Che brutta campagna elettorale

Italia sì, Italia no“Certo che questa è la campagna elettorale più brutta degli ultimi anni”.

Sì certo, questa frase sta entrando lentamente nel novero dei “luoghi comuni” più diffusi, accanto a grandi classici come “non esistono più le mezze stagioni” o “quanto si stava meglio quando si stava peggio”, ma questa campagna per le elezioni del 2013 sta davvero assumendo un profilo sempre più contorto e fosco.

E questo, lasciatemelo dire, anche perchè le forze in campo sembrano avere progetti poco chiari, anzitutto riguardo il proprio destino.

All’atto pratico, tutti i partiti e le liste in campo sono in uno stato di totale precarietà e hanno davanti un futuro che, in gran parte, dipenderà dall’esito delle stesse consultazioni.

Anzitutto è in bilico il futuro del protagonista indiscusso di questi ultimi 20 anni; Silvio Berlusconi ha di fronte la definitiva prova di forza della sua figura politica.

Mai come questa volta l’apparato del centrodestra si sta aggrappando alla sua immagine per evitare il tracollo e, ipotesi non trascurabile, causare il disastro altrui.

Non ho mai riconosciuto le capacità oratorie di Berlusconi,  non l’ho mai considerato un personaggio di grande carisma nè un grande statista; anzi, ho sempre pensato che tutto quello che rappresentava aveva dietro una macchinazione ed una copertura, un artificio, una falsità.

Ho sempre detestato il modello di società che proponeva e la bassezza morale del suo profilo culturale, che ha portato molti a rimpiangere anni non certo felici come quelli della Prima Repubblica.

Berlusconi però non muore mai.

Anche grazie al suo incredibile peso mediatico, insostenibile per una qualsiasi democrazia credibile, in queste settimane si sta facendo strada nel cuore di coloro che aveva deluso tra minorenni, escort e Tarantini vari.

Coloro che stavano pensando di stare a casa il 24 ed il 25 febbraio, oppure (e non sono affatto pochi) di dare fiducia ai visi puliti (ma non comunisti!) del Movimento 5 stelle.

E così, tra un’intervista al limite della pornografia con Barbara D’Urso (molto seguita dalle massaie) e una sfida senza vincitori con Santoro e Travaglio (che vista la debolezza della loro esibizione si sono beccati più di una maledizione), l’imputato Berlusconi sta recuperando punti su punti nei sondaggi, causando non poche preoccupazioni in casa PD.
Di certo, se c’era una minima speranza di rinnovamento della classe dirigente del centrodestra, con questa clamorosa cavalcata di Berlusconi è stata definitvamente rimossa.

E questo anche grazie al vero “uomo che non ti aspetti” di questi ultimi mesi, ovvero Roberto Maroni.
Grande epuratore del cerchio magico, uomo con la scopa in mano, era diventato uno dei critici più severi di Berlusconi, seguito a ruota dagli scudieri Tosi e Salvini.

Non pochi avevano coltivato l’illusione della nascita di una forza veramente distaccata da Roma e che si facesse fustigatrice dei “ladroni” del Parlamento; ma, ancora una volta, la purezza leghista è annegata nella fame di poltrone, oltre che nell’eccessiva fiducia riposta dagli stessi leghisti nel loro partito.
In nome delle elezioni lombarde, Maroni ha così stretto il cosiddetto patto con il diavolo, pur continuando (con dichiarazioni al limite del comico) a prenderne le distanze, dimenticando in un sol giorno tutti gli attacchi che la sua base ha per mesi rivolto al Cavaliere, soprattutto sulle frequenze di Radio Padania.
Ma tant’è, il Pirellone val bene un’amnesia.

E dire che Berlusconi ha dovuto allargare di molto il bacino ideologico della sua campagna, spaziando dalle posizioni più moderate (necessarie per tenersi cari i cattolici e i filomontiani) a quelle più antieuropeiste e populiste (dovute anche ai pessimi rapporti con i leader del PPE).
Proprio in virtù di questo cerchiobottismo, il Partito Popolare Europeo ha tolto l’ormai decennale (e immotivata) fiducia a Berlusconi e si è gettato, anche con una certa passione, tra le braccia di Mario Monti.

La prima cosa che mi viene in mente quando penso a Monti è “ma chi glielo fa fare?”.
Non voglio sembrare complottista, ma secondo me, sulla scelta “politica” di Monti ha influito molto la sesta campagna dello stesso Berlusconi.
Questa ha implicato la “chiamata alle armi” giunta a Monti da parte del PPE in primis e, in secondo luogo, dai centristi italiani.
E proprio qui entra il gioco la scelta del Professore; niente gli avrebbe vietato di tenersi sulle sue e, magari, ritagliarsi un posto da successore di Napolitano.
Qui però sono intervenuti sia un certo senso di disagio per ciò che avveniva nel PD (dove, apparetentemente, i socialdemocratici e giovani turchi stanno avendo la meglio sui liberal a lui più vicini), sia un certo rimorso per i limiti posti dal PdL alla sua azione di governo.
E di qui la “salita” in campo, alla guida di una coalizione quanto meno discutibile, per cercare di influenzare il più possibile le sorti del futuro governo.
Di certo, bisognerà vedere se sarà lui a condurre le trattative con la futura maggioranza, o vecchie volpi della politica come Casini.
Resta comunque il fatto che il progetto di un polo popolare alternativo alla sinistra e che sapesse sostituire la marmaglia berlusconiana, sembra definitivamente naufragato.

