Oro et labora: siamo tutti schiavi di uno Stato schiavo?

In questo articolo vi dicevo che sarebbe servita una lezione di storia della moneta.

È un articolo molto lungo, così l’ho diviso in due sezioni. Una parte storica, che potete saltare, se vi ritenete abbastanza esperti, ed una parte di approfondimento politico.

Dalla regia mi chiedono di procedere andante stringente, quindi bando alle ciance e catapultiamoci nell’epoca dei fenici, sumeri e babilonesi; popoli fratelli (…) di quello ebraico, che, si sa, coi soldi ci sa fare.

PARTE I: LA STORIA

Ok, non stiamo parlando veramente dei fenici. Chiamiamoli “il popolo delle tavolette“.

Ci sono queste tribù: una ha i pomodori, l’altra le patate. Questo sarebbe impossibile perché nessuno dei due vegetali era conosciuto a quei tempi, ma facciamo finta che invece le cose siano andate effettivamente così.

Le due tribù sono in pace e si scambiano pomodori e patate. A volte capita che ci sono delle ottime annate di patate, a volte sono i pomodori ad andare alla grande. Siccome è un peccato buttare via i raccolti in eccesso che non si riescono a scambiare sul mercato delle due tribù, gli ortaggi vengono ceduti lo stesso, in cambio di una tavoletta d’argilla con sopra un segno. Sarà possibile scambiare quella tavoletta, in futuro, per l’equivalente quantitativo di verdura nelle annate future. In questo modo lo scambio sembra “equo e solidale” (ma esistono scambi che non sono né equi né solidali? Non so.)

Sorge un problema: le tavolette si rompono facilmente, ed in giro ci sono un sacco di falsari. Inoltre, finisce sempre che una delle due tribù ne ha immagazzinate troppe. Collezionarne ancora non sembra poi così appetibile…sembrano non diminuire mai

Così il capotribù ricco propone una nuova regola: si userà un certo peso d’oro per sostituire l’argilla. L’oro non si altera mai, è di facile lavorazione, e, soprattutto (secondo la mentalità delle tribù), se se ne accumula troppo lo si può fondere per abbellire le proprie abitazioni o costruire monili.

Negli anni a venire scoppia una frenesia generale per le (scarse) fonti d’oro sul territorio. Fine degli scambi: è tempo di guerra.

Signori, questa è la nostra Età dell’Oro!

Siamo ora in epoca classica: l’Imperatore Traiano spinge l’Impero Romano al confine con la Dacia per appropriarsi delle riserve aurifere della regione. Egli sa che non ci sono più troppe terre da regalare alle generazioni di militari che proteggono il limes settentrionale, e solo le auree regalie terranno a bada popolo e militi.

Gli Arabi, consolidato il dominio sul Nordafrica, attraverseranno i deserti pur di raggiungere il ricchissimo Malì, che fornirà ai figli di Maometto l’oro necessario per il sostentamento dell’Impero, già assai impegnato nella conquista del mediterraneo.

In epoca medievale, le cose cambiano in Europa. I Signori della Guerra, franchi e germani, dall’alto dei loro castelli, chiedono cibo alla loro gleba. Anche i chierici erano pagati in grano, e non in denaro.
I mercati sono chiusi: è da questa situazione che nasce la classe borghese.
Figli di padri contadini, essi sono più avventurieri che imprenditori, più viandanti che commercianti.
Rifiutano di pagare le tasse ad un signore che non riconoscono. C’è già qualcosa di rivoluzionario in loro. L’oro è il metallo che li lega, quasi come un nuovo popolo eletto. Nell’oro, nel suo valore duraturo, nella sua malleabilità, essi si riconoscono. Ma i nobili li fermano: nascono i dazi di frontiera. I nobili vogliono massimizzare le loro entrate fiscali.
Anche la Chiesa concorre per l’oro: basiliche e cattedrali dovranno pur essere addobbate come è doveroso appaia una Casa di Dio.

I nobili hanno quindi riscoperto l’oro. Essi sono astuti: non vogliono vedersene depredati del valore. Ai nobili l’oro non interessa. Non si mangia. Non è buono per farne spade o armature. Ne interessa il valore. Il valore è già un valore di scambio: l’oro è buono per comprare dagli artigiani delle città minerarie il ferro delle lame, e poi ancora spezie e tappeti dall’Oriente, perché il Potere non è tale, se non è manifesto!
I borghesi, oramai vecchi e con le ginocchia deboli, si sono riuniti nei borghi e sono diventati banchieri. Saranno loro a fornire l’oro ai nobili, perennemente impegnati nella conquista delle terre e di cibi e vini pregiati.

Spesso i nobili, però, sono cattivi debitori.
Il Re d’Inghilterra – l’alito della D’Arc sul collo – si rifiuterà di saldare i conti con Firenze, scatenando una delle meglio documentate crisi finanziarie dell’epoca medievale.
Firenze era pasciuta, ma con un artifizio: non si usava solo l’oro in città. Già ai tempi il governo comunale rilasciava dei titoli di stato che erano comunemente usati come merce di scambio nelle trattative tra le Arti Comunali. La notizia dell’insolvibilità della Perfida Albione scatena il panico tra i fiorentini: i titoli di stato, privi di copertura dai profitti della Famiglia Bardi sulla Guerra dei Cent’Anni, perdono il loro valore. La città è in bancarotta: sono anche i tempi della crisi politica narrata anche dal grande Dante Alighieri.

Nel tempo, i nobili sperimentano modi più raffinati per fregare il prossimo: in Francia, nel diciassettesimo secolo Sua Maestà, sull’esempi degli antichi imperatori, impone il Luigi.
Questa moneta pretende di avere il valore del vecchio franco, ma sostanzialmente contiene una quantità d’oro assai minore. Attraverso la nazionalizzazione della moneta lo Stato Assolutista espande il suo dominio sulla vita economica dei suoi sudditi.

Tuttavia, il monstrum popularis dell’inflazione sorgerà a difesa del libero arbitrio, erodendo come un tarlo il grande impero coloniale dei tempi: l’Impero Spagnolo, ove il sole non cessa mai di splendere.
La Spagna, per due secoli (sedicesimo e diciassettesimo) drenerà oro dalle sue colonie: ogni attività lavorativa viene praticamente interrotta. Perché uno spagnolo dovrebbe sgobbare quando la Corona può pagare un inglese o un olandese per fare lo stesso lavoro?

Ma questi anglo-olandesi sono affamati e folli: pagano i pirati per boicottare le rotte mercantili degli spagnoli. Dopo un paio di secoli ed un paio di battaglie sfortunate sull’Atlantico, l‘oro è finito tutto nelle mani dell’asse Londra-Amsterdam. Nel diciottesimo secolo, l’Inghilterra ha visto una crescita enorme dell’economia reale, mentre il nemico imperiale campava di finanza. Una conseguenza intuitiva è stata che gli inglesi hanno conosciuto anche un rapido sviluppo tecnologico. Il popolo era incentivato a migliorare le proprie prestazioni lavorative.

S’impone così il liberismo economico, che nel tempo conquista i cuori di francesi, svizzeri, italiani e chiaramente statunitensi, ma in quest’ultimo caso, nemmeno così tanto come potreste immaginare voi. Unico paese che sembra resistergli è la Germania, a trazione nazionalistica, il cui esempio di “economia nazionale protetta” piace molto agli Europei dell’Est ed al Giappone.
Caratteristica sia del modello liberale che di quello protezionista è il bimetallismo: ci sarebbe molto di figo da scrivere al riguardo, ma non è sede.

Gli inglesi cercarono di mantenere la convertibilità della sterlina con i pesi d’oro per più tempo possibile: era una buona strategia per incentivare l’uso internazionale della loro moneta e gli investimenti nei loro titoli di stato, ma la Prima Guerra Mondiale rappresentò un peso troppo duro da sostenere, e spostò verso gli Stati Uniti il ruolo di leader economico internazionale.

Nel 1944, adottati gli accordi di Bretton Woods, che sanciscono la convertibilità del dollaro con l’oro, la situazione è un po’ un casino. Il nazionalismo sembra essere il nemico: è quindi necessario evitare di far apparire lo Stato come assolutista.
Gli Stati Uniti devono crescere nel prodotto reale, se vogliono adottare politiche monetarie espansive.

Temo non ci abbiate capito molto delle ultime cose dette; questo ultimo passaggio va spiegato così: più gli Stati Uniti producono dollari, più potranno acquisire prodotti da altri paesi (aumentando il benessere) senza correre il rischio di inflazione, perché è garantita la convertibilità in oro, quindi la moneta non perde mai di valore. Se però vogliono produrre moneta, devono comprare oro, per garantire la convertibilità. Se comprano troppo oro, il prezzo dell’oro sale. Se il prezzo sale, servono più dollari per comprare l’oro. E per avere più soldi, o aumentano le tasse (riducendo il benessere, nonché la produzione!), oppure li producono. Ma per produrli…serve altro oro! È un circolo vizioso!

Nel frattempo il debito pubblico mondiale è in leggera crescita, perché cresce la spesa dello stato. Esercito, welfare e sviluppo tecnologico sono voci consistenti del bilancio USA, ma non si deve perdere il confronto con l’URSS, che gradualmente vede i suoi saggi di crescita rallentare.

La stupida guerra vietnamita da il colpo di grazia all’economia americana. Fine della convertibilità dell’oro.

Signori, questa è la nostra Età della Finanza!

PARTE II: LA TEORIA CHE CI STA DIETRO

Mutui, derivati, titoli, prestiti…chiamateli come volete: questi non sono altri che le Tavolette d’Argilla, tecnologicamente evolute come del resto l’abbigliamento o l’architettura.
Lo Stato non può e non deve poter produrre moneta per sé stesso. Questo era stato già sancito da ben prima, per evitare crisi inflazionistiche.
Sappiamo che l’oro è qualcosa di valore perché ha un valore di scambio che è il valore convenzionale che è direttamente legato alla quantità dei commerci, ma adesso l’oro non si può più scambiare col denaro ad un cambio fisso. Ed allora, che cosa viene scambiato col denaro? La promessa di altro denaro.

Rifletteteci un attimo: adesso il denaro, slegato dall’oro, ne ha assorbito il valore. Il denaro è un pezzo di carta che vale in rapporto ai modi in cui può essere scambiato: più c’è roba da scambiare, più vale il denaro. Si ha interesse a produrre denaro solo in cambio di più denaro.
Proprio come quando nell’Età Aurea chi possedeva l’oro godeva un valore che sovrabbondava il valore di estrazione dell’oro stesso, oggi chi produce denaro gode di un valore che sovrabbonda quello del valore del produrne la carta. Questo valore è il tasso di sconto (o tasso d’interesse del denaro).

Cos’è il signoraggio? Come nel medioevo il signoraggio era dato dal beneficio di estrarre oro da una miniera contro il costo di farlo, oggi il signoreggio è dato dal tasso di sconto al netto dei costi (di produzione, e non).

Nel caso questa attività sia svolta da privati, è un profitto dovuto? Rigiro la domanda: il profitto sull’estrazione aurifera è un profitto dovuto? Ci sono tesi discordanti.
Tuttavia, sotto un profilo meramente storico, io sono felice che il signoraggio vada ai privati e non allo Stato.
Vi chiederete il perché. Come ha impiegato lo Stato nel corso dei secoli il profitto da signoraggio? La prima voce di spesa è sempre, sempre, assolutissimamente, stata la spesa militare: ovverosia la guerra.
E stavolta non mi riferisco ai signori medievali. Fino agli anni, ’70 gli Stati Uniti hanno sfruttato la loro supremazia economica per imporsi militarmente nelle regioni periferiche del mondo. Hanno cambiato sistema perché quello precedente per loro era troppo costoso.
Ancora oggi la Federal Reserve, che produce molta più moneta della BCE, è assai più controllata dallo Stato di quest’ultima, e fa iniezioni di liquidità principalmente per finanziare la guerra.
Si. Anche sotto Obama.

