Aurum Auritique

Il mio primo approccio con Giacinto Auriti fu anni fa su un video di Youtube. Era un video in spagnolo su dei tizi che giocavano con delle pedine su una scacchiera e voleva dimostrare come l’attività del banchiere centrale tende solo a sottrarre risorse al sistema per il suo personale arricchimento.
Ai tempi volevo crederci e ci credetti. Invece oggi so che è falso.
Tra i commenti, uno mi colpì: c’era scritto “Informatevi sul professor Auriti e sul SIMEC 🙂“.
Mi colpì perché era un commento che trasmetteva simpatia senza rivelare poi niente, in fondo; e seguii quel consiglio, mosso da curiosità.

Auriti è stato un giurista e docente abruzzese che è rimasto famoso per la sua originale teoria monetaria ed il conseguente esperimento “SIMEC” a Guardiagrele, con la complicità del sindaco.

L’esperimento consisteva nell’immissione nel circuito economico locale di una seconda moneta, il SIMEC, appunto.
Secondo l’accademico, il SIMEC non aveva le caratteristiche legali della moneta, ma nello spiegare lo svolgimento dell’esperimento in questo articolo è necessario assumere che invece il SIMEC sia una moneta a tutti gli effetti.

All’atto di riscossione di un salario o un compenso monetario (ad esempio una vendita) in Lire, si poteva riscuotere lo stesso quantizzavo di salario in SIMEC tramite l’assessorato comunale, piuttosto che in Lire; tuttavia, Auriti assicurava che egli avrebbe scambiato 2 Lire per ogni SIMEC che gli fosse stato ritornato.

Non so esattamente a cosa mirasse l’esperimento, però è possibile fare una prima constatazione: un comportamento strategico dell’individuo sarebbe potuto essere l’incentivare la collettività alla circolazione rapida delle due monete.
Più assunzioni, più consumi! Più lavoro, più spesa privata!
Infatti, ogni scambio commerciale, non solo avrebbe portato una forma di beneficio reciproco (in linea con le teorie classiche sul commercio), ma avrebbe anche consentito una forma di trucco aritmetico: scambiare continuamente l’importo in Lire da parte del venditore in SIMEC, che a sua volta sarebbero potuti essere scambiati per due Lire, raddoppiando i guadagni.

Secondo come ci è poi narrata la vicenda (consiglio Wikipedia per il riassunto) nei vari siti web, tra cui certamente spicca http://www.simec.org, questa forma di strategia win-win invece non è stata messa in atto dai cittadini di Guardiagrele, perché i venditori avrebbero dimezzato i prezzi in SIMEC. Pare che comunque, in generale, i tassi di consumo e l’occupazione registrarono miglioramenti a seguito dell’introduzione della seconda moneta.
L’esperimento, che rivela una certa acutezza di spirito, fu comunque interrotto dall’intromissione della Guardia di Finanza, probabilmente più preoccupata da una ipotesi di truffa che dalla violazione del regime monetario nazionale.

Se questo è vero (purtroppo è difficile reperire fonti attendibili e non parziali), ciò è molto interessante, sotto un profilo di economia cognitiva.
Ovverosia: della psicologia delle scelte economiche degli individui.

Giacinto Auriti, probabilmente, con questo esperimento mirava alla dimostrazione pratica della cosiddetta “Teoria del Valore Indotto“. In sostanza: le generiche “cose”, monete comprese, hanno un valore che non è intrinseco, ma dipende dal contesto in cui esse – filosoficamente – accadono.
Più nello specifico: il valore delle cose dipende dal luogo fisico o astratto (mercato) in cui vengono scambiate, impiegate o consumate. In definitiva: dal loro entrare in relazione con l’insieme di tutte le altre cose.

Ora: questo è generalmente vero, ed è un esempio di facilissima comprensione la scenetta del conquistador europeo che riesce a barattare specchietti ed altri ammennicoli per enormi quantità di oro dagli africani o dagli indios.

Sarebbe assolutamente sbagliato e dozzinale reputare che gli africani o gli indiani fossero degli stupidi.
Semplicemente, nella loro cultura, il valore dell’oro, pur non essendo del tutto assente, era comunque assai minore del valore che gli attribuivano gli europei; questo, per due motivi: il primo è che gli europei non ne facevano solo uso ornamentale,  il secondo è che l’Europa aveva riserve auree scarsissime, in confronto.
Di contro, la tecnologia dello specchio non era stata ancora scoperta né appresa in Africa, il che faceva dello specchio un oggetto assolutamente esclusivo per i capi-tribù e le loro donne.
Un po’ come gli investimenti folli in ambito sportivo degli Emiri e degli Sceicchi.

Notate questo fatto: sia Adam Smith che Karl Marx contestarono questa teoria che, a tutti gli effetti è la teoria del valore di mercato.

