La questione omosessuale

Riceviamo da un italiano a Madrid e pubblichiamo volentieri. L’autore è Giacomo Rosso.

Siamo tutti uguali. Non si può vietare l’amore per dei princìpi cattolici ormai logori e stantii. Non si può vietare a una coppia omosessuale di sposarsi. Mi pare assurdo solo pensarlo. In Europa si sta progredendo, e di questo ne sono felice: in Olanda, Belgio, Spagna, Francia, Portogallo, Norvegia, Svezia e Islanda due persone dello stesso sesso possono sposarsi. Nel Regno Unito, in Germania, Svizzera, Croazia ed altri stati invece è riconosciuta l’unione civile. Ma se da una parte, una corrente progressista si sta facendo largo nell’UE, da un’altra uno stato rimane arretrato: l’Italia. Lì, nulla di tutto ciò è stato possibile. Perché? Certamente, una delle motivazioni principali è la presenza, invadente e retrograda, della Chiesa cattolica, del Vaticano. Secondo il Papa Benedetto XVI la più bella forma d’amore è l’amore “fra uomo e donna” poiché l’amore tra persone omosessuali è un “amore debole” (dichiarazione dell’11 Maggio 2006). Ha anche detto che l’unica famiglia è quella “fra un uomo e una donna e i loro figli”. La Chiesa “non può approvare pratiche omosessuali” in quanto non corrispondono “all’ordine della creazione” (YouCat, 65). Analizzato il parere della Chiesa, vorrei esprimere il mio.
Come ho detto prima, siamo nel XXI secolo, e bisogna garantire ad ogni cittadino gli stessi diritti: a prescindere dalla sessualità, da chi si porta a letto e da chi si ama. L’amore non può essere soggetto a restrizioni legali. La cosa che più mi rattrista, e che più deve far riflettere, oltre il fenomeno dell’omofobia, è quando, in una coppia gay, uno viene ricoverato in ospedale ed il compagno non ha la possibilità di andarlo a trovare né di conoscere il suo stato poiché non fa parte della sua famiglia.
È normale pretendere il diritto di essere reputato al pari di un eterosessuale, con gli stessi identici diritti, con le stesse identiche possibilità, senza discriminazione alcuna. Non c’è bisogno che la Chiesa mi dica che non posso procreare, lo so: ma questo vieta che io possa amare un uomo? Questo vieta che due uomini, o due donne, possano formare una famiglia? Non credo proprio.
Non si parla più di destra o sinistra, in Inghilterra lo stesso Cameron ha appoggiato le unioni gay… in Italia neppure la “pseudo-sinistra” riesce a condurre una politica veramente equa e che tuteli realmente i diritti civili e le minoranze.
Pochi giorni fa si è tenuto il dibattito a 5 tra i candidati alle primarie del centrosinistra italiano, due si sono schierati a favore dei matrimoni gay (Laura Puppato però non si è espressa in merito alle adozioni), due hanno detto di voler riconoscere le unioni civili, ed uno, il bigotto di turno, ha sottolineato di non riconoscerla come plausibile famiglia (Bruno Tabacci).
Io ritengo che riguardo l’omosessualità ci sia tanta tanta ignoranza, che in certi casi sfocia nella più spietata crudeltà o addirittura nella violenza. La paura del diverso, la xenofobia, è una seria malattia.
Quando poi si sente dire in Scozia, dal Cardinale Keith O’Brien, che il matrimonio gay è paragonabile all’abuso dei bambini e alla schiavitù, ci si convince ancor di più di quanto l’omofobia sia una malattia da combattere e, gradualmente eliminare con un percorso di sensibilizzazione ed educazione, che parta dalle famiglie e arrivi nelle scuole, spesso luogo di discriminazione.
Se vostro figlio fosse gay, voi non vorreste che fosse felice? Voi non avreste piacere a vederlo sposare con la persona che ama? Oppure anche voi credete che, come “l’erudita” Flavia Vento, nota showgirl italiana, vedere “due uomini in abito bianco all’altare” sia ridicolo?