Di certo, se Atene piange, Sparta non ride.

Pierluigi Bersani, fino a poche settimane fa, parlava da premier in pectore.

Aveva sondaggi meravigliosi, delle primarie con cui si era tolto il marchio di gran burattinaio delle liste, un partito sostanzialmente unito verso la vittoria, dopo aver opportunamente sedato Renzi.

Ma, si sa, a sinistra non esistono vittorie comode e semplici.

E così, tra l’erosione di consenso alla sua coalizione (dovuta alla piccola emorragia di voti da sel a rivoluzione civile) e la rinnovata alleanza tra Berlusconi e la Lega, che gli impedirà di ottenere la maggioranza in Senato, ora il povero segretario PD si ritrova tra l’incudine e il martello, tra la probabilissima necessità di trattare con i montiani (chissà fino a che livello) e l’alleato “sinistro”, Nichi Vendola, che spingerà sempre di più affinchè vengano rispettati i punti fondamentali stabiliti al momento della nascita di Italia, bene comune.

In tutto questo, nel PD sta per iniziare la corsa per sostituire Bersani sulla poltrona di segretario.
I giovani turchi, nelle cui vene scorre sangue socialdemocratico e keynesiano, con il grande risultato ottenuto alle primarie sembrano poter lanciare un’OPA sulla segreteria.

Di certo, se uno di loro prendesse le redini del partito, si potrebbe assistere ad un decisivo spostamento dell’asse politico del PD verso sinistra, verso un’identità definitiva di partito socialdemocratico.
E qui, probabilmente, entrerebbe in gioco anche SEL, pronta a far parte del nuovo progetto a fronte dell’abbandono di liberali e popolari.

Ma, anche qui, avrà grande importanza il carattere delle trattative tra PD e centristi, che potrebbe ricalibrare la  linea del partito verso il centro.
Intanto, si aspetta l’esito delle urne.
Come d’altronde aspetta SEL, chiamata a recuperare più voti possibili da Rivoluzione Civile.
Sotto quest’aspetto, grande importanza potrebbe avere il voto utile, che nel 2008 condannò la Sinistra Arcobaleno e portò in paradiso l’Italia dei Valori.
Proprio sul fronte del voto utile si sta quindi concentrando la sfida con la neonata lista guidata da Ingroia.
Di certo questa non si presenta come un inno alla coerenza, accogliendo al proprio interno anime molto diverse tra loro, da quelle comuniste a quelle liberali, da quelle giustizialiste e molto vicine ai sindacati di polizia a quelle movimentiste.
Un agglomerato che Ingroia sta facendo non poca fatica a tenere unito, ma che di certo rappresenta un’alternativa più che appetibile per l’elettorato di sinistra, piuttosto deluso dal PD e quindi restio al voto anche verso Vendola.

I partiti che lo sostengono di certo hanno trovato in lui una figura molto forte, pulita, quindi capace di togliere voti anche al Movimento 5 Stelle e di riportarli in Parlamento dopo 5 anni di grande sofferenza, anche economica.
La forte impronta “civica” data alla lista non fa comunque felici i militanti, soprattutto quelli di Rifondazione e Comunisti Italiani.
Di certo molti avrebbero gradito di più un’alleanza comunista, magari incentrata sul comitato No Debito promosso da Cremaschi e che aveva visto avvicinarsi anche Partito Comunista dei Lavoratori e Sinistra Critica, oltre all’USB.
E magari lo stesso Cremaschi avrebbe potuto guidare questa lista fortemente comunista e di certo più omogenea dal punto di vista ideologico.
Ma tant’è, sarebbe stato un progetto realizzabile a condizione dell’abbandono di Idv e Verdi, come forse anche del PdCI (che, ricordiamo, aveva anche fatto campagna per Vendola e Bersani alle primarie), ma soprattutto sarebbe stato un progetto molto meno forte a livello elettorale.

In chiusura, non posso non parlare del Movimento 5 Stelle.
Vera sorpresa delle amministrative del 2012, il M5S ha avuto picchi di consenso straordinari, tali quasi da superare il PD e da scrivere la parola fine alla storia del PdL.
E invece probabilmente si dovranno accontentare di una percentuale (comunque altissima) compresa tra il 10 ed il 15%, che gli garantirebbe una forte rappresentanza parlamentare.
Ma non dimentichiamo che i problemi, per Grillo, sono iniziati proprio quando il Movimento è entrato nei consigli comunali e regionali, dove sono nate figure come Favia e Salsi.
Sarà quindi arduo compito del comico genovese e del fido Casaleggio tenere unita la compagine parlamentare dei suoi.
Pena, l’implosione del Movimento.

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