Le parole hanno la loro importanza.

 

La Piazza, Alimonda, la rabbia, continuons le combat, Carlo, Placanica, la pistola, le urla, la pietra, la marea, i poliziotti, i picchiatori, i fascisti, gli infiltrati, l’inumanità, la vergogna, il sangue, il limone, il fumo, i fumogeni, i vetri rotti, la globalizzazione, la partecipazione, i ministri incravattati, i premier in giacca, il mondo, il liberismo, il capitalismo, il black bloc, gli anarchici, i comunisti, il fango, le molotov, il sudore, il caldo, la paura, il terrore, Bolzaneto, Diaz, gli arrestati, l’ospedale, l’irruzione cilena, i manganelli.

Genova 2001 è una ferita mai sanata, gronda ancora sangue.

 

Per quanta controinformazione si farà, per quanta verità verrà scritta, per quanta verità verrà dimostrata dalla magistratura, si guardi alle sentenze di cassazione, per quante immagini, cronistorie e video verranno fatti, ci sarà sempre, sempre, l’idiota di turno che ripeterà sempre la solita frase: Se l’è cercata, Carlo Giuliani era un violento, etc.

Fortunati voi che vivete nella vostra sicurezza e nella vostra chiarezza dei contenuti, fortunati voi, insensibili bastardi senza un briciolo di umanità, fortunati voi che siete diventati “genovologi” ripetendo lo stesso frame per 10 anni e date per scontato tutto. Fortunati voi che difendete un fascista stupratore ed assassino. Fortunati voi. Ma non vorrei essere nei vostri schifosi panni.

“Tutto è successo a Genova
Luglio 2001
Il mondo si è fermato
Adesso ripartiamo
Noi siamo morti a Genova
Luglio 2001
Il mondo si è fermato
Mò ce lo riprendiamo”

Buon anniversario. Per quanto mi riguarda Carlo Vive.

LINK UTILI:

http://www.piazzacarlogiuliani.org/pillolarossa/modules.php?name=News&file=article&sid=110

http://www.youtube.com/watch?v=bC-dy_gp17c&feature=player_embedded

 

Non sono Stato io.

Non siete Stato voi che
trascinate la nazione dentro il buio
ma vi divertite a fare i luminari.

Non siete Stato
voi che rimboccate le bandiere sulle
bare per addormentare ogni senso di
colpa.

Non siete Stato voi che
brindate con il sangue di chi tenta
di far luce sulle vostre vite oscure.

Non siete
Stato voi, servi, che avete noleggiato
costumi da sovrani con soldi immeritati,
siete
voi confratelli di una loggia che poggia
sul valore dei privilegiati
come voi
che i mafiosi li chiamate eroi e che
il corrotto lo chiamate pio
e ciascuno
di voi, implicato in ogni sorta di
reato fissa il magistrato e poi giura
su Dio:
“Non sono stato io”.

Non trovo parole migliori di quelle di CapaRezza per introdurre qualche pensiero sulla vicenda che coinvolge il Quirinale nell’ambito delle (presunte) trattative Stato-mafia intorno al 1992.

Sì, la mafia, quella che qualche stronzo di un senatore dice che non esiste, quella che quei rappresentanti dello Stato accettano, quella che ha ucciso e isola chi la combatte.
Perché Marcello Dell’Utri, noto come “lo stalliere”, accusato e condannato (poi assolto) per reati di mafia, un vero ed autentico mafioso (lo dicono le sentenze, non io), ha detto ironizzando – forse non troppo – che è lui il colpevole della morte di Paolo Borsellino, anzi lui e Berlusconi.
E non che risulti incredibile. Un tentato estortore e calunniatore con concorso esterno in associazione mafiosa (queste le accuse) e frodatore fiscale (per ammissione con il patteggiamento), negli ambienti mafiosi dalla fine degli anni ’60, perfetto tramite tra Cosa Nostra ed un imprenditore edile-televisivo con qualche problema con la giustizia, sarebbe il personaggio perfetto per avere un ruolo chiave nell’omicidio di Borsellino.