Celodurismo a 5 stelle

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Federica Salsi, consigliere del Movimento 5 Stelle presso il Comune di Bologna.

Non scrivo da un po’ su questo blog, credo dal Dies Iren o dal mio articolo sul mero populismo dell’M5S. Quest’oggi però l’ultimo triste evento dell’epopea a 5 Stelle mi ha dato l’ispirazione per scrivere, o meglio come direbbe Fantozzi:”Si incazzò come una bestia”. Pochi giorni fa abbiamo avuto la conferma di una nuova ideologia o meglio idea come la chiamano i grillini, pardon gli attivisti:il celodurismo alla leghista. Antefatto:Federica Salsi, consigliere comunale per il Comune di Bologna si presenta, in spregio alle direttive del Movimento, direttive dettate dal leader maximo Grillo, alla nota trasmissione televisiva Ballarò su Rai 3. La condotta della Salsi presso tale programma televisivo, non ha avuto alcunchè di vergognoso o riprovevole, insomma niente che somigli a una Daniela Santanchè o a una Alessandra Mussolini, purtroppo però non vi può essere pietà nell’esecuzione dei regolamenti e per la sua violazione viene attaccata da Grillo. Il comico sul suo blog critica fortemente la Salsi, usando valide e pertinenti argomentazioni, questo almeno secondo Umberto Bossi (se le avesse lette): punto G, orgasmo e altre frasi che, se avessimo coperto il nome dell’autore, ci avrebbero fatto pensare a un leghista intento a insultare una sinistroide o a un goliardico Berlusconi. L’altro ieri almeno è avvenuto un evento positivo per l’unità dell’M5S, una forte presa di posizione dei colleghi consiglieri del Movimento 5 Stelle di Bologna che compatti e in blocco hanno lasciato la Salsi sola e abbandonata nel suo scranno andandosi a sedere, per triste fato o per affinità politica vicino a dei consiglieri della Lega Nord! C’è poi chi si lamenta degli accostamenti Grillo-Berlusconi e Movimento 5 Stelle con la Lega Nord-Padania nel suo periodo “rivoluzionario e antisistema” degli anni ’90, si chiedano il perchè di questi accostamenti e, magari, invece di chinare la testa al loro DUX provino a praticare l’arte del dibattito, quella cosa che, sia che vi siano i partiti, sia che siano cancellati dalla faccia della terra, ci sarà sempre in un regime politico democratico.
Ieri Marco Piazza, collega consigliere della Salsi, dopo averla umiliata a livello istituzionale oserei dire,  l’azione dimostrativa lui e i suoi colleghi l’hanno compiuta come consiglieri dentro un’aula di consiglio mica in uno stanzino qualsiasi, ha chiesto alla Salsi di chiedere scusa per quanto ella ha detto. Spero che la signora consigliera, nella sua risposta al suo caro collega, inserisca una citazione nota di padron Beppe Grillo: “Vaffanculo!“.

Genova, un anno dopo

Il mio essere tifoso mi ha fatto leggere, quasi per caso a dire il vero, una storia scritta da Walter Panero per toro.it. Walter è un torinese trapiantato a Genova, ed una delle penne capaci di toccare le corde giuste nel mio animo.
La recente riflessione di Roberto pubblicata lunedì mi è sembrata una perfetta introduzione per questo messaggio di speranza, proprio oggi che è passato un anno dall’alluvione di Genova (6 vittime in via Fereggiano).
Zeneixi, semmu cun vui.

Genova, un anno dopo

di Walter Panero

Spalatori a Genova

Spalatori a Genova dopo l’alluvione del novembre 2011

Genova Molassana. Lunedì 7 novembre 2011.