Io non so se è giusto che chi detiene la proprietà sull’oggetto che gode del valore di scambio (sia esso l’oro o il denaro) sia privato o pubblico. Semplicemente, credo che il sistema attuale della BCE, che prevede quote di minoranza degli stati nazionali nel profitto da signoraggio, contro una semi-impossibilità di cogestione delle decisioni della banca centrale da parte dei banchieri europei sia equamente bilanciato.

So di aver accelerato troppo con le parole: a rischio di fare un papirone, sono costretto a spiegarvi pure questo: le banche accedono ai profitti della banca centrale, ma la loro quota partecipativa nella banca centrale nazionale è pari alla loro quota di riserva di capitale finanziario.
Le Banche hanno il dovere di non investire almeno una quota dei loro soldi. Questa quota, percentuale, è dunque destinata alla Banca Centrale Nazionale, che a sua volta, a seconda della proporzione con le altre Banche Centrali in Europa, vede determinata la quota partecipativa nei profitti della Banca Centrale Europea.

Esempio: se la BCE guadagna 100 e Bankitalia partecipa al 10% della BCE, allora Bankitalia guadagna 10. Se la Banca Paperinos ha una riserva pari al 10% di Bankitalia, allora la Paperinos ha guadagnato 1, dalle attività della BCE.

Inoltre, le Banche Centrali Nazionali europee non possono agire all’interno dei loro paesi. Bankitalia non può acquisire titoli italiani. Se ci pensate: è ottimo, nel clima di diffusa corruzione finanziaria in cui viviamo.

In ultima analisi, voglio però presentarvi l’altro lato della medaglia.
Penso che se siete un attimo svegli avete capito che scambiare denaro per più denaro a volte è una grossa stupidaggine.
Tecnicamente succede questo, ma traslando un attimo nella concretezza dei fatti, ciò che viene scambiato è denaro per lavoro. Si, come i vecchi servi della gleba.

Pensateci: è semplice. Le banche comprano titoli di stato per finanziare i debiti pubblici. Questi debiti, alla fin fine, saranno ripagati con altri debiti (la cosa non sembra risolvere molto, però) o con più tasse. Le tasse sono una percentuale del nostro lavoro e delle nostre proprietà.
Quindi, più lo Stato fa debiti, più sta sottraendo (o rubando) il lavoro ai suoi cittadini (nota: in Economia questa viene definita l’Equazione Ricardiana).

Sul noto sito chicago-blog di Oscar Giannino potete vedere il debito pubblico italiano
Il debito pro-capite degli italiani è di 33,8 (nota: all’epoca di quando fu scritto l’articolo più di un mese fa, era 33,6) mila euro.
Questo vuol dire che una famiglia di quattro componenti che non ha un patrimonio di 135 mila euro (e ce ne sono) è già, tecnicamente, schiava.

Schiava nel senso che non lavora per la propria libertà, per le proprie libere aspirazioni, ma solo per pagare i debiti dello Stato, cioé esclusivamente per i servizi di cui gode per la libera scelta di abitare sul suolo italiano. Questi servizi possono essere molto utili, sicuramente essenziali, ma non sempre sono nemmeno sufficienti a garantire la sopravvivenza biologica.

Potete dare la colpa alle Banche (ed essere favorevoli al ripudio del debito), oppure ribadire che sono necessarie più tasse per rilanciare gli investimenti della spesa pubblica. Gli effetti di lungo periodo sono gli stessi: il crollo del sistema. La bancarotta delle banche, e conseguentemente dei  conti in banca, nonché di ogni forma di valore del denaro.

Esattamente: se cade l’Euro, potete anche asciugarvi il sedere coi vostri risparmi.

Se invece rientrate in quelle famiglie che sono già-tecnicamente-schiave, incacchiatevi, scendete in piazza, scatenate le rivolte.
Non avete niente da perdere, ma prima ponetevi una domanda, se avete un briciolo di onestà: chi è il vostro nemico? Le Banche? Lo Stato? Entrambi? Ma soprattutto: perché?

Ricordate la proposta shock di Ron Paul? E se tutti potessimo coniare le nostre monete?
Se crolla l’euro-sistema, arriveremo giocoforza a quello. Perché non ci fideremo più delle monete uniche. Ognuno di noi troverà le sue forme per barattare i nostri beni ed i servizi.
E quale sarà la moneta che prevarrà (ovverosia: varrà più delle altre) ?
Quella dello straniero cinese, che raccoglie il valore dei fumi sporchi di Pechino e della “robotomia” comunista?
Quella forte del valore dei mitra russi o americani?
Quella che si basa sul lavoro dei nostri figli che non nascono più?

Oppure il ritorno alla moneta dorata, che fa il piacere del ricco possidente d’oro?

Cambierebbe qualcosa?

(Quando) Lo Stato è una offesa alla dignità dell’individuo.

Questo è un articolo molto amaro che apre ad una opinione molto chiara sulla vicenda dei due marò e prosegue con alcune deliranti considerazioni sulla vita, sulla dignità dei popoli e sut tutto il resto.

Prima di scrivere questo articolo, che sarebbe potuto uscire diciamo un paio di giorni fa, ho preferito terminare di vedere anche l’ultima puntata di un cartone animato giapponese, un anime, chiamato Code Geass.

Code Geass narra la storia di una Terra distopica in cui diverse superpotenze combattono una guerra senza confini per la conquista del mondo e delle sue risorse. I personaggi principali fanno tutti parte di una famiglia regnante che non si fa scrupoli ad usare militari e civili come pedine su una scacchiera di un gioco strategico. Solo quando l’ultimo tiranno è abbattuto, la gente comune può conoscere la pace tra i popoli e le nazioni. Volutamente non inserisco imagini. La veste grafica non è stata di mio gradimento.

Mi direte voi come e quanto questo possa avere influenzato le opinioni che di qui passerò ad esporre.

Credo che non sarà niente di nuovo, ma reputavo importante dirlo. Non so quanti mi leggeranno; per chi lo fa: pensateci bene a quello che sto per dirvi.

Al Telegiornale, il Tg2, durante il pranzo, sento una durissima accusa di Vincenzo Nigro (che poi esporrà in forma estesa su Repubblica): “Il Ministro degli Esteri, Giulio Terzi, ha sfruttato il ritorno dei due marò al solo fine di un guadagno politico personale.

La mia più grande paura? Che il Nigro c’avesse ragione.
Da quel giorno, è cambiata una cosa. Che Terzi ha rassegnato le dimissioni. Ma l’intera faccenda mia ha amareggiato moltissimo.

Innanzitutto, ho percepito il male della politica. Ho percepito il male nella sua forma più disumana: i nostri due soldati sono degli eroi. Sono degli eroi, e non perché l’hanno voluto. Sono degli eroi perché le contingenze del caso li hanno fatti assurgere a questo – mai così infausto – piedistallo. Sono due eroi popolari, e sono due poveri cristi.

Io non so e certamente non posso dire se hanno sbagliato. Ma sono stati usati, come pedine.Non sopporto l’idea che la vita e la libertà di queste due persone sia stata usata per regolare i rapporti con questo stato fortissimo, elefantiaco e potentissimo che è l’India. Ma perché? Perché dobbiamo essere schiavi di queste persone che stanno al potere? Perché le truppe che noi addestriamo per difendere il nostro territorio, non solo vengono mandate a combattere in luoghi lontani, ma persino sulle navi commerciali. Perché un ambasciatore, che da sempre non porta pena, dovrebbe pagare le colpe del suo Paese con la reclusione e cosa? Minacce? Era veramente pronto a questo? Oggi un ambasciatore dev’essere veramente pronto a questo? Perché, in nome di queste due istituzioni vuote di ogni valore umano chiamate Stato Italiano e Federazione Indiana, due nazioni, o due insiemi di popoli, saranno – inevitabilmente – costretti all’odio, all’odio razziale?

Io lo so, perché io ho visto ed ho letto. Ho letto cosa l’indiano medio pensa degli italiani. Ho letto cosa hanno fatto i politici indiani, cosa hanno detto ai loro elettori, cosa hanno promesso. Hanno promesso vendetta e punizioni esemplari. Ho visto come alcuni – fortunatamente i meno, ed i meno disciplinati – militari italiani risolverebbero la cosa. In maniera sbagliata, se proprio non c’eravate arrivati.

Vi è stato insegnato che lo Stato deve portare ed educare i suoi cittadini ai valori della pace e della dignità, ma sistematicamente non è così. Lo Stato è solo l’esoscheletro da cui il potente di turno si diverte a giocherellare. Io non voglio affatto essere riconosciuto cittadino di nessun ente giuridico che si permetta di giocare in questo modo con la vita delle persone. Malta, Italia, non fa differenza alcuna. Non sono mai stato convinto che sia un fattore di nazionalismi o peggio di razza. L’umanità è dentro di noi. Solo che gradualmente, la sacrifichiamo per ottenere più potere sul prossimo e sulle cose. È assolutamente necessario ridimensionare sin da subito la quantità di operazioni militari di ogni singolo paese nel mondo. Io so perfettamente che nessuno di noi può fare niente, individualmente, e tuttavia vi chiedo di non smettere mai di valutare, tra le proposte politiche, il pacifismo e l’antimilitarismo, come alternative giuste e desiderabili.
Infatti, solo una politica diplomatica seriamente impegnata alla collaborazione overnazionale (badate bene, overnazionale, non internazionale. Dobbiamo abbattere il mito del nazionalismo), e non al fottere il prossimo (in tutto e per tutto) può rivelarsi efficace a lungo andare.

Non è affatto sbagliato armarsi. Possiamo armarci quanto vogliamo. Sarà inutile, se non abbiamo con chiarezza la coscenza che lo scopo per cui dobbiamo tenere una pistola in mano è quella di non doverne mai premere il grilletto. C’è una persona con una pistola e nove senza. Quei nove sono i suoi schiavi. Ora ci sono diece persone tutte con una pistola. Se anche solo uno dei dieci spara, quei 10 sono uomini morti. Se però tutti e 10 hanno ben chiaro che non devono sparare, quei 10 hanno formato un equilibrio diplomatico. L’Umanità, l’amore per la vita, è l’unico freno naturale che ci dovrebbe impedire di sparare. L’Umanità è l’unico vero mezzo che abbiamo per vivere in equilibrio tra di noi. L’Umanità è uno stato mentale, uno stato dell’anima. Chi ama la vita ha la pistola e non ne preme il grilletto.

Voglio concludere questo articolo con uno dei discorsi più toccanti che io conosca:

Gandhi, l’intramontabile Gandhi, è stato il leader politico e spirituale della rinascita indiana.
L’India, un colosso che schiaccia l’Italia, un paese che ha perduto ogni forma di fiducia verso sé stesso. Su cosa si poggia l’India? Sulla moltitudine. Perché l’India è la terra dei “geni della scienza” ? Perché gli indiani sono geneticamente più predisposti? Oh, no. Perché sono tanti. Ed ognuno di loro, conta. Ogni singolo indiano, sommato a tutti gli altri indiani, conta.

Questo è davvero la fonte di ogni forza: la moltitudine.
Se l’Italia non ritroverà subito il rispetto verso il popolo e verso l’italiano medio che ne è la sua matrice, il suo stampino; se l’Italia non trarrà dal basso le sue risorse, e non appellandosi ad una fantomatica elita marcia, corrotta e soprattutto sterile; allora l’Italia sarà schiacciata dagli elefanti.

