Dibba il grillino

Al Deputato M5S Alessandro Di Battista sta stretta la definizione di “grillino” che l’opinione pubblica nel tempo ha affibbiato loro. Chissà perché? Questa è la domanda che si pone il miglior prodotto comunicativo che il Mo Vi Mento ha saputo produrre nella scorsa tornata elettorale.
La sua risposta è ovviamente la solita: i media cattivi, asserviti al potere, li ostacolano e li discreditano perché “evidentemente” danno fastidio. Ma fastidio perché? Nel post del blog di Di Battista c’è un elenco di fatti estremamente rivoluzionari che i grillini avrebbero “fatto” in questi otto mesi di legislatura.
Dibba in un suo discorso alla ggente

Prima di tutto il caro Dibba dimentica che per anni i seguaci di Berlusconi sono stati chiamati berlusconiani, ma ciò è tipico in tutti quei partiti dove c’è un leader intoccabile e una serie di persone che legittimamente fanno politica, e altrattanto legittimamente scelgono di farla inseguendo acriticamente un capo. Ovviamente a giudicare ciò è l’opinione pubblica, di cui i media sono gli esponenti più evidenti, perché i membri di quel partito leaderistico spesso (ma neanche sempre) negheranno di essere leaderistico, tuttavia i fatti parleranno per loro. Ecco il vero motivo per il quale gli iscritti e gli eletti del Mo Vi Mento sono definiti grillini, caro Dibba, perché come spesso ci avete fatto notare a Grillo voi dovete tutto, Grillo vi porta i voti e anche voi, come i Berlusconiani, avete vinto una lotteria senza neanche comprare il biglietto. Miracolati dalla rete, avete fatto un giuramento implicito di fedeltà ad un capo e al suo progetto di finta rivoluzione, utile ad accumulare consenso ma non a produrre fatti, perché l’assenza di fatti è conseguenza del non prendere posizione su questioni importanti per inseguire la pancia dell’elettorato. Miracolati dalla rete avete gettato a mare quel consenso che vi avrebbe dato l’opportunità di cambiare il paese, di mandare a casa politicamente Berlusconi, di elevarvi a Onorevoli da semplici grillini che eravate, e crearvi una personalità politica autonoma.
E tu caro Dibba questo lo sai bene, visto che sei l’unico che è stato in grado di crearsi una popolarità e una personalità autonoma, all’interno della tua perfetta aderenza ai pensieri dei leader, l’unico che sembra sempre in linea con il movimento, l’unico che pare intoccabile tra gli eletti e l’unico, casualmente, che mostra più insofferenza di fronte alla definizione di “Grillino”.

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Populismo o demagogia?

C’è chi rimprovera una mancata conoscenza dei termini a noi che diamo del populista a Grillo, usando in modo sprezzante il termine “populismo” che, originariamente, non avrebbe un contenuto negativo ma anzi sarebbe l’esaltazione politica del ruolo del popolo. In realtà, ci dicono, si dovrebbe usare la parola “demagogia” per intendere quel raggiro del popolo con il quale un carismatico acquisisce consenso per fare tutt’altro interesse, oppure la parola “qualunquismo” che significa invece l’avere un atteggiamento disinteressato, prevenuto e generalizzato verso la politica.

La verità secondo me è che Grillo è sicuramente tutte e tre le cose.

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Populista perché esalta il ruolo della massa, della “gente”, del popolo appiattendo il ruolo dell’individuo a puntino indistinto di una grande massa fonte di esigenze proprie, e che insegue la pancia di queste maggioranze indistinte di pecore senza interessarsi del cervello. Essere populista, al di là dell’accezione più moderna che è stato posteriormente data dai media (e non vedo perché non se ne dovrebbe tener conto!) che lo associa in modo più stringente alla demagogia, non è affatto positivo come alcuni pensano: parlando alla pancia della gente si scoprono razzismo, odio, guerre tra poveri, cacce alle streghe, forcaiolismi.

Demagogo perché il grande consenso che ha ricevuto e che ancora riceve lo sfrutta per aumentare il proprio potere mediatico, economico, politico senza mettere in pratica alcuna promessa. Non solo dunque pensa ad un popolo privo di individui che lo compongono, non sono parla alla pancia e non al cervello, ma una volta ascoltata la pancia della massa, non si tenta neanche di realizzare nulla, e dunque si raggirano abilmente i tanti ingenui che lo hanno votato.

