Sull’abolizione del Senato

Senato

L’Aula del Senato della Repubblica a Palazzo Madama

Uno dei temi che sembra aver conquistato – almeno a parole – l’attenzione della scena politica è il dibattito sorto in seguito alla proposta di abolizione del Senato della Repubblica così come lo conosciamo oggi e della sua sostituzione con un “Senato delle Autonomie” di nomina.
Le ragioni per opporsi sono tante, prescindendo dalle opposizioni di facciata o dagli appelli dei vari Rodotà o MicroMega o dalle petizioni di Aavast, Change e Firmiamo. Provo a illustrarne qualcuna, analizzando qualche luogo comune.

“Il Senato elettivo è uno spreco di soldi pubblici”
La democrazia ha inevitabilmente un costo per il proprio funzionamento. Costano i consigli regionali (20), provinciali (110) e comunali (8057), ma hanno il loro costo anche i consigli di circoscrizione (o di municipio, o di municipalità, o di zona di decentramento, o di quartiere). Tutti gli enti e gli organi decentrati hanno un costo, cui corrisponde almeno in linea teorica una migliore risoluzione dei problemi rispetto ad una gestione meno vicina al cittadino.

“Il Senato è un duplicato della Camera”
Questo è falso. Innanzitutto, ai termini di Costituzione, se ne differenzia per la composizione dell’elettorato, essendo esclusa tutta la fascia al di sotto dei 25 anni, lievemente inferiore al 9% ma amplificata dall’elevato tasso di astensione, e per la componente anagrafica dei candidati, che prevede un’età minima di 40 anni. Stando ai dati del censimento 2011 poteva essere eletto al Senato il 69,67% dei cittadini italiani maggiorenni al censimento 2011 rispetto al 91,68% degli eleggibili alla Camera (inclusi gli incompatibili ai sensi di legge). Diversa è poi la legge elettorale, che riserva ad ogni collegio regionale tanti senatori quanti sono i residenti, con soglie di sbarramento diverse e ripartizioni differenti. Con due voti a disposizione, inoltre, l’elettore può scegliere una lista in una camera e un’altra lista nell’altra, oppure votare solo per una camera. Sommando tutti questi fattori, si spiega come mai ci possano essere risultati elettorali diversi, e dunque la mediazione tra le forze politiche diventa fondamentale. La mediazione è una delle attività più nobili e più necessarie della politica, ricordiamolo.
La pari dignità attribuita al Senato della Repubblica rispetto alla Camera dei Deputati, inoltre, consente di frequente la correzione di errori o di frizioni tra le rappresentanze parlamentari, in modo che sia possibile promulgare il miglior testo possibile.

I cambiamenti previsti
Il Senato diventa una assemblea non elettiva ma nominata di 148 membri con competenze solo in determinati settori e comunque a titolo consultivo e non vincolante. Il Senato viene svuotato delle proprie funzioni, perché la Camera dei Deputati può ignorare i suggerimenti di modifica provenienti dal “Senato delle Autonomie”. Il Senato viene dunque abolito di fatto, pur rimanendo come simulacro di se stesso.
Cambia la composizione del Senato: viene abolito il criterio secondo il quale ogni regione ha più senatori in base alla popolazione, perché il numero viene fissato in 6 membri per Regione (a prescindere dai quasi 10 milioni della Lombardia o dai circa 300mila del Molise o dai 128mila della Valle d’Aosta). Ad essi si affiancano 21 senatori nominati dal Presidente della Repubblica per 7 anni e gli attuali 5 senatori a vita (più Napolitano, quando cesserà il suo mandato).

