C’era una volta il fuori sede sgomberato

Torino, 30 ottobre 2012

09:22, via Accademia Albertina
Aspettando il bus alla fermata mando un messaggio: “Ci sei per colazione? Ci vediamo dai cinesi tra 5 minuti, ok?”. Sono appena uscito dall’ospedale, ho fatto un prelievo e mancano 40 minuti all’inizio delle lezioni.

09:25, via Rossini
Penso a che freddo faccia oggi. E penso anche che nonostante l’ora questo 68 sia ben pieno. Tanti studenti, come me. Qualcuno è sceso all’Accademia, qualcuno andrà verso Palazzo Nuovo, qualcuno scenderà con me per andare verso il campus Einaudi. Tutto nella solita monotonia, nella solita tranquillità, nella solita noia.

09:31, corso Regina Margherita angolo via Rossini
“Ehi ciao! Visto a New York che roba? 12 morti! E poi questo in Sicilia? Gay, comunista e cattolico: le ha tutte!” – esordisce la mia amica leggendo La Stampa. Io butto l’occhio sulla Gazzetta, per quanto non me ne importi poi così tanto. – “Mi sono giusto visto 2 minuti di webcam da Times Square verso mezzanotte… Non mi piace molto vedermi certe cose in diretta, e poi avevo anche un po’ sonno.”

09:31, 400 metri più a sud, via Rossini angolo via Verdi
Sgombero della polizia nella Verdi 15 Occupata. Circa 40 agenti in tenuta antisommossa, arrivati su sette blindati, fanno irruzione nella residenza occupata, cogliendo di sorpresa i numerosi studenti che da più di un anno avevano dato il via all’occupazione. Gli studenti e le studentesse che si trovano in questo momento all’interno della residenza –circa 80- vengono portati di peso al piano terra della struttura e si procede alla loro identificazione. Le vie adiacenti alla residenza universitaria sono completamente militarizzate e bloccate al traffico.

10:45, via Rossini angolo via Verdi
Fuori dalla Verdi 15 si sono radunati numerosi studenti, allertati dal tam-tam via SMS e via Radio BlackOut. La Celere, schierata in modo compatto nell’incrocio, carica in via Rossini.

11:45, corso Regina Margherita angolo via Rossini
“Mi accompagni fino a Porta Nuova?” – chiede lei. “Dai, tanto ho tutto il tempo che voglio.”

11:50, via Rossini angolo via Santa Giulia
“E ti pareva il 68 pieno… Andiamo a piedi?” – chiede ancora lei. “Aspetta, ma lì via Rossini è bloccata… Vediamo se possiamo passare o tagliamo da piazza Castello?” “Boh… Tanto abbiamo tempo.”
“Mi scusi, si può passare di qua?” – chiedo a una vigilessa – “No, nemmeno a piedi… Motivi di sicurezza.” – risponde lei. “Va bene, grazie… Fede, facciamo il giro largo e passiamo dalla Mole. Mi fa strano, e mi sembra di vedere delle camionette lassù.”

11:55, via Montebello angolo via Verdi
“Cazzo Fede, son 4 camionette coi celerini… Proviamo a chiedere?” “Vai tu?” “Vado io.” – e ci dirigiamo verso l’incrocio. La Celere è schierata in blocco. “Scusi, ma cosa succede?” “Manifestazione.” – risponde un celerino, dall’immancabile accento meridionale, come la stragrande maggioranza dei colleghi di reparto – “Ah, grazie.”
Torniamo sui nostri passi, alla ricerca di un mezzo che ci possa portare in stazione, e vediamo un vigile. “Sono deviati il 18 e il 68… C’è stato uno sgombero.” Tre versioni diverse in 10 minuti. “Certo che Torino mette paura…” “Manifestazione e sgombero… Ma qui? Quattro camionette lì non le hanno mai messe nemmeno per le manifestazioni serie, e sì che ogni tanto un pezzo di corteo si stacca e viene a fare il presidio qui davanti alla Rai…” “Ma cosa c’è lì?” “La Verdi 15, una residenza universitaria che hanno occupato almeno un anno fa… Tutto autogestito, c’è la residenza, l’aula studio, fanno incontri… Non hanno mai fatto niente di male ed è sempre aperta. Mi viene un dubbio… Fammi scrivere a un mio amico.”