Qualunquista sia lui, sia coloro che lo votano, perché appiattisce gli schemi politici e rifiuta le differenze comportamentali-etiche e soprattutto le differenze ideologiche. Anzi si può dire rifiuti le ideologie, denigrandole e ripudiandole. Ma è lo stesso populismo di Grillo a imporre lui di essere qualunquista, perché è il qualunquismo ciò che attualmente, a torto o a ragione, fuoriesce dalla pancia della gente. Compito della politica, ma non di Grillo (né di Renzi, né di Berlusconi) sarebbe combattere con fatti e contenuti questa indifferenza generalizzata che solo apparentemente sembrava essere stata spazzata via dal M5S

Roberto

Ambiente e genocidio

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Ti svegli la mattina tardi alle 11,30, vai in cucina e prendi qualche biscotto, ancora in pigiama ti siedi sul divano e, ancora intontito, prendi il Corriere della Sera dal tavolino con in prima pagina un paio di colonne di Sartori, inizi a leggere e il biscotto rischia di andarti di traverso per l’incredulità, finisci l’articolo e ti girano parecchio le gonadi così apri il computer e inizi a scrivere.
In breve questa è la genesi di questo breve articolo.

“Una modernità fuori misura” è il titolo dell’articolo di Sartori del Corriere di oggi, riguarda principalmente i disastri naturali sempre più frequenti e la loro causa profonda presumibilmente legata allo scempio ambientale compiuto dall’uomo in questi intensi secoli di modernità e “progresso”.
Premetto che ho sempre avuto una certa stima per Sartori, e di certo non mi sono scandalizzato per altri suoi recenti articoli, dove vengono sostenute tesi controverse per la sinistra, come uno in cui afferma che lo stato sociale è incompatibile con l’immigrazione di massa, tuttavia quanto scritto oggi  è per me totalmente inaccettabile

L’incipit dell’articolo è condivisibile e riguarda appunto i problemi della Terra: l’atmosfera inquinata, l’aria avvelenata, il clima destabilizzato, il paesaggio distrutto.
Ciò che però sembra premere particolarmente a Sartori è la popolazione: “il rimedio vero sarebbe una drastica diminuzione delle nascite, specialmente in Africa, che ci resituirebbe un pianete vivibile”.

E ancora: “ripeto, l’unica cura ancora a nostra disposizione è di ridurre la popolazione e con essa ridurre l’emissione di gas serra e la conseguente concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera”.
E come di grazia? Scagliando una bomba atomica a settimana su una città presa a caso? Provocando una carestia staliniana in qualche regione con troppe nascite? Facendo allegramente morire di AIDS tutta l’Africa o semplicemente negando ogni aiuto alimentare?
Arrivato alla seconda colonna non mi sarei affatto stupito di leggere Sartori proporre soluzioni del genere prima della fine dell’articolo o magari fantasticare soluzioni da Brave New World con popolazione sterilizzata e numero di nascite pianificate dall’alto.

Poiché ho stima di Sartori mi rifiuto di lasciar correre il tutto classificandolo come il delirio di un vecchio professore impazzito ed euforico della propria presunta intelligenza superiore, credo sia quindi necessario riflettere su quali sono le reali implicazioni di ciò che ha lasciato intendere e quanto disumane esse siano.
Il suo discorso inoltre è anche contraddittorio perché se la popolazione deve essere controllata soprattutto in Africa non si capisce come questo potrebbe portare alla riduzione delle emissioni di gas serra quando queste provengono principalmente dai paesi del primo mondo e del secondo mondo emergente; per fare quello dovremmo sterminare gli europei e gli altri abitanti dei paesi ricchi che peraltro sono già in crisi demografica.
Senza contare che se, come sembra, c’è un’apocalisse ambientale imminente non basta ridurre le nascite oggi in modo che la popolazione diminuisca fra ottant’anni ma bisogna sterminare qualche miliardo di persone immediatamente per risolvere il problema prima che sia tardi.

Siamo tanti, sempre di più, parecchi, forse troppi ma chi decide quando è abbastanza? Chi ha il diritto e la saggezza per farlo?
Per Malthus a inizio XIX secolo eravamo già troppi e figliavamo troppo, oggi siamo sette volte più che allora e il mondo non è finito.
Chi ha il diritto di stabilire quanti bambini devono nascere nel proprio paese o in Africa o in tutto il mondo? Con che legittimità?

La brama di onnipotenza dell’uomo industriale e il suo dominio sulla natura hanno portato al disastro ambientale e quello che Sartori propone per risolverlo è la pianificazione e il controllo dall’alto di miliardi di vite umane? Cioè altra onnipotenza all’uomo, ancora più potere, ancora più controllo su tutto.