Se il Senato perde dunque elettività, proporzionalità, funzione legislativa e funzione di bilanciamento e controllo rispetto alla Camera dei Deputati, si viene a creare uno squilibrio di potere a favore della Camera dei Deputati. In questo, più ancora che nella mancata elettività dei parlamentari, si registra la perdita effettiva di democrazia: la maggioranza parlamentare e, va da sé, di governo, avrà infatti la strada spianata per fare indisturbata ciò che vorrà, trovando al più il rinvio motivato (più o meno efficace) al Parlamento da parte del Presidente della Repubblica ai sensi dell’articolo 74 della Costituzione, aggirabile però con una nuova approvazione integrale del medesimo testo, consentita d’altronde dallo stesso articolo. Non è nemmeno previsto un controllo preventivo delle leggi da parte della Corte Costituzionale.
Tutto ciò, di fatto, significa un passaggio dall’equilibrato, pur se non perfetto, regime di democrazia rappresentativa parlamentare ad un presidenzialismo monocamerale, nel quale il ruolo del Capo dello Stato viene minimizzato, pur se non de iure.
Per tutti questi motivi è necessaria una attiva e concreta opposizione in Parlamento, e qualora ciò non fosse sufficiente per via referendaria. In caso contrario, sarebbero create le condizioni base per una dittatura, e non sarebbe più veramente importante se questa sia fascista, liberista o grillista: di quella comunista, e sono i numeri a dirlo, non c’è il minimo pericolo.

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La lista Tsipras è un fallimento in partenza e vi spiego il perché

ListaTsipras

Il simbolo della lista Tsipras italiana

La lista Tsipras è un progetto fallimentare: se non si pone un obiettivo di lungo termine, rimane un aggregatore di voti inefficace. Dopo essere andati a Strasburgo, non avranno contribuito a costruire un progetto politico di sinistra concreto e duraturo in Italia.
C’è un generico “andiamo con Tsipras perché va di moda ed è votabile da chi non apprezza le grandi coalizioni”, ma non si lavora concretamente su base nazionale (e nemmeno locale, ad onor del vero) per un progetto simile che vada a consolidare tutto il bacino di sinistra e che possa anche espandersi, anzi si tende sempre più alla scissione e alla particolarizzazione degli interessi.
Una sinistra così, incapace di parlare alle masse e prenderne i voti, rimarrà sempre più di nicchia, ed a questo punto consentitemi di dire che se lo merita. Se si antepongono sempre divergenze e paletti alle basi di convergenza si rimarrà sempre un’accozzaglia di partiti dello zerovirgola ed in più ci si attirerà l’odio sia degli avversari che del potenziale elettorato, stanco di queste faide.
Non che l’avere alle spalle una storia di un’area che va avanti a scissioni da cent’anni faccia ben sperare, ovvio, ma almeno in teoria si dovrebbe imparare dagli errori del passato.

Se ciò non fosse sufficiente, basterebbe guardare agli sviluppi recenti: Antonia Battaglia, attivista ambientalista di Taranto, pone l’aut aut alla candidatura di membri di SEL specialmente nella circoscrizione Sud – non si può ignorare la polemica con il governo regionale pugliese guidato proprio da Nichi Vendola – e riceve l’appoggio di Flores D’Arcais, l’imprenditrice antiracket Valeria Grasso partecipa ad una manifestazione di Fratelli d’Italia e si ritira dalla lista Tsipras, venendo sostituita dal braccio destro di Rita Borsellino Alfio Foti.

Impossibile poi dimenticare i malumori degli esponenti del PdCI per la mancata candidatura di alcuni loro esponenti, nonché le contraddizioni della stessa promotrice e garante Barbara Spinelli nell’aprire uno spiraglio alla collaborazione con Grillo, che però è antieuropeista.
A ciò si aggiunga, dettaglio non irrilevante, che il traguardo delle 150.000 firme è ancora lontano dall’essere raggiunto, e che i sondaggi più recenti collocano la lista al 2,9%, ben al di sotto della soglia di sbarramento: ciò non può certamente essere letto come l’iniezione di fiducia della quale i militanti ed i simpatizzanti hanno bisogno.