12:05, via Po tra via San Massimo e via Rossini
“Muoviti Fede… Prendiamo il 61 che ci lascia lo stesso a Porta Nuova!” e saliamo sul bus. Dietro, ancora un tram. Il bus svolta in via Accademia Albertina, e durante la svolta vediamo altre 2 camionette a bloccare i portici di via Po all’angolo con via Rossini, e contemporaneamente un corteo arrivare da piazza Vittorio Veneto dietro uno striscione “Sgombero… Fascista… Bah. Dopo cerco di capirne di più, sono troppo curioso.” “Torino è strana. Ma strana forte.”

12:50 circa, piazza Castello angolo via Verdi
Sono tornato a piedi da Porta Nuova, non sapendo cosa abbia fatto il corteo. Ho sentito qualcuno che parlava di via Arsenale, dove ci sono tutte le banche. Io temo qualcosa in via Garibaldi o via Pietro Micca, con conseguente blocco dei mezzi pubblici. Ho ancora molto tempo da perdere, e una passeggiata non mi fa certo male. Certo però, poco prima del Rettorato, su via Verdi, vedo un’altra camionetta. Svolto su via Po, ed in corrispondenza di quella in via Verdi c’è un’altra camionetta a bloccare la via laterale.
Nel frattempo, nella direzione contraria alla mia avanza un corteo, che io stimo in 300 persone. Sembra che non se le siano prese, per una volta. Via Rossini è ancora bloccata e mi costringe al giro largo. Notevole però lo schieramento della Celere: hanno blindato tutta una zona e la controllano perfettamente, senza dover abbandonare nessuna posizione.

13:10, a 10 minuti di bus dal centro
Mi rendo conto di aver ricevuto un messaggio. “Sì, hanno sgombrato la Verdi 15 stamattina alle 10. Volevo andare ma non potevo saltare le lezioni. Com’è la situazione?” Bingo, i miei sospetti erano fondati. “Sembra che tutto vada bene, non ho visto manganellate… Appena arrivo a casa cerco su internet e guardo se al TGR dicono qualcosa, tanto ce l’avevano sotto la sede.”

14:00, casa mia
Leggo il primo resoconto di InfoAut che so essere sempre in prima linea, mentre aspetto il servizio che non ho sentito nei titoli. Bastardi, stai a vedere che fanno come al solito… No, stavolta la notizia c’è. E con tanto di video delle manganellate! Hanno caricato alla Verdi prima che passassimo noi, poi in piazza Castello qualche minuto dopo il mio passaggio… Che culo che ho avuto. Il tempo di ricaricare la pagina di InfoAut e leggo delle nuove cariche vicino al Comune.

Sono indignato, provo schifo, provo rabbia. So di non poter fare niente, se non diffondere la notizia.
Io ho romanzato fatti veri – i miei – intorno ad altri fatti veri – quelli dello sgombero – per cercare di rendere l’idea dello sbalordimento.

Tra le 9:30 e le 10 aveva inizio lo sgombero – richiesto dal presidente dell’EDISU (Ente regionale per il DIritto allo Studio Universitario) – della residenza universitaria Verdi 15 Occupata, alla quale facevano riferimento anche, seppur in via non ufficiale, alcune segreterie universitarie. La Verdi 15 era stata occupata in seguito ai tagli imposti dalla riforma Gelmini e dal governo regionale Cota all’EDISU, ente proprietario dell’edificio. Con la scusa di far entrare i ristrutturatori, il blitz ha lasciato senza una casa 80 studenti fuori sede. In 102 sono stati denunciati. Non sono mancati gli insulti da parte del capogruppo leghista al Consiglio Regionale ai ragazzi della Verdi 15.
Mi vergogno, sinceramente, di quello che succede nella mia città.

