Italicum o Toninellum: ne abbiamo davvero bisogno?

1. Per noi un vincitore ci vuole sempre. L’unico modello che assicura questo oggi in Italia è la legge elettorale che assegna un premio di maggioranza al primo turno o al secondo turno. Il Movimento 5 Stelle, per esempio, ha vinto a Parma, Livorno e Civitavecchia nonostante che (sic) al primo turno abbia preso meno del 20% dei voti. Però poi al ballottaggio ha ottenuto la metà più uno dei votanti. Vi chiediamo: siete disponibili a prevedere un ballottaggio, così da avere sempre la certezza di un vincitore? Noi sì.

2. Siete disponibili a assicurare un premio di maggioranza per chi vince, al primo o al secondo turno, non superiore al 15% per assicurare a chi ha vinto di avere un minimo margine di governabilità? Noi sì.

3. Siete disponibili a ridurre l’estensione dei collegi? Noi sì.

4. Siete disponibile a far verificare preventivamente la legge elettorale alla Corte costituzionale, così da evitare lo stucchevole dibattito “è incostituzionale, è costituzionale”? Noi sì.

Cosa vuol dire? La legge elettorale pensata dal PD è lontanissima dall’essere simile alla legge elettorale dei comuni (volutamente inesatto il riferimento al sindaco d’italia) che presuppone l’elezione diretta del capo dell’esecutivo (il sindaco) e l’elezione contestuale dell’organo deliberativo (il consiglio), che prevede il meccanismo di simul stabunt simul cadent, e che infine prevede il sistema di preferenze e voto disgiunto.

Si tratta di un sistema che, se fosse realmente introdotto in Italia, necessiterebbe di una massiccia riforma istituzionale che, per inciso, comporterebbe una radicale trasformazione della forma di governo. Ma l’Italicum è molto meno di quello che Renzi fa apparire. Si tratta di una legge elettorale proporzionale, senza preferenze, con premi di maggioranza bulgari per partiti che non ottengono la maggioranza dei consensi, e con lo sbarramento altissimo, diversificato tra listine coalizzate e listine non coalizzate.

Cosa c’è di diverso con il porcellum? La riduzione della dimensione dei collegi, che implica una riduzione delle liste bloccate per ogni collegio (e questo dovrebbe permettere all’elettore di sapere chi sta eleggendo), e l’introduzione di un ballottaggio con il quale assegnare il premio di maggioranza ad secondo turno nel quale si sfideranno i primi due partiti o le prime due coalizioni che hanno superato la soglia del 37%. Infine: l’aumento delle soglie di sbarramento per moltiplicare l’odiato fenomeno del voto utile.

“Chi ha la maggioranza (ndr 50%+1) vince” si è ormai trasformato in “Chi vince (ndr chi prende più voti) ottiene la maggioranza”. Sembrerebbe evidente la violazione del principio fondamentale della democrazia, eppure a nessuno salta in mente di contraddire questo slogan in nome di una governabilità garantita da accozzaglie di partiti uniti dalla paura di scomparire per sempre nell’abisso extra-parlamentare.

Potrebbe essere accettabile l’idea di un ballottaggio tra i “migliori perdenti” (ancora così li considero quei partiti che non raggiungano la maggioranza) qualora al primo turno fosse garantita a tutti la partecipazione alla gara: con uno sbarramento così alto è evidente che ciò non accade. Inoltre è inaccettabile una soglia così bassa (il 37%) oltre il quale ottenere il premio senza neanche passare per il secondo turno.

Le proposte dei grillini, sebbene infarcite dalla solita retorica inutile, sembrano andare proprio in questo senso: ballottaggio tra i primi due per il premio di maggioranza – qualunque sia la percentuale raggiunta – e eliminazione delle soglie di sbarramento. Queste proposte sono ragionevoli, anche se mal poste e oscurate dalla fissazione, elettoralmente più forte, per le preferenze. Curioso come il partito degli illustri sconosciuti e della trasparenza democratica, quale vanta di essere il M5S, punti tutto su un sistema che, laddove c’è o c’è stato, si dimostra essere una macchina da clientelismo e voti di scambio o di amicizia. L’Italicum prevede piccoli collegi e piccole liste nominate, e il PD che le sue liste le sceglie tramite primarie sta in una botte di ferro. Siamo sicuri infatti che le preferenze siano il migliore e soprattutto l’unico modo per i cittadini di scegliere i propri rappresentanti?