Come si può essere così arroganti da permettersi di voler pianificare l’esistenza o meno di miliardi di persone?

Come si può pensare che l’intera specie umana esista perché gente come Sartori dall’alto ne stabilisca il numero più accettabile secondo il loro infallibile giudizio?

Mi farebbe piacere sapere se Sartori si è accorto delle naturali conseguenze dei suoi auspici e se ha la lucidità di portare alle ultime conseguenze le sue tesi.
Un efficace controllo della popolazione prevederebbe la fine di ogni sovranità degli stati perché alcuni di loro in Africa non sono in grado di attuare un controllo delle nascite e questo dovrebbe essere attuato dall’alto, presumibilmente dall’ONU; il tutto naturalmente non potrebbe essere gestito in un sistema trasparente e democratico perché nessuno lo accetterebbe.
A gestire il tutto dovrebbero infine esserci dei pianificatori-dei, dei filosofi-re di platoniana memoria, dei tecnocrati onniscienti e saggi in grado di decidere su ogni cosa noncuranti delle meschine preoccupazioni terrene di miliardi di persone.
In altre parole è una riproposizione, con motivazioni ambientali e non economiche, dei totalitarismi del novecento che pretendevano di pianificare e controllare ogni cosa dello stato e della vita dei cittadini.

Heil kameraden Sartori. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tutti Dottori (post ad altissimo contenuto di turpiloquio)

L’Opinionista condivide il contenuto di questo post, compresa la punteggiatura e il romanesco.

Liberissimi di dissentire, ma l’ignoranza va combattuta sempre e comunque.

Rem tene, verba sequentur. O anche no?

Io vorrei tanto capire chi cazzo ha sdoganato l’ignoranza; vorrei tanto sapere chi ha tolto al caprone l’onere di informarsi prima di aprire la bocca e rifilato alla persona colta, molto colta, appena più colta – o anche semplicemente informata – quello di dimostrare con disegnini, parole, gentilezza e tante scuse, che le teorie ululate dal caprone suddetto sono puttanate.
Io vorrei capire perché l’unica vera parola innominabile in quest’Italia ostaggio del politically correct più estremo, del genitore uno e due, del diversamente caucasico, del diversamente cittadino regolare, dei quaranta punti esclamativi alla fine di ogni singola stronza frase, sia diventata il termine IGNORANTE.
Il termine ignorante è impronunciabile. Guai a dire ad un ignorante di merda che è un ignorante di merda. TU devi dimostrare di sapere qualcosa, anche se quel “qualcosa” è il tuo mestiere, il tuo bagaglio, quello che hai studiato per una vita intera. Tu, Copernico…

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Matteo Renzi è di sinistra? Tanto quanto Grillo o Berlusconi.

Se qualcuno mi chiedesse oggi se la posizione politica di Renzi è per me giusta o utile, non avrei esitazione a esprimere tutte le perplessità del caso. Un personaggio molto televisivo, molto comunicativo, senza qualcosa di significativo da comunicare, rischia ancora una volta di rappresentare la risposta populista e inconcludente, quindi inutile e quindi dannosa, alle esigenze di leader a cui vent’anni di berlusconismo ci hanno abituati.
Comunicazione vuota di slogan: fiducia, contatto, calore, amore … l’imitazione fatta da Crozza rischia di essere fin troppo realistica.
Nel tempo però, nonostante l’impegno, anche Renzi su molte tematiche è uscito allo scoperto e, ogni qualvolta lo ha fatto, si è mostrato molto più schiacciato al sistema presente di quanto a colpi di slogan non voglia far apparire.
– Quando diventa il primo detrattore della CGIL, addebitando a questa non tanto, come farei io, un eccessiva morbidezza e un eccessiva tendenza compromissoria con il padrone, quanto al contrario un eccesso di rigore e di rigidità su posizioni che lui definisce vecchie.
– Vecchie, da trascurare, come lo è la questione dell’articolo 18 che, per lui come per Beppe Grillo, è inutile, da superare. Questa di Renzi non è una posizione nuova rispetto a chi si propone di “rottamare”, visto che è stato il governo Monti, sostenuto dal suo PD, ad abrogare l’articolo 18, ed è stato sempre il suo PD ad iniziare la strada senza uscita della precarietà legalizzata nel ’97 con il pacchetto Treu poi peggiorato dal governo Berlusconi con la legge “Biagi”.
– Quando si mostra come il principale sostenitore delle infrastrutture di dubbia salubrità, dagli inceneritori alla TAV, insofferente alla posizioni dei No, liquidati con una battutina e un sorrisetto.
Al pari del M5S, Renzi ha come cavallo di battaglia la lotta contro i finanziamenti pubblici a partiti e giornali. Tuttavia, a parole, afferma di volere una politica scollegata dai grandi gruppi finanziari, bancari, multinazionali: mi chiedo però cosa si può fare per rendere la politica in mano ai finanziamenti privati e al contempo allontanare lo spettro delle lobbies. Anche in questo comunque risulta allineato a quella che è la linea politica della massa, dal PDL, al vecchio PD fino appunto al Mo Vi Mento (escluso solo il partito di Vendola), tutti a dare contro al sistema del finanziamento pubblico, tutti a dare contro al sistema delle lobby, tutti sottobanco sostenuti da una lobby, probabilmente, al quale non far danno nel momento in cui verranno eletti.
La mania della privatizzazione non investe solo la politica, e la democrazia, ma anche altri beni comuni, come questi del patrimonio artistico-culturale, o come la gestione delle reti idriche, o delle grandi aziende pubbliche di trasporto. La posizione di Renzi, qui, è abbastanza intuibile, anche quando non espressa.