Choosy

Fornero "choosy"

Cara Elsa, choosy è chi il choosy fa…

Esimia prof.ssa Fornero,
è vero, sono “choosy”.

Da quando mi sono diplomato, due estati fa, ho ricevuto ben due offerte di lavoro. Le ho rifiutate.
Sarò scemo io, mi dirà. No, le rispondo io: ho fatto i miei calcoli.
Perché vede, professoressa, ho ricevuto esclusivamente la proposta di fare l’agente immobiliare.

Lei conosce la sua – la nostra – città. Sa che il mercato immobiliare è stagnante per tutti, che i prezzi sono calati perché nessuno compra più.
Sa che un agente immobiliare deve potersi muovere in perfetta autonomia, e per un neodiplomato si hanno dunque i costi del mezzo (auto o moto) perché i mezzi pubblici non bastano e non arrivano ovunque, l’assicurazione, il bollo, la benzina che aumenta sempre più anche grazie all’IVA ed alle accise… Vede, professoressa Fornero, sarò “choosy” ma non ho intenzione di lavorare per pagarmi il mezzo di trasporto per recarmi sul posto di lavoro.

Chi è “choosy”, allora?
Io? I datori di lavoro? Chi ha la responsabilità di aver creato queste condizioni e non fa nulla per migliorarle?
Io la mia risposta ce l’avrei, professoressa. E sono sicuro che non le piacerebbe, come a tanti ragazzi non è piaciuto sentirsi dire “choosy”.

T’amo, o pio blog

(di , da il Fatto Quotidiano del 24 ottobre 2012)

Tutte le “testate giornalistiche diffuse per via telematica” – definizione tanto ambigua da abbracciare l’intero universo dell’informazione online o nessuno dei prodotti editoriali telematici – saranno obbligate a procedere alla pubblicazione delle rettifiche ricevute da chi assuma di essere stato ingiustamente offeso o che i fatti narrati sul suo conto non siano veritieri.

In caso di mancata pubblicazione della rettifica entro quarantotto ore, si incapperà in una sanzione pecuniaria elevata fino a 25 mila euro ma, prima di allora, si correrà il rischio di essere ripetutamente trascinati in Tribunale ingolfando inutilmente la giustizia e facendo lievitare i costi per difendere il proprio diritto a fare libera informazione.

Proprio mentre la Cassazione prova a mettere un punto all’annosa questione dell’applicabilità della vecchia legge sulla stampa all’informazione online, escludendola, il Senato, la riapre stabilendo esattamente il contrario: la legge scritta dai padri costituenti per stampati e manifesti murari si applica anche ad Internet.

Ce ne sarebbe abbastanza per definire anacronistica e liberticida la disposizione appena approvata dalla Commissione Giustizia del Senato ma non basta.

La portata censorea di questa norma è nulla rispetto a quella di un’altra disposizione contenuta nello stesso provvedimento appena licenziato dal Senato: l’art. 3, infatti, stabilisce che “fermo restando il diritto di ottenere la rettifica o l’aggiornamento delle informazioni contenute nell’articolo ritenuto lesivo dei propri diritti, l’interessato può chiedere ai siti internet e ai motori di ricerca l’eliminazione dei contenuti diffamatori o dei dati personali trattati in violazione della presente legge”.

È una delle disposizioni di legge più ambigue ed insidiose contro la Rete che abbia sin qui visto la luce perché è scritta male e può significare tutto o niente.

Una previsione inutile se la si leggesse nel senso che chiunque può chiedere ciò che vuole a chi vuole, senza, tuttavia, che il destinatario della richiesta sia tenuto ad accoglierla.

