costituenti, alcuni disegni all’esame della Commissione Affari Costituzionali del Senato:

  •      S. 3183
    Sen. Fistarol Maurizio
    Modifiche al titolo V della Parte II della Costituzione in materia di istituzione del Senato federale della Repubblica, composizione della Camera dei deputati, del Senato federale della Repubblica, del Governo e dei Consigli regionali, nonché in materia di accorpamento delle regioni, di popolazione dei comuni e di soppressione delle province
    1 marzo 2012: Presentato al Senato
    In corso di esame in commissione
  • S. 3204
    Sen. Calderoli Roberto ed altri.
    Disposizioni concernenti la riduzione del numero dei parlamentari, l’istituzione del Senato federale della Repubblica e la forma di Governo
    15 marzo 2012: Presentato al Senato
    In corso di esame in commissione
  • S. 3210
    Sen. Ramponi Luigi ed altri.
    Modifica degli articoli 56 e 57 della Costituzione, in materia di presenza delle donne nel Parlamento
    20 marzo 2012: Presentato al Senato
    In corso di esame in commissione
  • S. 3252
    Sen. Ceccanti Stefano ed altri.
    Modifiche alla Costituzione relative al bicameralismo, alla forma di governo e alla ripartizione delle competenze legislative tra Stato e regioni
    11 aprile 2012: Presentato al Senato
    In corso di esame in commissione

Riassumendo, con essi si vuole rafforzare il peso del Capo del Governo, accorciare il procedimento legislativo, e diminuire il potere di controllo del Parlamento sull’operato del Governo, fino al punto da rendere la sfiducia quasi impossibile. In particolare la riforma attribuisce un controllo di fatto del Governo sull’agenda del Parlamento e consente al Capo del Governo di intimidire la Camera che dovesse votargli la sfiducia, provocandone lo scioglimento.

Come ricorda Domenico Gallo su MicroMega:

“Facendo le debite proporzioni, questo progetto di riforma assomiglia alla riforma con cui fu modificato lo Statuto Albertino (attraverso la legge 24/12/1925 n. 2263) per consentire al Capo del Governo dell’epoca, l’on. Benito Mussolini, di avere una funzione di preminenza sul Parlamento.
Anche allora si invocava la stessa esigenza che viene perorata dai riformatori attuali: rafforzare il Governo per rendere più efficiente la sua azione.
Sappiamo com’è andata a finire!”

Se per caso tutto cadesse

Non sono pochi gli elettori di sinistra (e non) che ieri, osservando la vittoria di Pizzarotti a Parma, si sono fatti grasse risate.
O almeno, hanno riso davanti agli altri, ai compagni di partito, agli amici al bar, ma nelle loro menti l’euforia era ai minimi termini.
Hanno riso perchè si sono ritrovati davanti una via di fuga dalla delusione per la sconfitta piuttosto comoda: Pizzarotti fallirà, ora non si tratta più di criticare da dietro lo schermo del pc, ora deve governare una città con 600 milioni di euro di debiti.
Onestamente, tra questi “sinistri” mi ci metto anche io, senza timore.
Perché il timore, quello vero, quello crudo, è che invece Pizzarotti, in un modo che stupirebbe per quanto lontano dagli standard di efficienza amministrativa a cui siamo abituati, possa invece farcela, governare in maniera trasparente ed efficace, magari ripianare buona parte del debito, magari riqualificare in un qualche modo produttivo l’inceneritore.
Il nostro timore è che i “grillini” possano garantire un’amministrazione buona, sana, mettendo quindi di fatto le mani su quello che una volta era il certificato di qualità della sinistra italiana: la capacità di governare gli enti locali al meglio.
E questo “marchio di qualità”, sia chiaro, gli attivisti del M5S non ce lo stanno strappando con la forza.
Lo abbiamo buttato via noi da tempo, ce ne siamo privati come se fosse una vecchia ruga che ci faceva sentire vecchi, ammuffiti.
Abbiamo bruciato la nostra pulizia morale, la nostra coerenza verso i valori della sinistra mondiale, la correttezza nell’agire, gettandole nel vento, come dei vecchi rottami, come le parole sulla questione morale di Enrico Berlinguer, che ci piace tanto citare, che ci schifa tanto quando dobbiamo passare ai fatti.
E ora siamo qui, con tutti i comuni conquistati, con le roccaforti strappate all’ “asse” PdL-Lega, con quelli che sono stati insuccessi del PD che sono stati comunque trionfi dell’IdV (Palermo insegna, come già aveva fatto Napoli) o di SEL (che continua a tirar fuori i Pisapia o i Doria dal cilindro e a farli vincere).
Siamo di fronte a quello che sarebbe un successo senza precedenti degli uomini della “foto di Vasto”.
Eppure abbiamo tutti l’amaro in bocca, come non mai, forse neanche dopo le più brucianti sconfitte.
E questo perché, se si affermasse il modello dei ragazzi a 5 stelle, potremmo assistere ad un crollo definitivo dei partiti italiani, un crollo positivo perchè potrebbe portare ad un repulisti delle dirigenze, ma anche negativo per ognuno di noi, soprattutto per coloro che sono abituati alla sezione, alle riunioni dei tesserati, ai vecchi totem del partito che una volta erano i grandi saggi (e oggi sono i D’Alema, lascio a voi i commenti).
Sarebbe il definitivo collasso di un sistema che non è stato solo tangenti, malgoverno, sprechi, guai con la giusitizia, ma anche proposte, incontri, progetti, laboratori politici, sezioni “sgarrupate” in cui nascevano vittorie inaspettate, passione impegnata nella speranza di cambiare qualcosa.
Forse i partiti resisteranno per questo, forse anche il fenomento dei 5 stelle passerà, forse continueremo a farci prendere in giro, a destra come a sinistra, da quattro vecchi anchilosati, completamente isolati dalla realtà del paese, in nome della nostra passione, delle nostre idee, del desiderio di non uscire da questo sistema che, se da una parte continua a deprimerci giorno dopo giorno, dall’altro è sempre pronto a darci nuova linfa, nuovo entusiasmo, che sia per un leader emergente o per un nuovo partito.
O forse no, forse sarebbe davvero tutto finito, se per caso tutto cadesse.