Quello che appare evidente è che la lista Tsipras non ha la struttura, l’organizzazione né la forza di un partito: è un cartello elettorale, e con le elezioni europee il progetto è destinato a finire. La cosa tragica è che non ha nemmeno una guida, una figura di riferimento che possa compattare, organizzare, dirigere, risolvere le beghe interne, dettare una linea di comportamento. Nulla di ciò, si tratta di cani sciolti con il collare dello stesso colore, di politici di professione, di intellettuali più o meno qualificati, di espressioni della cosiddetta “società civile” (su quanto e come la società civile abbia danneggiato la società politica, perlomeno in Italia, molto ci sarebbe da dibattere, anche cruentemente).
Se non è un partito, potrebbe essere un movimento esattamente come il Movimento Cinque Stelle: ma non ne ha né lo stretto controllo sui propri membri, né una base di attivisti fedeli al progetto. La lista viene sponsorizzata attraverso internet in una cerchia ristretta di persone, e ristretto è l’elettorato al quale si rivolge: i partiti e movimenti comunisti, SEL, i Verdi, i superstiti dei movimenti per i beni comuni, ma non prova (né realisticamente riuscirebbe) a guadagnare consensi tra i delusi del PD o del Movimento Cinque Stelle.
Non è un partito, non è un movimento, la lista Tsipras non può allora che essere che un mero convogliatore di voti, supponiamo il 5%, che avrà poco peso all’interno del Parlamento Europeo, ammesso che riesca ad accedervi, (si parla di 4 deputati sui 72 italiani e sui 751 totali) e che non cambierà nulla all’interno della scena italiana, persa com’è in faide interne prima ancora di poter ambire ad essere il preludio di una fortunata forza unitaria di sinistra.

Maschilismo femminile

Certe illuminazioni vengono quando fai due o tre cose del tutto sconnesse in un periodo di tempo ravvicinato, per esempio fare il radical-chic tronfio e vittorioso, leggere un post intriso di femminismo di una deputata e ascoltare un paio di canzoni. Fin qui, niente di male.

Il problema nasce quando una delle canzoni che senti è “Blurred lines” di Robin Thicke. Il femminismo è già in allerta. Ricordo bene quanto il video di quella canzone sia stato criticato, siccome offriva un’immagine mortificata di donne-oggetto nell’accezione più negativa: tre ragazze in giropassera e trampoli, trattate come se fossero bambole dal belloccio bianco di turno (Thicke) e dai suoi compari neri (Pharrell Williams e T.I.), una di essa addirittura incellophanata come se fosse stata un polpettone. Anche il testo, ad onor del vero, è in linea con il messaggio del video. Critiche dunque legittime, rivolte verso uomini evidentemente maschilisti (in questo caso, non posso dissentire).

Caso vuole, però, che la canzone successiva sia di Lana Del Rey. Questa talentuosa cantante newyorkese cresciuta a Lake Placid (che a me ricorda il titolo di un film horror) è presa in giro sul web come Lagna Del Rey per il pessimismo delle sue canzoni o come Cagna Del Rey dai più maligni: io riporto il tutto per inquadrare il personaggio, che è insospettabile.
Ascolto la sua hit più recente, “Summertime sadness”, e per qualche associazione mentale ho pensato ad una sua hit precedente, “Video games” (forse perché ero davanti alla Playstation?), poi al sarcastico “ottimismo di Lana Del Rey” ed infine al testo della canzone.
Non ho voglia di tradurlo parola per parola, ma racconterò il contenuto: una ragazza si veste-profuma-imbelletta tutta come piace al suo fidanzato perché lui mentre era in macchina a bere birra e le ha detto (non chiesto, notare la sfumatura) di andare a giocare ai videogames, dopodiché vanno in qualche bar e si ubriacano insieme agli amici di lui, ma a lei tutto questo piace nonostante sia una routine perché è succube.
Ora, tralasciando la scena desolante, io trovo questo ben più maschilista di molte altre cose per le quali le femminaziste (ops, errore volontario) da tastiera si sono scandalizzate e contro le quali si sono scagliate inviperite. Non ho letto però una critica che fosse una in merito a ciò.

Sarò maligno, sarò parziale, sarò coglione, ma mi viene il lecito sospetto che le critiche non siano arrivate perché a fare la maschilista è stata una donna.

Digressione

I miei forconi

Oggi, 10 dicembre, è il secondo giorno della protesta dei forconi.
Io, nel mio piccolo, ho cercato di investigare come potevo per cercare di capire qualcosa della protesta torinese.

La situazione pregressa, per come l’ho percepita io, era un agglomerato di fascisti, disoccupati, mercatari, camionisti, ultras e cazzeggiatori a tempo perso che, datisi appuntamento in tre piazze di Torino per protestare contro il Governo ma senza un’idea di fondo comune e senza un piano preciso, dovevano seminare il disagio per la città. Gli eventi del 9 dicembre, pur essendo stati in gran parte pacifici, saranno ricordati principalmente per i violenti scontri a Torino davanti al Palazzo della Regione Piemonte (ancora oggi sono presenti alcuni segni della battaglia) e per le strade, ai danni di quei pochi negozianti che avevano mantenuto le loro attività aperte. Da ricordare come parte di queste, tuttavia, registri nel lunedì mattina (se non in tutto il lunedì) il giorno di chiusura.