L’ultima domanda, relativa alle riforma elettorale, riguarda la verifica preventiva della legge elettorale da parte della Corte Costituzionale. A me pare retorico chiederlo, visto che un parere preventivo sul testo scongiurerebbe qualsiasi dibattito sulla costituzionalità della legge (ma non quello sull’opportunità politica della stessa). Peccato che la Corte Costituzionale non abbia questa prerogativa nella Costituzione vigente ma, eventualmente, solo nella riforma costituzionale elaborata dal governo che è ben lontana dall’essere approvata. Come fanno giustamente notare i cinque stelle, infatti, il presidente del Consiglio Renzi ha subordinato l’approvazione della legge elettorale all’approvazione, ma solo in prima lettura, della riforma costituzionale.

Quando avrete finito di farvi una guerra retorica, demagogica e priva di contenuti, ci avvisate?
Motivi per criticare e spunti per modificare la legge elettorale di Renzi e Verdini ce ne sono tanti e qualcuno, forse per pura casualità, l’hanno individuato anche i grillini. Ma finché si porranno con la strafottenza di chi si sente indispensabile o comunque proporranno leggi elettorali ed emendamenti complicati e difficilmente compatibili con l’impostazione dell’italicum, non faranno altro che fare un favore a chi vuole procedere spedito con quest’ennesima legge-porcata.

Vendola, mi hai rotto il cazzo

Da quando Vendola creò SEL, dalla fusione della sinistra dei DS che non si unirono al PD e della fazione di Rifondazione che non seguì Ferrero, io ci ho creduto. Ci ho creduto ad una sinistra che sapesse coadiuvare la complessità della società contemporanea con le tematiche e gli ideali propri della sinistra. Ci ho creduto a questo avamposto di sinistra che potesse sfruttare le nuove tecniche comunicative per portarci oltre alla mera testimonianza che, in un sistema elettorale bipolare (e incostituzionale), ci avrebbe – ci ha – schiacciato fuori dal parlamento. Ci credevo ad una sinistra capace di portare a termine strategie politiche che andassero oltre il mero snobbismo intellettuale.
Tuttavia questo progetto è stato buttato al vento, e Vendola non è certo esente da colpe.
Ambiguità spesso non volute, frasi bisenso, poca chiarezza nel prendere posizione e colpi di coda finali hanno fatto fallire il progetto che pure aveva tutti i buoni propositi per proseguire e crescere.

Non è la telefonata all’ILVA ad averti affossato, non solo, ma anche questa è stata significativa: quasi simbolica. Questa tua eccessiva morbidezza, con interlocutori che tutti noi e forse anche tu avremmo voglia di prendere a calci, è stata una costante: non solo con il responsabile dell’ILVA, in privato al telefono, ma anche in politica; questo non porsi nettamente in posizione antitetica al PD, soprattutto oggi che la posizione di questo partito sembra essersi definitivamente scoperta di destra, può essere intesa come un tentativo di prendere tempo e sono comunque certo della tua buona fede. Tuttavia basta leggere i commenti sotto i post della tua pagina per capire che il messaggio non risulta chiaro, che la tua strategia comunicativa risulta sempre più fallimentare.