Sarò malpensante io, ma se vado a vedere gli anni 1992-1993… Presidenti della Camera Nilde Iotti-ScalfaroNapolitano, Presidenti della Repubblica CossigaScalfaro, Presidente del Senato Spadolini, Presidenti del Consiglio AndreottiAmato-Ciampi. Qualcuno di loro sa qualcosa, sicuramente. Sicuramente anche qualcuno tra gli ex ministri Martelli, Mancino ed altre figure che si sono ripetute in quei governi.
Fa bene Ingroia ad indagare, a cercare di fare luce su avvenimenti che probabilmente resteranno senza una risposta “ufficiale” così come piazza Fontana, Brescia, Ustica, Bologna. Quello che mi viene da pensare è che si stia cercando di difendere in tutti i modi, conflitto di attribuzione incluso, un gruppo di potere trasversale, che oggi si trova senza dubbio almeno nella cosiddetta “coalizione Monti” e che dagli accordi con la mafia trae forza elettorale e legittimazione attraverso il voto. D’altronde, ci sono “mafiosi” a governare regioni (Lombardo e Bassolino), in Parlamento (Dell’Utri su tutti), e noi continuiamo a votarli.

Anche in Cosa Nostra sono cambiate solo le facce, da Riina a Provenzano a Messina Denaro, ma la sostanza di connubio con parti dello Stato è ancora quella, intatta, da decenni.

Alla fine di questi pensieri, che cosa ne ho ricavato? Che da troppo tempo abbiamo personaggi – sempre gli stessi – che ci dicono “Non sono stato io”. È vero, signori miei: non siete Stato, voi.

Da leggere

Keynes blog

Se si cancellasse una settimana di ferie, il Prodotto Interno Lordo crescerebbe di un punto percentuale. E’ quanto si legge in questi giorni sui maggiori quotidiani che riprendono la proposta del governo di eliminare alcuni giorni di ferie, farcita di insensate previsioni sui presunti effetti positivi dell’aumento forzato di ore lavorate nel nostro paese.

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Otto mesi

12 novembre 2011

Quel giorno, o meglio quella sera, abbiamo sperato che qualcosa cambiasse davvero, e che cambiasse in meglio. Come dimenticare le immagini di una piazza del Quirinale gremita, a cantare ed a scandire cori, e nelle altre piazze d’Italia gente a brindare “alla caduta del Nano?”
Certo, l’ho fatto anch’io. Cosa speravo? Che ci fossimo liberati finalmente di un modello di degrado culturale e morale, che la si smettesse di lasciare che il Paese andasse incontro alla rovina sociale ed economica, oltre che di speranza e fiducia nel futuro, che lo stesso futuro diventasse più roseo per tutti, per noi giovani e per chi ci ha preceduto. Che partisse un rinnovamento completo, in politica e fuori, nelle università baronali ad esempio. Che non fossimo più derisi a livello internazionale. Che si parlasse di cose serie, non di quante troie si incula Berlusconi (perdonatemi l’eufemismo).

16 luglio 2012

Sono passati otto mesi e quattro giorni da quella sera di speranza, e cosa è cambiato?
Il governo è passato da una destra incompetente ed impresentabile ad una destra poco competente (la differenza è sottile) e poco presentabile. Da Berlusconi e Monti cambiano infatti la serietà (dal burlesque alla sobrietà estrema) ed il prestigio personale (da macchietta a rispettato professore), ma non i contenuti essenziali riscontrabili in un neoliberismo sfrenato. Non potrebbe essere altrimenti, d’altronde: ci si è solo liberati, a livello di partiti, degli obblighi di coalizione e delle posizioni forzate. Il PdL è rimasto quello di sempre, con l’assenza del prode Silvio come frontman in luogo di un peggiore Alfano; la Lega non è più costretta a dover accettare i voleri dei berluscani per restare al governo; l’UDC può riprendere il consueto ruolo di “puttana politica” pur potendosi mostrare, nonostante percentuali non eccelse, quasi come un partito “vergine”; l’IdV mantiene la costante della contestazione al governo, sia esso di Monti o di Berlusconi; il PD, invece, per “non voler vincere contro i cadaveri” e per la deriva liberaldemocristiana che sta prevalendo al suo interno, appoggia costantemente (pur se con qualche riserva “mediatica” ma non sostanziale) i peggiori scempi di questo governo e continua però a volersi definire “di centrosinistra”.

