I miei forconi

Oggi, 10 dicembre, è il secondo giorno della protesta dei forconi.
Io, nel mio piccolo, ho cercato di investigare come potevo per cercare di capire qualcosa della protesta torinese.

La situazione pregressa, per come l’ho percepita io, era un agglomerato di fascisti, disoccupati, mercatari, camionisti, ultras e cazzeggiatori a tempo perso che, datisi appuntamento in tre piazze di Torino per protestare contro il Governo ma senza un’idea di fondo comune e senza un piano preciso, dovevano seminare il disagio per la città. Gli eventi del 9 dicembre, pur essendo stati in gran parte pacifici, saranno ricordati principalmente per i violenti scontri a Torino davanti al Palazzo della Regione Piemonte (ancora oggi sono presenti alcuni segni della battaglia) e per le strade, ai danni di quei pochi negozianti che avevano mantenuto le loro attività aperte. Da ricordare come parte di queste, tuttavia, registri nel lunedì mattina (se non in tutto il lunedì) il giorno di chiusura.

La mattinata sembra procedere tranquilla. Alcuni autobus sono deviati o in ritardo, in particolare il servizio dell’azienda dei trasporti segnala blocchi in piazza della Repubblica (mercato di Porta Palazzo), via Onorato Vigliani (periferia sud) e corso Bernardino Telesio (periferia ovest). Fortunatamente in bicicletta muoversi è agevole ed arrivo in poco tempo davanti a Palazzo Nuovo, sede delle facoltà linguistiche. Lì vengo a sapere che alcuni esagitati hanno battuto contro le vetrine di una libreria e di altri negozi intimando di chiudere, testimonianza di prima mano di un’amica che era all’interno del negozio con i commessi impanicati. Mi spiacerebbe generalizzare erroneamente, ma sappiamo benissimo come il primo nemico dei fascismi sia la cultura, il che contribuisce ad alimentare i miei sospetti di infiltrazioni fasciste. Come se non bastasse, vengo a sapere che vi sono stati scontri tra ultras della Juventus e del Torino, presumo rispettivamente Drughi e Granata Korps (in realtà, tutti i principali gruppi della curva bianconera sono di matrice fascista – e spesso finanziati più o meno indirettamente dalla famiglia Agnelli – mentre i granata sono confluiti recentemente nel gruppo Stendardi; tuttavia, queste distinzioni calcistiche non sono particolarmenti rilevanti ai fini dell’analisi) che sono entrambe formazioni riconducibili ad ambienti di destra. Il sospetto è sempre più accentuato. Ad onor del vero, però, non ho trovato nei pochi siti che ho consultato riscontri alla notizia di scontri tra le frange ultrà, e dunque prendo io stesso con le molle le voci che ho riportato.

Intorno a mezzogiorno, in piazza Castello sono pochi i presenti, radunati in capannelli: ad una veloce stima ad occhio non mi sembrano più di 150-200. Mentre mi dirigo verso la stazione di Porta Nuova, credo di scorgerne una decina in piazza San Carlo, più forse una trentina in arrivo proprio dalla stazione.
Di comune accordo con l’amica presa alla sprovvista nella libreria ed ancora impaurita, decidiamo di allontanarci dal centro. Il Politecnico è tranquillo e popolato come sempre, nonostante le deviazioni improvvise dei mezzi rendano più difficile raggiungerlo. In zona San Paolo regna comunque la tranquillità. Evidentemente, come si può notare da questo video de La Stampa, ci siamo persi il clou degli eventi di oggi.

Verso le 15 abbiamo il primo scambio di battute con un barista di via Frejus: lui ieri ha chiuso perché hanno chiuso praticamente tutti i suoi colleghi della zona, ma pur condividendo la protesta riconosce che per le aziende a conduzione familiare è controproducente restare chiusi più di un giorno e “poi adesso siamo sotto Natale, se chiudo ancora adesso cosa dico ai miei ragazzi qui, che li pago chissà quando perché adesso stiamo chiusi?”. Sono parole che, nonostante l’idealismo della protesta, fanno pesare le ragioni pragmatiche del commerciante.

Forconi Torino Porta Nuova 10 dicembre 2013

Il presidio dei Forconi torinesi davanti alla stazione di Porta Nuova il 10 dicembre 2013 intorno alle ore 16.

Al mio ritorno a Porta Nuova, intorno alle 16, noto un presidio che ha organizzato un blocco stradale davanti alla stazione, la quale ha momentaneamente chiuso l’accesso dalla piazza. La situazione è quella che potete vedere in questa foto. Si tratta di un drappello che conterà, anche stavolta, non più di 200 persone. Origliando capisco che hanno intenzione di muoversi lungo corso Vittorio Emanuele II in direzione di corso Marche.
Vedo che una troupe della RAI ne sta intervistando alcuni, dunque mi avvicino quanto basta per afferrare qualche parola. In primo luogo noto la composizione della folla: hanno tra i 18 ed i 50 anni, sono in maggioranza disoccupati e dalle loro parole stavolta, molto più che l’incazzatura o la determinazione, capisco la rassegnazione e soprattutto la disperazione.