Nichi Vendola

Dopo la vittoria di Renzi, Vendola su Facebook ha scritto: “Renzi? Un ciclone che chiude completamente un pezzo di storia politica italiana, liquidando un’intera nomenclatura politica. Con Renzi bisognerà parlare, intendersi, ma credo che oggi si sia creato lo spazio per la nascita di una nuova Sinistra. Una sinistra libera dalla nostalgia e che non voglia morire di governabilità.”.
Quando l’ho letto non ho potuto fare a meno di pensare: “Vendola, mi hai rotto il cazzo”.
Perché il significato di questo suo status, a fronte delle sue affermazioni passate che condividevano con me la visione di un Renzi politico di destra, potrebbe anche essere quello di voler creare finalmente una sinistra alla sinistra del PD dopo l’inevitabile vuoto che in quella zona si è venuta a creare. Sarebbe ora, in effetti.
Tuttavia il suo messaggio risulta ambiguo, va oltre i semplici complimenti e le semplici constatazioni: prima di tutto perché rivaluta Renzi, la sua idea di politica, e non lo identifica come dovrebbe, tra gli avversari. Rimane volutamente ambiguo, forse in attesa di vedere come si metteranno le cose, forse sotto sotto facendo l’ennesima chiamata a Barca, Civati e quegli eterni dissidenti interni che probabilmente dal PD non usciranno mai. Perfettamente nel suo stile, direi, ma è uno stile che non va bene, in un periodo in cui i toni caustici o sarcastici di Grillo, Renzi e Berlusconi la fanno da padrone. E succede che Vendola riceva solo insulti da chi, con un semplice “Complimenti a Renzi, ma ora noi costruiamo un’alternativa (anche a Renzi) con chi ci sta”, l’avrebbe seguito quasi ciecamente in una nuova avventura di un grande “fronte della sinistra”, diventato inevitabile di fronte a questi presupposti.
Per questo non credo di essere il solo, tra i più fedeli elettori di SEL, a chiedere la testa di Nichi Vendola: non tanto perché abbia smesso di credere nella sua buona fede, ma semplicemente perché il suo stesso progetto possa andare avanti con un nuovo leader, con un linguaggio un po’ meno forbito, con un atteggiamento un po’ meno morbido e benevolo verso gli avversari, capace di contrastare a tutto campo il Berlusconi triplicato che ci troviamo ad affrontare.

“Oltre” cosa?

Beppe Grillo aprirà il V3Day

Alle soglie del terzo Vday organizzato da Beppe Grillo a cinque anni dall’ultima manifestazione di questo genere, c’è da chiedersi quali siano state le motivazioni che hanno spinto il Movimento Cinque Stelle a organizzare una terza edizione della manifestazione che, fino a qualche tempo fa, si considerava come un antecedente della creazione del Movimento, forse neanche del tutto consapevole.
Il processo di massificazione di un partito andato ben oltre le stesse ambizioni dei manifestanti di allora ha portato il non-partito di Beppe Grillo ad una trasformazione inevitabile: il consenso di circa un quarto del paese ha inevitabilmente distaccato (ideologicamente e numericamente) lo zoccolo duro della militanza dal vastissimo elettorato reale e potenziale al quale il Movimento ha attinto e vuole continuare ad attingere; la parlamentarizzazione del Movimento ha messo i pentastellati nelle condizioni di dover prendere delle decisioni, di dover produrre delle proposte, di dover fare delle scelte di campo e dei compromessi: senza quasi rendersene conto, alcuni grillini “miracolati dalla rete” si sono ritrovati a non poter più solo urlare vaffanculo ad un immaginifica Casta chiusa dentro le mura del palazzo, perché dentro quel palazzo ci si sono ritrovati in tanti, tanti di più rispetto a quanto probabilmente lo stesso Grillo si aspettasse, tanti da non poter star impunemente in un angolo a fare i vezzosi; l’approdo del grillismo nelle istituzioni locali, regionali e nazionali è stato rocambolesco, ha dato forti segni di impreparazione, di frizione, fino ad arrivare alle espulsioni purga, al doppiopesismo, alla constatazione contraddittoria della struttura verticistica di quel movimento che pure era stato propagandato dal suo esordio come il simbolo della democrazia dal basso; il grillismo inoltre – nato come sentimento popolare con il vento mediatico in poppa, figlio delle trasmissioni televisive e radiofoniche che hanno fatto del qualunquismo la loro ragione sociale, e noto come fenomeno sostenuto unanimemente dal “popolo della rete” – incontra per la prima volta il dissenso rumoroso da parte di media tradizionali ma anche dei social network, incontra la satira pungente, incontra persino i fischi di chi prima li vedeva come diversi e ora improvvisamente apre gli occhi.
Ma il grillismo si dimostra troppo astratto, troppo statico, troppo scontroso, troppo prevedibile, troppo scoperto. Si arrabbia di fronte alla satira, querela giornalisti, caccia cameramen, cancella il dissenso interno e ignora quello esterno, comincia persino a diffidare di quello strumento che prima di allora aveva esaltato come massima espressione della democrazia cybernetica: Internet.
Questo staticismo ha consumato l’appeal del Movimento Cinque Stelle, destinato secondo alcuni analisti a sgonfiarsi per l’assenza di proposta che avrebbe dovuto seguire la protesta. Non diventano uguali agli altri, per ora, ma per certi versi gli altri risultano essere migliori di loro, mentre loro figurano legittimamente come quei ragazzetti inesperti che hanno avuto paura di governare sebbene ne abbiano avuto l’occasione. Allo stesso tempo non riescono a dimostrare di essere così diversi dagli altri: assomigliano sempre di più a quello che per decenni è stato il peggior nemico di molti elettori cinque stelle (ndr. Silvio Berlusconi) quanto a struttura del partito e a considerazione quasi religiosa del leader, e non riescono a produrre validi modelli alternativi al sistema, rimanendo sostanzialmente o impreparati, o inconcludenti, o sparpagliati, sui temi più importanti che una classe governante deve affrontare.