La mattinata sembra procedere tranquilla. Alcuni autobus sono deviati o in ritardo, in particolare il servizio dell’azienda dei trasporti segnala blocchi in piazza della Repubblica (mercato di Porta Palazzo), via Onorato Vigliani (periferia sud) e corso Bernardino Telesio (periferia ovest). Fortunatamente in bicicletta muoversi è agevole ed arrivo in poco tempo davanti a Palazzo Nuovo, sede delle facoltà linguistiche. Lì vengo a sapere che alcuni esagitati hanno battuto contro le vetrine di una libreria e di altri negozi intimando di chiudere, testimonianza di prima mano di un’amica che era all’interno del negozio con i commessi impanicati. Mi spiacerebbe generalizzare erroneamente, ma sappiamo benissimo come il primo nemico dei fascismi sia la cultura, il che contribuisce ad alimentare i miei sospetti di infiltrazioni fasciste. Come se non bastasse, vengo a sapere che vi sono stati scontri tra ultras della Juventus e del Torino, presumo rispettivamente Drughi e Granata Korps (in realtà, tutti i principali gruppi della curva bianconera sono di matrice fascista – e spesso finanziati più o meno indirettamente dalla famiglia Agnelli – mentre i granata sono confluiti recentemente nel gruppo Stendardi; tuttavia, queste distinzioni calcistiche non sono particolarmenti rilevanti ai fini dell’analisi) che sono entrambe formazioni riconducibili ad ambienti di destra. Il sospetto è sempre più accentuato. Ad onor del vero, però, non ho trovato nei pochi siti che ho consultato riscontri alla notizia di scontri tra le frange ultrà, e dunque prendo io stesso con le molle le voci che ho riportato.

Intorno a mezzogiorno, in piazza Castello sono pochi i presenti, radunati in capannelli: ad una veloce stima ad occhio non mi sembrano più di 150-200. Mentre mi dirigo verso la stazione di Porta Nuova, credo di scorgerne una decina in piazza San Carlo, più forse una trentina in arrivo proprio dalla stazione.
Di comune accordo con l’amica presa alla sprovvista nella libreria ed ancora impaurita, decidiamo di allontanarci dal centro. Il Politecnico è tranquillo e popolato come sempre, nonostante le deviazioni improvvise dei mezzi rendano più difficile raggiungerlo. In zona San Paolo regna comunque la tranquillità. Evidentemente, come si può notare da questo video de La Stampa, ci siamo persi il clou degli eventi di oggi.

Verso le 15 abbiamo il primo scambio di battute con un barista di via Frejus: lui ieri ha chiuso perché hanno chiuso praticamente tutti i suoi colleghi della zona, ma pur condividendo la protesta riconosce che per le aziende a conduzione familiare è controproducente restare chiusi più di un giorno e “poi adesso siamo sotto Natale, se chiudo ancora adesso cosa dico ai miei ragazzi qui, che li pago chissà quando perché adesso stiamo chiusi?”. Sono parole che, nonostante l’idealismo della protesta, fanno pesare le ragioni pragmatiche del commerciante.

Forconi Torino Porta Nuova 10 dicembre 2013

Il presidio dei Forconi torinesi davanti alla stazione di Porta Nuova il 10 dicembre 2013 intorno alle ore 16.

Al mio ritorno a Porta Nuova, intorno alle 16, noto un presidio che ha organizzato un blocco stradale davanti alla stazione, la quale ha momentaneamente chiuso l’accesso dalla piazza. La situazione è quella che potete vedere in questa foto. Si tratta di un drappello che conterà, anche stavolta, non più di 200 persone. Origliando capisco che hanno intenzione di muoversi lungo corso Vittorio Emanuele II in direzione di corso Marche.
Vedo che una troupe della RAI ne sta intervistando alcuni, dunque mi avvicino quanto basta per afferrare qualche parola. In primo luogo noto la composizione della folla: hanno tra i 18 ed i 50 anni, sono in maggioranza disoccupati e dalle loro parole stavolta, molto più che l’incazzatura o la determinazione, capisco la rassegnazione e soprattutto la disperazione.