Se le sfumature possono cambiare il Paese.

Da Brindisi alla Coppa Italia vinta dal Napoli. Un percorso strano, ma un allaccio possibile.

Melissa e le altre persone rimaste ferite da quelle fiamme hanno pagato sul corpo la vergogna di un disegno, reazionario principalmente, di cui non si conosce ancora la matrice. Le notizie di ultima ora raccontano di un gesto di un folle, la realtà è che le anomalie di questo Paese ci raccontano una trama già conosciuta, quella della strategia della tensione. Vero, c’è ancora molta confusione sotto il cielo, ma alcune idee a freddo possiamo snocciolarle. Prima di tutto però a sinistra c’è da fare una considerazione, un’intuizione che definisco geniale, letta sul profilo di Daniele Sepe su Facebook: la crisi apre gli occhi alla gente più di qualunque scritto di Gramsci o di Marx, sembra un’ovvietà, ma non è così.

Analisti ed intellettuali dicono – giustamente – che il consenso cala sempre più verso l’attuale governo, verso la classe politica che siede in Parlamento, verso il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e chiunque faccia parte delle istituzioni. Ed il sentimento di insofferenza generale è sempre più evidente. Che c’è di meglio quindi di una bella bomba per ricompattare gli animi e fare quadrato intorno al governo? Insomma, un stabilizzare destabilizzando. Ed il fine è chiaro un po’ a tutti: criminalizzare i movimenti. Una società impaurita e destabilizzata dalle bombe è una società molto più facile da controllare, che delega più facilmente e che chiede più sicurezza, ma meno disposta a portare avanti la lotta dei movimenti. Bisognerebbe, dunque, intraprendere la ricomposizione per lo sbocco antiliberista dalla crisi che stiamo vivendo ed un perno importante è la lotta dei No TAV, che da un lato lottano contro l’idea malsana di distruzione del loro territorio e dall’altro lottano contro un capitalismo predatorio, spesso colluso con la malavita del nostro Paese, che ignora ogni esigenza sociale per i suoi squallidi profitti. Un movimento del genere si sta costruendo intorno alla questione di Equitalia. Ecco il punto nodale del discorso. Quarant’anni son passati, cantano i Modena City Ramblers e dovremmo aver acquisito gli anticorpi, ma invece siamo sempre nello stesso punto e commettiamo gli stessi errori del passato.

Melissa e i suoi compaesani hanno pagato un prezzo ancora più grave, il prezzo del profondo sud, quel sud dove tutto può accadere senza troppi perché. Un sud sempre bistrattato, trattato male ed insultato, depredato della sua manodopera, sfruttato e contaminato da quegli imprenditori che votavano Lega Nord e che senza troppi problemi facevano affari con la camorra. Un sud coerente, che revisiona la storia dell’Unità d’Italia e che si fa beffe del senso dello Stato, che è inesistente. Già, perché a Sud lo Stato è quella cosa che ti fa pagare il pizzo a causa della sua assenza, perché a sud lo Stato sa solo militarizzare il territorio, spazio importante ed essenziale di democrazia, luoghi fisici dove si pratica movimento e si fa politica. A sud lo Stato offre soluzioni irrigidendo il manganello. A sud lo Stato è spesso colluso ed inesistente. Uno Stato classicamente borghese, dalla voce umana e dal volto predatorio. È quello Stato che sposta i centri decisionali dal sud al nord ed è quello Stato dalla finta lotta alla camorra. È questo il sud di Melissa, il mio sud e il sud di tanti altri. I fischi di ieri sera allo stadio Olimpico avevano questo significato: indignarsi per il senso dello Stato, vuoto e retorico, di persone che per anni hanno affollato le istituzioni del nostro Paese e che non hanno mai alzato un dito per il meridione. Soprattutto verso loschi personaggi come Schifani, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Insomma un sud che guarda il Sud del mondo, che intende rilanciare un’Unità d’Italia vera e senza finzione, che guarda oltre il confine nazionale, che guarda il sud in rivolta e che non si fa trascinare dalla vuota retorica di quelli che, come Schifani, si sconvolgono per i fischi all’Inno d’Italia, ma che non si interrogano del motivo che ha portato 40.000 persone a fischiare. È un fatto politico. Che non ha bisogno di analisi particolari, basta vivere qui per rendersene conto. Noi siamo quelle sfumature, che come dicono i 99 Posse,

Siamo noi, che non ci vogliono lasciar stare
siamo noi, che non vogliamo lasciarli stare
siamo noi, appena visibili sfumature
in grado di cambiare il mondo
in grado di far incontrare
il cielo e il mare in un tramonto
Siamo noi, frammenti di un insieme
ancora tutto da stabilire
e che dipende da noi
capire l’importanza di ogni singolo colore
dipende da noi saperlo collocare bene
ancora da noi, capire il senso nuovo
che può dare all’insieme
che dobbiamo immaginare
Solo noi”

Un pezzetto di dignità ieri Napoli l’ha avuto e con sè tutto il meridione, che si stringe attorno al tragico evento di Brindisi, con un saluto affettuoso ed un abbraccio ai tanti emiliani, fratelli e compagni, che in questo momento non hanno una casa dove dormire.

Voci precedenti più vecchie

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