Matteo Renzi con un acconciatura particolare

Il problema che oggi si pone è dunque se il pericolo di Renzi siano i contenuti finora in gran parte misteriosi del suo (non)programma politico, o il suo modo di far politica piena di slogan, che vorrebbe rottamare le persone senza rottamare il sistema di cui sono figlie, ma che appunto tende ad occultare qualsiasi contenuto poco popolare come i migliori mentalisti e affabulatori san fare. Mi importa poco in effetti se Renzi sia o meno definibile come “di sinistra”, quasi fosse questa un etichetta di sicura purezza e limpidità.
Andiamo incontro ad uno scontro che “ha il sapore della merda pressata”, tra Berluscones, Renziani e Grillini, che grossomodo propongono ricette simili e similmente vuote nei temi che più dovrebbero interessarci in questi tempi di crisi senza eguali.
Tre proposte che concentrano la loro attenzione sull’apparire più nuovi degli altri, più progressisti degli altri, meno “casta” degli altri. Trovare nell’avversario qualcuno con un passato nella vecchia politica è un colpo basso, avere esercita un qualche tipo di potere politico è motivo di frustrazione e di continue giustificazioni, la gara tra chi vuol ridurre di più stipendi, parlamentari, rimborsi, indennità è la gara che più sembra interessarci.
Sui temi concreti il sindaco di Firenze mostra qualche incertezza, la sua ricetta risulta quasi contraddittoria, semplicistica, senza prospettive di lungo periodo. Come si è già fatto notare in questo blog, non vi è una soluzione alla disoccupazione, non vi è alla precarietà, non vi è alla povertà, all’immigrazione e si è trovato il modo furbo per rimettere in discussione l’aborto così come oggi è regolato.
Vi è solo un evidenziare i problemi (tra l’altro spesso secondari) che già esistono e dire che questi non vanno bene, che vanno risolti. Non c’è un solo politico in Italia che pensa che la disoccupazione sia un bene, e persino la precarietà è mal vista un po’ da tutti (per quanto quasi tutti estimatori del suo sinonimo buono, la flessibilità). Il problema è poi come risolvi uno e come risolvi l’altro problema. Se per Renzi risolvere la disoccupazione giovanile significa alimentare il processo dei licenziamenti facili e dei contratti a termine, non mi venite poi a dire che Renzi è la sinistra: non mi venite a definirlo il nuovo che avanza, perché è da almeno un ventennio che questa soluzione viene proposta, e applicata, dalla nostra classe politica, anche di pseudo-sinistra, a cui Renzi da almeno 10 anni appartiene.
La domanda giusta non è quindi se Renzi sia di sinistra, e non lo è per una serie di motivi logici, storici, ideali che potremmo elencare in modo comunque non esaustivo, ma è “perché Renzi voglia dipingersi come tale”.
Se vogliamo ricalcare il dato storico, dopo la Rivoluzione Francese l’assemblea nazionale si dispose in modo tale che a destra del presidente si sedettero i conservatori, mentre a sinistra i più progressisti. Questa disposizione fu mantenuta poi successivamente tanto da coniare di fatto l’identificazione di sinistra come progressismo e destra come conservatorismo.
Su cosa significhino il termine progressismo e il termine conservatorismo ci sarebbe da conversare altrettanto: su cosa occorre progredire, cosa invece è da conservare? Il progressista, quando conquista e vuol conservare le conquiste fatte diventa forse conservatore? Tralasciamo.
Ad un significato quindi prettamente geografico se ne affiancava indistricabile un significato più statico, legato appunto alle ideologie che i progressisti hanno utilizzato e propagandato stando all’ipotetica sinistra dei parlamenti di tutto l’occidente.
Socialismo, comunismo, ecologismo, egalitarismo, laicismo… Tutto questo entrò nel patrimonio culturale delle sinistre europeea con differenze tuttavia marcate a seconda del paese e del periodo in cui la sinistra si affermò con forza.
In Italia sembrerebbe ancora più semplice stabilire cosa è di sinistra e cosa no, facendo riferimento all’eredità del Partito Comunista Italiano. In realtà questo è spesso utilizzato quasi come un dogma da interpretare a proprio piacimento per giustificare le proprie pensate, posizionarle a sinistra e sentirsi a posto con la coscienza.