Queste notevoli opposizioni, tuttavia, non giustificano una sua infondatezza, semmai dovrebbero ampliare la riflessione su questo apparente paradosso: qual’è la fonte del valore delle cose?

Così ho riassunto i due temi portanti dell’articolo: la malasorte di Giacinto Auriti e l’importanza dell’oro nella cultura europea.

In merito alla prima istanza, mi sento di poter dire, anche dopo aver osservato qualche video (anche interessante, perquanto non privo d’infantilismi da non-tecnico) del professore su Youtube, che una delle sue principali “colpe” furono le sue simpatie verso la cosiddetta Destra Sociale, dalla quale non fece assolutamente nulla per smarcarsi.
Questa eredità ha finito per farlo ascendere al ruolo di padre del cosiddetto “complotto del Signoraggio Bancario“, in un rapporto di relazione tra lui ed i suoi allievi molto simile a quello tra Keynes ed i keynesiani.

Keynes non era né un ingenuo, né un impreparato, a differenza della sua progenie, poi brutalmente travolta dalla svolta neoliberista nei pieni settanta; Auriti, per quel che ho potuto capire, era uno smaliziato giurista convinto della sperimentazione sociali, e non un imbecille o peggio, ignorante.
Peraltro, è buffo: anche Keynes nutriva enormi riserve sul sistema monetario internazionale. Nel ’44, a Bretton Woods (New Hampshire), si riunirono una cinquantina di nazioni con lo scopo di fondare il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale.
Qui la delegazione del Regno Unito, capeggiata da Keynes, forte del sostegno delle forze (timidamente) europeiste ed internazionaliste, propose la moneta internazionale, il Bancor; tuttavia il progetto fu declinato in favore della proposta degli Stati Uniti, che giocavano in casa.

Auriti, assieme ai suoi errori da inesperto, poneva però una contestazione di principio alla filosofia del diritto monetario; una contestazione peraltro fondata su tesi filosofiche molto solide (tant’è che sembra rifarsi paro paro alle teorie sul valore del grande Ricardo). Tesi vagamente affini, tra l’altro, alla rivoluzione monetarista del liberale Milton Friedman, il quale, caduti i sovracitati accordi di Bretton Woods, distrusse sul piano del procedimento teorico il nominalismo monetario tipico delle pianificazioni economiche dei ’60, riportando le misurazioni della moneta quale bene reale (ovverosia oggetto economico) e non nominale (ovverosia metro – o indice – economico).
È una differenza pazzesca: è come trasformare il “chilogrammo” da oggetto di misurazione a oggetto di misura; giusto per rendervi conto. E fu una delle più grandi illuminazioni teoriche del secolo scorso. Fu il Principio di Heisenberg degli economisti.

Questo sperimentalismo oggi caratterizza soggetti politici quali Ron Paul o i liberali nord-europei.
Proprio Ron Paul, il simbolo del liberismo pacifista americano, ha lanciato una proposta shock: “E se permettessimo ai privati di battere moneta, piuttosto che avvalersi dell’istituto della Banca Centrale?
Questa domanda è molto attinente al tema di questo articolo, infatti io credo che la modernità sia rimasta incastrata in ciò che io chiamo “la trappola culturale“. Il progresso – o il mancato progresso – della tecnica di stato e del diritto amministrativo hanno prodotto effetti regressivi sulla capacità dell’individuo di valutare un ventaglio di scelte, di opzioni.
Si preferisce ancora una volta il nominalismo alla realtà. Si preferisce pensare che se è vero che due più due fa quattro, allora anche pi greco fa tre virgola quattordici, ed invece dire che così non è equivale a dire che due più due non fa più quattro, equivale quasi a mentire.
Perché la non-scelta, lo “standard”, è oramai forse più un diritto, un vantaggio, che una imposizione, o comunque una convenzione.

Grave errore è comunque quello di confondere i concetti di moneta economica (o valuta), di valore, e di banconote (contanti o cash) tra di loro. Però apparentemente: “…se abbiamo il cash, abbiamo della valuta in tasca…e quindi roba di un certo – esattamente determinato – valore, no?
Falso.
È necessaria un po’ di storia per capire Ron Paul. Ed anche un po’ di filosofia.

Ciò sarà tuttavia trattato nel mio prossimo articolo sulle teorie monetarie.

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2 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. Sendivogius
    Feb 09, 2013 @ 16:46:46

    “Ciò sarà tuttavia trattato nel mio prossimo articolo sulle teorie monetarie.”

    Che attendo di leggere quanto prima, con trepidante, impaziente attesa….

    Rispondi

  2. Trackback: Oro et labora: siamo tutti schiavi di uno Stato schiavo? | L'Opinione Politica

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