Una previsione liberticida se, invece – come appare verosimile – finirà con l’essere interpretata, specie da blogger e non addetti alle cose del diritto, nel senso che, a fronte della richiesta, sussiste un obbligo di rimozione.

In questo caso, infatti, assisteremo ad una progressiva cancellazione dell’informazione libera e scomoda online, giacché, pur di sottrarsi alle conseguenze della violazione della norma o, almeno, non trovarsi trascinati in tribunale, blogger, gestori di forum di discussione, piccoli editori e motori di ricerca, finiranno con l’assecondare ogni richiesta di rimozione.

Sarebbe la fine della Rete che conosciamo e la definitiva prevaricazione della voce del più forte sul più debole: uno strillo, anzi una mail, e per paura di finire davanti ad un giudice, in tanti rimuoverebbero post e contenuti perfettamente leciti.

Esattamente il contrario di ciò di cui avremmo un disperato bisogno in un Paese come il nostro che vive, da anni, il problema della mancanza di informazione libera: una norma che punisca chiunque provi a censurare, imbavagliare o mettere a tacere un blogger o chiunque faccia informazione.

Domani il testo approda all’assemblea di Palazzo Madama per la discussione ed il voto definitivo: ci sono meno di 24 ore per salvare quell’informazione online che, ovunque nel mondo, sta dando prova di rappresentare la più efficace alleata di ogni società democratica contro i soprusi e le angherie di ogni regime palese od occulto.

Lavoratori? Non ho visto nessuno…

Un sindacalista moderato con una zazzera di baffetti bianchi stava in una sala d’attesa di un famoso strizzacervelli, leggendo il Messaggero con una faccia piuttosto preoccupata. Nell’attesa ripensò all’ultimo preoccupante episodio che gli aveva fatto decidere finalmente di farsi vedere da uno bravo, consigliato da un suo collaboratore, un operaio petrolchimico che da qualche tempo era sparito senza un perché.

Qualche giorno prima, in Piazza San Giovanni a Roma si doveva svolgere una grande manifestazione di un sindacato avverso al suo, al quale per sua scelta il suo sindacato, moderato com’è, non aveva partecipato. Mentre andava a sentire la conferenza stampa della ministra del Lavoro, un affabile signora con la mania della flessibilità e del licenziamento facile (che donna!), il suo taxi passò proprio attiguamente alla piazza della manifestazione e fu lì che, per sua onesta sorpresa, non vide nessuno. Poche persone sul palco, la sua odiata avversaria (quel maschiaccio inacidito!), quel cretino dei Metalmeccanici, qualche studente lontano dal palco. Nessuno. Ridacchiò un poco e passò oltre. All’uscita della conferenza, in molti giornalisti gli fecero domande relative a quella manifestazione, lui era piuttosto sorpreso della sfacciataggine di certi giornalisti, talmente di parte da non fare il minimo cenno ad un flop storico del sindacato più rappresentativo. “Non ho visto nessuno” disse dunque, senza filo di ironia ma con un tono che voleva sottolineare l’ovvietà. Tornando poi a casa ebbe una sorpresa: i giornali mostravano foto di una piazza piena, quella stessa che lui aveva visto deserta e silenziosa come non mai. Giornali di sinistra, certo, ma anche di destra e di centro, per così dire. Ebbe un illuminazione. Andò nella prima fabbrica che gli venne in mente. Vuota. Cercò nella successiva. Anch’essa vuota. Pazzia!

“Dottore” disse al famoso strizzacervelli: “io ho un grave problema: non riesco a vedere più i lavoratori, in particolare gli operai. È grave!”