Continua la distruzione del welfare state da parte di economisti banchieri (Fornero), continua la distruzione dell’istruzione pubblica da parte di rettori legati a partiti e industrie (Profumo), continua a non arrivare un piano efficace per il rilancio delle imprese in difficoltà (Passera e Monti), continua a non esserci lavoro per i giovani, ma nemmeno per i 35enni cassintegrati o precari.
Continuiamo ad essere in emergenza. Forse abbiamo solo preso – e perso – tempo, rimanendo nelle stesse condizioni di un anno fa mentre gli altri intorno a noi vanno avanti.

laboratoriopalayana

di Andrea Salvo Rossi – D.A.D.A. (Dipartimento Autogestito Dell’Alternativa)

La  nozione di fuoricorso – come tutto ciò che esiste in questo bel mondo in cui siamo – non è una nozione neutrale. Non è scolpita sul sacro libro del tempo, non è una malformazione, non ha a che fare con la biologia, né con la fisica subnucleare(sparando un fuoricorso in un acceleratore di particelle non troverete tracce che lo distinguono dallo studente modello). Dare a qualcuno del fuoricorso implica ci sia un tempo considerato mediano in cui ci si deve laureare, vuol dire dare un valore (positivo) a chi rispetta quel tempo, vuol dire riservarsi il diritto di elencare, schedare, studiare, sorvegliare e punire chi non rispetta quell’arco di tempo. Insomma, lungi dal rimandare ad un’identità, lungi dallo scovare la recondita indole comune ad un gruppo di individui, il discorso sull’essere fuoricorso è una pratica che produce soggettività, che costruisce…

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Hanno ammazzato il PD. Il PD è vivo.

Continuiamo a farci del male da soli.
Profaniamo anche una delle più belle canzoni di De Gregori, visto che ci siamo.
Oramai non esistono più totem, limiti da non oltrepassare, linee Maginot, alleanze da non fare.
Oramai, soprattutto a sinistra, ci si è abituati a “fare spallucce” per tutto, figuriamoci se ci si può lamentare per una citazione mal riuscita di De Gregori.

La realtà è che, da quando è salita sul ponte di comando la generazione veltro-dalemiana, a sinistra ci si è adattati a mandare giù rospi ben più indigesti del compromesso storico berlingueriano.
Forse si è arrivati a pensare che, accettando sempre e comunque le geniali trovate di Baffo (Massimo) e Bruco (Walter), queste due menti alienate avrebbero smesso di tormentarci.

Invece niente.
Finisce un pò come per gli operai delle vignette di Altan.
Si è accettato l’ombrello nel deretano? Bene, ora lo aprono.
Insomma, i nostri grandi statisti questa volta hanno dato il meglio di loro.
Hanno elaborato la strategia perfetta.
E voi, stolti elettori che non riuscite a capire la grandezza del disegno di Max&Uolter, non vi starete mica ponendo le solite domande?
Non vi starete mica chiedendo come mai, avendo a disposizione una vittoria sicura con una coalizione di centrosinistra (PD+SEL+IdV, se non è chiaro), il PD si stia per buttare in un’alleanza di destra-centro-sinistra, che arriverebbe fino ai postfascisti di FLI?

Se lo state facendo, cari ignobili elettori, state tranquilli.
Non siete mica gli unici.
In realtà neanche quel povero diavolo che risponde al nome di Pierluigi Bersani lo sa.
D’Alema e Veltroni, giustamente, lo tengono ben lontano dalle stanze dove, insieme ai “compagni” popolari, decidono le sorti del PD.
Eppure, analizzando bene le parole e le mosse di Veltroni e D’Alema (con annessi popolari), non è difficile immaginare i motivi delle loro scelte.
Pensiamoci bene, i due poverini hanno visto che fine ha fatto Prodi con le sue grandi coalizioni di centrosinistra.
E vivono nel terrore di fare la stessa fine.
Quindi, con immensa astuzia, hanno pensato bene di riproporre la stessa ricetta, con baricentro spostato notevolmente al centro.
Il motivo?
Bè, volete mettere la possibilità di togliersi dalle scatole le proposte sul lavoro fisso, le diatribe con gli imprenditori, i problemi di carattere etico (dalle coppie di fatto alla procreazione assistita, ma non solo) o le proteste ambientaliste?
Volete mettere la possibilità di allontanarsi del tutto da figure come Landini e avvicinarsi del tutto a figure come Caltagirone?
Come fate a non capirli?
In fondo, hanno solo tolto definitivamente tolto i piccoli (fastidiosissimi) residui di sinistra che ancora angustiavano il loro partito.
Oppure no?