Beppe e Marine, verso la trasformazione comune

E allora il motivo di questo terzo VDay, dal titolo non casuale “Oltre”, è o vuole essere qualcosa di diverso dai precedenti VDay e dai comizi dello Tsunami tour: è un operazione, probabilmente di apparenza, del passaggio del Movimento ad una nuova fase. Oltre la protesta senza proposte, oltre alla politica dei no, oltre al movimento visto ancora come costola della sinistra, oltre la gestione monarchica (rectius: diarchica) del movimento, oltre la politica fatta da “ragazzetti inesperti”, oltre lo stesso termine “grillino” (contro la quale, non a caso, si è scagliato il deputato Alessandro Di Battista). Un “oltre” che dovrebbe essere la tardiva certificazione di un cambiamento in parte già avvenuto nel terreno nel quale si son trovati a correre, o a rincorrere, ma un “oltre” tutt’altro che facile per un movimento qualunquista che, per natura, ha una vita breve e molta concorrenza.
Sarà Beppe Grillo ad aprire il VDay, dando la spinta iniziale ad una manifestazione meno incentrata su di lui e più su ospiti (sul palco e sul teleschermo) tra i quali sono stati annunciati alcuni nomi nazionali e internazionali di molto rilievo (primo fra tutti Julian Assange). I parlamentari cinque stelle non saranno sul palco, ma “tra la gente”, e ci chiediamo se Gianroberto Casaleggio bypasserà la manifestazione. I segnali, tutti volti a quella trasformazione che prima ho descritto, sono abbastanza chiari: tuttavia mi riesce difficile pensare ad un VDay dove i riflettori non saranno tutti puntati su ciò che Grillo, nel primo pomeriggio, dirà alla platea festante di Genova, la sua città.
Infine un opinione personale: cari grillini, se vi aspettate un cambiamento… Scordatevelo. Le vostre aspettative saranno tradite. Ma voi, probabilmente, neanche ve ne accorgerete.

Dibba il grillino

Al Deputato M5S Alessandro Di Battista sta stretta la definizione di “grillino” che l’opinione pubblica nel tempo ha affibbiato loro. Chissà perché? Questa è la domanda che si pone il miglior prodotto comunicativo che il Mo Vi Mento ha saputo produrre nella scorsa tornata elettorale.
La sua risposta è ovviamente la solita: i media cattivi, asserviti al potere, li ostacolano e li discreditano perché “evidentemente” danno fastidio. Ma fastidio perché? Nel post del blog di Di Battista c’è un elenco di fatti estremamente rivoluzionari che i grillini avrebbero “fatto” in questi otto mesi di legislatura.
Dibba in un suo discorso alla ggente

Prima di tutto il caro Dibba dimentica che per anni i seguaci di Berlusconi sono stati chiamati berlusconiani, ma ciò è tipico in tutti quei partiti dove c’è un leader intoccabile e una serie di persone che legittimamente fanno politica, e altrattanto legittimamente scelgono di farla inseguendo acriticamente un capo. Ovviamente a giudicare ciò è l’opinione pubblica, di cui i media sono gli esponenti più evidenti, perché i membri di quel partito leaderistico spesso (ma neanche sempre) negheranno di essere leaderistico, tuttavia i fatti parleranno per loro. Ecco il vero motivo per il quale gli iscritti e gli eletti del Mo Vi Mento sono definiti grillini, caro Dibba, perché come spesso ci avete fatto notare a Grillo voi dovete tutto, Grillo vi porta i voti e anche voi, come i Berlusconiani, avete vinto una lotteria senza neanche comprare il biglietto. Miracolati dalla rete, avete fatto un giuramento implicito di fedeltà ad un capo e al suo progetto di finta rivoluzione, utile ad accumulare consenso ma non a produrre fatti, perché l’assenza di fatti è conseguenza del non prendere posizione su questioni importanti per inseguire la pancia dell’elettorato. Miracolati dalla rete avete gettato a mare quel consenso che vi avrebbe dato l’opportunità di cambiare il paese, di mandare a casa politicamente Berlusconi, di elevarvi a Onorevoli da semplici grillini che eravate, e crearvi una personalità politica autonoma.
E tu caro Dibba questo lo sai bene, visto che sei l’unico che è stato in grado di crearsi una popolarità e una personalità autonoma, all’interno della tua perfetta aderenza ai pensieri dei leader, l’unico che sembra sempre in linea con il movimento, l’unico che pare intoccabile tra gli eletti e l’unico, casualmente, che mostra più insofferenza di fronte alla definizione di “Grillino”.