“Tutto….abbiamo perso tutto….migliaia di euro tirati fuori quest’anno per rinnovare le attrezzature….tutto in fumo….in pochi minuti….” mi dice Alessandro. Sul suo viso, di solito illuminato da un sorriso contagioso, è calato un velo di tristezza assoluta. I suoi occhi sono lucidi e cerchiati da occhiaie che raccontano di lacrime versate e di notti insonni. Di solito, quando ci incontriamo, parliamo quasi solo di calcio. E quest’anno, finalmente, posso rifarmi di anni di prese per i fondelli da parte sua. E di musichette della Champions fatte suonare sotto il mio naso che ha annusato in questi anni più serie B che serie A. Posso rifarmi e l’ho fatto a fine settembre, quando li abbiamo umiliati in casa loro. Che meraviglia! Che goduria!
Ma oggi no. Oggi non c’è voglia di parlare di pallone. Dopo l’Apocalisse che ci ha travolti venerdì scorso, nessuno, neppure coloro che vivono di pane e calcio come noi, ha voglia di parlare di pallone. Sabato, per esempio, le immagini di Sassuolo-Toro scorrevano in televisione senza che io prestassi loro attenzione, visto che non riuscivo a pensare ad altro che alla strizza di venerdì. Paura e rabbia si mescolano dentro di me. Le mie gambe tremano ancora se ripenso al rumore delle acque arrivate non si sa dove. Alle macchine che galleggiavano in strada. A quei poveracci che hanno perso la vita. A quei bambini crepati in quel portone senza potersi difendere. A coloro che hanno perduto la casa o il lavoro.

“Non ci riprenderemo….da questa non ci riprenderemo più….è finita!…” dice ad alta voce Mara, la moglie di Alessandro, che l’altro giorno ha rischiato la vita per salvare le sue cose. Perché quando l’Apocalisse scura arriva, tu non ti rendi completamente conto di quello che sta succedendo: la prima reazione è di mettere in salvo le tue cose, le cose di tutti i giorni, quelle che ti danno sicurezza, che ti fanno sentire vivo. E così facendo non ti accorgi che stai mettendo a rischio la tua vita stessa. E quando te ne rendi conto potrebbe anche essere troppo tardi.

Ascolto la disperazione di Alessandro e Mara e rimango lì. Senza parole. Capita a volte di trovarti in situazioni in cui non c’è nulla di intelligente che potresti dire. E allora la scelta migliore è quella di tacere. Che è quella cosa che molti non sanno fare mai. In particolare i politici che, proprio in questi giorni, stanno mettendo in mostra tutto il loro armamentario di sciocchezze e di banalità. Ma un politico non può tacere. Mai. Deve spiegare, giustificare, accusare. Non può tacere. Non può ammettere di aver commesso errori. Se no che razza di politico sarebbe?!?

“….No Ale….ti sbagli….non è finita….” interviene Nico, il mio amico Genoano che ha subito pure lui danni enormi al suo negozio. Un Genoano duro e puro, di quelli con cui mi sento ancora, se non gemellato, per lo meno amico. Un Genoano da trasferta. Un Genoano che, quando lo sento  ragionare di calcio, mi capita spesso di pensare: “Ecco! Questo lo conosco! Questo ragiona come me e i miei fratelli!”
Nico continua: “Per quelli che sono crepati in quel maledetto portone è finita per davvero!…E anche per le loro famiglie….da padre di due ragazze dico che forse non mi riprenderei se succedesse qualcosa di così così terribile alle mie figlie….ma per noi no….finché si è in vita e in salute ci sono sempre speranze….e l’unica cosa che so per certo è che, malgrado tutto, noi siamo vivi! Credetemi: in qualche modo ne usciremo! Spaleremo fango e merda per giorni, ma ne usciremo! Probabilmente dovremo tirare la cinghia per un bel po’, ma belin se ne usciremo!”

Alessandro lo ascolta. Scuote la testa. Sembra poco convinto Ma sul suo viso, prima triste, si dipinge un sorriso. È solo un attimo, ma in quel sorriso c’è tutto. La speranza che sì, in qualche modo questa povera città ripartirà. Ancora una volta.
E’ solo una questione di tempo, ma ripartirà.
Come  dopo le alluvioni del 1970 e del 1992.
Come sempre.
Dopo l’Apocalisse.

