Il paese delle emergenze (e della poca memoria)

Ieri sera ho avuto modo di marciare, insieme ad altre mille persone, lungo le strade della mia città.
L’occasione era unica, densa di significati, storici ed emotivi.
Una marcia contro la violenza, organizzata il 23 maggio, a 20 anni dalla strage di Capaci, ma anche a pochi giorni dall’attentato di Brindisi.
Quest’ultimo, devo dire, ha dato una bella scossa alla classe studentesca.
Una classe che ora si sente sotto attacco, nel mirino di un nemico invisibile: la mafia, l’eversione, il folle.
Forse, nel momento in cui ha saputo, ogni studente si è immedesimato in Melania Bassi, ha pensato che ogni giorno anche lui varca la soglia della sua scuola, ha pensato che quella bomba avrebbe potuto colpire anche lui.
Nel momento in cui ho visto molti studenti (e anche molti cittadini) ricordare le vittime di Capaci e anche Melania Bassi, ammetto che ho avuto un barlume di ottimismo, la speranza che questo ricordo potesse trasformarsi in difesa, strenua e continua, della legalità.
Poi, nel pieno dell’estasi ottimista, mi è piombato tra capo e collo il discorso del sindaco che, tra le altre cose, ha solennemente annunciato che il centro diurno per anziani che inaugurerà a breve (pubblicità!) verrà dedicato a Melania Bassi.
Le mie convinzioni mi portano a pensare che se il sindaco avesse dovuto inaugurare un depuratore avrebbe dedicato pure quello alla povera Bassi.
Andando oltre, mi rimane una considerazione, amara.
L’Italia è, forse da sempre (o forse da qualche anno), il paese delle emergenze.
È un paese che vive sulla propria emotività, non sul ragionamento, non sulla memoria, non sulla logica.
Siamo il popolo che, non fosse stato per Fukushima, oggi forse avrebbe centrali nucleari (in costruzione, ovviamente) e acqua privatizzata, senza capire neanche come.
Siamo pur sempre quelli che ricordano ogni anno le vittime del razzismo nazifascista (e in particolare della Shoah), ma continuano a guardare in maniera diversa, con schifio o con falso senso di pietà, immigrati, disabili, omosessuali, lesbiche, rom e tutto quello che esula dal nostro ideale italico.
Siamo un paese senza memoria anche quando la memoria ci viene sbattuta in faccia; quando vediamo gli sceneggiati su Sacco e Vanzetti, ci indigniamo, pensiamo a quanto erano “cattivi” gli americani con i poveri immigrati italiani, pensiamo al fatto che eravamo il caprio espiatorio di tutti i loro mali.
E poi facciamo la stessa cosa con chi ci raccoglie i pomodori, ci gestisce (spesso a tempo pieno) gli anziani, ci pulisce casa.
Ma d’altronde, ci è sempre piaciuto il modello americano.
Ci piace intitolare strade, monumenti, centri diurni per anziani, mettere un nome, porre un simbolo.
Poi però nel momento in cui percorriamo quella strada, osserviamo quel monumento, siamo persone totalmente diverse da quelle delle folle indignate e commosse dopo le stragi.
Siamo, forse, tutto quello che vorremmo combattere.
E rimarremo tali, finchè non recupereremo, permanentemente, la nostra memoria.

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1 Commento (+aggiungi il tuo?)

  1. Silvio Dontato D'Urso
    Mag 25, 2012 @ 08:31:25

    L’unica cosa che oggi mi da speranza riguardo a tutto questo schifo, caro Alessandro, è che un tempo l’Italia non era così, un tempo i giovani non erano così: erano i bei tempi del ’68, delle lotte studentesche, dell’autunno caldo del ’69 con le lotte operaie e anche negli anni di piombo, per quanto mi faccia rabbrividire il solo pensiero che si potesse vivere col perenne timore di essere azzoppato o subire una bomba fascista, la gente si interessava ai propri diritti e lottava per il proprio avvenire…e non c’era nulla di emotivo! Un ragazzo che scende in piazza sfidando la morte, inflitta a colpi di pistola dalla polizia (autorizzata dalla Legge Reale a sparare addosso ai manifestanti), non può essere spinto dalla semplice emotività: quel coraggio doveva per forza venire da altro, da un senso del dovere verso un ideale che oggi viene a mancare! E perchè oggi viene a mancare? Perchè ahime le lotte son finite sempre male in Italia da un po’ di anni a questa parte e se il popolo diventa disilluso riguardo il senso della protesta diventa stanco di lottare e fa valere un vecchio detto popolare “Mondo è e mondo sarà” e se è così allora quasi inconsciamente lascia perdere la politica la società e perde la memoria storica e tutto il resto. In fondo il popolo pensa “Se il mondo non può cambiare perchè dovrei lottare e mettermi in gioco per perdere di sicuro con tutto ciò che ne deriva? E poi perchè mai dovrei interessarmi a questo schifo di mondo che va a rotoli se non può cambiare? Beh oh vado che mo tra 5 minuti inizia il Grande Fratello che sta la finale!”….Ritengo abbia tutto inizio qui purtroppo. Ma questa consapevolezza mi da speranza perchè mi da un progetto e un obiettivo perchè ho capito che in fondo quello che serve a tutti è la speranza! Bisogna finalmente fare capire alle persone che il mondo SI PUO’ CAMBIARE E SI DEVE CAMBIARE! A quel punto se la gente si interessa alla politica si interessa anche alla storia e acquista la memoria che oggi non ha e non saremmo più un paese delle emergenze…

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