Populismo o demagogia?

C’è chi rimprovera una mancata conoscenza dei termini a noi che diamo del populista a Grillo, usando in modo sprezzante il termine “populismo” che, originariamente, non avrebbe un contenuto negativo ma anzi sarebbe l’esaltazione politica del ruolo del popolo. In realtà, ci dicono, si dovrebbe usare la parola “demagogia” per intendere quel raggiro del popolo con il quale un carismatico acquisisce consenso per fare tutt’altro interesse, oppure la parola “qualunquismo” che significa invece l’avere un atteggiamento disinteressato, prevenuto e generalizzato verso la politica.

La verità secondo me è che Grillo è sicuramente tutte e tre le cose.

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Populista perché esalta il ruolo della massa, della “gente”, del popolo appiattendo il ruolo dell’individuo a puntino indistinto di una grande massa fonte di esigenze proprie, e che insegue la pancia di queste maggioranze indistinte di pecore senza interessarsi del cervello. Essere populista, al di là dell’accezione più moderna che è stato posteriormente data dai media (e non vedo perché non se ne dovrebbe tener conto!) che lo associa in modo più stringente alla demagogia, non è affatto positivo come alcuni pensano: parlando alla pancia della gente si scoprono razzismo, odio, guerre tra poveri, cacce alle streghe, forcaiolismi.

Demagogo perché il grande consenso che ha ricevuto e che ancora riceve lo sfrutta per aumentare il proprio potere mediatico, economico, politico senza mettere in pratica alcuna promessa. Non solo dunque pensa ad un popolo privo di individui che lo compongono, non sono parla alla pancia e non al cervello, ma una volta ascoltata la pancia della massa, non si tenta neanche di realizzare nulla, e dunque si raggirano abilmente i tanti ingenui che lo hanno votato.

Qualunquista sia lui, sia coloro che lo votano, perché appiattisce gli schemi politici e rifiuta le differenze comportamentali-etiche e soprattutto le differenze ideologiche. Anzi si può dire rifiuti le ideologie, denigrandole e ripudiandole. Ma è lo stesso populismo di Grillo a imporre lui di essere qualunquista, perché è il qualunquismo ciò che attualmente, a torto o a ragione, fuoriesce dalla pancia della gente. Compito della politica, ma non di Grillo (né di Renzi, né di Berlusconi) sarebbe combattere con fatti e contenuti questa indifferenza generalizzata che solo apparentemente sembrava essere stata spazzata via dal M5S

Roberto

Matteo Renzi è di sinistra? Tanto quanto Grillo o Berlusconi.