di Mauro Biani

Il fulcro quindi della questione sembrerebbe proprio questa continua mistificazione che ogni politico o quasi oggi fa nel tentare di apparire più di sinistra, più progressista, più riformista di quello che in effetti è. Sembra che non sia più importante identificare una scelta come giusta o sbagliata, o come utile o inutile: l’importante è riuscire a mettergli l’etichetta di sinistra.
Così accade che privatizzare la politica, l’arte e l’informazione diventa di sinistra, mentre gli imprenditori sono eroi patriottici e gli operai i miracolati del buon capitalismo, e chi manifesta e sciopera contro questo è un conservatore perché dice di no (ad un modello di progresso stantìo di quasi un secolo). Si rottama la rivoluzione, mantenendo tutto quello che non era rivoluzionato. Si rottamano le manifestazioni, mantenendo il sistema contro cui si manifestava. Si rottamano i diritti, trasformandoli in gentili concessioni.
Si #cambiaverso insomma, e insieme al verso si cambia anche il significato alle parole. Ideologia: non pervenuta.

Il PCI fra nostalgia e idealizzazione

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“Bisognerebbe rifare il PCI”
Questa frase probabilmente è stata pronunciata la prima volta il giorno stesso del Congresso della Bolognina che sancì la trasformazione dello storico partito nel PDS, è tuttavia negli ultimi anni che si sente ripetere sempre più spesso e con sempre maggiore convinzione mista ad esasperazione per le peripezie PD.
Perché il PD, piaccia o meno, è l’erede legale del vecchio PCI e, clamorosamente, lo è anche di più della metà della vecchia odiata DC. Ed è proprio a questa fusione che la maggior parte dei nostalgici del PCI danno la colpa dei problemi dell’odierno PD, a questo compromesso storico fuori stagione che spinge i democratici all’eterno equilibrismo e a posizioni vaghe; a mio parere c’è del vero ma è una spiegazione che da sola non basta.

Tuttavia non è mia intenzione scrivere un articolo su perché il PD non funziona e affrontare argomenti come la crisi della politica nei paesi occidentali o le mille anime interne al PD, che sono ben più numerose di comunisti e democristiani; vorrei piuttosto ragionare su come era percepito il vecchio PCI e sulle aspettative dei nostalgici oggi.

Tralasciamo la nostalgia del PCI dei militanti più attempati, assimilabile all’inevitabile sentimento dei vecchietti sulla panchina, e concentriamoci sui nostalgici di giovane e mezza età. I primi, cui appartengono la maggior parte dei blogger e di coloro che invocano il PCI su facebook, non hanno mai visto il PCI “in vita”, i secondi il PCI lo hanno visto da giovani e spesso lo hanno contestato senza pietà.

Insomma se per magia oggi potessimo far rivivere il PCI glorioso e compatto come un tempo quanta soddisfazione ci sarebbe nei confronti delle sue azioni politiche? Sicuramente raggiungerebbe percentuali di voto considerevoli: c’è almeno un 15% di persone che vota il serpente mutaforma PCI-PDS-DS-PD in ogni caso e sicuramente lo farebbe ancora in caso di ritorno della vecchia sigla, a questi andrebbero aggiunti molti altri elettori meno legati ma comunque vicini a quegli ideali.
Però oltre a votarlo, in maniera più o meno rassegnata, quanti nostalgici incazzati effettivamente smetterebbero di lamentarsi e si affiderebbero con serenità ad un partito finalmente adeguato alle loro aspettative?
Pochi, pochissimi passata la prevedibile euforia iniziale.

Si tornerebbe in breve alla contestazione da sinistra e ai militanti che devono ingoiare un rospo dietro l’altro e iniziare ogni discussione politica con la solita recusatio: “io sono il primo che critica il partito ma è la principale forza di sinistra e ci sono dentro per migliorarlo”. Probabilmente la situazione sarebbe meno drammatica che con il PD oggi ma di certo avrebbe notevoli similitudini.

