Femminicidio e neolingua

Oltraggiamo gli dei: permettiamoci di discutere, analizzare, sezionare, rivoltare come un calzino il termine femminicidio e i significati che sottende. Sembra strano ma non è stato mai fatto in questi mesi di improvvisa onnipresenza mediatica del termine.
Quando si nomina il femminicidio il significato della parola viene dato sempre per scontato, dopotutto non c’è alcun bisogno di riflettere quando ogni giorno l’emergenza fa capolino nei telegiornali e ci impone di agire immediatamente per fermare questo orrore. Oppure no?

Perchè questo termine che fino a poco tempo fa nessuno conosceva è ora dato per scontato? Non si tratta di una parola che si è sviluppata spontaneamente nel linguaggio diffuso di tutti i giorni, nessun sentire comune ha prodotto questo neologismo: il termine è stato introdotto all’improvviso dai media e da allora utilizzato costantemente per definire questa presunta emergenza dando ovviamente per scontato che il termine sia adeguato e che l’emergenza esista.
Da un anno a questa parte appelli, articoli di giornale, raccolte firme, flash mob davanti al parlamento, mobilitazioni e quotidiani servizi del telegiornale ci allarmano su questa emergenza come se fossimo in presenza di una crescita esponenziale del fenomeno.
Partendo da questi assunti un approfondimento in proposito sembra necessario.
Prima di tutto da dove salta fuori questa parola?
In Italia la prima è stata Michela Murgia di Repubblica.it riprendendo il termine da Diana Russell, criminologa, e Marcela Lagarde, antropologa.
In pratica si tratta dell’ennesimo prodotto della fabbrica del politicamente corretto (Repubblica) creato a tavolino da qualche intellettuale (specializzate in studi femminili guardacaso) che lo ritiene adeguato alla sua visione del mondo che ovviamente è obiettiva e universale.
Come tutti i termini politicamente corretti (bioparco, persona di colore, diversamente abile, operatore ecologico) non può essere messo in discussone senza incappare nell’ira delle ss del progresso sociale.
Permettersi di analizzare il termine e magari sfatare qualche luogo comune a riguardo è considerato sacrilegio da bollare immediatamente con la scomunica laica di maschilismo, come se chi si interroghi su questa misteriosa parola sia un complice di tanti barbari femminicidi con le mani sporche del sangue di tanti angeli della casa uccisi da patriarchi bruti e violenti.
D’altro canto come puoi permetterti pensare criticamente quando una tua amica ti invita, o per meglio dire ti impone, di partecipare al flash mob davanti a Montecitorio per invitare la camera ad agire con l’ennesima legge speciale contro questa barbarie quotidiana?
È un dogma: o lo accetti o sei un eretico e ti arriva la scomunica (“sei un maschilista”).
Dopotutto chi me lo fa fare di rischiare questa bollatura?
Tuttavia qui sull’opinione politica, chi ci legge se ne sarà accorto, poco ci importa dei luoghi comuni del politicamente corretto e delle scomuniche laiche su chi osa contestarne i presupposti. Sia ringraziato internet perché un fiume di commenti di femministe indignate sono molto più facili da sopportare che gli acuti di una donna incazzata nel mondo vero.

Abbiamo detto che “femminicidio” non è dunque un termine sedimentato nel sentire comune, non è un termine proprio della mentalità diffusa delle persone: è un termine alieno alla cultura di massa.
Tuttavia perché questo dovrebbe interessarci? Cosa ci cambia alla fine?
Dobbiamo interessarci perché il linguaggio non è neutrale e se le parole che utilizziamo nel nostro parlare contengono dei significati impliciti allora qualcuno cerca di fregarci.
Un esempio classico è la legge “no child left behind” di George W. Bush che, a dispetto del nome, tagliava i fondi alle scuole pubbliche; il miglior modo perché nessun bambino resti indietro è tagliare i fondi alle uniche scuole che i più poveri possono permettersi.
Chi l’avrebbe mai detto di una legge che si chiama “nessun bambino resti indietro”? Utilizzando quel nome anche gli stessi oppositori della legge stavano in realtà rafforzando l’effetto positivo perché il titolo era intrinsecamente positivo anche se il contenuto non lo era affatto.
Il linguaggio non è neutrale: controllando il significato delle parole che si usano si possono intrappolare le persone in determinati schemi di pensiero impliciti in quelle parole.