Genova Molassana, Novembre 2012. Un anno dopo

Spalatori in via XX Settembre

Spalatori in via XX Settembre dopo l’alluvione del novembre 2011

“È stata dura ma alla fine ce l’abbiamo fatta!…” Alessandro ha le borse sotto gli occhi, come l’anno scorso, ma il sorriso è tornato quello dei vecchi tempi.
Ce l’hanno fatta sì, e non sta parlando di calcio. Anche se, in effetti, lui e la sua banda di “ciclisti” ce l’hanno fatta davvero pure lì, con buona pace di Verona e Sassuolo che l’avrebbero meritata molto di più.
“….Abbiamo spalato fango per giornate intere….dentro il nostro Solarium era entrato di tutto: rami, pezzi di automobili, bombole del gas, tutto. Ma ce l’abbiamo fatta davvero. Probabilmente da soli non ci saremmo riusciti, ma ci hanno dato una mano i volontari….ragazzi che hanno dato molto in cambio di niente come sempre avviene in questo Paese….ma ce l’abbiamo fatta! Dopo qualche settimana, abbiamo riaperto e adesso eccoci qui, di nuovo al lavoro”.

“E’ cambiato qualcosa da allora?” gli chiedo incuriosito.

“Non molto” risponde lui “sì….forse c’è maggiore consapevolezza di quello che potrebbe accadere….probabilmente se dovesse succedere nuovamente una cosa simile non ci sarebbero più dei morti….però….”

“Però?” domando ancora.

“Però la sensazione è che non sia cambiato gran che. Certo la Signora Sindaco non è più al suo posto. Certo, stanno indagando per capire se all’epoca ci siano state delle responsabilità, e a quanto pare stanno scoprendo gli altarini: dati truccati, menzogne a raffica per coprire leggerezze evidenti, scarico di responsabilità. Ma io mi sono fatto l’idea che non si sia realizzato un gran che. Insomma: naturalmente mi auguro di no, ma ho l’impressione che un disastro come quello dell’anno scorso potrebbe ripetersi. Domani, o fra un anno, o fra dieci. Lo vedi quel rigagnolo laggiù?” mi dice indicando con un dito un filo d’acqua che scende da una stradina laterale.

Faccio di sì con la testa.

E continua: “Ce ne sono decine di fiumiciattoli così a Genova….per non parlare di tutta la Liguria! Secondo te è stato fatto qualcosa per cercare di metterli in sicurezza? Va beh che è passato poco tempo, però lasciamo stare va…basterà una pioggia un po’ più forte del normale per provocare una nuova Apocalisse. Sembra proprio che di queste cose non freghi davvero nulla a nessuno….ma questa è l’Italia, mio caro…”

Già. Proprio così. Questa è l’Italia.
Questa è l’Italia in cui la gente subisce ma riparte ogni volta. Questa è l’Italia dove i politici parlano, ma poi non fanno; minacciano di dimettersi, ma alla fine rimangono sempre al loro posto.
Con l’amaro in bocca, faccio per andarmene a prendere il solito caffè al bar che a sua volta, lo scorso anno, era rimasto allagato. Intanto arriva un’automobile. È Mara, la moglie di Alessandro. Anche lei ha le borse sotto gli occhi, come il marito. L’espressione provata, simile a quella che aveva nei giorni successivi all’Apocalisse.

“Ma che succede ragazzi? Che sono ‘sti visi pesti…..mi avete appena detto che le cose vanno benone e….”

“Un’altra notte senza chiudere occhio…” dice lei.

“Ma come? Ma cosa?”

Mara apre la portiera. Alessandro si avvicina alla macchina e sorride. Si china. Tira fuori qualcosa. O meglio qualcuno. Un batuffolo di pochi centimetri vestito di rosa.
Alessandro e Mara adesso sorridono entrambi.
Un sorriso contagioso.

