Giovani rivoluzionari, giovani vecchi

Sabato sera, ho appena accompagnato la mia ragazza a casa, non esco, in giro c’è troppo traffico e mi stanco di cercare un posto tranquillo per bere una birra e affrontare una discussione su un qualsiasi tema che stimoli il mio cervello. Torno a casa, scendo dall’auto, fa molto caldo, in testa ho mille pensieri che si affannano ad essere i primi ad essere affrontati. Premo il pulsante delle chiavi e spengo la macchina, cammino verso il cancello del palazzo. Ragiono un po’ sulle cose da fare, da dove partire, ho in mente il fatto che da questa settimana si ricomincia a lavorare a pieno regime. No, non lavoro, sono disoccupato, quel verbo lo uso quando intendo riferirmi al lavorare con i miei compagni e compagne, fratelli e sorelle per cambiare il mondo. Prendo l’ascensore, mi guardo allo specchio e penso che quegli istanti potrei passarli in maniera diversa, potrei trascorrerli svuotando la mia mente e divertendomi, potrei andare a cazzeggiare da qualche parte, in discoteca, in un qualche pub e ubriacarmi. Sono giovane, avrei l’alibi morale per farlo. Ma poi penso che alla fine, dopo aver passato decine di serate del genere, cosa ho fatto per cambiare il mio presente? Al massimo mi sarei guadagnato un punto in più per una cirrosi epatica.

No, stavo ironizzando, non sono così moralista, bevo quando posso e quando ne ho voglia, ma non lascio che questo mondo vada a farsi fottere.

Nel frattempo sono arrivato, apro la porta di casa, poso la mia roba nella stanza, accendo il pc, vado a bere dell’acqua. Mia madre dorme sul divano con la tv accesa su rai 3, c’è un’intervista ad un ragazzo veneto tra i campi della pianura padana. No, scherzo, però erano campi, forse i suoi. Dice di lavorare lì, ha lasciato l’università e ora coltiva, la sua grande passione. La mia prima reazione è quella di essere contento, alla fine ha trovato il suo posto nel mondo. Verso l’acqua nel bicchiere e ad una domanda sul futuro della sua generazione, cioè la mia, cioè quella di milioni di ragazzi e ragazze, sento dire qualcosa che mi turba profondamente, come se in quel momento ci fosse la Mercegaglia in tv, oppure la Fornero, ma con 40 anni in meno; il ragazzo dice: “Noi giovani dobbiamo abituarci al fatto che non è un diritto il posto fisso”. Come un lampo, improvvisamente mi è venuta in mente una frase di Salvador Allende, Presidente cileno morto ammazzato dopo un colpo di Stato foraggiato dagli Stati Uniti, una citazione: “Essere giovane e non essere rivoluzionario è una contraddizione perfino biologica”. In quel momento ho sentito sulle mie spalle tutto il peso che la cultura neoliberista ha impiantato in questo Paese, “il lavoro non è un diritto”, sebbene sia scritto con il sangue dei partigiani sulla Costituzione (poi potremmo affrontare un discorso su cosa sia oggi il mercato del lavoro, in molti casi è meglio essere disoccupati). Poi allontanandomi dalla cucina, sono tornato nella mia stanza, dove ho appeso la mia bandiera rossa, vicino a quella palestinese, ho pensato al fatto che una generazione che non brama il mondo, che non vuole tutto, è una generazione triste e piegata, pronta ad accettare sempre il compromesso che il più forte di turno gli impone. Una generazione di giovani vecchi, che però fanno male al mondo. Ne ho tanti di amici che non si impegnano in politica oppure ne sanno poco, ma hanno sempre il sogno di una realtà migliore, di un presente più stabile, nonostante non siano interessati ai balletti della nostra politica.

Allora io, in quel momento, mi sono sentito male. Perché non ce la faccio ad immaginare un ragazzo di vent’anni che parla come la Mercegaglia, mi intristisco, perché uno a vent’anni deve reclamare il mondo, cambiarlo, trasformarlo, rivoluzionarlo! Poi a quaranta, dopo aver conquistato con la forza il suo futuro, deve difenderlo dagli attacchi dei giovani vecchi che nel frattempo sono diventati vecchi vecchi. Ed infine a sessanta, dopo aver difeso con tutta la sua forza il mondo trasformato, dopo aver appreso, conosciuto, amato, visto e sentito, deve tramandarlo ad un nuovo giovane rivoluzionario, affinché il cerchio si chiuda e possa essere infinito.