A questo punto, terminata l’intervista, ho modo di chiedere al giornalista cosa hanno capito della situazione essendo stati a contatto con i manifestanti, ma la risposta non mi è d’aiuto perché alle medesime conclusioni c’ero arrivato da solo: è una protesta espressione di un malcontento generale e che chiede le dimissioni del governo, ma non ha un piano organizzato, degli obiettivi e delle idee ben precise. Mi chiedo, a questo punto, per quale motivo solo ora si protesti e solo ora lo si faccia contro questo governo, siccome la situazione attuale si protrae da anni ed è la conseguenza di anni di azioni e inazioni dannose.

Decido di chiedere allora qualche lume agli uomini della V Unità Mobile della Polizia di Stato, proprio nel momento in cui esplode una bomba carta al centro della piazza prospiciente la stazione. Ne ricevo quelle che considero le consuete dichiarazioni da portavoce della Questura: “oggi tutto sta procedendo senza disordini, speriamo prosegua così, ma protestare così non servirà a niente”. Non riesco a carpire più di questo, ma la sensazione è che ci sia in qualche modo almeno comprensione nei confronti dei manifestanti.

Procedo lungo l’asse di via Roma: in piazza San Carlo e piazza Castello dei forconi neanche l’ombra. Alle ore 17 del 10 dicembre 2013 la città di Torino sembra tornata alla normalità.

A me è rimasta una sensazione di spaesamento: non sono riuscito nel mio scopo di comprendere le vere ragioni della protesta, ma ho capito che il supporto è più ampio di quanto potessi prevedere.

Vendola, mi hai rotto il cazzo

Da quando Vendola creò SEL, dalla fusione della sinistra dei DS che non si unirono al PD e della fazione di Rifondazione che non seguì Ferrero, io ci ho creduto. Ci ho creduto ad una sinistra che sapesse coadiuvare la complessità della società contemporanea con le tematiche e gli ideali propri della sinistra. Ci ho creduto a questo avamposto di sinistra che potesse sfruttare le nuove tecniche comunicative per portarci oltre alla mera testimonianza che, in un sistema elettorale bipolare (e incostituzionale), ci avrebbe – ci ha – schiacciato fuori dal parlamento. Ci credevo ad una sinistra capace di portare a termine strategie politiche che andassero oltre il mero snobbismo intellettuale.
Tuttavia questo progetto è stato buttato al vento, e Vendola non è certo esente da colpe.
Ambiguità spesso non volute, frasi bisenso, poca chiarezza nel prendere posizione e colpi di coda finali hanno fatto fallire il progetto che pure aveva tutti i buoni propositi per proseguire e crescere.

Non è la telefonata all’ILVA ad averti affossato, non solo, ma anche questa è stata significativa: quasi simbolica. Questa tua eccessiva morbidezza, con interlocutori che tutti noi e forse anche tu avremmo voglia di prendere a calci, è stata una costante: non solo con il responsabile dell’ILVA, in privato al telefono, ma anche in politica; questo non porsi nettamente in posizione antitetica al PD, soprattutto oggi che la posizione di questo partito sembra essersi definitivamente scoperta di destra, può essere intesa come un tentativo di prendere tempo e sono comunque certo della tua buona fede. Tuttavia basta leggere i commenti sotto i post della tua pagina per capire che il messaggio non risulta chiaro, che la tua strategia comunicativa risulta sempre più fallimentare.