E forse, dico forse, se da questa esperienza lo Stato Italiano, per come lo conosciamo adesso, ne uscirà frantumato, e parimenti cadranno ad uno ad uno tutti gli obelischi ed i simboli meta-architettonici della pianificazione della vita umana, forse solo allora, ritroveremo l’Umanità perduta.

Si prega sempre quando è tardi.

Così cantavano I Corvi, rocchetti degli anni ’60 dimenticati dal tempo.

Questo è l’ennesimo articolo sul Papa e sulla Chiesa. Ne abbiamo avuto uno del collega Mullanu che attaccava alcune dichiarazioni del Pontefice Francesco (poi rivelatasi una bufala), ed un’altro del vaticanista che risponde all’identità di “Sisto VI”, cattolico tradizionalista.
Si dice che il 98% dei maltesi sia cattolico. Penso di non potermi sottrarmi a questa statistica.

In verità, questo articolo voleva essere una recensione del libro “Gesù ed i Saldi di Fine Stagione” (provocante, eh?) di Bruno Ballardini, e lo sarà, ma mi riserverò di incentivare alcuni passi salienti di quest’opera.

Ho scoperto il Dott. Ballardini con quest’opera. È un filosofo, esperto di marketing e comunicazione.
Mi è parso di capire dalla lettura che segua le filosofie orientali del Tao e non creda nei dogmi cristiani, pur rispettando la figura di Gesù. Dimostra una mentalità pragmatica, a differenza di quanto ci si aspetterebbe da un grande esperto di lettere e costume. Aveva già scritto un libro simile; l’argomento è: “Affinità e divergenze tra Marketing e Religione“.

Questo libro è di una bellezza indescrivibile. Non è una biografia, ma con metro magico il Ballardini ci svela parte del suo passato hippie, dei suoi sogni, delle sue esperienze, delle sue riflessioni sul divino e sul mondano. Non è un romanzo. Ma forse lo è: racconta una storia così incredibile da non sembrare vera.
Per buona parte della lettura, le pagine s’incastrano in un trattato filosofico sulle strategie di espansione del bacino di fedeli delle istituzioni religiose; eppure, l’intento del libro non è davvero questo.
Ballardini ci dice che ha scritto questo libro col chiaro intento partigiano: voleva che una certa fazione della Chiesa potesse vincere su un altra.

Andiamo al succo: la storia del libro è che Ballardini è chiamato da un Cardinale di circa 73 anni, un grande teologo, che gli chiede di insegnargli le basi fondamentali del marketing ed elaborare una strategia per frenare il calo delle vocazioni e migliorare il consenso internazionale riguardo le politiche e la dottrina della Chiesa Cattolica. Il Cardinale gli chiede riserbo sul fatto, rivelando al filosofo che il suo fine personale è conquistare l’approvazione degli altri Cardinali al fine di operare una transizione epocale all’interno dell’istituzione petrina (!!!).
Sotto il profilo etico, non mi schiero a fianco dell’autore. Pubblicando il libro (nel 2011) ha tradito la fiducia del Cardinale, ma Balardini si difende dicendo che la pubblicazione del libro avrebbe comunque indirizzato la popolazione cattolica verso quel “modernismo” così temuto dagli uomini del Vaticano (compreso Sisto VI!), e così auspicato da quella massa di intellettuali dei “Credenti – Non praticanti“.
Notate questo: il filosofo ci lascia col dubbio. Dice che potrebbe essersi inventato tutto di sana pianta, sebbene un fondo di verità dietro la sua storia ci sia.
Questo espediente, l’ho trovato magnificamente metanarrativo.

Immagine

Sotto profilo dei contentuti, ci troviamo di fronte ad un trattato valido: Gesù e i Saldi di FIne Stagione esplora con fare scientifico pregi, debolezze e minacce della Chiesa Cattolica.
Questo non è un libro contro la Chiesa, ma un libro che vuole aiutare la Chiesa.

Secondo Ballardini, il problema del Vaticano si può riassumere così: è incoerente. Molti prelati sono degli ipocriti. Ballardini non afferma assolutamente che la Chiesa si sbagli ad assumere posizioni difensive su temi come l’aborto o l’impiego degli embrioni in ambito scientifico. Egli non vuole dare giudizi di merito sui temi etici. Ballardini invece pone in risalto questo fatto: mentre il Papa chiedeva ai cattolici un disimpegno dal relativismo sui temi etici, i suoi apparati usavano due pesi e due misure per gli affari interni. Un chiaro esempio è questo: se un prete protestante sposato si converte al ministero cattolico, mantiene il sacramento del matrimonio, mentre se una suora venisse stuprata, dovrebbe dismettere il saio.

Queste incongruenze nel diritto canonico generano sentimenti di inquietudine nei fedeli.
Anche nei suoi organismi più decentrati, il Vaticano è frammentato. Secondo Ballardini, ci sono troppe differenze tra Comunione e Liberazione (cattolici trendy, intellettuali e moderatamente spiritosi) ed il Movimento dei Focolari (cattocomunisti), senza dimenticare l’Opus Dei (definiti quasi massonici nella loro ritualità), quei laici sempre in antitesi coi poveri parroci diocesani.
Secondo questo libro, l’Azione Cattolica, la vecchia spalla della Democrazia Cristiana, era un chiaro esempio di diligenza ed efficienza, ma la frammentariazione dell’associazionismo cristiano, questi nuovi gruppi postconciliari, spesso guidati da laici, ha distrutto quanto di buono avevano costruito l’Azione Cattolica e gli antichi ordini di monaci e chierici (francescani, domenicani, gesuiti etc etc).

Sotto il profilo de: “I grandi nemici moderni della Chiesa“, Ballardini pone un forte accento sulle confessioni pentecostali e sincretiche. Le prime, in maniera ingenua e con toni da predicatore, affascinano i fedeli più ingenui: permettono una intermediazione diretta tra la divinità e l’uomo, spesso però sprofondando nella superstizione; le seconde , e ci riferiamo a Scientology ed alcune strane chiese orientali che fanno un minestrone di dottrine e simboli, sono altrettanto pericolose perché spesso guidate secondo criteri molto profani e molto poco spirituali nelle modalità di espansione del bacino di fedeli.
Non ho citato Scientology a sproposito: se la Chiesa medievale si rifaceva al grande carisma dei Papi e dei Santi per attrarre i fedeli, Scientology si rifà al carisma di attori e personaggi famosi per conquistare la scena.

Le antiche filosofie orientali, invece, non sarebbero rivali del Cattolicesimo, perché il loro messaggio interessa maggiormente quella componente di fedeli che non è naturalmente incline al messaggio cristiano.
Discorso a parte per l’associazionismo ateo, l’UAAR (Unione Atei Agnostici Razionalisti), definiti dal filosofo quasi una “setta”: inadeguate ad aggregare anche i liberi pensatori a cui vorrebbero rivolgersi perché prive di “prodotto”, prive di valore. Bello il paragone tra queste religioni senza-Dio ed il movimento No-Logo di Naomi Klein: l’associazionismo ateo è inconcludente perché offre le stesse soluzioni ipocrite della Chiesa senza tuttavia offrire nessun prodotto spirituale “più elevato”.

Il messaggio più forte del libro però si rivela nella parte finale: il filosofo che rivela la strategia ai prelati vaticani in una conferenza alla Pontificia Accademia delle Scienze. La grande strategia è che la Chiesa non deve avere una strategia. Le strategie si adoperano in guerra, e la guerra conduce al massacro. La Chiesa Cattolica per troppo tempo ha dimenticato che il suo obiettivo è la salvaguardia la vita umana in questo mondo, e l’anima in quello che verrà. Non c’è nessun particolare motivo per porsi in antitesi con le altre religioni.
La strategia del cristiano è dunque il Vangelo del Cristo: nel libro sacro, l’esperto di comunicazione ed etica conferma qual’è il marketing da adottare. Il suo consiglio è un ritorno ai fondamentali: i preti dovrebbero potersi sposare come fu nella prima metà della Storia del Cristianesimo. Gli scismi dovrebbero essere sanati. Il cristianesimo deve ritornare a coniugare ortodossia (che in greco vuol dire “Verità”) e cattolicesimo (che in greco vuol dire “Universalità”) ricucendo al più presto gli strappi con le chiese orientali, luterane ed anglicane.

Alla luce dei recenti fatti del 2013 mi pongo un serio interrogativo: e se il Dott. Ballardini non avesse mentito? Se una “fronda modernista” si fosse messa in azione nel Ponteficato di Benedetto per una serie di riforme sostanziali dell’Alto Clero?

L’elezione di Francesco porterà, come peraltro diagnosticato da un buffo (o blasfemo, a seconda dei casi) articolo di VICE, un generale ritorno alla Chiesa povera. Questo sembra piacere molto ai fedeli. È solo una delle componenti del ritorno alla Chiesa dei Martiri. Una strategia efficace, basata sul Vangelo, porterà al compimento finale dell’AntiScisma Cristiano?

Un altro interrogativo scuote la mia coscienza: tutto questo era già stato profetizzato più e più volte…l’esito finale dell’operazione è sempre il solito: l’Apocalisse, la fine di Roma e del mondo intero nel Giudizio Universale e l’ascesa della Gerusalemme Celeste.

Il Papa Povero sarà un nuovo Pietro, o ne sarà l’ultimo?
Le speculazioni possono essere molte. Cercate di ragionarci: forse la fine della dinastia dei Pietri potrebbe essere il trionfo finale del Cattolicesimo sul mondo.

La Repubblica d’Orbàn.

L’11 Marzo 2013 A. Tarquini scrive su La Repubblica che Viktor Orbàn, Presidente del Consiglio Ungherese, è riuscito a far apportare 7 sostanziali modifiche alla Costituzione tali da “aver fatto tramontare i valori liberali e democratici del Vecchio Continente”.

Immagine

Viktor Orbàn non è nuovo a subire attacchi da parte della stampa dell’Europa dell’Ovest (e dell’Est).
È un personaggio controverso, perché sostanzialmente la sua carriera politica si sintetizza così: uno studente come tanti che sfugge al comunismo andando a studiare all’estero. Alla caduta del Muro torna in patria da progressista liberale, il suo partito toppa ai pronostici, allora si reinventa popolare europeo, prima va al governo, poi perde le elezioni. A quel punto le crisi congiunte di economia e politica (il partito Socialista va ai minimi storici in termini di consenso perché come da tradizione “s’erano magnati tutto”) gli consegnano un paese in cerca di un Messia.
Lui cambia la Costituzione una volta, e poi un’altra; sostanzialmente diminuisce l’influenza diretta (ed indiretta) della magistratura e dei mass media nelle elezioni, e parallelamente opera una restaurazione formale di simboli e sentimenti della vecchia cattolicissima Monarchia. Fatto buffo: Orbàn è cresciuto in una famiglia protestante, non ha mai annunciato conversioni al cattolicesimo.
A quel punto stringe un patto di ferro coi fascisti ed inizia una timida retorica anti-europeista.

Insomma, è un tizio che gode della doppia investitura, del Popolo e di Dio.
Comprensibile che stia un po’ sulle scatole ai tecnocrati dell’UE, mai veramente preoccupati di dover rendere del loro operato né al Popolo, né a Dio.

In questo articolo prenderemo in analisi solo i 7 punti evidenziati da Tarquini, cercando di svelare come un giornalista può enfatizzare un fatto al fine di costruire una grossa notizia.
Ammetteremo per semplicità anche che Tarquini abbia riportato la pura ed evidente verità, e che dunque non esistano chiavi di lettura differenti delle modifiche alla Costituzione.