Gli eventi dell’Assemblea dei Dem sembrano aprire un piccolo spiraglio.
Una piccola minoranza, molto rumorosa, che è riuscita per una volta a scompigliare le carte, a mettere i dirigenti di fronte alle ambiguità di un partito che non riesce ancora a capire se vuole essere socialdemocratico o cristianosociale, pur propendendo tremendamente verso quest’ultima opzione.
Un partito che non sa cosa vuole fare, che non è pronto a governare.
Al massimo, è pronto per non-governare.

Insomma, si apre un piccolo spiraglio.
Come spero che si possa aprire lo spiraglio di una coalizione di sinistra, in cui tutti quei sassolini che tanto fanno male ai piedi dei lider maximi piddini possano essere messi insieme.
Una coalizione che metta finalmente in campo un programma incentrato sulla difesa e la crescita dello Stato sociale, sulla tutela dell’ambiente, sul rispetto del lavoratore come persona, non come cavia.
Un movimento che sia capace di smantellare le strutture di potere foraggiate per anni dai partiti, che hanno allontanato il popolo dalla politica.
Un movimento rivoluzionario, oserei dire.

Cara SEL, molliamo il PD e costruiamo la sinistra

Pubblichiamo la petizione promossa da alcuni militanti di Sinistra Ecologia e Libertà, e condivisa da moltissimi altri, in cui si chiede ai vertici di SEL di abbandonare l’alleanza con il Partito Democratico.

 

Caro Presidente Nichi Vendola, cara Sinistra Ecologia Libertà,
vi scriviamo dopo aver meditato a lungo sulle parole di Pier Ferdinando Casini e di Pier Luigi Bersani, su quella che Francesca Fornario ha ribattezzato satiricamente come “unione incivile”;
vi scriviamo perché profondamente preoccupati per ciò che si prospetta all’orizzonte, per gli scenari futuri del partito, per la connivenza con un PD che ha rinnegato persino ogni parvenza socialdemocratica (inutile solo citarla la “tradizione comunista”);
vi scriviamo dopo aver assistito, inorriditi, all’assemblea nazionale del Partito Democratico in cui non solo è stato approvato un documento sui diritti civili che ricorda i Dico e i DiDoRe di mastelliana memoria, ma in cui è stato impedito un voto democratico (a dispetto del loro nome) sugli Odg riguardanti i matrimoni omosessuali.

Nichi, ripeti spesso che “c’è bisogno di sinistra”, ma quale sinistra si può costruire con chi ha portato l’età pensionistica a 67 anni, con chi ha manomesso l’art.18 dello Statuto dei Lavoratori (“Un esempio di riformismo”, ha affermato Anna Finocchiaro), con chi vuole il TAV in Val di Susa, con chi ha votato in ogni occasione il rifinanziamento delle missioni militari in Afghanistan, con chi, sui diritti degli omosessuali, attua la politica del cilicio, con chi ha sostenuto il sì al fiscal compact e al pareggio di bilancio, con chi si è pericolosamente diviso su Marchionne e sul reddito minimo garantito, con chi in Sicilia ha appoggiato Lombardo per anni, con chi ha avuto (ed ha tuttora) una posizione ondivaga sui beni comuni, sui temi etici e sulla laicità dello Stato? 
La soluzione salvifica non è quella delle primarie e la dimostrazione di ciò la si sta avendo a Milano, dove l’area cattolica dei democratici, malgrado la vittoria di Pisapia alle primarie e al primo e al secondo turno delle Comunali, sta tentando di far saltare il registro delle unioni civili.