Se qualcuno mi chiedesse oggi se la posizione politica di Renzi è per me giusta o utile, non avrei esitazione a esprimere tutte le perplessità del caso. Un personaggio molto televisivo, molto comunicativo, senza qualcosa di significativo da comunicare, rischia ancora una volta di rappresentare la risposta populista e inconcludente, quindi inutile e quindi dannosa, alle esigenze di leader a cui vent’anni di berlusconismo ci hanno abituati.
Comunicazione vuota di slogan: fiducia, contatto, calore, amore … l’imitazione fatta da Crozza rischia di essere fin troppo realistica.
Nel tempo però, nonostante l’impegno, anche Renzi su molte tematiche è uscito allo scoperto e, ogni qualvolta lo ha fatto, si è mostrato molto più schiacciato al sistema presente di quanto a colpi di slogan non voglia far apparire.
– Quando diventa il primo detrattore della CGIL, addebitando a questa non tanto, come farei io, un eccessiva morbidezza e un eccessiva tendenza compromissoria con il padrone, quanto al contrario un eccesso di rigore e di rigidità su posizioni che lui definisce vecchie.
– Vecchie, da trascurare, come lo è la questione dell’articolo 18 che, per lui come per Beppe Grillo, è inutile, da superare. Questa di Renzi non è una posizione nuova rispetto a chi si propone di “rottamare”, visto che è stato il governo Monti, sostenuto dal suo PD, ad abrogare l’articolo 18, ed è stato sempre il suo PD ad iniziare la strada senza uscita della precarietà legalizzata nel ’97 con il pacchetto Treu poi peggiorato dal governo Berlusconi con la legge “Biagi”.
– Quando si mostra come il principale sostenitore delle infrastrutture di dubbia salubrità, dagli inceneritori alla TAV, insofferente alla posizioni dei No, liquidati con una battutina e un sorrisetto.
Al pari del M5S, Renzi ha come cavallo di battaglia la lotta contro i finanziamenti pubblici a partiti e giornali. Tuttavia, a parole, afferma di volere una politica scollegata dai grandi gruppi finanziari, bancari, multinazionali: mi chiedo però cosa si può fare per rendere la politica in mano ai finanziamenti privati e al contempo allontanare lo spettro delle lobbies. Anche in questo comunque risulta allineato a quella che è la linea politica della massa, dal PDL, al vecchio PD fino appunto al Mo Vi Mento (escluso solo il partito di Vendola), tutti a dare contro al sistema del finanziamento pubblico, tutti a dare contro al sistema delle lobby, tutti sottobanco sostenuti da una lobby, probabilmente, al quale non far danno nel momento in cui verranno eletti.
La mania della privatizzazione non investe solo la politica, e la democrazia, ma anche altri beni comuni, come questi del patrimonio artistico-culturale, o come la gestione delle reti idriche, o delle grandi aziende pubbliche di trasporto. La posizione di Renzi, qui, è abbastanza intuibile, anche quando non espressa.

Matteo Renzi con un acconciatura particolare

Il problema che oggi si pone è dunque se il pericolo di Renzi siano i contenuti finora in gran parte misteriosi del suo (non)programma politico, o il suo modo di far politica piena di slogan, che vorrebbe rottamare le persone senza rottamare il sistema di cui sono figlie, ma che appunto tende ad occultare qualsiasi contenuto poco popolare come i migliori mentalisti e affabulatori san fare. Mi importa poco in effetti se Renzi sia o meno definibile come “di sinistra”, quasi fosse questa un etichetta di sicura purezza e limpidità.