1-In futuro la Corte costituzionale potrà esaminare cambiamenti della Costituzione solo da un punto di vista formale, non sui contenuti. E inoltre i giudici supremi non potranno più richiamarsi a loro sentenze sul Diritto costituzionale ed europeo emesse prima dell’entrata in vigore della Costituzione voluta dal partito di Orbàn e varata nel gennaio 2012, anche in quel caso senza dialogo con gli altri partiti e senza tener conto di critiche e riserve dei partner europei. “E’ la vendetta di Orbàn contro la consulta”, dicono i socialisti. La Corte costituzionale in effetti aveva respinto proprio leggi liberticide che ora Orbàn trasforma col voto parlamentare di oggi in dettame costituzionale.

La Corte Costituzionale deve essenzialmente dare pareri formali. Quello è il suo compito primario. Comunque è vero che la Corte Costituzionale usa un metro interpretativo che deve essere spiegato al pubblico. Nel fare ciò, accade che si evidenziano delle motivazioni eterodosse che però sono ammesse in virtù di un principio di sostanzialità della sentenza. Non è comunque previsto che la Corte possa dare giudizi politici, giudizi sulla politica o, ancora peggio, abusare del proprio potere al fine di porre in essere risoluzioni di tipo esecutivo.
Pensateci: la Corte Costituzionale è quel “Guardiano che non è guardato da nessuno”, ha sempre l’ultima parola, e, paradossalmente, se la Corte Costituzionale ponesse in atto una forma di colpo di Stato, non esisterebbe sul serio un singolo organo preposto alla difesa istituzionale.
Che inoltre la Corte non possa rifarsi alle sentenze precedenti all’entrata in vigore delle modifiche, è un atto politico ma non scevro dalla ratio fondamentale del Diritto: le sentenze europee sono ammesse nel diritto nazionale solo se ciò è previsto dalla Costituzione stessa.
E si, è una chiara vendetta contro la Consulta, che mette sempre i bastoni tra le ruote ai riformisti.

Poi non capisco una cosa. Ma se la coalizione Orbàn – Conservatori – Nazionalisti – Protezionisti – Fascisti gode del 75% dei consensi in Parlamento, che senso avrebbe chiedere il parere dell’opposizione? Facciano un po quel che pare loro, mica li guida Bersani…

2-La libertà di espressione e di opinione potrà essere limitata se ferirà una non meglio definita “dignità della nazione ungherese”.

Una legge liberticida, pericolosa ma non nuova. Dall’alba dei tempi i sovrani giustificano il silenzio come prevenzione all’offesa. Una società più è libera, più è una società che tollera le offese (di ogni tipo).

3. Gli studenti saranno obbligati, dopo la laurea, a restare in Ungheria per un periodo almeno lungo come il corso di laurea, e in alcuni casi fino a dieci anni, e sarà loro vietato di cercare lavoro all’estero. Se violeranno tale norma dovranno ripagare le spese degli studi superiori.

So che sembra una cattiveria ed in effetti lo è. Ma è una cattiveria statalista, e forse – dico forse, perché non conosco la situazione magiara così a fondo – necessaria.
Mi riferisco al fatto che in molti paesi del Terzo Mondo sono in atto simili disposizioni. Per questi paesi mantenere un sistema Universitario è più un costo sociale, che una risorsa, nonostante tutto, quindi si cerca di rientrare coi costi come si può.
Badate bene la tecnica del giornalista, che “gonfia” la notizia utilizzando termini come “obbligo” e “vietato”, salvo riservare alla sola proposizione finale che queste forme di restrizioni concretamente si traducono in un semplice (per quanto oneroso, certo) sovrapprezzo del servizio.

4. I senzatetto non potranno trattenersi e dormire in spazio pubblico, se lo faranno saranno punibili dal diritto penale.

So che suona strano, ma esistono diverse leggi nel mondo sui senza tetto, mosse da moventi piuttosto disparati. In linea di massima vale il principio che non si dovrebbe fare del suolo pubblico la propria abitazione. Ma del resto, vale il principio più economico che etico per cui nessuna Legge può sconfiggere un uomo che non ha – letteralmente – niente da perdere.
Per dare un giudizio completo sarebbe necessario conoscere anche che tipo di misure assistenziali sono e saranno presenti nel paesi per ridurre la soglia dei senzatetto, quindi il giudizio in merito rimane in sospensione.
Da notare l’imperizia del giornalista che sembra aver tralasciato considerazioni del genere.

5. Dibattiti elettorali saranno vietati su radio e tv private, le ultime indipendenti e già combattute dal regime con taglio di frequenze e pressing per brutali tagli della pubblicità.

Quel genere di cosa che l’elettore medio del PD chiede al Signore ogni 10:30 di sera, subito dopo essersi lavato i denti, e subito prima di essersi infilato sotto le coperte.
Ma nel nostro caso, Orbàn non si trova di fronte un Berlusconi, quindi rimane una legge liberticida senza mezzi termini.

6. Coppie non sposate, senza figli o omosessuali non potranno avere la definizione di famiglia, e non avranno gli stessi diritti e agevolazioni della famiglia eterosessuale ufficialmente sposata e con figli.

Apparentemente scandaloso.
Non fosse che vale in medesimo per la Costituzione Italiana.
Ergo, di che stiamo parlando?

7. Il vecchio partito comunista (da cui è scaturito come altrove al centro-est europeo il Partito socialista, alleato all’Europarlamento di Spd, Pd, Ps francese o New Labour) è definito organizzazione criminale. Processi politici contro oppositori sono dunque teoricamente possibili con pretesti costituzionali.

Apparentemente scandaloso.
Non fosse che vale il medesimo per la Costituzione Italiana (nei confronti del Fascismo) e Tedesca (nei confronti del Partito Comunista della Germania Est e chiaramente del Nazismo).
Ergo, davvero, di che stiamo parlando, Tarquini?
Notate bene la locuzione impropria “processi politici” quando sul profilo tecnico ci troveremmo di fronte a “crimini contro l’umanità” o qualcosa del genere.
Potete obiettare di essere in disaccordo sulla sostanza dei crimini perpetrati dal comunismo ungherese, ma formalmente non è una disposizione differente da quelle contro gli altri regimi europei del ‘900.

In definitiva, che pensare di Orbàn?

La storia di Orbàn mi ricorda molto quella di Berlusconi, ma vista allo specchio.
Berlusconi è un ex socialista che s’è vestito da liberale, è stato sulle scatole all’Unione Europea ed è stato calciorotato dopo 20 anni di presenza sulla scena.
Orbàn è un ex liberale che s’è vestito da Grande Inquisitore, sta sulle scatole all’unione Europea e sarà calciorotato tra un paio d’anni.

Se da questa storia dobbiamo prendere un saggio insegnamento di tipo morale, è questo:

Cari amici socialisti e non, ricordatevi che se quando sarete al governo ruberete troppo più della media europea, allora qualche giornalista alla ricerca del successo personale vi sgamerà, dunque sorgerà un movimento dal basso che presto raggiungerà la maggioranza dei consensi ed inizierà a fare casini mediatici e diplomatici.

Ah, poi l’articolo dice che la situazione economica dell’Ungheria fa schifo; ma basta guardare il Fiorino.
Teniamone conto quando andremo a votare per l’uscita dall’Euro, ok?

Utopia Sprawl

Immagine

Questa era l’illustrazione originale della Propagazione dell’Utopia, una carta di Magic: The Gathering che consentiva alle altre carte Foresta di generare più energia magica.

TRATTO DA UNA STORIA (POTENZIALMENTE) VERA.

27 Febbraio 2013: il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Piero Grillo ha conquistato 108 seggi alla Camera dei Deputati e 54 seggi al Senato.
Dunque, la stampa fa placidamente sapere all’italico popolo che Grillo avrebbe “vinto” le elezioni.

Tra le promesse elettorali del Movimento, la cessione delle attività di Equitalia Spa, società pubblica incaricata della riscossione delle tasse e dei tributi allo Stato Italiano.

Su un popolare social network, i cittadini italiani esprimono il loro gaudio alla notizia che il Movimento 5 Stelle avrebbe già rinunciato a 100 Milioni di Euro di rimborsi elettorali.
Sotto campeggia una foto dell’imponente capitano con una frase stampata a posteriori, ma che sembra quasi essere emanata dalle sue mani: LO ZOO IN THE WORLD.
A cosa alluderà mai?

La prima a commentare è la signora Franca, che chiede al popolo del web:

“Ma di Equitalia, che ne sarà?”

Prontamente le risponde la comare Assunta:

“Che deve essere buttata nel gabinetto!

Ma la signora Franca si pone un interrogativo, e apre il proprio dubbio alla società virtuale:

“Mi è arrivato un bollo con gli interessi, che ne faccio?

Di qui in poi la nostra storia diverge dalla realtà e si addentra nella fantascienza.

La signora Franca non riceve risposta entro 2 ore; dunque, spegne il computer e prende una decisione: giacché Grillo ha vinto le elezioni, e Grillo ha promesso che farà chiudere Equitalia, allora lei non si darà pena, per pagare il suo bollo.

Se avesse aspettato ancora un giorno, la signora Giorgia le avrebbe detto una grande verità, ovverosia che:

“Grillo non fa i miracoli, se hai il bollo da pagare in ritardo dovevi pagarlo.

Ma la nostra storia ci impone che, sfortunatamente, questo consiglio non sia stato accolto.
Il giorno dopo, la signora Franca va dal parrucchiere, dove incontra l’amica Tiziana…

Tiziana: “Eh, chissà che bolletta arriva con tutti questi phon attaccati contemporaneamente tutto il giorno; poi col prezzo dell’elettricità di oggi…”
Franca:  “No, io penso di no.
Tiziana: “Perché no? A me arriva una bolletta che ci dissangua, ogni volta. Sai, i videogiochi, i computer, poi uno pare che la lavatrice non la deve usare ma se no che fai, li mandi sporchi i bimbi a scuola?”
Franca: “Ma guarda che le tasse le puoi anche non pagare oramai.”
Tiziana: “Ma non t’attaccano?”
Franca: “Si ma vabbè ora Grillo ci leva Equitalia, quindi se non c’hai i soldi puoi anche non pagarle le tasse; ci levano gli aguzzini che si accaniscono sui poveri, quindi fai tu…

Tre giorni dopo, l’impiegato Mario Rossi sta discutendo col collega Luigi Verdi:

Mario: “oh Giggin, lo sai che mi fa ieri mia moglie Tiziana? Siamo a letto e mi dice: Mario, ma se per una volta le bollette non le paghiamo? Così ci permettiamo una vacanza in Francia.”
Luigi: “Eh, davvero, io le tasse le pago sempre ma questo Monti mi ha fatto venire l’acqua nel sangue…”
Mario: “Senti, ma secondo te, ora che c’è Grillo, ce le levano un po’ di queste tasse? Cioè: ha detto che fa chiudere Equitalia, credo avere capito che comunque uno se proprio non ce la fa a pagarle, può chiedere tranquillamente un posticipo, senza dover incorrere negli interessi. Cioè: mi sembra pure giusto, la crisi la paghiamo noi!”
Luigi: “Massì, ma senti, guarda: che ora Grillo sistema tutto. Le tasse le fa pagare ai ricchi, ai politici…guarda: ti devo dare ragione. Equitalia dev’essere chiusa.”

Una settimana dopo, Caio Neri, diretto superiore del signor Mario Rossi, dice alla segretaria del reparto contabile:

“Ascolta: se arrivano le bollette per questo mese, tu archiaviale per un po’…stanno discutendo in Parlmento su delle cose, bisogna vedere…vediamo come si mettono le cose.