I risultati di François Hollande in Francia e di Alexis Tsipras in Grecia e la débâcle del PSOE in Spagna dimostrano, ora più che mai, che l’era dei continui compromessi al ribasso, dello snaturare ciò che si è e si deve essere, del “mito dei moderati”, bisogna concluderla. E questo sarà possibile solo collaborando con l’Italia dei Valori, con la Federazione della Sinistra (“Basta con i risentimenti, è tempo dei sentimenti”, si disse al Congresso fondativo di SEL), con il nuovo soggetto politico Alba e con tutte quelle realtà civiche e movimentiste la cui bussola è orientata verso un’alternativa di sinistra. Sia chiaro: non ci si può schierare contemporaneamente con il Pd e con la Fiom. Occorre una scelta di campo, chiara. E non è vero che quello delle sigle “è un discorso astratto”: in esse sono presenti storie, percorsi, programmi, volti, idee, ideali, ideologie, battaglie, sentimenti, soggettività.

La “logica delle cose” non permette ulteriori tatticismi e ambiguità. E’ il momento di decidere; è il momento di avviare un percorso alternativo non solo alle destre, ma anche ai centristi e al Pd. Se non ora, quando?

Pasquale Videtta, tesserato di Sinistra Ecologia Libertà
Daniel Rustici, tesserato di Sinistra Ecologia Libertà

PER SOTTOSCRIVERE LA PETIZIONE
http://www.petizionionline.it/petizione/caro-nichi-e-cara-sel-molliamo-il-pd-e-costruiamo-la-sinistra/7562 

Lettera aperta di Carlo Cerciello sul tema Teatro a Napoli.

Mi sembra doveroso postare quanto scrive Carlo Cerciello dal suo profilo di Facebook sul tema del teatro a Napoli.

 

LETTERA APERTA AL DIRETTORE DEL: TEATRO STABILE NAPOLI, NAPOLITEATROFESTIVAL E FONDAZIONE CAMPANIA DEI FESTIVAL.

 

Egregio direttore,

le scrivo questa mia seconda lettera aperta, certo che, anche stavolta, mi ignorerà, ma in qualità di contribuente e di “artigiano”  teatrale italiano indipendente provvisto di trentennale curriculum lavorativo, ci riprovo con ostinazione, avendo diritto, come cittadino, non come suddito, a delle risposte da parte di un funzionario dello stato, quale ella è.

 

Lei sa, che non condivido, politicamente, eticamente, socialmente e artisticamente, nulla della sua gestione, al punto di aver trascorso un intero inverno in assemblea al PAN, insieme ad altri colleghi, per motivarle tecnicamente e politicamente, con dati di fatto, quanto le contesto.

Che lei sia un uomo di potere, imposto dal potere, non ci piove, lo dimostrano, fin dall’inizio, le tecniche utilizzate per il suo insediamento, nell’ambito del regolamento dei conti, dello “spoils system”  casareccio e clientelare, che ha “insanguinato”  la cultura e la creatività di questa città, nel clima di demolizione culturale ed etica, che il suo potere politico di riferimento e di raccomandazione, ha praticato per oltre 20 anni in questo Paese. Come uomo di potere, lei adopera le identiche strategie di chi lo ha raccomandato e non potrebbe fare altrimenti, visto che di quel potere è totalmente organico.

In questo, lei non è, però, molto diverso dalla media dei direttori dei Teatri Stabili italiani, tutti sponsorizzati dalla politica, tranne che per il suo misterioso curriculum “artistico”  e per un conflitto di interessi che farebbe arrossire persino il suo leader di riferimento.

La strategia da lei messa in atto, consiste nel provocare e poi chiamare attacchi, le reazioni alle sue provocazioni, nonché nell’ostentare un’assoluta indifferenza all’emergenza culturale ed economica che attanaglia i lavoratori campani dell’intero settore spettacolo e i cittadini italiani tutti.

Lei fa, del Teatro Pubblico, dei Fondi Europei destinati al Sottosviluppo, della Fondazione Campania dei Festival, del Napoli Teatro Festival, persino dell’ex Forum delle Culture, un uso, a dir poco, monopolistico, clientelare e plutocratico, ma non contento, ostenta, pubblicamente, tutto ciò.