Ecco quello che dovremmo fare. Cercare di rivoluzionare questo mondo per renderlo più umano e più giusto.

 

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4 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. trimondi
    Set 09, 2012 @ 22:59:26

    Bellissimo articolo.
    Mi permetto solo di aggiungere che il radicarsi nella nostra generazione (ho 19 anni) di idee come quella del ragazzo citato sopra non sono solo frutto del neoliberismo, ma anche (e forse soprattutto) della trasformazione culturale che ha investito il nostro Paese in questi anni.
    Molti miei coetanei vedono la politica come qualcosa che non li riguarda, che non influisce sulle loro vite, destinata solo ai “politici”. Si è persa l’idea che con il proprio agire si possa cambiare la realtà, lo stato di cose presente. E purtroppo spesso magari non ci si rende neanche conto di quanto ci sia effettivamente bisogno di “cercare di rivoluzionare questo mondo per renderlo più umano e più giusto”. Le attenzioni di molti sono rivolte a tutt’altro, problemi molto più superficiali.

    Scusa la puntigliosità forse inutile, mi rendo conto che in realtà il mutamento culturale può considerarsi esso stesso un prodotto del neoliberismo: però mi sembra giusto specificare anche questo aspetto.
    In ogni caso, di nuovo complimenti per l’articolo.

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    • lucamullanu
      Set 09, 2012 @ 23:57:33

      Innanzitutto ti ringrazio per i complimenti, quando si scrive si ha sempre paura di sbagliare o di essere banali.

      Hai pienamente ragione, però non ho approfondito il tema “culturale” del neoliberismo, altrimenti avrei dovuto scomodare Antonio Gramsci e – sinceramente – l’articolo era già abbastanza corposo, in più avrei dovuto anche parlare del ventennio berlusconiano (che si aggira ancora nei banchi del nostro Parlamento).

      Figurati, ho apprezzato il commento, nessuna puntigliosità inutile. Continua a seguirci!

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  2. riccardog
    Set 10, 2012 @ 03:23:55

    Bellissimo quanto detto da Mullanu e trimondi, concordo su tutto.

    Rispondi

  3. nottebuiasenzaluna
    Set 10, 2012 @ 18:59:26

    ho letto con piacere il tuo post e mi associo ai complimenti già fatti. hai scritto delle cose molto interessanti , non sbagliate, non banali.
    desidero però , se me lo permetti, inserire una riflessione che sto facendo da tempo e che viene via via confermata dagli eventi e dalle “decisioni politiche” che il popolo, i popoli , stanno subendo.

    i diritti non esistono. sono stati la merce di scambio con la quali interi blocchi di potere hanno governato complici interlocutori incapaci e opportunisti, per ottenere molto dando briciole in cambio: i diritti appunto.
    i diritti senza soldi o risorse scompaiono come la nebbia a sole. ne puoi trovare dimostrazione con le ultime “leggi” e “provvedimenti economici” dell’attuale dittatura al governo di questo paese.

    chi ha contrattato a suo tempo lo sapeva perfettamente, escludendo per ovvie ragioni i “puri di cuore” chi ideologicamente crede veramente nel ano e corretto sviluppo dell’uomo. tutti hanno accettato pensando che la festa fosse infinita. ma non è così, e la disgregazione del modello socio economico occidentale, così come lo conosciamo, lo dimostra.

    per anni intere generazioni hanno costruito e lavorato con la prospettiva di un futuro che gli è stato semplicemente rubato. con l’inganno e la truffa.
    truffa spesso ideologica a volte condita da immancabile ufficializzazione legislativa.
    nelle bugie raccontate iscrivo tra le altre, anche perchè oggetto delle riflessioni del tuo post , il diritto al lavoro e il “posto fisso”, per tralasciare le pensioni e lo stato sociale.
    non mi dilungo per non approfittare della tua ospitalità, di cui ti ringrazio, ma intanto lancio un tema buono per qualche post: la soluzione della questione alcoa e miniere del sulcis si chiama nazionalizzazione, ma il tema diventa pericoloso.

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