Sono passati due mesi dal 27 Settembre; il CEO della Belpaese SpA, azienda nazionale per cui lavorano i signori Rossi, Verdi e Neri, manda una nota al Consiglio d’Amministrazione:

…alla luce del sensibile incremento dei margini di profitto sugli incrementi di produzione e della progressiva espansione della domanda, consiglio caldamente la decisione di adottare una politica di flessibilità nei confronti della stretta fiscale dello Stato. Contiamo infatti nell’appoggio da parte delle forze parlamentari del nostro progetto per l’innovazione in diversi settori strategici…

Primi giorni di Dicembre 2013.
Il Ministro del Tesoro italiano, con decreto controfirmato, annuncia che a seguito dell’incremento esponenziale del fenomeno dell’evasione fiscale registrato dall’insediamento delle nuove Camere, che sembra attestarsi oramai attorno al 90% del gettito potenziale, lo Stato Italiano non si ritrova più capace di onorare i propri debiti.
L’Italia è dunque in default. Le Camere saranno sciolte di li a poco.

Gennaio 2015:
Nell’anno precendente, un pazzo ha sparato a Beppe Grillo, che è in coma.
È stato, comunque, un anno di lacrime e sangue, in cui l’Italia ha iniziato a sperimentare un forte embargo da parte degli ex alleati occidentali che ha rafforzato l’industria nazionale a scapito del benessere dei cittadini.
Ora, un nuovo governo guidato da Silvio Berlusconi ha condotto l’Italia ad una forma di vassallaggio nei confronti della Russia, che in cambio fornisce gli approvvigionamenti energetici.
La Borsa Italiana, inizialmente, è rapidamente crollata, ma dopo tre mesi è ripartita con tutti i sintomi di una probabile bolla speculativa.
Le tasse sono state fortemente ridimensionate, i consumi interni aumentano, la situazione economica del paese ricorda da lontano quella della Repubblica Iraniana.
Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda, Repubblica Ceca ed Ungheria hanno già dichiarato default.
Tuttavia, negli ultimi giorni di Gennaio scoppia la ribellione al Governo degli industriali. Un gruppo eversivo di sinistra, figlio degli ex grillini, fa scoppiare una rivolta a Palermo.
Pochi giorni dopo, terroristi assaltano il Parlamento ed uccidono una trentina di politici vari.
Violenze anche a Milano, Torino e Verona.
Il Governo affida la difesa delle istituzioni alla Belpaese SpA, dato che l’Italia non ha fondi sufficienti per un esercito nazionale stabile.
La vicenda scuote l’Europa. Parigi si solleva contro il presidente Hollande. Le Figaro porta alla luce uno scandalo: le casse del Tesoro Francese sono vuote. Il Presidente è costretto a dichiarare default.
L’economia mondiale si scopre in poco tempo largamente ridimensionata.
Le tensioni in Spagna, Portogallo, Belgio, Olanda, Grecia esplodono in violenze di piazza. La polizia non riesce a fermare i tumulti.

2016:
Nella Primavera del 2015, la situazione sembrava essere stata ristabilita. Tuttavia, i gruppi eversivi europei si sono riuniti sotto un unico simbolo e nel Settembre 2015 hanno iniziato un piano d’assalto sistematico che assume i contorni di una rivoluzione armata su scala europea.
I vertici dell’Unione Europea, nel summit di Gennaio, su proposta della Germania, organizzano le principali agenzie di ordine pubblico, oramai vere e proprie multinazionali quasi del tutto privatizzate, per porre argine alla violenza nelle strade e reprimere gli insorti.
La Corea del Nord, apparentemente accidentalmente, affonda una nave sudcoreana durante una esercitazione militare. Il Governo di Seoul manda un ultimatum: se il Leader dei comunisti non si dimetterà entro tre giorni, la Corea del Sud dichiarerà lo stato di guerra.
La Corea del Nord non risponde. Al secondo giorno, fanteria mobile meccanizzata cinese invade il confine coreano ed occupa le periferie della nazione.
Il Giappone dichiara prontamente guerra alla Cina. Gli Stati Uniti si schierano prontamente a difesa di Seoul, ma la Nato temporeggia, soprattutto a causa della mancanza di fondi da parte della Francia.
Dopo circa sei mesi, contingenti russi si muovono lungo il confine cinese. Un primo scontro avviene tra le due aviazioni. La Russia è in guerra contro la Cina. L’Iran, onorando i patti militari, dichiara guerra alla Russia ed agli Stati Uniti. Il Pakistan, con una nota, fa sapere che appoggerà il fronte mediorientale. L’India si schiera con l’asse Nippo-Russo-Statunitense.
Dopo un mese, Israele tenta un attacco aereo contro Teheran. La Turchia condanna ufficialmente Israele. L’Egitto e metà Nordafrica aprono un fronte di guerra contro le fortificazioni israeliane a Sud.

2017:
Lo sforzo bellico interno ed estero, come supporto alla NATO, costa caro alla Germania. A metà anno è costretta a dichiarare default. Regno Unito, Stati Uniti, Russia e Cina dichiarano la sospensione dei pagamenti di ogni debito. Tutta l’Europa, l’Africa ed il Sudamerica seguono a ruota. Gli ultimi, pochi, finanzieri rimasti, spostano i propri soldi a Singapore, Lussemburgo e Svizzera.
La guerra mondiale conosce una fase di stallo che alterna azioni militari, sempre più caratterizzate dall’uso di missili e bombe a grappolo, con dichiarazioni di minaccia dell’uso degli ordigni atomici.

Con un celebre discorso agli italiani, Caio Neri, Supervisore alla Logistica Generale della Belpaese SpA, fa sapere che l’impresa ha deciso che gli Italiani non possono rinunciare a fornire supporto all’alleato Russo durante questo conflitto.
Con una mozione votata alla quasi unanimità, il Consiglio degli Azionisti della Belpaese decreta lo Stato di Guerra; tuttavia, il rappresenante delle Corporazioni Pubbliche, Silvio Berlusconi, non si mostra in pubblico da due settimane e c’è chi lo vuole al sicuro in Sudamerica.

Ciò che nessuno sa che in questo preciso momento egli si nasconde in un bordello argentino gestito da alcuni amici veneti di vecchia data e da certi altri figli di immigrati.

Beppe Grillo si risveglia dal coma: annuncia di avere visto Dio e di aver comunicato con lui.
Chiede come prima cosa la fine delle ostilità, in un celebre “Discorso al Mondo” che si tiene in Piazza San Pietro, a Roma, col benestare del Pontefice, Giovanni Paolo III.

2018:
Viene formato un Comitato Internazionale per la Pace nel Mondo. Beppe Grillo è tra i suoi promotori assieme al Papa, al Dalai Lama, ed al fondatore di Wikipedia.
Nell’Estate di questo anno si intravede la possibilità di porre termine al conflitto.

2019:
La guerra si estingue da se perché i complessi militari-industriali, esortati dalle proteste pacifiche del Comitato, non eseguono più gli ordini dei Consigli di Amministrazione delle multinazionali militari. Vengono proclamati gli scioperi delle agenzie militari in tutto il mondo.

Dalle Ceneri dell’ONU sorge la Federazione delle Repubbliche del Pianeta Terra, che riunisce organicamente più di 150 Repubbliche democratiche ed accoglie come membri osservatori dell’Assemblea le principali monarchie del pianeta.
I manager delle multinazionali della guerra e tutti i vecchi gerarchi dei partiti vengono processati a Kalingrad. Silvio Berlusconi condannato all’ergastolo in Siberia.
Rimane storico il suicidio di D’Alema e Fassino, che ingoiano assieme capsule di cianuro.

Nel Natale 2019, i principali leader religiosi del pianeta tengono una funzione con cui viene onorificamente celebrato Giuseppe Piero Grillo, già nominato Presidente Federale delle Repubbliche del Pianeta Terra ad interim, come Presidente della Terra.

2021:
Gran parte degli Stati Nazionali sono stati aboliti. Solo alcune piccole in insignificanti dittature, come quella cubana o vietnamita, rimangono in piedi.
I principali servizi pubblici sono ora forniti da un nutrito gruppo di multinazionali coordinate dalla Federazione Terrestre.
Su scala globale, è vietata la sperimentazione animale, cosicché la medicina ha subito una profonda battuta d’arresto. Ogni forma di stupro e di attività sessuale non protetta è punita ovunque con la castrazione chimica. Sacerdoti, monaci e predicatori di ogni religione sono ora impiegati della Federazione con concorso pubblico. Il Pontefice Giovanni Paolo III è solo una figura onorifica, che si gode la sua lauta pensione.
Quasi ogni droga è legalizzata. L’assuefazione dalle droghe è un grave problema. La vecchia criminalità organizzata è rimasta nei bassifondi urbani sotto altre forme. Il mondo attraversa una nuova, differente fase di consumismo. Annualmente ai cittadini è imposta una tassa a somma fissa che è destinata alla retribuzione di un determinato numero di artisti di vario genere (nominati con concorso pubblico anchessi), valutati meramente in base al numero di coloro che usufruiscono (tramite sistemi P2P) dei loro prodotti intellettuali. Le stime sono ottenute tramite servizi di controllo sulla Rete Internet.
Ogni decisione è presa tramite un sistema elettorale basato anch’esso su tecnologie web.

Un movimento critico di liberi pensatori che si rifà parzialmente alla Scuola Filosofica Austriaca contesta lo stato delle cose. Chiede più controllo dell’individuo sui meccanismi elettorali, e dunque più trasparenza, ma la massa non è partecipe di queste riflessioni e non ne da importanza.
Al crescere dei movimenti di protesta contro lo stato delle cose, in un celebre discorso al Mondo Intero, il Presidente Beppe Grillo fa sapere che:

“Per garantire maggior sicurezza ed una durevole stabilità, la Repubblica verrà riorganizzata…”

Betting Letta!

Dopo il voto di Febbraio, mi sento nella posizione di dover fare le mie congratulazioni a Letta.

Sono infatti abbastanza certo che in questo 2013, toccherà a Mr. Letta il ruolo di dover formare il governo, guidare il paese e riformare la politica.

Ci auspichiamo tutti che sotto la sua saggia guida, l’Italia potrà risalire la china e garantire il normale svolgimento delle pubbliche funzioni democraticamente, e tutto il resto.
Letta è la persona giusta: ha già dimostrato serietà, competenza e capacità di mediare tra posizioni diverse nel suo ruolo di Sottosegretario alla Presidenza.

Letta è un uomo chiave del suo partito, tra i più fidati, ed è anche stimato tra gli oppositori politici.
Quindi mi sembra assolutamente normale confidare in un Governo Letta che riesca a destreggiarsi nel tripolarismo emergente.

Non importa a quale dei due io mi stia riferendo, comunque andrà, buon sangue non mente!

L’Opinione Scientifica sul Movimento 5 Stelle.

Immagine

Oggi ho scoperto l’unico vero buon motivo per cui, nonostante la doppia cittadinanza mi permetta di votare un rappresentante in Parlamento, il mio voto non potrà ricadere sul Movimento 5 Stelle di Giuseppe “Beppe” Grillo.

Ci hanno provato in molti a farmi capire che era un voto sbagliato.

Mi hanno detto che dietro Grillo c’erano i gerarchi fascisti. Non è vero. Dietro Grillo c’è Casaleggio.
Mi hanno detto che alla base ci sono i neofascisti. Non è vero. La base, effettivamente, non è né di destra, né di sinistra.
Mi hanno detto che non sanno governare. Ma non c’è davvero molto meglio in giro. Insomma, di questi tempi la magra vale un po’ per tutti.

Ve lo spiego alla fine dell’articolo cosa mi ha convinto a non votarli, ok?

Prima vi dico perché difendo il diritto dei Five Stars ad esistere.