Con la sfrontatezza tipica di chi detiene il potere assoluto e che, essendo imposto dall’alto,  si sente in una botte di ferro, lei sbandiera il suo contratto quinquennale ignorando, spudoratamente, le clausole ministeriali che la vincolerebbero alla sola carica di direttore del Mercadante. Ma non le basta.

Persevera, infatti, nell’ignorare il disposto dello Statuto del Teatro Stabile, un teatro pubblico che lei continua a governare come fosse Versailles e, lei stesso, una sorta di Luigi XIV.

Più volte il sindaco De Magistris, per “decenza”, l’ha invitata a lasciare una delle 3 cariche da lei assunte e lei per tutta risposta che fa? Minaccia.

Il Comune, piuttosto, paghi i suoi debiti verso il Mercadante”“Resto fino al 2016, il sindaco si rassegni”, dimenticando che il Mercadante è il Teatro della sua città, non un suo feudo privato.

Lei entra ed esce a suo piacimento dal suo ruolo di funzionario statale, per assumere quello di “artista” “di” e “del” potere, che, in quanto tale, può permettersi di spendere per un suo spettacolo, quanto tutte le imprese del settore napoletano messe insieme, fregandosene altamente dei tagli alla Legge dello Spettacolo, della disoccupazione e della crisi economica del nostro Paese.

Lei è, lo voglia o no, il tipico rappresentante della cattive pratiche di quel burocratese teatrale, che ha deciso di affossare il senso stesso della pratica culturale in questo Paese, uniformandola ad un pensiero unico volgare e oligarchico, per cui, le lotte, non si illuda, non sono fatte alla sua persona, sarebbe come sparare sulla ex Croce Rossa, vista l’antipatia che lei stesso alimenta, ad ogni sua sortita sui giornali, fingendo pure di meravigliarsene.

Mi creda, non basta elargire qualche elemosina ai teatranti e autodefinirsi nei documenti ufficiali della Fondazione uno dei tre maggiori esponenti del teatro mondiale, per essere stimato.

E’ nel perfetto stile liberista, accaparrare tutto il possibile, ma le chiedo, da “umano”  ad “androide”,come fa ad organizzare tre stagioni teatrali, fare regie, provare spettacoli, amministrare, confrontarsi con le Istituzioni, girare il mondo per monitorare teatro e costruire un Festival Internazionale?

Le pare deontologicamente corretto:

–        ostentare la sua ricchezza e il suo potere, in un momento tanto doloroso di crisi del lavoro e dell’economia?

–        impiegare tante risorse economiche pubbliche per ogni suo “sfizio”, mentre dovrebbe gravare su lei il peso morale, in qualità di dirigente, del mancato pagamento di centinaia di lavoratori ed imprese dello spettacolo, dipendenti dal Festival in cui lei opera ai massimi vertici e dispone delle risorse economiche?

–        le pare corretto, continuare a parlare di responsabilità dei suoi predecessori in loro assenza, di aver dimezzato le spese e riqualificato un Festival, senza uno straccio di prova di quanto afferma? Perché non invita ad un confronto pubblico sul Festival i suoi predecessori? Cosa intende perriqualificazione di un Festival e perché prima di lei era squalificato?

–        qual è la differenza tra il suo concetto di pubblico, cioè appartenente alla  comunità e di privato, cioè appartenente al singolo?

–        qual è il suo progetto culturale per il “teatro pubblico”, il progetto che ispira, cioè, la programmazione delle tre Sale Pubbliche da lei dirette, il Teatro Stabile Mercadante, il San Ferdinando e il Ridotto e in cosa si differenzia da quello di un qualsiasi “teatro privato”?

–        qual è la sua politica pubblica dei prezzi, visto che lei ha affermato, che “bisogna tornare a pagare il biglietto”?

–        che intende quando afferma che occorre tornare a fare il teatro per la borghesia?  Ritiene come funzionario dello Stato, operante in una struttura pubblica, che il “teatro” debba essere appannaggio di una sola “classe” sociale, se pure fosse possibile, oggi, tale distinzione?

–        perché lei ha affermato “che è necessario spendere tanti soldi per fare, ogni tanto, uno spettacolo importante, per vincere lo “scudetto”?  lei, dunque, assimila un arte rituale e immaginifica come il teatro, alle logiche speculative del mercato calcistico?