E femminicidio allora? È un termine neutrale come “emozione” o “teiera” o contiene dei discutibili assunti impliciti? Purtroppo la seconda.
Il Devoto-Oli lo definisce come “Qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuare la subordinazione e di annientare l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte”.
Cosa è questo se non un concentrato di teologia dogmatica del femminismo?
Non si tratta di una licenza poetica del Devoto ma del significato inteso da chi ha introdotto il termine, basta leggersi cosa viene scritto su Repubblica al riguardo per capire che chi ha fatto della lotta al femminicidio il suo cavallo di battaglia lo intende proprio nei termini descritti dal dizionario.
Utilizzando il termine femminicidio stiamo, inconsapevolemente, accettando una serie di supposizioni femministe che fino a prova contraria esistono solo nelle teste delle loro fanatiche ideologhe.
Non stiamo semplicemente combattendo una condivisibile battaglia contro la violenza sulle donne ma ci stiamo portando dietro anche tutti quegli assunti ridicoli sul patriarcato.
Se io non li condivido avrò il diritto di dire che la parola femminicidio, in questa accezione odierna, è una cagata pazzesca?
Di dirlo si, perché più o meno siamo in democrazia, di passarla liscia no perché ho infranto un dogma del politically correct totalitario e offeso i sentimenti di qualche femminista; come tale merito un linciaggio verbale e almeno una scomunica laica a scelta fra “bigotto”, “maschilista” e “arretrato” o perché no una bella messa al bando morale collettiva come quella rischiata da Barilla.
Se la tua opinione non si conforma al politically correct è una opinione maschilista/omofoba/razzista/altro, puoi parlare ma DEVI essere unanimamente condannato in quanto bigotto arretrato.

Oltre alla parola in se, ai suoi discutibili significati e alla sua imposizione arbitraria da parte dei media bisogna poi dimostrare l’esistenza dell’emergenza stessa.
Di questa emergenza in base alla quale decine di intellettualoidi da mesi invocano su tutti i media le ennesime leggi speciali per “risolvere” (come se risolvessero mai qualcosa) questa ennesima inaccettabile emergenza di un paese di merda, arretrato, incivile, perché non succede negli altri paesi europei, bla bla bla…
Sia chiaro, stiamo cercando di appurare l’esistenza o meno dell’emergenza così come descritta dall’allarmismo dei media non di negare l’esistenza e la frequenza delle violenze sul gentil sesso.

http://www.huffingtonpost.it/2013/09/27/femminicidi-istat-intervista-a-linda-laura-sabbadini_n_4001296.html

http://www.unodc.org/unodc/en/data-and-analysis/homicide.html   (alla voce homicides by sex e altre)

Questa emergenza è, dati alla mano, inesistente: il numero di omicidi di donne da parte dei compagni è stabile in leggerissima diminuzione da circa un trentennio e non risulta alcuna differenza degna di nota rispetto ai dati degli altri paesi UE (anzi, siamo messi leggermente meglio). Per quanto riguarda le vittime di omicidi, con qualunque movente, in valore assoluto gli uomini rimangono il 70% del totale.
In altre parole l’anno scorso e negli anni precedenti il numero di “femminicidi” era più o meno lo stesso solo che i media non si preoccupavano di fornirci la nostra vittima quotidiana che oggi ci fa gridare all’emergenza.
Quindi perché montare ora un bombardamento mediatico incessante quando si è ignorato il dato per tanti anni?
Perché montare questa campagna mediatica che ha ormai convinto i legislatori a fare vaghe e inutili leggi speciali per ingraziarsi quella parte dell’opinione pubblica che, non conoscendo le statistiche, ha finito poco per volta per allarmarsi?
Perché dunque questo bombardamento mediatico?
Non ho una risposta ma tendo ad individuare due colpevoli principali: il violento attivismo femminista portato avanti dalle sue pseudo-studiose” ma anche la ben nota infima qualità dell’informazione e della nostra casta sacerdotale di pseudo-intellettuali televisivi.
Punto il dito soprattutto contro l’oscenità con la quale i media cavalcano onde di psicosi emotiva create su basi d’argilla da loro stessi.
Non posso non considerare l’emergenza femminicidio come una delle tante emergenze ad orologeria con le quali i media periodicamente ci “intrattengono”. Non è troppo diversa dai mesi in cui si parlava solo del quotidiano stupro ad opera di romeni o il periodo in cui avveniva un incidente aereo al giorno.
Una volta approvata la legge speciale sul femminicidio, che non risolverà nulla, i media smetteranno di parlare del femminicidio e noi immagineremo che i numeri di donne uccise dai propri compagni siano diminuiti quando in realtà semplicemente i media non ne parleranno più con tanta frequenza perché ci sarà una nuova emergenza ad orologeria da dare in pasto all’opinione pubblica isterica.

Sarebbe bello poter parlare semplicemente di omicidio, dal latino “homo hominis”, uomo nel senso di essere umano, come del resto si è sempre fatto, ma evidentemente non va più bene ai perbenisti, all’improvviso.

Non è mia intenzione negare la gravità dei fenomeni di violenza sulle donne come le percosse anche in famiglia (spesso frequenti, ripetute nel tempo e quasi sempre impunite) ciò che ho cercato di esprimere con questo articolo è l’abritrarietà, l’arroganza e la falsità con la quale alcune femministe fanatiche sono riuscite con successo ad imporre nel bombardamento mediatico quotidiano un termine di innegabile faziosità e propaganda, di imporre le loro parole d’ordine e le loro deliranti visioni spacciandole per la condivisibile lotta per la parità di genere.

Le violenze, le disugaglianze e le ingiustizie non si sconfiggono con il femminazismo, non si sconfiggono con leggi speciali fallimentari e soprattutto non si sconfiggono demonizzando l’intero genere maschile e dipingendo tutti gli uomini come violenti mostri che in famiglia terrorizzano e uccidono quotidianamente i dolci angeli femminili della casa.
Da pari diritti derivano pari responsabilità.

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