Nichi Vendola

Dopo la vittoria di Renzi, Vendola su Facebook ha scritto: “Renzi? Un ciclone che chiude completamente un pezzo di storia politica italiana, liquidando un’intera nomenclatura politica. Con Renzi bisognerà parlare, intendersi, ma credo che oggi si sia creato lo spazio per la nascita di una nuova Sinistra. Una sinistra libera dalla nostalgia e che non voglia morire di governabilità.”.
Quando l’ho letto non ho potuto fare a meno di pensare: “Vendola, mi hai rotto il cazzo”.
Perché il significato di questo suo status, a fronte delle sue affermazioni passate che condividevano con me la visione di un Renzi politico di destra, potrebbe anche essere quello di voler creare finalmente una sinistra alla sinistra del PD dopo l’inevitabile vuoto che in quella zona si è venuta a creare. Sarebbe ora, in effetti.
Tuttavia il suo messaggio risulta ambiguo, va oltre i semplici complimenti e le semplici constatazioni: prima di tutto perché rivaluta Renzi, la sua idea di politica, e non lo identifica come dovrebbe, tra gli avversari. Rimane volutamente ambiguo, forse in attesa di vedere come si metteranno le cose, forse sotto sotto facendo l’ennesima chiamata a Barca, Civati e quegli eterni dissidenti interni che probabilmente dal PD non usciranno mai. Perfettamente nel suo stile, direi, ma è uno stile che non va bene, in un periodo in cui i toni caustici o sarcastici di Grillo, Renzi e Berlusconi la fanno da padrone. E succede che Vendola riceva solo insulti da chi, con un semplice “Complimenti a Renzi, ma ora noi costruiamo un’alternativa (anche a Renzi) con chi ci sta”, l’avrebbe seguito quasi ciecamente in una nuova avventura di un grande “fronte della sinistra”, diventato inevitabile di fronte a questi presupposti.
Per questo non credo di essere il solo, tra i più fedeli elettori di SEL, a chiedere la testa di Nichi Vendola: non tanto perché abbia smesso di credere nella sua buona fede, ma semplicemente perché il suo stesso progetto possa andare avanti con un nuovo leader, con un linguaggio un po’ meno forbito, con un atteggiamento un po’ meno morbido e benevolo verso gli avversari, capace di contrastare a tutto campo il Berlusconi triplicato che ci troviamo ad affrontare.

Del perché Luciana Littizzetto è più dannosa di Emilio Fede per la crescita culturale, politica e spirituale degli italiani

Aggiungo, a me Gramellini non piace. Consiglio di leggere l’articolo fino in fondo, senza saltare nemmeno una riga.

Scalinata di Odessa

Che il salotto televisivo di Fabio Fazio sia diventato un punto di riferimento culturale per tutto un mondo che si riconosce nell’attuale centro-sinistra (senza per forza essere radical-chic, il che tuttavia aiuta) ormai è risaputo. L’estrema debolezza con cui il conduttore-demiurgo gestisce le tematiche affrontate – che spesso meriterebbero ben altro approfondimento ed invece restano tristemente in superficie – anche. Di Fazio è stato detto tutto: buonista, timoroso di ogni conflitto, attento a non inimicarsi l’interlocutore anche a costo di farsi mettere i piedi in testa (esemplare l’intervista a Renato Brunetta di qualche settimana fa, quella della querelle sui compensi del Nostro, in cui Brunetta ha di fatto imposto la scaletta dei temi da toccare). Chi scrive ha sempre avuto l’impressione di un programma non all’altezza dei suoi contenuti, dei suoi ospiti (perché portare in tv gente come Gore Vidal, Mario Monicelli, don Andrea Gallo, Dario Fo, Enzo Biagi…

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In memoria di Costanzo Preve

È scomparso da pochi giorni il filosofo e studioso di Marx Costanzo Preve: un grandissimo pensatore che, a causa delle sue posizioni “eretiche”, non ha ricevuto la notorietà che avrebbe meritato.
Escluso dai giornali e dalle riviste progressiste e dalla televisione dove orde di intellettualoidi di “sinistra” discutono del nulla mediante luoghi comuni spacciati per profondità.
Fuori dalla politica dal’92, dopo una vita di partecipazione, e bollato come “fascista”, “ideologo dei terroristi” o “eminenza grigia dell’antiamericanismo” da chi non ha voluto capirlo.

Avrei voluto avere il grande piacere di conoscerlo di persona e non posso fare a meno di invidiare un po’ tutti coloro che lo hanno avuto come professore.

Linko il bellissimo ricordo che di lui ha scritto Diego Fusaro.

http://www.lospiffero.com/cronache-marxiane/in-memoria-di-costanzo-preve-13657.html

“Oltre” cosa?