In base a cosa dico questo? In parte perché conosco i miei polli, in parte perché tutto questo avveniva già ai tempi del vecchio PCI. Sia ai tempi del potente PCI al 34% negli anni settanta incalzato dalla piazza e dal movimentismo studentesco e operaio, sia ai tempi del PCI che annaspava nei tardi anni ottanta mentre il craxismo montava e il neoliberismo iniziava la sua conquista dell’occidente.
È fin dalla famosa poesia di Pasolini, seguita alla battaglia di Valle Giulia nel ’68, che viene testimoniata la contrapposizione fra lo spontaneismo degli studenti e l’imbalsamatura del PCI imborghesito.

Molti dei movimenti extraparlamentari degli anni settanta spesso presentarono una propria lista o una coalizione di liste e in alcuni casi ottennero qualche eletto grazie al proprozionale puro (fato ciao con la manina a quella Democrazia Proletaria tanto amata da Ferrero).
Il fatto che molti dei contestatori ogni tanto si turasse il naso e votasse PCI non può oscurare il fatto che il partito dei vecchi burocrati imborghesiti era uno dei bersagli principali degli slogan di piazza dopo Kossiga con la k e gli altri ben noti.
Si, questo anche e soprattutto ai tempi del grande Berlinguer che oggi per i nostalgici è un po’ tutto quello che vogliono che diventi secondo l’argomento del momento.

Non trascuriamo inoltre il fatto che il PD, insieme all’UDC, è il partito che più di ogni altro ha viva in se l’eredità della prima repubblica e molti dei suoi leader sono cresciuti in essa. Bisogna ammettere che quasi tutti i leader principali del PD provengono dal vecchio PCI e spesso sono stati i protetti di qualche mostro sacro dell’epoca.
Se dunque D’Alema, Veltroni, Bersani, Bassanini, Fassino, Bassolino, Violante e compagnia erano già ben avviati gli ultimi giorni del vecchio PCI in che modo si può scaricare il vecchio partito da ogni responsabilità per come è il PD oggi se i figli dell’era Berlinguer hanno creato questo? Dare tutta la colpa ai miglioristi di Napolitano è semplicistico e lontano dalla realtà.

Dunque è solo il PD, che di certo ha le sue colpe, o c’è una componente di insoddisfazione strutturale e inevitabile fra la piazza e il partito che è necessariamente imbrigliato nelle istituzioni politiche? La risposta è abbastanza evidente.
Allora forse, stanti gli evidentissimi limiti del PD, tutta questa venerazione per il vecchio PCI è una nostalgia del passato fortemente idealizzata in contrapposizione al desolante presente.

Se per magia potessimo però riavere oggi il vecchio PCI, con tanto di Berlinguer, i nostalgici di oggi, sia i giovani che i loro padri, prenderebbero la tessera e starebbero allineati e coperti in sezione e in piazza come ai tempi di Togliatti o piuttosto tornerebbero in breve a gridare contro il partito borghese? Mi sembra più plausibile la seconda ipotesi.

 

P.S. Ci tengo a precisare che il termine nostalgico non è da intendersi in senso dispregiativo come nell’uso comune quando viene riferito ai nostalgici del fascismo.

Femminicidio e neolingua

Oltraggiamo gli dei: permettiamoci di discutere, analizzare, sezionare, rivoltare come un calzino il termine femminicidio e i significati che sottende. Sembra strano ma non è stato mai fatto in questi mesi di improvvisa onnipresenza mediatica del termine.
Quando si nomina il femminicidio il significato della parola viene dato sempre per scontato, dopotutto non c’è alcun bisogno di riflettere quando ogni giorno l’emergenza fa capolino nei telegiornali e ci impone di agire immediatamente per fermare questo orrore. Oppure no?