A questo punto, terminata l’intervista, ho modo di chiedere al giornalista cosa hanno capito della situazione essendo stati a contatto con i manifestanti, ma la risposta non mi è d’aiuto perché alle medesime conclusioni c’ero arrivato da solo: è una protesta espressione di un malcontento generale e che chiede le dimissioni del governo, ma non ha un piano organizzato, degli obiettivi e delle idee ben precise. Mi chiedo, a questo punto, per quale motivo solo ora si protesti e solo ora lo si faccia contro questo governo, siccome la situazione attuale si protrae da anni ed è la conseguenza di anni di azioni e inazioni dannose.

Decido di chiedere allora qualche lume agli uomini della V Unità Mobile della Polizia di Stato, proprio nel momento in cui esplode una bomba carta al centro della piazza prospiciente la stazione. Ne ricevo quelle che considero le consuete dichiarazioni da portavoce della Questura: “oggi tutto sta procedendo senza disordini, speriamo prosegua così, ma protestare così non servirà a niente”. Non riesco a carpire più di questo, ma la sensazione è che ci sia in qualche modo almeno comprensione nei confronti dei manifestanti.

Procedo lungo l’asse di via Roma: in piazza San Carlo e piazza Castello dei forconi neanche l’ombra. Alle ore 17 del 10 dicembre 2013 la città di Torino sembra tornata alla normalità.

A me è rimasta una sensazione di spaesamento: non sono riuscito nel mio scopo di comprendere le vere ragioni della protesta, ma ho capito che il supporto è più ampio di quanto potessi prevedere.

Del perché Luciana Littizzetto è più dannosa di Emilio Fede per la crescita culturale, politica e spirituale degli italiani

Aggiungo, a me Gramellini non piace. Consiglio di leggere l’articolo fino in fondo, senza saltare nemmeno una riga.

Scalinata di Odessa

Che il salotto televisivo di Fabio Fazio sia diventato un punto di riferimento culturale per tutto un mondo che si riconosce nell’attuale centro-sinistra (senza per forza essere radical-chic, il che tuttavia aiuta) ormai è risaputo. L’estrema debolezza con cui il conduttore-demiurgo gestisce le tematiche affrontate – che spesso meriterebbero ben altro approfondimento ed invece restano tristemente in superficie – anche. Di Fazio è stato detto tutto: buonista, timoroso di ogni conflitto, attento a non inimicarsi l’interlocutore anche a costo di farsi mettere i piedi in testa (esemplare l’intervista a Renato Brunetta di qualche settimana fa, quella della querelle sui compensi del Nostro, in cui Brunetta ha di fatto imposto la scaletta dei temi da toccare). Chi scrive ha sempre avuto l’impressione di un programma non all’altezza dei suoi contenuti, dei suoi ospiti (perché portare in tv gente come Gore Vidal, Mario Monicelli, don Andrea Gallo, Dario Fo, Enzo Biagi…

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Tutti Dottori (post ad altissimo contenuto di turpiloquio)

L’Opinionista condivide il contenuto di questo post, compresa la punteggiatura e il romanesco.

Liberissimi di dissentire, ma l’ignoranza va combattuta sempre e comunque.

Rem tene, verba sequentur. O anche no?

Io vorrei tanto capire chi cazzo ha sdoganato l’ignoranza; vorrei tanto sapere chi ha tolto al caprone l’onere di informarsi prima di aprire la bocca e rifilato alla persona colta, molto colta, appena più colta – o anche semplicemente informata – quello di dimostrare con disegnini, parole, gentilezza e tante scuse, che le teorie ululate dal caprone suddetto sono puttanate.
Io vorrei capire perché l’unica vera parola innominabile in quest’Italia ostaggio del politically correct più estremo, del genitore uno e due, del diversamente caucasico, del diversamente cittadino regolare, dei quaranta punti esclamativi alla fine di ogni singola stronza frase, sia diventata il termine IGNORANTE.
Il termine ignorante è impronunciabile. Guai a dire ad un ignorante di merda che è un ignorante di merda. TU devi dimostrare di sapere qualcosa, anche se quel “qualcosa” è il tuo mestiere, il tuo bagaglio, quello che hai studiato per una vita intera. Tu, Copernico…