Come c’è materia ed antimateria (e questa è scienza, con certezza!), come ci sono le camere e le anticamere (e questa è architettura…credo), come ci sono i furti e gli antifurti (e questo è il Sud Italia, siatene certi), c’è la politica, e di conseguenza l’antipolitica.

Anche questa è scienza, per quanto non sia quel tipo di scienza che soffra di celodurismo (in barba a fisici, chimici ed odifreddi vari).

Immagine

In un anime fantascientifico giapponese si parlava anche di Spirale ed anti-Spirale. Concetti assolutamente analoghi a quelli trattati in questo articolo; figuratevi, come avete visto ci troverete anche molte più poppe.

È anche corretto parlare di Potere, ed anti-Potere.
Il potere di cui parlo ha i contorni poco definiti. In linea di massima, chi è al potere decide per gli altri. Nel bene o nel male.
L’Anti-potere, è l’insieme delle forze di chi contesta lo status quo del Potere, ovverosia l’agglomerato di formazioni politiche, sociali ed economiche che sono ATTUALMENTE nelle posizioni di potere.

Se non c’è Anti-Potere, cioè non c’è opposizione: il Potere dilaga, e tende alla dittatura. Talvolta la dittatura è necessaria. Solitamente, non per periodi più lunghi di 6 mesi. Pensate invece a quando Berlusconi vinse le ultime elezioni. Da un lato Berlusconi, dall’altro Veltrusconi. I programmi erano molti simili, ed erano di impronta berlusconiana. Non ci fu opposizione, e sappiamo come andò a finire. E per quanto tempo. Alla fine fu molto noioso, o, come diremmo noi, annoying.

L’opposizione è la forma naturale di competizione politica. La politica non differisce dalle altre scienze sociali (quelli l’economia, ad esempio). Se c’è competizione, c’è incentivo all’efficenza individuale.
Una scarsa condizione di competizione porta ad una scarsa efficenza. Se ci pensate, comunque, il bipolarismo è un duopolio. Ed un duopolio è quasi un monopolio. Questo, in effetti, spiega perché è più facile che un libero mercato economico sia più efficiente di un Parlamento.

Negli anni 50′, in Italia si registrò una delle maggiori crescite economiche mai registrate in Europa.
Ritengo che, tra i motivi, a quei tempi la politica era efficiente perché i politici erano incentivati a fare bene. C’era una competizione molto forte tra un blocco di “potenti”, ovverosia la Democrazia Cristiana, ed una opposizione molto attiva e pericolosa, il Comunismo.

Già vent’anni dopo, però, la situazione è cambiata. La DC si sposta sempre più a sinistra e, cosa assai ben più terrificante sotto il profilo dell’efficenza, il PSI si sposta sempre più verso il consumismo che caratterizzerà il decennio successivo. Il decennio del craxismo.
Alla fine si giungerà ad un Pentapartito. Che, nonostante il beneaugurante “Penta” come incipit, è un monopolio.
Davvero inefficiente.

Le inefficienze della politica si dimostrano subito nella corruzione dilagante.
Ma ragazzi, parliamo di scienze. Le scienze studiano la Natura (Physis) delle cose, e la Natura è un concetto omeostatico. Ovverosia: si regola da sé, è un meccanismo perfetto in quanto in evoluzione.
Quando il Potere precostituito è al massimo della sua estensione potenziale, sorge la reazione. Sorge l’anti-politica. Sorge sempre dal basso e – se serve – gioca sporco.

La reazione – o rivoluzione dir si voglia – dura sempre troppo poco. Migliora significativamente le cose. Poi sostituisce il potere precostituito. O si mischia ad esso.
È esattamente ciò che è successo: i socialisti chiedevano un mondo da ereditare e mettere in comune, poi, un giorno, si sono svegliati con un diadema in testa (si, Berlusconi & Friends erano socialisti pure loro, ergo tacete pls) e si sono sostituiti ai padri padroni come dirigenti e commissari del Bel Paese.
Tuttavia: l’anti-politica è necessaria. Come i globuli bianchi.

Immagine
L’opposizione incondizionata serve.
Non importa che sia sul serio propositiva. Per sua stessa natura, l’Anti-politica è distruttiva, è catartica. Non importa cosa proponga, basta che distrugga. Deve picchiare e deve incassare come un giovane e sanguigno boxer di Bayonne nel vano sogno collettivo di battere Cassius “Mohammed Ali” Clay.
Appena è al potere (leggete bene: parlo dell’Anti-potere che si trasforma nel Potere), sarà l’ipocrita traditore del popolo; ma finché è all’opposizione, il suo operato serve a frammentare il vecchio potere, serve a mettere pressione ai politici.
L’Anti-politica è buona, perché sprona il prossimo a dimostrarsene migliore.
E credetemi, mi occupo di marketing: nulla è più convincente dei fatti.

È esattamente ciò che sta succedendo: Grillo ha dato una svegliata al Partito Democratico. Non mi piace molto il Partito Democratico, ma vogliamo riconoscergli passi da gigante nel processo di svecchiamento e rigenerazione da tempo millantato?
Renzi? Più una occasione che una minaccia. Ma altre realtà pare emergano.

Potrei parlare in termini assai più matematici ed assai meno filosofici, ma faccio un solo esempio: mettiamo che ci sono un limitato numero di posti in Parlamento. Se un partito politico conta di potersene garantire un amplio tot, sarà molto indulgente nelle nomine dei candidati. Se però parte di quei posti andranno distribuiti, diciamo casualmente, tra le fila dell’anti-politica, allora quel Partito dev’essere più selettivo nelle candidature, onde evitare brutte figure al confronto con la gente del popolino.
Selezione? Quasi un sinonimo di efficenza.
A noi l’efficienza piace. Vi piace forse di più il sinonimo merito?

Il motivo per cui invece non voterò per Grillo è questo:

Immagine

Come ho già avuto modo di fare intendere, a me interessa poco il tuo colore della pelle, chi è il tuo capro espiatorio per la crisi economica o che cosa fai nel tuo letto (io ci faccio parecchie cose, per dire); a me interessa come tu userai i miei soldi.

Se tu mi chiedi di darti – diciamo – un milioncino e dopo anni non mi hai fatto sapere nemmeno una volta come lo hai usato (o peggio, mi insinui il dubbio che non ti sia servito proprio a nulla), allora non meriti il mio voto.
Poco importa se destinerai i miei soldi ai terremotati per l’Aquila. Devi specificarmi con esattezza se questa è una donazione per te e per le tue esigenze, o per terzi. Decido io se, e quando, voglio donare per i terremotati.
Se prometí trasparenza, ma non la inizi ad applicare, io penso che tu non sei portato per la cosa pubblica. E quindi, di che stiamo parlando? Di Paperino? Ok, rispetto il tuo diritto d’esistere e fare politica. Ma non ti voto.
Si. Esattamente. Per me il governare si riduce solo ad una serie di scelte d’investimento pubblico.
E conto di camparci cent’anni con questa filosofia di vita.

Obietterete che critiche simili possono essere fatte a tutti i partiti (o quasi). Vero.

Infatti la scelta del voto si sta rivelando più dura del previsto.
Ho appena visto un certo Fiore alla Rai. Male che vada, se volessi buttare il mio voto, voterò lui. Basse aspettative portano meno delusioni.

Sarà solo un passaggio dall’entomologia alla botanica, rimanendo in tema di mere scienze naturali.
Scienze che non si fila oramai più nessuno, tra le altre cose.

Ecco, l’ho detto.

Amara Lezione Anglosassone.

Immagine

In questo articolo mi toccherebbe comportarmi come Marco Travaglio. Questo mi scoccia moltissimo.
Travaglio mi piace. Ha un suo stile ed ha un suo perché. Ma per essere bravi bisognerebbe pur sempre fare dei sacrifici, in termini di tempo e fatica intellettuale.
Siccome la vita mi ha insegnato che la pigrizia è una virtù, ho invece scritto questo incipit per creare una grande ed ariosa metafora che permeerà la pesante aria dell’articolo.

È accaduto che questo pomeriggio (o forse stamattina o ieri sera, dati i vari fusi orari che separino i protagonisti dei fatti, ma ci interessa poco), Luigi Zingales, tra i fondatori di FARE per Fermare il Declino (partito liberale d’impronta  più pragmatica che repubblicana), nonché docente alla Booth School of Business, associata all’Università di Chicago (che è l’Università più importante al mondo, per ciò che concerne la teoria economica pura) fa sapere che è convinto che Oscar Giannino, candidato premier del movimento, durante una intervista in televisione, abbia mentito, e per questo motivo il docente presenterà dimissioni dal movimento.

Si. Nella settimana in cui si vota. Esattamente come avete letto. Non c’è da rileggere niente; è così.

Giannino avrebbe detto di aver conseguito un master nella sovracitata Business School, cosa peraltro riportata in un curriculum scritto da due “misteriosi stagisti” (???) per l’Istituto Bruno Leoni, il principale club italiano per donne e uomini di libero pensiero e pensiero liberista.
Giannino smentisce velocemente via web, ma spunta questo video su youtube (Pinocchio Giannino).
Questa indebita attribuzione non apparirebbe comunque in nessun altro curricula.
Del resto Giannino è chiaro: “non ho mai usato presunti titoli accademici“.

Con questa mossa, sembra scontato l’arresto del popolo del FARE sotto la soglia del fatidico 4%, che secondo gli ultimi sondaggi sarebbe stato conseguito…tipo quest’ultimo sabato.

Di qui, si propagano diverse teorie, tutte più o meno mezze-complottiste:

1 Giannino nel video si sta riferendo a Zingales, ma il dandy ha il vizio del parlar veloce ed inoltre intonava la sua perfetta pronuncia anglosassone, che gli avrebbe “ingrossato” la vocale galeotta.
Improbabile. Zingales non ha conseguito master nella scuola in cui insegna. Ma forse si riferiva in generale agli studi di Zingales a Chicago.
Insomma, un generico lapsus. Freudiano?

2 Il video è una montatura (in effetti, non era difficile modificare una vocale).
Zingales s’è quindi venduto a Monti, o forse a Silvio, o magari al PD tramite quel poco di buono di Renzi, che mica è indagato, ma la faccia ce l’ha, a sentire certi ex-comunisti.
Montezemolo? Il Caifa della situazione, insieme a mezza confindustria. Che è una roccaforte del socialismo reale, impaurita dalla rivoluzione liberale di cui il Giannino si fa profeta e chiccoso stendardo.
Insomma: Zingales, caina t’attende!
Un paio di fatti veri: Zingales è tra i fondatori di FARE per Fermare il Declino, ma non ha mai partecipato alla campagna elettorale. Inoltre, se è vero che ad esempio, un importante accademico come Michele Boldrin si è letteralmente fatto in quattro per coniugare la sua attività da intellettuale con le vesti di politico (si dice che avesse ricevuto la notizia a Calcutta, in attesa di un aereo per Milano), il non operato Zingales ha gettato non pochi dubbi sulla possibilità dei professori con contratto in USA di risultare incisivi nella politica italiana.

3 C’era poco affetto tra Zingales e Giannino, ed insomma…era destino ciò accadesse. Zingales è semplicemente stato perfido nel tempismo.
La storiella vuole Zingales come “quello radicale”; mentre Giannino è il pragmatico, tra i due.
Stentate a credere? Che Zingales fosse un idealista, la storiella però parrebbe quasi confermarlo.
Estendiamo l’esame del caso a cosa è successo poco prima dell’abiura di Zingales: gira sul web un video in cui Giannino grida TACI MISERABILE a quel Magnifico Rettore di una grande città del Sud, candidato con la Lista Monti, che impone ad un suo professore (nome in codice: “Il Portatore d’Acqua”) di non candidarsi a sua volta coi liberali.
Un grosso bersaglio spunta sulla capoccia di Antonino Recca, catanese.
È un attacco potente contro il baronato accademico. Che Zingales ne fosse davvero risentito?
O hanno agito altre forze?