Lo strizzacervelli con sicurezza e piglio, gli disse dunque: “Non è un problema raro, ce l’hanno in molti: soprattutto nel sindacato. Ma anche molti politici lo hanno riscontrato, nonché alcuni giornalisti noti. Vede, alcuni neanche se ne accorgono. I problemi degli operai semplicemente hanno smesso di essere loro problemi. Per voi, per quanto vi sforziate di ignorare i loro problemi, e vi impegniate a trovare il modo di peggiorare la loro situazione se è possibile, è impossibile non accorgervene. Se è venuto qui, vuole una cura, ma io non ho alcuna pillola che possa curarla. Però se vuole, può seguire i miei consigli e vedrà che ne uscirà.

Dimentichi, per sempre, le sue ambizioni personali. Dimentichi di far politica fine a se stessa. Si ricordi chi rappresenta, si ricordi di fare i loro interessi, si ricordi che i suoi obiettivi, e quelli del suo sindacato devono coincidere con i loro. Ricominci a vivere il sindacato come strumento di lotta e di miglioramento, a credere nella lotta di classe. Smetta di compromettersi. Sottoscriva compromessi che siano sottoscritti dalla base. Li renda partecipi senza indorare le pillole amare. Abbia il coraggio del fallimento di una trattativa con il padronato. Abbandoni gli egoismi, i vecchi rancori e le vecchie accuse. Torni ad ascoltare e taccia più spesso.

Tempo qualche giorno e vedrà che guarirà!”

“Uhm” ci penso un attimo il sindacalista con la zazzera di baffetti bianchi spettinata e gli occhiali appannati: “In fondo, ripensandoci, non è un problema così grave… Credo di poterci convivere tranquillamente!” e se ne andò rassicurato.

Roberto Davide Saba

Digressione

Il montismo dei “riformatori” del PD

Venerdì 12 ottobre è stato presentato a Torino, nell’Aula magna dell’Istituto Avogadro, il libro di Enrico Morando e Giorgio Tonini “L’Italia dei democratici – Idee per un manifesto riformista”, edito da Marsilio.All’evento, sponsorizzato dalla senatrice del PD Magda Negri (appartenente alla stessa corrente liberaldemocratica dei senatori Morando e Tonini), erano presenti diverse personalità del centrosinistra piemontese, tra i quali il consigliere regionale Davide Gariglio, ma soprattutto era prevista la presenza del ministro del Lavoro, delle Politiche Sociali e delle Pari Opportunità Elsa Fornero in qualità di relatrice.
L’evento non è stato molto pubblicizzato – parlando con il preside dell’Istituto abbiamo convenuto che fosse una fortuna, siccome così sono stati evitati possibili disordini in una giornata che aveva visto uno sciopero lo stesso giorno e manganellate sugli studenti appena una settimana prima – e la sala è stata affollata da pochi interessati, oltre a qualche studente della sezione serale ed un nugolo di giornalisti di Sky, RaiNews24 e l’Unità.

Passando al libro, il punto di focalizzazione è uno e trino (e, come si dice in Piemonte, “un po’ crino”, dove “crin” è il termine che indica il maiale): aggredire simultaneamente l’eccesso di diseguaglianze, la scarsa crescita ed il debito insostenibile.
Si dice che la crisi non sia altro che l’esaurimento a livello politico del paradigma neoliberista, che però non rilancia la socialdemocrazia ma apre la strada ad una visione liberal sul modello americano.
Il secondo punto afferma che il debito pubblico non sia un debito buono usato per ridurre le diseguaglianze, ma che invece le abbia moltiplicate rallentando la crescita: bisogna dunque rispettare e perseguire il pareggio di bilancio, vendere il patrimonio pubblico valorizzandolo ed introdurre una patrimoniale straordinaria (quindi una tantum, ndr) sulle grandi ricchezze.
Al terzo punto si affrontano le politiche di crescita, perseguibili in una riducendo le tasse sui produttori, favorendo fiscalmente giovani e donne e “promuovendo una moderna cultura della valutazione a cominciare dalla scuola”.
I restanti capitoli del libro trattano del Partito Democratico, dei suoi problemi e della “vocazione maggioritaria”.