“…Si chiama Martina….è nata a luglio….l’abbiamo concepita quando….beh….proprio in quei giorni di disperazione…..non ci lascia tanto dormire la notte…però è la nostra grande gioia….”

Proprio in quel momento anche Nico il Genoano passa da lì.

“Cosa vi avevo detto ragazzi l’anno scorso? Finché si è vivi nulla è perduto….ditemi adesso se non avevo ragione!…”

“E’ difficile per me dar ragione a un Genoano, però….”

La piccola Martina lascia partire dalla sua bocca un vagito disperato.
Mara la prende e la stringe a sé, avvicinandola al suo seno.
La piccola ora sorride alla madre.
Alessandro le guarda e sorride a sua volta.
Mi pare di vedere una lacrimuccia che esce dal suo occhio cerchiato dalle troppe ore di sonno perdute.
Una lacrima così diversa da quelle disperate versate solo un anno fa.
Una lacrima ed un sorriso che sembrano voler urlare al mondo: vaffanculo all’Apocalisse!
Eravamo disperati e pensavamo davvero che fosse finita, ma non era così!
Stavamo quasi per arrenderci, ma ora sappiamo che sarebbe stato un errore imperdonabile.
Perché quasi sempre l’Apocalisse scura lascia il posto al sereno.
Perché la vita a volte può essere molto dura, ma merita comunque di essere vissuta.
Momento per momento.
Fino in fondo.
Lasciandosi alle spalle l’Apocalisse scura che odora di morte, e concentrandosi sulla vita stessa.

Frankestorm e le nostre piccole tragedie di provincia

di Roberto Davide Saba

Qualche giorno fa l’uragano Sandy si è abbattuto sulla costa orientale degli Stati Uniti, un immensa costa dove tra l’altro è sita New York. Lo sapevano da tempo, c’era allarme e preparazione, ma nonostante tutte le precauzioni sono morte 12 persone. Una costa abitata da decine e decine di milioni di abitanti, 12 morti. Comunque una tragedia, lontana e forse poco sentita da molti proprio in ragione della lontananza, ma che certe zone del mondo sono abituate a mettere in conto.
In Italia invece non abbiamo memoria e ogni catastrofe naturale, ogni crollo, ogni alluvione, ogni terremoto li subiamo come se fossero i primi. Ci colgono di sorpresa, sempre, e si amplificano nei danni e nelle vittime a causa della nostra scarsa memoria, della nostra incautela e di chi su una e sull’altra ci ha sempre lucrato. Lungi da me comunque cominciare qui un arringa contro la mala amministrazione o contro la corruzione che vi è alla base, non ne sarei capace e non ne vedo la necessità. 4 anni fa (compiuti il 22 ottobre appena passato) però subii sulla mia pelle, o soprattutto sulla mia (ex) casa, una di queste tante catastrofi dimenticate. Un’alluvione derivante dallo straripamento di un fiume che a chiamarlo fiume in molti riderebbero, che ha interessato sì e no un area di 400 case, causata da un pioggia di forte intensità ma che, parliamoci chiaro, non era un uragano. Quell’alluvione causò 5 morti, 7 in meno del Frankestorm, della tempesta perfetta che si è abbattuta qualche giorno fa su New York. 4 anni dopo, siamo qui ancora a domandarci cosa è stato fatto perchè non riaccada che lo straripamento di un fiume porti via altre vite, magari di notte.

Io, che quel giorno ero all’università e non ho visto l’onda, non ho sentito le urla, non ho visto il terrore… Ho un nodo in gola ogni volta che vedo certe scene in tv, pure trasmesse dall’altra parte del mondo e non dimentico.
Ma le case continuano a essere costruite nei letti invernali dei torrenti, le fogne continuano a restare ostruite, le case nei piedi dei vulcani o nelle zone sismiche senza alcuna misura antisismica. Tutto questo in un’Italia dove la mia memoria, a ben vedere, non conta proprio un cazzo.

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