Andiamo incontro ad uno scontro che “ha il sapore della merda pressata”, tra Berluscones, Renziani e Grillini, che grossomodo propongono ricette simili e similmente vuote nei temi che più dovrebbero interessarci in questi tempi di crisi senza eguali.
Tre proposte che concentrano la loro attenzione sull’apparire più nuovi degli altri, più progressisti degli altri, meno “casta” degli altri. Trovare nell’avversario qualcuno con un passato nella vecchia politica è un colpo basso, avere esercita un qualche tipo di potere politico è motivo di frustrazione e di continue giustificazioni, la gara tra chi vuol ridurre di più stipendi, parlamentari, rimborsi, indennità è la gara che più sembra interessarci.
Sui temi concreti il sindaco di Firenze mostra qualche incertezza, la sua ricetta risulta quasi contraddittoria, semplicistica, senza prospettive di lungo periodo. Come si è già fatto notare in questo blog, non vi è una soluzione alla disoccupazione, non vi è alla precarietà, non vi è alla povertà, all’immigrazione e si è trovato il modo furbo per rimettere in discussione l’aborto così come oggi è regolato.
Vi è solo un evidenziare i problemi (tra l’altro spesso secondari) che già esistono e dire che questi non vanno bene, che vanno risolti. Non c’è un solo politico in Italia che pensa che la disoccupazione sia un bene, e persino la precarietà è mal vista un po’ da tutti (per quanto quasi tutti estimatori del suo sinonimo buono, la flessibilità). Il problema è poi come risolvi uno e come risolvi l’altro problema. Se per Renzi risolvere la disoccupazione giovanile significa alimentare il processo dei licenziamenti facili e dei contratti a termine, non mi venite poi a dire che Renzi è la sinistra: non mi venite a definirlo il nuovo che avanza, perché è da almeno un ventennio che questa soluzione viene proposta, e applicata, dalla nostra classe politica, anche di pseudo-sinistra, a cui Renzi da almeno 10 anni appartiene.
La domanda giusta non è quindi se Renzi sia di sinistra, e non lo è per una serie di motivi logici, storici, ideali che potremmo elencare in modo comunque non esaustivo, ma è “perché Renzi voglia dipingersi come tale”.
Se vogliamo ricalcare il dato storico, dopo la Rivoluzione Francese l’assemblea nazionale si dispose in modo tale che a destra del presidente si sedettero i conservatori, mentre a sinistra i più progressisti. Questa disposizione fu mantenuta poi successivamente tanto da coniare di fatto l’identificazione di sinistra come progressismo e destra come conservatorismo.
Su cosa significhino il termine progressismo e il termine conservatorismo ci sarebbe da conversare altrettanto: su cosa occorre progredire, cosa invece è da conservare? Il progressista, quando conquista e vuol conservare le conquiste fatte diventa forse conservatore? Tralasciamo.
Ad un significato quindi prettamente geografico se ne affiancava indistricabile un significato più statico, legato appunto alle ideologie che i progressisti hanno utilizzato e propagandato stando all’ipotetica sinistra dei parlamenti di tutto l’occidente.
Socialismo, comunismo, ecologismo, egalitarismo, laicismo… Tutto questo entrò nel patrimonio culturale delle sinistre europeea con differenze tuttavia marcate a seconda del paese e del periodo in cui la sinistra si affermò con forza.
In Italia sembrerebbe ancora più semplice stabilire cosa è di sinistra e cosa no, facendo riferimento all’eredità del Partito Comunista Italiano. In realtà questo è spesso utilizzato quasi come un dogma da interpretare a proprio piacimento per giustificare le proprie pensate, posizionarle a sinistra e sentirsi a posto con la coscienza.