Chiunque è in grado di vedere, nei punti proposti, l’esatta replica delle politiche del governo Monti – eccezion fatta per la patrimoniale una tantum – e del centrodestra berlusconiano.

E le visioni degli opinionisti?
Il bocconiano Giuseppe Berta sostiene che “Il libro affronta alcuni temi che possono essere agenda ed identità di un nuovo centrosinistra riformista, ma l’evoluzione politica ha posto continuamente nuovi problemi. Il centrosinistra ed il PD possono recuperare una nuova visione per lo sviluppo e l’uscita dalla crisi? Può il PD ritornare alle ambizioni ed al progetto originale? Con chi compiere un cammino che non sia puramente ai fini elettorali? Bisogna capire che nel futuro non saranno più le stesse industrie di ieri (riferimento a Fiat e Ilva, ndr) a trainare l’economia. Bisogna dare più sostegno alle forze più dinamiche e la politica deve aprirsi al dialogo con queste componenti, in particolare il PD.”
Il sociologo legato alla CISL Bruno Manghi, invece, afferma che “Le ricette economiche e sviluppiste del centrosinistra non sono in grado di dare un futuro. Al momento della caduta di Berlusconi, emerge l’ombra di una viltà della classe politica che ha lasciato spazio ai tecnici per non doversi assumere certe responsabilità. Il problema è che manca un elevato livello di professionismo nella classe politica. Bisogna avere la consapevolezza delle situazioni economiche e sociali reali. Bisogna fare a livello di mentalità il passo dall’«arrangiarsi da soli» all’«arrangiarsi cooperando».”

Interessanti le parole di Elsa Fornero, che meritano un paragrafo a parte.
“Abbiamo affrontato il problema del debito esplicito (BOT, CCT…) e quello del debito di promesse. Abbiamo affrontato il problema della crescita e dello sviluppo, nell’ottica del rigore. Cerchiamo di insistere sul merito, sulle competenze e sull’onestà personale. Dovremo insistere sull’educazione personale, e magari chiedere ad imprenditori e sindacati di abbandonare gli schemi passati.
Abbiamo cercato di usare questi criteri nell’azione di governo, ma da cittadina prima ancora che da ministro ho constatato l’assenza di questa volontà da parte della politica, che è populista da entrambe le parti. Questa frase è stata riportata dai media solo nella seconda parte, decontestualizzata: ecco perché è stata motivo di polemiche. Io sarei più incazzato perché quella frase corrisponde al vero.
E ancora parole in difesa delle riforme che portano il suo nome: “La riforma previdenziale è una riforma necessaria di risanamento della finanza pubblica, che si sarebbe potuta evitare con l’assenza, in passato, di politiche di gradualismo. Abbiamo cercato di dare uguaglianza togliendo debito alle generazioni future, di parificare le categorie. Il principio dell’equità dice che la formula dovrebbe esser uguale per tutti, con l’eccezione della salvaguardia delle necessità di chi ha più bisogno.
Cerchiamo di salvaguardare chi è stato esodato da altri, che facevano scommesse sull’invarianza delle norme che invece sono state cambiate più volte. Un riformatore deve salvaguardare i bisogni più meritevoli, senza scaricare tutto sul debito pubblico come è stato fatto negli ultimi venti anni.

Non è una diseguaglianza vedere tutto il precariato sui giovani e tutta la stabilità sui più anziani? Io ricevo critiche per cercare di contrastare questo ed i lavori dipendenti mascherati da autonomi (il riferimento è ai lavoratori costretti a prendere la partita IVA, ndr). La riforma della flessibilità sarebbe in favore dei giovani ed anche della produttività.
Il sistema di ammortizzatori sociali (come la cassa integrazione e le altre misure che la accompagnano o sostituiscono), senza che a quei lavoratori sia chiesto niente, è ineguale nei confronti di giovani e donne, ai quali sarà esteso nella nuova formulazione con l’assicurazione sociale per l’impiego.
Questo è lo spirito della riforma, senza pregiudizi ideologici.”