Perchè questo termine che fino a poco tempo fa nessuno conosceva è ora dato per scontato? Non si tratta di una parola che si è sviluppata spontaneamente nel linguaggio diffuso di tutti i giorni, nessun sentire comune ha prodotto questo neologismo: il termine è stato introdotto all’improvviso dai media e da allora utilizzato costantemente per definire questa presunta emergenza dando ovviamente per scontato che il termine sia adeguato e che l’emergenza esista.
Da un anno a questa parte appelli, articoli di giornale, raccolte firme, flash mob davanti al parlamento, mobilitazioni e quotidiani servizi del telegiornale ci allarmano su questa emergenza come se fossimo in presenza di una crescita esponenziale del fenomeno.
Partendo da questi assunti un approfondimento in proposito sembra necessario.
Prima di tutto da dove salta fuori questa parola?
In Italia la prima è stata Michela Murgia di Repubblica.it riprendendo il termine da Diana Russell, criminologa, e Marcela Lagarde, antropologa.
In pratica si tratta dell’ennesimo prodotto della fabbrica del politicamente corretto (Repubblica) creato a tavolino da qualche intellettuale (specializzate in studi femminili guardacaso) che lo ritiene adeguato alla sua visione del mondo che ovviamente è obiettiva e universale.
Come tutti i termini politicamente corretti (bioparco, persona di colore, diversamente abile, operatore ecologico) non può essere messo in discussone senza incappare nell’ira delle ss del progresso sociale.
Permettersi di analizzare il termine e magari sfatare qualche luogo comune a riguardo è considerato sacrilegio da bollare immediatamente con la scomunica laica di maschilismo, come se chi si interroghi su questa misteriosa parola sia un complice di tanti barbari femminicidi con le mani sporche del sangue di tanti angeli della casa uccisi da patriarchi bruti e violenti.
D’altro canto come puoi permetterti pensare criticamente quando una tua amica ti invita, o per meglio dire ti impone, di partecipare al flash mob davanti a Montecitorio per invitare la camera ad agire con l’ennesima legge speciale contro questa barbarie quotidiana?
È un dogma: o lo accetti o sei un eretico e ti arriva la scomunica (“sei un maschilista”).
Dopotutto chi me lo fa fare di rischiare questa bollatura?
Tuttavia qui sull’opinione politica, chi ci legge se ne sarà accorto, poco ci importa dei luoghi comuni del politicamente corretto e delle scomuniche laiche su chi osa contestarne i presupposti. Sia ringraziato internet perché un fiume di commenti di femministe indignate sono molto più facili da sopportare che gli acuti di una donna incazzata nel mondo vero.

Abbiamo detto che “femminicidio” non è dunque un termine sedimentato nel sentire comune, non è un termine proprio della mentalità diffusa delle persone: è un termine alieno alla cultura di massa.
Tuttavia perché questo dovrebbe interessarci? Cosa ci cambia alla fine?
Dobbiamo interessarci perché il linguaggio non è neutrale e se le parole che utilizziamo nel nostro parlare contengono dei significati impliciti allora qualcuno cerca di fregarci.
Un esempio classico è la legge “no child left behind” di George W. Bush che, a dispetto del nome, tagliava i fondi alle scuole pubbliche; il miglior modo perché nessun bambino resti indietro è tagliare i fondi alle uniche scuole che i più poveri possono permettersi.
Chi l’avrebbe mai detto di una legge che si chiama “nessun bambino resti indietro”? Utilizzando quel nome anche gli stessi oppositori della legge stavano in realtà rafforzando l’effetto positivo perché il titolo era intrinsecamente positivo anche se il contenuto non lo era affatto.
Il linguaggio non è neutrale: controllando il significato delle parole che si usano si possono intrappolare le persone in determinati schemi di pensiero impliciti in quelle parole.

E femminicidio allora? È un termine neutrale come “emozione” o “teiera” o contiene dei discutibili assunti impliciti? Purtroppo la seconda.
Il Devoto-Oli lo definisce come “Qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuare la subordinazione e di annientare l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte”.
Cosa è questo se non un concentrato di teologia dogmatica del femminismo?
Non si tratta di una licenza poetica del Devoto ma del significato inteso da chi ha introdotto il termine, basta leggersi cosa viene scritto su Repubblica al riguardo per capire che chi ha fatto della lotta al femminicidio il suo cavallo di battaglia lo intende proprio nei termini descritti dal dizionario.
Utilizzando il termine femminicidio stiamo, inconsapevolemente, accettando una serie di supposizioni femministe che fino a prova contraria esistono solo nelle teste delle loro fanatiche ideologhe.
Non stiamo semplicemente combattendo una condivisibile battaglia contro la violenza sulle donne ma ci stiamo portando dietro anche tutti quegli assunti ridicoli sul patriarcato.
Se io non li condivido avrò il diritto di dire che la parola femminicidio, in questa accezione odierna, è una cagata pazzesca?
Di dirlo si, perché più o meno siamo in democrazia, di passarla liscia no perché ho infranto un dogma del politically correct totalitario e offeso i sentimenti di qualche femminista; come tale merito un linciaggio verbale e almeno una scomunica laica a scelta fra “bigotto”, “maschilista” e “arretrato” o perché no una bella messa al bando morale collettiva come quella rischiata da Barilla.
Se la tua opinione non si conforma al politically correct è una opinione maschilista/omofoba/razzista/altro, puoi parlare ma DEVI essere unanimamente condannato in quanto bigotto arretrato.