–        ci può esplicitare il “supercurriculum”  che le ha consentito di diventare, contemporaneamente, direttore artistico del Teatro Mercadante, direttore artistico del Napoli Teatro Festival e direttore artistico della Fondazione Campania dei Festival ?

–        quali sono le regole pubbliche e trasparenti di accesso alla programmazione, ad esempio, del Napoli Teatro Festival?

 

 

Infine, Luca, anche stavolta passo al tu, rinominandoti per dirti qualcosa da “cuginetto”, come amavi definirmi, prima di questa specie di delirio di onnipotenza.

Non ho nulla contro di te sul piano personale, ma tu devi renderti conto che non sei più un privato cittadino, che sei diventato il simbolo agghiacciante di una mala politica, di un clientelismo, di un conflitto di interessi e di una costante demolizione culturale del teatro in questa città, senza precedenti.

Se ho rinunciato al mio legittimo diritto di presentare progetti nell’ambito del Festival o dello Stabile, l’ho fatto perché credo che il destino lavorativo di un essere umano, debba dipendere da regole pubbliche trasparenti, da leggi trasparenti e uguali per tutti, da una valutazione del merito reale, non dal potere, dalle convenienze e dai capricci di un solo uomo e delle sue i “comari” politiche.

Lo Stabile non è tuo, il Napoli Teatro Festival non è tuo, la Fondazione Campania dei Festival non è tua, non sono i tuoi giocattoli, ma strutture pubbliche, sovvenzionate con i quattrini dei contribuenti e se nessuno te lo dice per servilismo, io tutto questo te l’ho gridato in faccia e te lo griderò ancora.

Sei ancora in tempo per ravvederti, per rimediare, per cambiare, per non lasciare dietro di te, quando sarai andato via, soltanto le macerie fumanti dell’ennesimo “saccheggio”.

Pensaci.

Carlo Cerciello

Rotta di collisione PD.

Ho immaginato, dopo aver letto dell’assemblea nazionale del PD, come sarebbe potuta andare, tenendo conto delle tante contraddizioni che ci sono in quel partito. La mia mente ha elaborato uno scenario surreale ed ironico, sostanzialmente però più veritiero di quanto si vede normalmente.

Ho immaginato il responsabile economico del PD, Stefano Fassina, che ha ancora il coraggio di dire qualcosa di sinistra, con il Capitale di Marx tra le mani che cerca di far capire a Pietro Ichino che si sbaglia su tutta la linea e che il giuslavorista a sua volta legge a Stefano passi dei libri di Boeri sul mercato del lavoro, come se fosse il nuovo testamento, mentre tra le mani ha il progetto della Flexsecurity ed in tasca il santino di Marchionne.

 

Improvvisamente Pierluigi Bersani scende dall’alto con un alone d’oro e comincia a smacchiare i famosi giaguari, poi riesce a dire qualcosa, ma non lo ascolta nessuno e tutti alle sue parole si girano con fare indifferente. Il povero Segretario resta solo, non c’è più la disciplina di una volta, quella del PCI, sconfortato apre il cellulare che come sfondo ha la foto di Casini, viene folgorato e comincia ad urlare: Patto con i moderati! Patto con i moderati! Patto con i moderati! Fassina, alla parola “moderati”, chiama la Neuro.


In un lato del tavolo della Presidenza Rosi Bindi con un rosario prende a schiaffi Paola Concia, urlandole: Esci da questo corpo, Satanasso omosessuale! La Concia, arrabbiata, cerca di vendicarsi lanciandole addosso un reggiseno (retaggio culturale sessantottino), accusandola di essere una democristiana cattolica, per altro brutta, una culona inchiavabile, il giovine Ivan Scalfarotto assiste ridendo.


I bambini Renzi e Civati cominciano a litigare su chi deve mangiare l’ultimo plasmon rimasto ed ordinano 2 biberon con latte caldo, poi il sindaco di Firenze comincia a biascicare le sue prime parole da neonato dal palco e rivendica la sua intenzione di portare avanti la rottamazione dell’auto di plastica acquistata al Toy Center, perché così, in cambio, gli daranno un giocattolo di Goku Supersayan di quarto livello, per combattere, nel caso di invasione, Majin Berlusconi.