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Il caso Barilla e il /pol/itically incorrect

N.d.A.: /pol/ è una board internazionale sulla quale si dibatte, la maggior parte delle volte scherzosamente, a volte anche seriamente, di tematiche di attualità. La regola è parlare il “politically incorrect”, ed accettare gli stereotipi. Per i cuori deboli e gli animi puri c’è la versione seriosa e senza humour, /int/. Ricordatevi sempre che si parla in inglese.
Dalla sincera ammirazione dell’autore per chi ripudia il “politicamente corretto” nasce questo editoriale, che esprime il pensiero dell’autore esattamente come verrebbe da lui espresso al bar, davanti ad un caffé.

Guido Barilla

L’interesse del giorno appena archiviato è stato il dover fare polemica sulla Barilla e sulle parole di Guido Barilla alla trasmissione “La zanzara” di Radio24, la radio del Sole 24 Ore.
Ciò che temo, tuttavia, è che si sia sollevato un polverone inutile perché bisogna fare tutto all’insegna del “politicamente corretto”.

Coinvolto in un discorso di genere sugli spot, in cui è sempre la donna a servire, Barilla si trova a parlare anche di coppie omosessuali: «Noi abbiamo una cultura vagamente differente. Per noi il concetto di famiglia è sacrale, rimane uno dei valori fondamentali dell’azienda. La salute, il concetto di famiglia. Non faremo uno spot gay perché la nostra è una famiglia tradizionale».

Lo sanno benissimo tutti, da decenni, che la pubblicità tipica Barilla è quella della “famiglia Mulino Bianco” (toh, un caso che si dica così? O ci dobbiamo fare uno speciale di Mistero con Adam Kadmon per provare a capire qualcosa e concludere che è un complotto del Nuovo Ordine dei Mugnai di Banderas?), ma si deve per forza rompere i coglioni perché oggi ci si alza dalla parte sbagliata del letto e non va più bene quello che è stato per tutti per decenni, così, all’improvviso.

Le parole di Barilla non sono un’affermazione venuta dal nulla, ma precisa risposta a precisa domanda. Affermazioni schiette, non tentativi di cerchiobottismo o di elusione della domanda alla maniera politichese.
Strano ma vero, e a qualcuno brucerà il culo, però anche da questo si può imparare una cosa: quando rivolgete una domanda a qualcuno, pensate a quale possa essere la possibile risposta. Certe cose, che normalmente una persona non direbbe in pubblico, possono far male se dette al microfono di una radio o di una televisione. Possono far male a chi le subisce, e possono far scatenare polemica per moda alle persone con una certa mentalità di perbenismo di facciata.

La stessa mentalità di quelli che se allo stadio fischi il Balotelli di turno perché pensi che sia fondamentalmente uno stronzo allora sei razzista.
Stessa mentalità di quelle che se dici che gli uomini fanno meglio una determinata cosa, o che non c’è niente di strano o di cui vergognarsi se una donna serve alle persone con le quali vive un piatto di pasta, allora sei un maschilista retrogrado di merda (e puoi anche scordarti che io te la dia fino a quando non mi compri quel paio di scarpe da 594 euro in saldo, tiè).

Questa è gente che non ha un cazzo da fare da quando si sveglia a quando va a dormire e non ha mezzi con cui sfogarsi (sì, c’è l’allusione sessuale, ma se non vi va bene perché siete perbenisti anche voi -e a quel punto, che cazzo ci fate ancora qui a leggere?- pensate a un punchball), nonché spesso e volentieri gente che ti chiedi perché abbia il diritto di voto e di parola.

Che poi quelli che vogliono creare il caso laddove non esista siano sempre i Cruciani, i Travaglio, gli Scanzi, i Gramellini (a tal proposito, segnalo un gruppo Facebook di resistenza ai suoi “Buongiorno” su La Stampa) poco cambia, perché per il popolino la colpa è sempre di chi dice quello che pensa.
Se poi si dice “No, non farei mai fare uno spot a una coppia gay” motivando e viene creato un polverone, la colpa è di questi provocatori che credono di fare i giornalisti (e di farlo bene, ma questo è soggettivo).

Voci precedenti più vecchie

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