Manganello, sempre tu.

Qualcuno mi deve ancora spiegare perché, ad ottobre 2012, ogni volta che a Torino c’è un corteo finisce a manganellate.
È vero che in città si respira un clima di avversità generale, tra Fiat, Fassino ed un Comune che secondo voci di corridoio sarà presto commissariato, Cota (eletto illegittimamente, non dimentichiamolo) ed il suo Consiglio mangiasoldi, i ministri torinesi del governo Monti (Fornero e Profumo su tutti) e la questione TAV.
Ma è anche vero che, almeno da quel 17 novembre 2009 che ben ricordo, ogni corteo studentesco o no-TAV a Torino si è concluso in un manganellare, fosse in mezzo a questa o quella via del centro, sotto i portici della Regione (a pochi metri dalla Prefettura), fossero contro Berlusconi, Tremonti e Gelmini, contro Monti e la sua austerity, contro la Fornero e Profumo.
Ora, io capisco che la stragrande maggioranza di quelle manifestazioni siano state “guidate”, in un modo o nell’altro, dal noto centro sociale Askatasuna e dal suo collettivo studentesco e che anche stamattina si sia cercata la provocazione ai poliziotti con il lancio di vernice rossa e bottiglie di birra è un fatto documentato. A quel punto, le squadre antisommossa hanno caricato. Dal punto di vista strettamente legale, sono state legittimate a farlo dopo aver ricevuto l’offesa.
Perché, però, ogni volta bisogna arrivare alla mattanza, che spesso coinvolge anche chi non offende?
Il nostro ordinamento penale, che resiste ancora dal 1930 (codice Rocco di matrice fascista), prevede ancora agli articoli 341 e 341 bis il reato denominato oltraggio a pubblico ufficiale. Mi chiedo: perché ai primi cori contro le forze dell’ordine non si prendono un paio di persone tra quelle più attive e le si denuncia in flagranza di reato proprio per l’oltraggio a pubblico ufficiale o per ingiuria? Si potrebbe arrivare ad evitare lo scontro, forse. Anche perché altrimenti su La Stampa e Repubblica leggeremo sempre “Corteo studentesco devasta la città, arrestati X dei centri sociali” e così passano ancora in secondo piano la partecipazione pacifica degli studenti e le ragioni della loro mobilitazione, allontanando sempre più le masse dalla protesta.

Finanziamenti pubblici ai partiti, favorevole.

Arrestato er Batman Fiorito, accusato di peculato per l’utilizzo di fondi del partito: pericoli di fuga e inquinamento probatorio, ecco la notizia fresca di mattinata. Dopo che la testa della Polverini è saltata la Gdf si è presentata in altre Regioni, come è successo in Campania, lo scandalo si sta allargando e sta procurando un impatto sociale forte, che va ad alimentare quel fuoco di antipolitica che cresce nel nostro Paese. 

Da Grillo alla gente più comune quando si parla di partiti si pensa immediatamente ad un sistema fitto e corrosivo, pieno di corruzione e sporco, dove i soldi vengono utilizzati per “mangiare” e non per “aiutare il popolo” (popolo, parola abbastanza astratta sul quale andrebbe fatto un ragionamento). 

Evidentemente queste persone non si sono mai trovate a frequentare un partito, ma provo ad essere più chiaro, questa gente non ha mai frequentato un partito di sinistra/comunista. Probabilmente nessuno si è mai trovato a dover pagare le spese delle sedi del partito in una provincia/regione, dall’affitto alla luce, per non parlare del conto da pagare quando bisogna fare i volantini, i manifesti, le attività referendarie, addirittura gomme, matite, penne, toner, pc, stampanti e carta. CONTINUA A LEGGERE QUI

 

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Di Luca Mullanu

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