Immagine

Anche le Giovani Marmotte Comuniste/i (…e/i…) ce l’hanno col rettore catanese. Hei giovane comunista, questo articolo è anche per te!

In un senso più largo, nell’ultima settimana il coloratissimo Oscar stava oggettivamente sbancando il lunario: al crescere della satira su Facebook, crescevano gli spazi su blog, giornali, televisioni. Affondava il suo bastone da Enigmista (quello di Batman) contro Berlusconi, contro Monti, contro i socialisti.
Aveva superato pure il 4%, almeno secondo i sondaggi di parte.

Riallacciandoci all’incipit dell’articolo, parliamo delle reazioni e di ciò che ne seguirà: l’abbandono di Zingales porta via almeno un quarto dell’intero movimento, secondo me, afflosciando di almeno un 1% le quote dei liberali nello scenario complessivo.
Zingales trascina con sé gli idealisti del partito.
Quelli che vorrebbero trasformare la mentalità italiana (prima ancora che l’Italia) in qualcosa di anglosassone.
Ora, vi sembrerà strano, perché il mio naturale ruolo in tutto questo sarebbe difendere i miei consanguinei. Ed invece no, qui esce la mia metà mediterranea e dico:

Signori, questi tizi sono degli imbecilli.

Perché chi è risentito dalla faccenda e, esclusivamente per i motivi della presunta menzogna da tempo record, non voterà più per FARE, sarebbe un imbecille?

In primo luogo, perché si presume che chi voti FARE una infarinatura di “robe economiche, giuridiche e sociali” la ha. Anche se così non fosse, si presume allora che cretino cretino cretino fino al midollo non è.
In sostanza voglio dire che se a qualcuno poteva passare per l’anticamera del cervello di azzardare un voto al Giannino, sapere che c’è un pezzo del Movimento che ora se ne tira fuori sposta voti verso Monti, Silvio e Grillo.
A seconda dei punti di vista, non so davvero chi per voi possa essere il peggiore.

Ma anche volendo tralasciare questo fatto, che a me pare così ovvio, parlando più in generale, la mia principale riflessione critica è questa: inventiamoci che Marco Travaglio fa 100 articoli ogni anno.
Ogni 100 articoli, si becca una condanna per diffamazione. In 10 anni, quindi, ne colleziona 10.
Vuol dire che ha ricevuto ben 10 condanne. Però in verità vuole anche dire che ha scritto 990 articoli di pura verità. Sono tanti. Ma tanti. Chiunque comprendesse i principi basilari della Statistica saprebbe che il nostro ipotetico Travaglio sarebbe un santo od un eroe, e forse, in un certo senso, è un po’ entrambi per davvero.
Berlusconi ne combina una buona e due sbagliate. Quindi, qualunque cosa fa, gli verrà perdonata. Perché è Berlusconi. Mica ti aspetti che ne riesca ad azzeccare due di fila.

Giannino ha condotto una splendida campagna elettorale. Mi è piaciuta molto perché ha coniugato saggezza e buon senso con vestiti bellissimi. Cavolo, lo voterei solo per i vestiti. Credo che ci vogliano certi attributi morali per andare in televisione vestito così. È radicale. Ma anche vintage.
È una sfida pure per Silvio stargli dietro.

Poi Giannino cade. Ok. Ma cade su una stupidaggine assurda. Ma assurda.
Il popolo di Berlusconi se ne frega se il vecchio, poverino, è un po’ avanti con l’età e confonde Deutsche Bank e Bundesbank.
Il popolo di Giannino condanna il suo portabandiera perché un tizio in Germania ha falsificato una tesi universitaria -c osa che comunque è veramente diversa dal dire per mezzo secondo che si ha un master – e s’è dimesso, ed adesso chiede le dimissioni di Oscar.

Ecco, secondo me è più imbecille il secchione liberale che spreca le giornate a mettere i puntini sulle “i” dei suoi compiti a casa, piuttosto che il berlusconiano che se li fa fare dalla fidanzatina cessa ma tanto servile. Non potete capire quanta rabbia mi fa pensare che c’è gente che sparge compiaciuto il suo stesso seme sulla propria, splendida, ortografia.

Si parla di “mentalità anglosassone”. No. Un attimo. Noi anglosassoni questa mentalità la rifuggiamo. Non è né Anglo, né Sassone. È una mentalità prussiana. Da Impero Centrale. Noi, invece, andiamo molto fieri di averli sconfitti, i tedeschi. Due volte. Anche voi italiani li avete sconfitti. Erano i Mondiali di Calcio, credo, ma fa lo stesso.

Quindi, prima di fare i liberali choosy e bigotti, ricordatevi che Churchill era uno sregolato ubriacone che alternando panzane, battutine e frasi eroiche ha salvato la Corona ed il mondo intero.
E non ha vinto perché era sregolato, ma perché aveva una visione lucida del mondo che gli stava attorno.

Puppets

Noi britannici traduciamo con questo termine il vostro concetto di burattino.
Invece, in Sicilia, lo stesso vocabolo è usato per intendere le nostre meatball.

Converrete che è ridicolo che la mia persona, che ha raggiunto il culmine della sua carriera giornalistica come caporedattore di un giornale scolastico, possa anche solo avanzare delle critiche alla preparazione del capo redattore economico del Guardian, Larry Elliot.
Tuttavia, caso vuole che mi trovi in profondo imbarazzo per l’operazione di livellamento culturale operata da Mr. Elliot in questo articolo qui.

Che è stato tradotto in italiano dalla redazione di keynesblog.com.

Se avete aperto l’articolo in lingua originale (e non penso l’abbiate fatto), scoprirete che non mancano le critiche anche da parte dei lettori anglofoni.
Voi, invece, non fatevi sfuggire la nota a margine nella traduzione, che ha l’onestà intellettuale di bacchettare una tra le tante invenzioni biografiche che Elliot attribuisce ai suoi pupazzi.

Li ho chiamati pupazzi perché l’operazione in sé è molto interessante.
Il burattino diventa un feticcio dello scrittore per nascondere l’impossibilità di conoscere l’esatta risposta che ci darebbe la persona in carne ed ossa. È una forma di narrativa da divulgazione scientifica, in fondo. Non so se si possa correttamente dire “narrativa da divulgazione scientifica.”
Però, è cool.

Non è una operazione banale mettere su questo teatro dei burattini.
Penso di aver un buon argomento tra le mani: la proposta di un politico italiano di rimuovere l’IMU e restituire l’imposta già versata ai cittadini; addirittura cash alla mano.

Ho selezionato per voi quattro pupazzi come invitati al nostro talk show, che sono:

Frank Plumpton Ramsey:

Immagine
Matematico nato e pasciuto a Cambridge. Nessuna parentela col ben più noto cuoco. Ha risolto tutta una serie di equazioni per conto dei suoi compari economisti guadagnandosi una certa fama leggendaria. È morto prematuramente a Londra, prima che divenisse mainstream per le Stars.

Hans Herman Hoppe:

Immagine
Conservatore tedesco, ex gioventù marxiana. S’è spacciato poi a suo tempo per un liberale ma un buon aggettivo per definirlo è, invece, “puritano”. Ha la faccia antipatica e pare che dica in giro che la democrazia è un mezzo-fallimento e che è tempo di anarcocapitalismo a manetta su fondamenti aprioristicoplatonici che confutano l’esperienza sensibile.

Amartya Kumar Sen:

Immagine

Progressista indiano. Le sue tesi truly outrageous hanno messo seriamente in ginocchio il demoliberismo. Conosce le armi del nemico e le padroneggia pure con una certa maestria. Oh. È un premio Nobel e va dallo stesso estetista di Prodi dai tempi in cui i tre si sono conosciuti alla LSE (London School of Economics a.k.a. Hogwarts)

Maffeo Pantaleoni:

Immagine
Fascista. Forse no, ma forse quasi. Intellettuale impegnato, è considerato il padre della Scienza delle Finanze. Probabilmente dobbiamo al suo gruppo de “il Giornale degli economisti” (gente bocconiana) molte delle cosiddette “buone cose del fascismo”.

N.B.:
Noterete che nessuno di costoro è americano. È una scelta voluta. Avrei potuto fare i nomi di quattro economisti, tutti americani, ma avrei tradito la vostra aspirazione ad un giornalismo definitivamente hipster.

Jay: Dottor Ramsey, ha sentito della proposta dell’ex premier italiano di rimborsare l’imposta sulla abitazione? Si è fatto una opinione in merito?

Ramsay: Si, effettivamente ho sentito questo fatto di cui lei mi sta parlando. Devo dire che ciò ha sollevato in me alcuni dubbi. Io non voglio entrare nel merito politico della questione, non voglio assolutamente entrare in nessuna questione di tipo strettamente politico, ma vorrei suggerire ai politici italiani che nonostante tutto, questa non è una buona strada per perseguire l’equità; intendo la giustizia sociale.

Jay: Si spieghi meglio, dottor Ramsey, lei intende che non è una imposta progressiva?

Ramsay: No, non voglio dire questo. Voglio dire che, in generale, è il comune sentire che non sia necessario pagare troppe tasse, ma laddove queste vengano imposte dallo Stato, è nell’interesse di tutti che nessuno riesca ad eludere la tassazione. Intendo dire che se lei mi tassasse i beni di lusso, allora la mia reazione potrebbe essere diminuire il mio consumo. Invece non credo proprio che rinuncerò ad acquistare una abitazione, indipendentemente dal livelllo della tassazione che vi grava sopra.
Se ci pensiamo bene, sotto un criterio meramente scientifico, la tassa sulla prima casa è l’unico modo di far pagare tutti, e secondo una grossa componente del loro reddito. Reputo che per la polizia tributaria italiana sia anche agevole poter risalire agli evasori. Credo che le ville siano più difficili da occultare di altri beni di lusso, ecco.

Jay: effettivamente il suo ragionamento sembra non fare una piega, ma credo che il Dottor Hoppe voglia contribuire alla discussione.

Hoppe: Si. Si è parlato di giustizia sociale, ma credo che il Dottor Ramsey stia riflettendo secondo una prospettiva falsamente democratica e non pienamente libertaria nei confronti dei cittadini.

Jay: Lei dice che la proposta di Ramsey non è democratica?

Hoppe: Non esattamente. Mi spiego meglio: credo che non sia giusto costringere i cittadini a pagare delle tasse di cui non sentono l’esigenza. Credo che la democrazia, in questo caso, inopportunamente superi certi limiti che chiamerei “del buon senso”.

Jay: Ma quindi lei è d’accordo con chi dice che l’evasione fiscale in questi casi è lecita?

Hoppe: No, lei mi fraintende. Io mi riferisco appunto all’elusione. Credo che una tassa sui consumi – sui consumi di lusso – sia più appropriata. Credo che sia meritorio premiare i cittadini che rinunciano maggiormente ai loro consumi per non intaccare la quota dei risparmi e degli investimenti. Nella mia ottica di giustizia sociale credo che i lavoratori dovrebbero essere incentivati a lavorare, a produrre, e poter decidere in modo assolutamente libero a quali beni di consumo rinunciare per gli investimenti pubblici.
Quindi, appoggio il politico italiano che vuole rimuovere l’ICI. Non so se l’Italia abbia la possibilità tecnica di rimborsare i cittadini, ma credo che anche questa, in un paese moderno, sia una offerta politica più che lecita.
Se ci pensa, queste “grandi abitazioni” sono comunque fatte di altri oggetti. Si può tassare la mobilia di lusso per ottenere gettito secondo il criterio progressivo da lei citato: questo è solo un esempio…comunque è una scelta meno invasiva e più dignitosa che tassare il luogo in cui si abita, ecco.

