Il montismo dei “riformatori” del PD

Venerdì 12 ottobre è stato presentato a Torino, nell’Aula magna dell’Istituto Avogadro, il libro di Enrico Morando e Giorgio Tonini “L’Italia dei democratici – Idee per un manifesto riformista”, edito da Marsilio.All’evento, sponsorizzato dalla senatrice del PD Magda Negri (appartenente alla stessa corrente liberaldemocratica dei senatori Morando e Tonini), erano presenti diverse personalità del centrosinistra piemontese, tra i quali il consigliere regionale Davide Gariglio, ma soprattutto era prevista la presenza del ministro del Lavoro, delle Politiche Sociali e delle Pari Opportunità Elsa Fornero in qualità di relatrice.
L’evento non è stato molto pubblicizzato – parlando con il preside dell’Istituto abbiamo convenuto che fosse una fortuna, siccome così sono stati evitati possibili disordini in una giornata che aveva visto uno sciopero lo stesso giorno e manganellate sugli studenti appena una settimana prima – e la sala è stata affollata da pochi interessati, oltre a qualche studente della sezione serale ed un nugolo di giornalisti di Sky, RaiNews24 e l’Unità.

Passando al libro, il punto di focalizzazione è uno e trino (e, come si dice in Piemonte, “un po’ crino”, dove “crin” è il termine che indica il maiale): aggredire simultaneamente l’eccesso di diseguaglianze, la scarsa crescita ed il debito insostenibile.
Si dice che la crisi non sia altro che l’esaurimento a livello politico del paradigma neoliberista, che però non rilancia la socialdemocrazia ma apre la strada ad una visione liberal sul modello americano.
Il secondo punto afferma che il debito pubblico non sia un debito buono usato per ridurre le diseguaglianze, ma che invece le abbia moltiplicate rallentando la crescita: bisogna dunque rispettare e perseguire il pareggio di bilancio, vendere il patrimonio pubblico valorizzandolo ed introdurre una patrimoniale straordinaria (quindi una tantum, ndr) sulle grandi ricchezze.
Al terzo punto si affrontano le politiche di crescita, perseguibili in una riducendo le tasse sui produttori, favorendo fiscalmente giovani e donne e “promuovendo una moderna cultura della valutazione a cominciare dalla scuola”.
I restanti capitoli del libro trattano del Partito Democratico, dei suoi problemi e della “vocazione maggioritaria”.

Chiunque è in grado di vedere, nei punti proposti, l’esatta replica delle politiche del governo Monti – eccezion fatta per la patrimoniale una tantum – e del centrodestra berlusconiano.

E le visioni degli opinionisti?
Il bocconiano Giuseppe Berta sostiene che “Il libro affronta alcuni temi che possono essere agenda ed identità di un nuovo centrosinistra riformista, ma l’evoluzione politica ha posto continuamente nuovi problemi. Il centrosinistra ed il PD possono recuperare una nuova visione per lo sviluppo e l’uscita dalla crisi? Può il PD ritornare alle ambizioni ed al progetto originale? Con chi compiere un cammino che non sia puramente ai fini elettorali? Bisogna capire che nel futuro non saranno più le stesse industrie di ieri (riferimento a Fiat e Ilva, ndr) a trainare l’economia. Bisogna dare più sostegno alle forze più dinamiche e la politica deve aprirsi al dialogo con queste componenti, in particolare il PD.”
Il sociologo legato alla CISL Bruno Manghi, invece, afferma che “Le ricette economiche e sviluppiste del centrosinistra non sono in grado di dare un futuro. Al momento della caduta di Berlusconi, emerge l’ombra di una viltà della classe politica che ha lasciato spazio ai tecnici per non doversi assumere certe responsabilità. Il problema è che manca un elevato livello di professionismo nella classe politica. Bisogna avere la consapevolezza delle situazioni economiche e sociali reali. Bisogna fare a livello di mentalità il passo dall’«arrangiarsi da soli» all’«arrangiarsi cooperando».”

Interessanti le parole di Elsa Fornero, che meritano un paragrafo a parte.
“Abbiamo affrontato il problema del debito esplicito (BOT, CCT…) e quello del debito di promesse. Abbiamo affrontato il problema della crescita e dello sviluppo, nell’ottica del rigore. Cerchiamo di insistere sul merito, sulle competenze e sull’onestà personale. Dovremo insistere sull’educazione personale, e magari chiedere ad imprenditori e sindacati di abbandonare gli schemi passati.
Abbiamo cercato di usare questi criteri nell’azione di governo, ma da cittadina prima ancora che da ministro ho constatato l’assenza di questa volontà da parte della politica, che è populista da entrambe le parti. Questa frase è stata riportata dai media solo nella seconda parte, decontestualizzata: ecco perché è stata motivo di polemiche. Io sarei più incazzato perché quella frase corrisponde al vero.
E ancora parole in difesa delle riforme che portano il suo nome: “La riforma previdenziale è una riforma necessaria di risanamento della finanza pubblica, che si sarebbe potuta evitare con l’assenza, in passato, di politiche di gradualismo. Abbiamo cercato di dare uguaglianza togliendo debito alle generazioni future, di parificare le categorie. Il principio dell’equità dice che la formula dovrebbe esser uguale per tutti, con l’eccezione della salvaguardia delle necessità di chi ha più bisogno.
Cerchiamo di salvaguardare chi è stato esodato da altri, che facevano scommesse sull’invarianza delle norme che invece sono state cambiate più volte. Un riformatore deve salvaguardare i bisogni più meritevoli, senza scaricare tutto sul debito pubblico come è stato fatto negli ultimi venti anni.

Non è una diseguaglianza vedere tutto il precariato sui giovani e tutta la stabilità sui più anziani? Io ricevo critiche per cercare di contrastare questo ed i lavori dipendenti mascherati da autonomi (il riferimento è ai lavoratori costretti a prendere la partita IVA, ndr). La riforma della flessibilità sarebbe in favore dei giovani ed anche della produttività.
Il sistema di ammortizzatori sociali (come la cassa integrazione e le altre misure che la accompagnano o sostituiscono), senza che a quei lavoratori sia chiesto niente, è ineguale nei confronti di giovani e donne, ai quali sarà esteso nella nuova formulazione con l’assicurazione sociale per l’impiego.
Questo è lo spirito della riforma, senza pregiudizi ideologici.”

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