In fondo a tutto troviamo un personaggio scuro in volto, è Veltroni con un cappello da Safari, sembra abbia finalmente preparato le valigie per andarsene in Africa.

 

Nel bel mezzo del tavolo della Presidenza infine, troviamo il vecchio D’Alema, che guarda tutta la scena infastidito, da buon borghese qual è non può sopportare questo caos nel suo partito, ma visto che è orario di aperitivo si fa portare delle tartine al caviale ed uno spritz. Dopo aver consumato e lanciato un mocassino in testa a Fassina che rivendicava la forza del socialismo va via per una festa sul suo Yacht.

 

Di certo sarebbe stata un’assemblea molto divertente se fosse andata così. Ma invece non c’è nulla da ridere e ci troviamo un partito completamente diviso che rischia l’implosione a causa delle troppe anime e delle troppe correnti. L’esperimento Partito Democratico potrebbe definirsi concluso e fallito, non riesce a proporre nulla, un partito immobile che segue l’austerità in maniera cieca e anche se cerca di incidere nelle decisioni del governo, lo fa in maniera sbagliata sostenendo la macelleria sociale di Monti. Grazie all’atteggiamento del PD sta tornando sulla scena Silvio Berlusconi. E poi ricominceremo con l’antiberlusconismo. Un film già visto. Un film fallimentare. Proprio come il progetto PD.

Caro TAV costi troppo.

Si sa, Le Figaro, giornale transalpino, è equiparabile al Pravda sovietico. Qualche giorno fa ha pubblicato un articolo in cui spiega che il Governo francese, quello bolscevico di Hollande, starebbe tornando sui suoi passi sul tema Tav. Già, perché ci sarebbe l’ipotesi di tagliare gli investimenti nell’alta velocità, poiché dal testo dell’articolo del giornale francese si legge “Quando scarseggia il denaro per compare il cibo, è inutile viaggiare in TGV”.

Confucio resterebbe illuminato da questa frase così saggia, peccato che però in Italia non ci siano questi geni del male comunista. Il piano francese sostanzialmente sarebbe quello di risparmiare sulle infrastrutture poiché, parola del Ministro Jerome Cahuzac, “non può permettersele”. Così, probabilmente, il tratto francese del Tav Torino-Lione potrebbe non farsi più. Il suo costo, per i francesi, 12 miliardi di euro, è troppo alto, in più c’è la flessione nella tratta delle merci. Insomma, una spesa inutile, da tagliare e reinvestire in altro.

Molto bene, secondo la logica del governo tecnico, dei grandi opinionisti del Corsera e di altri giornali mainstream pro Tav, il Ministro Cahuzac è un primitivo, contrario al progresso ed allo sviluppo economico, visto e considerato che chi si oppone al Tav viene considerato un idiota.

Dovrebbero essere considerati tali anche quelli della Corte dei Conti, che in un rapporto sottolineano come il Tav non sia finanziariamente sostenibile e che non è dimostrata la redditività finanziaria, tanto meno i vantaggi ambientali. Suggeriscono, infine, di modernizzare e potenziare la rete già esistente, invece di spendere soldi per il Tav.

Però, in Italia funziona così, quando è facilmente dimostrabile che qualcosa non funziona e non porta nessun tipo di vantaggio economico/sociale/ambientale, si va avanti a testa bassa, non fa niente che non si ha ragione e che si sta per gettare via un pacco di miliardi.

La domanda sorge spontanea dunque, si può evitare di spendere tutti questi soldi per un’opera inutile? La risposta è facile ed è sonoro sì.

Ma dalle parti del Partito Democratico si blatera circa l’irrinunciabilità del collegamento Torino-Lione, mentre i loro cugini francesi del PS, che evidentemente accendono il cervello prima di parlare, affermano il contrario.

In Italia, per dovere di cronaca, al Tav si oppongono fortemente la Federazione della Sinistra e Sinistra Ecologia e Libertà, che sostengono la lotta dei No-Tav.

Ennesima occasione persa quindi, per il PD, per contraddistinguersi dalla destra liberista dominante in Europa e per allinearsi ad una sinistra che attorno ai movimenti sta cercando di portare avanti un’alternativa di sistema.

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