di Mauro Biani

Il fulcro quindi della questione sembrerebbe proprio questa continua mistificazione che ogni politico o quasi oggi fa nel tentare di apparire più di sinistra, più progressista, più riformista di quello che in effetti è. Sembra che non sia più importante identificare una scelta come giusta o sbagliata, o come utile o inutile: l’importante è riuscire a mettergli l’etichetta di sinistra.
Così accade che privatizzare la politica, l’arte e l’informazione diventa di sinistra, mentre gli imprenditori sono eroi patriottici e gli operai i miracolati del buon capitalismo, e chi manifesta e sciopera contro questo è un conservatore perché dice di no (ad un modello di progresso stantìo di quasi un secolo). Si rottama la rivoluzione, mantenendo tutto quello che non era rivoluzionato. Si rottamano le manifestazioni, mantenendo il sistema contro cui si manifestava. Si rottamano i diritti, trasformandoli in gentili concessioni.
Si #cambiaverso insomma, e insieme al verso si cambia anche il significato alle parole. Ideologia: non pervenuta.

Scontro tra bigottismi, tra rieducazione e Stato Etico

Campi di rieducazione

Sono a favore del riconoscimento della più alta gamma di diritti per le persone che ancora oggi si trovano in una situazione di disagio a causa delle proprie scelte, delle proprie idee o, in certi casi, della propria forma esteriore.
Ma trovo stucchevoli l’ipocrisia e il modo così disinvolto e volutamente caustico (e fine a se stesso) con il quale le persone – più o meno qualificate, più o meno acculturate, più o meno padrone dell’argomento – affrontano tali problematiche.
Mi preoccupo quando si vuole imporre un pensiero unico alla moltitudine, senza preoccuparsi di spiegarne le ragioni, magari le utilità, quando non ci si sforza neanche di scavare a fondo nel problema e si preferisce spargere un velo superficiale di stigma verso chi pone qualche obbiezione o ha qualche dubbio. Mi preoccupo perché se le persone cominciano a temere di parlar troppo o parlar male di qualcosa, cominceranno a odiare quel qualcosa. Grazie a questi atteggiamenti, secondo me, si è arrivati a sentire da personaggi di dubbia intelligenza l’accusa di lobbismo verso categorie che ancora oggi versano in una situazione di subalternità e disagio.
Una buona intenzione rischia di distruggere dialettica e si smette a priori di ricercare la migliore verità, per paura di essere definito omofobo, sessista, revisionista, antisemita. Si smette di ricercare la verità, si mette a tacere chi mette in dubbio, e si lascia il dubbio ai più spregiudicati, i più in mala fede, a quelli che nella controcorrente ci guadagnano e ci si sfamano.
Per esempio, ci si ritrova a scegliere tra chi ti sta già scrivendo “omofobo” sulla fronte se metti in dubbio l’utilità o la democraticità del recente boicottaggio alla Barilla, e chi si vende come voce fuori dal coro vaneggiando di lobby gay e omocrazie. Insomma non c’è più spazio al libero pensiero, ma solo ad un bi-pensiero veicolato: un gregge spaventato dall’idea di rimanere fuori per una parola sbagliata, nel gulag del sessismo o dell’omofobia, contro una schiera di deliranti complottisti che fanno a gara a chi la spara più grossa.
Caso limpido di ciò che ho appena descritto è il caso del signor Barilla che in un’intervista da Cruciani (strano no?) si sarebbe lasciato andare in dichiarazioni contrarie all’affermazione del diritto alla famiglia per gli omosessuali. Io la vedo diversamente da lui, ma si tratta davvero di dichiarazioni omofobe? No, secondo me è solo espressione di un pensiero liberamente espresso e, forse, anche di un tentativo (forse sconclusionato, forse oculato) di farsi pubblicità persino nell’intervista. Dire che Barilla si rivolge alla famiglia tradizionale, significa dire che Barilla vende, e vuole continuare a vendere, alle famiglie stabili, che a pranzo e a cena buttano la sua pasta nell’acqua bollente. Perché pretendere dal signor Barilla (che magari nella vita è un fervente attivista omofobo, ma più probabilmente è uno dei più grandi imprenditori italiani) una pubblicità “sociale”? Quando esisteranno famiglie stabili composte da coppie omosessuali, e queste verranno considerate normali, avremmo raggiunto un grado sicuramente più alto di civiltà. Allora la Barilla, e non solo, nelle sue pubblicità utilizzerà la famiglia considerata normale, indistintamente da quali che siano i sessi dei genitori. Non solo: probabilmente IKEA o Misura smetteranno di utilizzare il brand “anti-omofobia” per vendere i propri prodotti, e si butteranno su qualche altra idea furbamente filo-progressista per accaparrarsi quella fetta di pubblico che ritengono essere potenziali loro clienti.
Sul come ci si arriverà ad una società senza discriminazioni di genere, di sesso o di orientamento sessuale, io credo che il discorso sia decisamente più complesso e che la strada fin qui percorsa dalle associazioni attive in questo senso sia in gran parte sbagliata.
Leggevo nello stato di un mio amico, su facebook qualche giorno fa, che si parlava in modo leggero e inconsapevole di “rieducazione dell’omofobo”, dicitura tolta, a suo dire colpevolmente, dalla legge anti-omofobia in approvazione in parlamento. Io onestamente di fronte alla parola “rieducazione”, per quanto sia consapevole della sua presenza in costituzione, rabbrividisco. Penso a tutti quegli omosessuali, per esempio, che riempivano i carceri inglesi, i gulag sovietici, i campi nazisti, nell’attesa di essere “rieducati” e penso a quanto sia pericoloso e ironico che proprio oggi si parli di rieducazione di segno inverso. Un mio professore di diritto penale riecheggiava il film “Arancia meccanica” per dare un idea esaustiva di quello che non dovrebbe essere il carattere risocializzante della pena.
L’essenza stessa del reato d’omofobia, sbandierato da alcuni all’insegna della civiltà democratica e del progresso giuridico, è quella di un vero e proprio reato d’opinione, ovvero la punizione a fronte di un idea espressa, una deroga insomma alla libertà d’espressione stessa.
Sono estremi questi che, in assenza di una dialettica libera da timori reverenziali verso questo o quell’indiscusso valore, rischiano di essere sfiorati anche da persone preparate. Se poi il concetto stesso di cos’è omofobico e cosa non lo è diventa un concetto evanescente, il pericolo di stato etico diventa imminente. Un pericolo paradossale se causato e propagato da chi a parole di oppone contro il Vaticano e la morale cattolica e si scopre “diversamente bigotto” e intollerante.
E siccome la morale cattolica è dura a morire così come il pregiudizio omofobico diffuso – che anzi si riattizza di brace nuova di fronte a questo sentirsi minacciato – questa guerra serrata da bigottismi contrapposti (fastidiosi “radical-chic” da una parte, leghisti alla Buonanno dall’altra) non può che essere dannosa a quello che dovrebbe essere l’obiettivo finale: l’uguaglianza dei diritti.

Voci precedenti più vecchie

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