Oltre alla parola in se, ai suoi discutibili significati e alla sua imposizione arbitraria da parte dei media bisogna poi dimostrare l’esistenza dell’emergenza stessa.
Di questa emergenza in base alla quale decine di intellettualoidi da mesi invocano su tutti i media le ennesime leggi speciali per “risolvere” (come se risolvessero mai qualcosa) questa ennesima inaccettabile emergenza di un paese di merda, arretrato, incivile, perché non succede negli altri paesi europei, bla bla bla…
Sia chiaro, stiamo cercando di appurare l’esistenza o meno dell’emergenza così come descritta dall’allarmismo dei media non di negare l’esistenza e la frequenza delle violenze sul gentil sesso.

http://www.huffingtonpost.it/2013/09/27/femminicidi-istat-intervista-a-linda-laura-sabbadini_n_4001296.html

http://www.unodc.org/unodc/en/data-and-analysis/homicide.html   (alla voce homicides by sex e altre)

Questa emergenza è, dati alla mano, inesistente: il numero di omicidi di donne da parte dei compagni è stabile in leggerissima diminuzione da circa un trentennio e non risulta alcuna differenza degna di nota rispetto ai dati degli altri paesi UE (anzi, siamo messi leggermente meglio). Per quanto riguarda le vittime di omicidi, con qualunque movente, in valore assoluto gli uomini rimangono il 70% del totale.
In altre parole l’anno scorso e negli anni precedenti il numero di “femminicidi” era più o meno lo stesso solo che i media non si preoccupavano di fornirci la nostra vittima quotidiana che oggi ci fa gridare all’emergenza.
Quindi perché montare ora un bombardamento mediatico incessante quando si è ignorato il dato per tanti anni?
Perché montare questa campagna mediatica che ha ormai convinto i legislatori a fare vaghe e inutili leggi speciali per ingraziarsi quella parte dell’opinione pubblica che, non conoscendo le statistiche, ha finito poco per volta per allarmarsi?
Perché dunque questo bombardamento mediatico?
Non ho una risposta ma tendo ad individuare due colpevoli principali: il violento attivismo femminista portato avanti dalle sue pseudo-studiose” ma anche la ben nota infima qualità dell’informazione e della nostra casta sacerdotale di pseudo-intellettuali televisivi.
Punto il dito soprattutto contro l’oscenità con la quale i media cavalcano onde di psicosi emotiva create su basi d’argilla da loro stessi.
Non posso non considerare l’emergenza femminicidio come una delle tante emergenze ad orologeria con le quali i media periodicamente ci “intrattengono”. Non è troppo diversa dai mesi in cui si parlava solo del quotidiano stupro ad opera di romeni o il periodo in cui avveniva un incidente aereo al giorno.
Una volta approvata la legge speciale sul femminicidio, che non risolverà nulla, i media smetteranno di parlare del femminicidio e noi immagineremo che i numeri di donne uccise dai propri compagni siano diminuiti quando in realtà semplicemente i media non ne parleranno più con tanta frequenza perché ci sarà una nuova emergenza ad orologeria da dare in pasto all’opinione pubblica isterica.

Sarebbe bello poter parlare semplicemente di omicidio, dal latino “homo hominis”, uomo nel senso di essere umano, come del resto si è sempre fatto, ma evidentemente non va più bene ai perbenisti, all’improvviso.

Non è mia intenzione negare la gravità dei fenomeni di violenza sulle donne come le percosse anche in famiglia (spesso frequenti, ripetute nel tempo e quasi sempre impunite) ciò che ho cercato di esprimere con questo articolo è l’abritrarietà, l’arroganza e la falsità con la quale alcune femministe fanatiche sono riuscite con successo ad imporre nel bombardamento mediatico quotidiano un termine di innegabile faziosità e propaganda, di imporre le loro parole d’ordine e le loro deliranti visioni spacciandole per la condivisibile lotta per la parità di genere.

Le violenze, le disugaglianze e le ingiustizie non si sconfiggono con il femminazismo, non si sconfiggono con leggi speciali fallimentari e soprattutto non si sconfiggono demonizzando l’intero genere maschile e dipingendo tutti gli uomini come violenti mostri che in famiglia terrorizzano e uccidono quotidianamente i dolci angeli femminili della casa.
Da pari diritti derivano pari responsabilità.

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