Beppe Grillo aprirà il V3Day

Alle soglie del terzo Vday organizzato da Beppe Grillo a cinque anni dall’ultima manifestazione di questo genere, c’è da chiedersi quali siano state le motivazioni che hanno spinto il Movimento Cinque Stelle a organizzare una terza edizione della manifestazione che, fino a qualche tempo fa, si considerava come un antecedente della creazione del Movimento, forse neanche del tutto consapevole.
Il processo di massificazione di un partito andato ben oltre le stesse ambizioni dei manifestanti di allora ha portato il non-partito di Beppe Grillo ad una trasformazione inevitabile: il consenso di circa un quarto del paese ha inevitabilmente distaccato (ideologicamente e numericamente) lo zoccolo duro della militanza dal vastissimo elettorato reale e potenziale al quale il Movimento ha attinto e vuole continuare ad attingere; la parlamentarizzazione del Movimento ha messo i pentastellati nelle condizioni di dover prendere delle decisioni, di dover produrre delle proposte, di dover fare delle scelte di campo e dei compromessi: senza quasi rendersene conto, alcuni grillini “miracolati dalla rete” si sono ritrovati a non poter più solo urlare vaffanculo ad un immaginifica Casta chiusa dentro le mura del palazzo, perché dentro quel palazzo ci si sono ritrovati in tanti, tanti di più rispetto a quanto probabilmente lo stesso Grillo si aspettasse, tanti da non poter star impunemente in un angolo a fare i vezzosi; l’approdo del grillismo nelle istituzioni locali, regionali e nazionali è stato rocambolesco, ha dato forti segni di impreparazione, di frizione, fino ad arrivare alle espulsioni purga, al doppiopesismo, alla constatazione contraddittoria della struttura verticistica di quel movimento che pure era stato propagandato dal suo esordio come il simbolo della democrazia dal basso; il grillismo inoltre – nato come sentimento popolare con il vento mediatico in poppa, figlio delle trasmissioni televisive e radiofoniche che hanno fatto del qualunquismo la loro ragione sociale, e noto come fenomeno sostenuto unanimemente dal “popolo della rete” – incontra per la prima volta il dissenso rumoroso da parte di media tradizionali ma anche dei social network, incontra la satira pungente, incontra persino i fischi di chi prima li vedeva come diversi e ora improvvisamente apre gli occhi.
Ma il grillismo si dimostra troppo astratto, troppo statico, troppo scontroso, troppo prevedibile, troppo scoperto. Si arrabbia di fronte alla satira, querela giornalisti, caccia cameramen, cancella il dissenso interno e ignora quello esterno, comincia persino a diffidare di quello strumento che prima di allora aveva esaltato come massima espressione della democrazia cybernetica: Internet.
Questo staticismo ha consumato l’appeal del Movimento Cinque Stelle, destinato secondo alcuni analisti a sgonfiarsi per l’assenza di proposta che avrebbe dovuto seguire la protesta. Non diventano uguali agli altri, per ora, ma per certi versi gli altri risultano essere migliori di loro, mentre loro figurano legittimamente come quei ragazzetti inesperti che hanno avuto paura di governare sebbene ne abbiano avuto l’occasione. Allo stesso tempo non riescono a dimostrare di essere così diversi dagli altri: assomigliano sempre di più a quello che per decenni è stato il peggior nemico di molti elettori cinque stelle (ndr. Silvio Berlusconi) quanto a struttura del partito e a considerazione quasi religiosa del leader, e non riescono a produrre validi modelli alternativi al sistema, rimanendo sostanzialmente o impreparati, o inconcludenti, o sparpagliati, sui temi più importanti che una classe governante deve affrontare.

Beppe e Marine, verso la trasformazione comune

E allora il motivo di questo terzo VDay, dal titolo non casuale “Oltre”, è o vuole essere qualcosa di diverso dai precedenti VDay e dai comizi dello Tsunami tour: è un operazione, probabilmente di apparenza, del passaggio del Movimento ad una nuova fase. Oltre la protesta senza proposte, oltre alla politica dei no, oltre al movimento visto ancora come costola della sinistra, oltre la gestione monarchica (rectius: diarchica) del movimento, oltre la politica fatta da “ragazzetti inesperti”, oltre lo stesso termine “grillino” (contro la quale, non a caso, si è scagliato il deputato Alessandro Di Battista). Un “oltre” che dovrebbe essere la tardiva certificazione di un cambiamento in parte già avvenuto nel terreno nel quale si son trovati a correre, o a rincorrere, ma un “oltre” tutt’altro che facile per un movimento qualunquista che, per natura, ha una vita breve e molta concorrenza.
Sarà Beppe Grillo ad aprire il VDay, dando la spinta iniziale ad una manifestazione meno incentrata su di lui e più su ospiti (sul palco e sul teleschermo) tra i quali sono stati annunciati alcuni nomi nazionali e internazionali di molto rilievo (primo fra tutti Julian Assange). I parlamentari cinque stelle non saranno sul palco, ma “tra la gente”, e ci chiediamo se Gianroberto Casaleggio bypasserà la manifestazione. I segnali, tutti volti a quella trasformazione che prima ho descritto, sono abbastanza chiari: tuttavia mi riesce difficile pensare ad un VDay dove i riflettori non saranno tutti puntati su ciò che Grillo, nel primo pomeriggio, dirà alla platea festante di Genova, la sua città.
Infine un opinione personale: cari grillini, se vi aspettate un cambiamento… Scordatevelo. Le vostre aspettative saranno tradite. Ma voi, probabilmente, neanche ve ne accorgerete.

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