Sen: No, mi scusi, ma io credo che qui sia lei in fallo!

Jay: Immagino che lei abbia qualcosa da aggiungere, prego!

Sen: Si, ecco. Credo che Hoppe sia caduto in una trappola del mercato. Una trappola semplice, tra l’altro, è un classico “Dilemma del prigioniero“. Un problema di free-riding.

Jay: Si spieghi meglio, cortesemente.

Sen: Immaginiamo che io e lei siamo in una situazione in cui se cooperassimo otterremmo un risultato ottimo per entrambi. Tuttavia, poiché non ci fidiamo di noi e reputiamo che uno di noi due ci tradirà, allora risulta conveniente per noi arrivare al punto di tradirci, di pugnalarci alle spalle.
Non è affatto vero che le Stato deve in ogni occasione basarsi sulle preferenze espresse dagli individui, perché gli individui tenderanno a mentire! Ed il fatto che mentano ci danneggia tutti! Potremmo stare tutti meglio se non avessimo convenienza individuale a tradirci. Questo è chiaramente uno di quei casi in cui il benessere collettivo può essere maggiore della somma delle sue parti!
Questo è un gravissimo problema che affligge l’Italia: la mancanza di fiducia!

Jay: Dottor Panteleoni, lei cosa ne pensa?

Pantaleoni: Io cercherei di capire piuttosto cosa spinge questo politico italiano ad una proposta del genere. È chiaramente una proposta populista. Il Dottor Sen ha parlato di tradimento da parte dei cittadini, ma io  voglio ribaltare questo punto di vista: sono i politici a tradire, quotidianamente, i loro cittadini.
Questo politico non ha veramente nessun interesse ad abolire l’IMU. Una volta al governo, non avrà nemmeno i mezzi tecnici per farlo.

Jay: Ma quindi, lei cosa propone?

Pantaleoni: L’errore è stato del governo tecnico. Serviva e servirà un governo tecnico. Ma un governo tecnico lungo. Almeno cinque anni. I tecnici hanno tradito il loro ruolo naturale con questa discesa scriteriata in politica. Un errore madornale.
Data la situazione, l’Italia necessita di una grossa coalizione parlamentare sul modello tedesco. Un governo solido che prima di ogni cosa riduca corruzione nella pubblica amministrazione e subito dopo l’evasione fiscale. Se è necessario, usare il pugno di ferro.
Non è rilevante la quantità del pubblico operato: ma la qualità. Io mi concentrerei sulla qualità!
Serviranno lacrime e sangue. Ma quelle credo che sono davvero ineludibili per l’Italia.

Aurum Auritique

Il mio primo approccio con Giacinto Auriti fu anni fa su un video di Youtube. Era un video in spagnolo su dei tizi che giocavano con delle pedine su una scacchiera e voleva dimostrare come l’attività del banchiere centrale tende solo a sottrarre risorse al sistema per il suo personale arricchimento.
Ai tempi volevo crederci e ci credetti. Invece oggi so che è falso.
Tra i commenti, uno mi colpì: c’era scritto “Informatevi sul professor Auriti e sul SIMEC 🙂“.
Mi colpì perché era un commento che trasmetteva simpatia senza rivelare poi niente, in fondo; e seguii quel consiglio, mosso da curiosità.

Auriti è stato un giurista e docente abruzzese che è rimasto famoso per la sua originale teoria monetaria ed il conseguente esperimento “SIMEC” a Guardiagrele, con la complicità del sindaco.

L’esperimento consisteva nell’immissione nel circuito economico locale di una seconda moneta, il SIMEC, appunto.
Secondo l’accademico, il SIMEC non aveva le caratteristiche legali della moneta, ma nello spiegare lo svolgimento dell’esperimento in questo articolo è necessario assumere che invece il SIMEC sia una moneta a tutti gli effetti.

All’atto di riscossione di un salario o un compenso monetario (ad esempio una vendita) in Lire, si poteva riscuotere lo stesso quantizzavo di salario in SIMEC tramite l’assessorato comunale, piuttosto che in Lire; tuttavia, Auriti assicurava che egli avrebbe scambiato 2 Lire per ogni SIMEC che gli fosse stato ritornato.

Non so esattamente a cosa mirasse l’esperimento, però è possibile fare una prima constatazione: un comportamento strategico dell’individuo sarebbe potuto essere l’incentivare la collettività alla circolazione rapida delle due monete.
Più assunzioni, più consumi! Più lavoro, più spesa privata!
Infatti, ogni scambio commerciale, non solo avrebbe portato una forma di beneficio reciproco (in linea con le teorie classiche sul commercio), ma avrebbe anche consentito una forma di trucco aritmetico: scambiare continuamente l’importo in Lire da parte del venditore in SIMEC, che a sua volta sarebbero potuti essere scambiati per due Lire, raddoppiando i guadagni.

Secondo come ci è poi narrata la vicenda (consiglio Wikipedia per il riassunto) nei vari siti web, tra cui certamente spicca http://www.simec.org, questa forma di strategia win-win invece non è stata messa in atto dai cittadini di Guardiagrele, perché i venditori avrebbero dimezzato i prezzi in SIMEC. Pare che comunque, in generale, i tassi di consumo e l’occupazione registrarono miglioramenti a seguito dell’introduzione della seconda moneta.
L’esperimento, che rivela una certa acutezza di spirito, fu comunque interrotto dall’intromissione della Guardia di Finanza, probabilmente più preoccupata da una ipotesi di truffa che dalla violazione del regime monetario nazionale.

Se questo è vero (purtroppo è difficile reperire fonti attendibili e non parziali), ciò è molto interessante, sotto un profilo di economia cognitiva.
Ovverosia: della psicologia delle scelte economiche degli individui.

Giacinto Auriti, probabilmente, con questo esperimento mirava alla dimostrazione pratica della cosiddetta “Teoria del Valore Indotto“. In sostanza: le generiche “cose”, monete comprese, hanno un valore che non è intrinseco, ma dipende dal contesto in cui esse – filosoficamente – accadono.
Più nello specifico: il valore delle cose dipende dal luogo fisico o astratto (mercato) in cui vengono scambiate, impiegate o consumate. In definitiva: dal loro entrare in relazione con l’insieme di tutte le altre cose.

Ora: questo è generalmente vero, ed è un esempio di facilissima comprensione la scenetta del conquistador europeo che riesce a barattare specchietti ed altri ammennicoli per enormi quantità di oro dagli africani o dagli indios.

Sarebbe assolutamente sbagliato e dozzinale reputare che gli africani o gli indiani fossero degli stupidi.
Semplicemente, nella loro cultura, il valore dell’oro, pur non essendo del tutto assente, era comunque assai minore del valore che gli attribuivano gli europei; questo, per due motivi: il primo è che gli europei non ne facevano solo uso ornamentale,  il secondo è che l’Europa aveva riserve auree scarsissime, in confronto.
Di contro, la tecnologia dello specchio non era stata ancora scoperta né appresa in Africa, il che faceva dello specchio un oggetto assolutamente esclusivo per i capi-tribù e le loro donne.
Un po’ come gli investimenti folli in ambito sportivo degli Emiri e degli Sceicchi.

Notate questo fatto: sia Adam Smith che Karl Marx contestarono questa teoria che, a tutti gli effetti è la teoria del valore di mercato.

Queste notevoli opposizioni, tuttavia, non giustificano una sua infondatezza, semmai dovrebbero ampliare la riflessione su questo apparente paradosso: qual’è la fonte del valore delle cose?

Così ho riassunto i due temi portanti dell’articolo: la malasorte di Giacinto Auriti e l’importanza dell’oro nella cultura europea.

In merito alla prima istanza, mi sento di poter dire, anche dopo aver osservato qualche video (anche interessante, perquanto non privo d’infantilismi da non-tecnico) del professore su Youtube, che una delle sue principali “colpe” furono le sue simpatie verso la cosiddetta Destra Sociale, dalla quale non fece assolutamente nulla per smarcarsi.
Questa eredità ha finito per farlo ascendere al ruolo di padre del cosiddetto “complotto del Signoraggio Bancario“, in un rapporto di relazione tra lui ed i suoi allievi molto simile a quello tra Keynes ed i keynesiani.

Keynes non era né un ingenuo, né un impreparato, a differenza della sua progenie, poi brutalmente travolta dalla svolta neoliberista nei pieni settanta; Auriti, per quel che ho potuto capire, era uno smaliziato giurista convinto della sperimentazione sociali, e non un imbecille o peggio, ignorante.
Peraltro, è buffo: anche Keynes nutriva enormi riserve sul sistema monetario internazionale. Nel ’44, a Bretton Woods (New Hampshire), si riunirono una cinquantina di nazioni con lo scopo di fondare il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale.
Qui la delegazione del Regno Unito, capeggiata da Keynes, forte del sostegno delle forze (timidamente) europeiste ed internazionaliste, propose la moneta internazionale, il Bancor; tuttavia il progetto fu declinato in favore della proposta degli Stati Uniti, che giocavano in casa.

Auriti, assieme ai suoi errori da inesperto, poneva però una contestazione di principio alla filosofia del diritto monetario; una contestazione peraltro fondata su tesi filosofiche molto solide (tant’è che sembra rifarsi paro paro alle teorie sul valore del grande Ricardo). Tesi vagamente affini, tra l’altro, alla rivoluzione monetarista del liberale Milton Friedman, il quale, caduti i sovracitati accordi di Bretton Woods, distrusse sul piano del procedimento teorico il nominalismo monetario tipico delle pianificazioni economiche dei ’60, riportando le misurazioni della moneta quale bene reale (ovverosia oggetto economico) e non nominale (ovverosia metro – o indice – economico).
È una differenza pazzesca: è come trasformare il “chilogrammo” da oggetto di misurazione a oggetto di misura; giusto per rendervi conto. E fu una delle più grandi illuminazioni teoriche del secolo scorso. Fu il Principio di Heisenberg degli economisti.

Questo sperimentalismo oggi caratterizza soggetti politici quali Ron Paul o i liberali nord-europei.
Proprio Ron Paul, il simbolo del liberismo pacifista americano, ha lanciato una proposta shock: “E se permettessimo ai privati di battere moneta, piuttosto che avvalersi dell’istituto della Banca Centrale?
Questa domanda è molto attinente al tema di questo articolo, infatti io credo che la modernità sia rimasta incastrata in ciò che io chiamo “la trappola culturale“. Il progresso – o il mancato progresso – della tecnica di stato e del diritto amministrativo hanno prodotto effetti regressivi sulla capacità dell’individuo di valutare un ventaglio di scelte, di opzioni.
Si preferisce ancora una volta il nominalismo alla realtà. Si preferisce pensare che se è vero che due più due fa quattro, allora anche pi greco fa tre virgola quattordici, ed invece dire che così non è equivale a dire che due più due non fa più quattro, equivale quasi a mentire.
Perché la non-scelta, lo “standard”, è oramai forse più un diritto, un vantaggio, che una imposizione, o comunque una convenzione.

Grave errore è comunque quello di confondere i concetti di moneta economica (o valuta), di valore, e di banconote (contanti o cash) tra di loro. Però apparentemente: “…se abbiamo il cash, abbiamo della valuta in tasca…e quindi roba di un certo – esattamente determinato – valore, no?
Falso.
È necessaria un po’ di storia per capire Ron Paul. Ed anche un po’ di filosofia.

Ciò sarà tuttavia trattato nel mio prossimo articolo sulle teorie monetarie.

Voci precedenti più vecchie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: