In memoria di Costanzo Preve

È scomparso da pochi giorni il filosofo e studioso di Marx Costanzo Preve: un grandissimo pensatore che, a causa delle sue posizioni “eretiche”, non ha ricevuto la notorietà che avrebbe meritato.
Escluso dai giornali e dalle riviste progressiste e dalla televisione dove orde di intellettualoidi di “sinistra” discutono del nulla mediante luoghi comuni spacciati per profondità.
Fuori dalla politica dal’92, dopo una vita di partecipazione, e bollato come “fascista”, “ideologo dei terroristi” o “eminenza grigia dell’antiamericanismo” da chi non ha voluto capirlo.

Avrei voluto avere il grande piacere di conoscerlo di persona e non posso fare a meno di invidiare un po’ tutti coloro che lo hanno avuto come professore.

Linko il bellissimo ricordo che di lui ha scritto Diego Fusaro.

http://www.lospiffero.com/cronache-marxiane/in-memoria-di-costanzo-preve-13657.html

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Ambiente e genocidio

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Ti svegli la mattina tardi alle 11,30, vai in cucina e prendi qualche biscotto, ancora in pigiama ti siedi sul divano e, ancora intontito, prendi il Corriere della Sera dal tavolino con in prima pagina un paio di colonne di Sartori, inizi a leggere e il biscotto rischia di andarti di traverso per l’incredulità, finisci l’articolo e ti girano parecchio le gonadi così apri il computer e inizi a scrivere.
In breve questa è la genesi di questo breve articolo.

“Una modernità fuori misura” è il titolo dell’articolo di Sartori del Corriere di oggi, riguarda principalmente i disastri naturali sempre più frequenti e la loro causa profonda presumibilmente legata allo scempio ambientale compiuto dall’uomo in questi intensi secoli di modernità e “progresso”.
Premetto che ho sempre avuto una certa stima per Sartori, e di certo non mi sono scandalizzato per altri suoi recenti articoli, dove vengono sostenute tesi controverse per la sinistra, come uno in cui afferma che lo stato sociale è incompatibile con l’immigrazione di massa, tuttavia quanto scritto oggi  è per me totalmente inaccettabile

L’incipit dell’articolo è condivisibile e riguarda appunto i problemi della Terra: l’atmosfera inquinata, l’aria avvelenata, il clima destabilizzato, il paesaggio distrutto.
Ciò che però sembra premere particolarmente a Sartori è la popolazione: “il rimedio vero sarebbe una drastica diminuzione delle nascite, specialmente in Africa, che ci resituirebbe un pianete vivibile”.

E ancora: “ripeto, l’unica cura ancora a nostra disposizione è di ridurre la popolazione e con essa ridurre l’emissione di gas serra e la conseguente concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera”.
E come di grazia? Scagliando una bomba atomica a settimana su una città presa a caso? Provocando una carestia staliniana in qualche regione con troppe nascite? Facendo allegramente morire di AIDS tutta l’Africa o semplicemente negando ogni aiuto alimentare?
Arrivato alla seconda colonna non mi sarei affatto stupito di leggere Sartori proporre soluzioni del genere prima della fine dell’articolo o magari fantasticare soluzioni da Brave New World con popolazione sterilizzata e numero di nascite pianificate dall’alto.

Poiché ho stima di Sartori mi rifiuto di lasciar correre il tutto classificandolo come il delirio di un vecchio professore impazzito ed euforico della propria presunta intelligenza superiore, credo sia quindi necessario riflettere su quali sono le reali implicazioni di ciò che ha lasciato intendere e quanto disumane esse siano.
Il suo discorso inoltre è anche contraddittorio perché se la popolazione deve essere controllata soprattutto in Africa non si capisce come questo potrebbe portare alla riduzione delle emissioni di gas serra quando queste provengono principalmente dai paesi del primo mondo e del secondo mondo emergente; per fare quello dovremmo sterminare gli europei e gli altri abitanti dei paesi ricchi che peraltro sono già in crisi demografica.
Senza contare che se, come sembra, c’è un’apocalisse ambientale imminente non basta ridurre le nascite oggi in modo che la popolazione diminuisca fra ottant’anni ma bisogna sterminare qualche miliardo di persone immediatamente per risolvere il problema prima che sia tardi.

Siamo tanti, sempre di più, parecchi, forse troppi ma chi decide quando è abbastanza? Chi ha il diritto e la saggezza per farlo?
Per Malthus a inizio XIX secolo eravamo già troppi e figliavamo troppo, oggi siamo sette volte più che allora e il mondo non è finito.
Chi ha il diritto di stabilire quanti bambini devono nascere nel proprio paese o in Africa o in tutto il mondo? Con che legittimità?

La brama di onnipotenza dell’uomo industriale e il suo dominio sulla natura hanno portato al disastro ambientale e quello che Sartori propone per risolverlo è la pianificazione e il controllo dall’alto di miliardi di vite umane? Cioè altra onnipotenza all’uomo, ancora più potere, ancora più controllo su tutto.

Come si può essere così arroganti da permettersi di voler pianificare l’esistenza o meno di miliardi di persone?

Come si può pensare che l’intera specie umana esista perché gente come Sartori dall’alto ne stabilisca il numero più accettabile secondo il loro infallibile giudizio?

Mi farebbe piacere sapere se Sartori si è accorto delle naturali conseguenze dei suoi auspici e se ha la lucidità di portare alle ultime conseguenze le sue tesi.
Un efficace controllo della popolazione prevederebbe la fine di ogni sovranità degli stati perché alcuni di loro in Africa non sono in grado di attuare un controllo delle nascite e questo dovrebbe essere attuato dall’alto, presumibilmente dall’ONU; il tutto naturalmente non potrebbe essere gestito in un sistema trasparente e democratico perché nessuno lo accetterebbe.
A gestire il tutto dovrebbero infine esserci dei pianificatori-dei, dei filosofi-re di platoniana memoria, dei tecnocrati onniscienti e saggi in grado di decidere su ogni cosa noncuranti delle meschine preoccupazioni terrene di miliardi di persone.
In altre parole è una riproposizione, con motivazioni ambientali e non economiche, dei totalitarismi del novecento che pretendevano di pianificare e controllare ogni cosa dello stato e della vita dei cittadini.

Heil kameraden Sartori. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il PCI fra nostalgia e idealizzazione

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“Bisognerebbe rifare il PCI”
Questa frase probabilmente è stata pronunciata la prima volta il giorno stesso del Congresso della Bolognina che sancì la trasformazione dello storico partito nel PDS, è tuttavia negli ultimi anni che si sente ripetere sempre più spesso e con sempre maggiore convinzione mista ad esasperazione per le peripezie PD.
Perché il PD, piaccia o meno, è l’erede legale del vecchio PCI e, clamorosamente, lo è anche di più della metà della vecchia odiata DC. Ed è proprio a questa fusione che la maggior parte dei nostalgici del PCI danno la colpa dei problemi dell’odierno PD, a questo compromesso storico fuori stagione che spinge i democratici all’eterno equilibrismo e a posizioni vaghe; a mio parere c’è del vero ma è una spiegazione che da sola non basta.

Tuttavia non è mia intenzione scrivere un articolo su perché il PD non funziona e affrontare argomenti come la crisi della politica nei paesi occidentali o le mille anime interne al PD, che sono ben più numerose di comunisti e democristiani; vorrei piuttosto ragionare su come era percepito il vecchio PCI e sulle aspettative dei nostalgici oggi.

Tralasciamo la nostalgia del PCI dei militanti più attempati, assimilabile all’inevitabile sentimento dei vecchietti sulla panchina, e concentriamoci sui nostalgici di giovane e mezza età. I primi, cui appartengono la maggior parte dei blogger e di coloro che invocano il PCI su facebook, non hanno mai visto il PCI “in vita”, i secondi il PCI lo hanno visto da giovani e spesso lo hanno contestato senza pietà.

Insomma se per magia oggi potessimo far rivivere il PCI glorioso e compatto come un tempo quanta soddisfazione ci sarebbe nei confronti delle sue azioni politiche? Sicuramente raggiungerebbe percentuali di voto considerevoli: c’è almeno un 15% di persone che vota il serpente mutaforma PCI-PDS-DS-PD in ogni caso e sicuramente lo farebbe ancora in caso di ritorno della vecchia sigla, a questi andrebbero aggiunti molti altri elettori meno legati ma comunque vicini a quegli ideali.
Però oltre a votarlo, in maniera più o meno rassegnata, quanti nostalgici incazzati effettivamente smetterebbero di lamentarsi e si affiderebbero con serenità ad un partito finalmente adeguato alle loro aspettative?
Pochi, pochissimi passata la prevedibile euforia iniziale.

Si tornerebbe in breve alla contestazione da sinistra e ai militanti che devono ingoiare un rospo dietro l’altro e iniziare ogni discussione politica con la solita recusatio: “io sono il primo che critica il partito ma è la principale forza di sinistra e ci sono dentro per migliorarlo”. Probabilmente la situazione sarebbe meno drammatica che con il PD oggi ma di certo avrebbe notevoli similitudini.

In base a cosa dico questo? In parte perché conosco i miei polli, in parte perché tutto questo avveniva già ai tempi del vecchio PCI. Sia ai tempi del potente PCI al 34% negli anni settanta incalzato dalla piazza e dal movimentismo studentesco e operaio, sia ai tempi del PCI che annaspava nei tardi anni ottanta mentre il craxismo montava e il neoliberismo iniziava la sua conquista dell’occidente.
È fin dalla famosa poesia di Pasolini, seguita alla battaglia di Valle Giulia nel ’68, che viene testimoniata la contrapposizione fra lo spontaneismo degli studenti e l’imbalsamatura del PCI imborghesito.

Molti dei movimenti extraparlamentari degli anni settanta spesso presentarono una propria lista o una coalizione di liste e in alcuni casi ottennero qualche eletto grazie al proprozionale puro (fato ciao con la manina a quella Democrazia Proletaria tanto amata da Ferrero).
Il fatto che molti dei contestatori ogni tanto si turasse il naso e votasse PCI non può oscurare il fatto che il partito dei vecchi burocrati imborghesiti era uno dei bersagli principali degli slogan di piazza dopo Kossiga con la k e gli altri ben noti.
Si, questo anche e soprattutto ai tempi del grande Berlinguer che oggi per i nostalgici è un po’ tutto quello che vogliono che diventi secondo l’argomento del momento.

Non trascuriamo inoltre il fatto che il PD, insieme all’UDC, è il partito che più di ogni altro ha viva in se l’eredità della prima repubblica e molti dei suoi leader sono cresciuti in essa. Bisogna ammettere che quasi tutti i leader principali del PD provengono dal vecchio PCI e spesso sono stati i protetti di qualche mostro sacro dell’epoca.
Se dunque D’Alema, Veltroni, Bersani, Bassanini, Fassino, Bassolino, Violante e compagnia erano già ben avviati gli ultimi giorni del vecchio PCI in che modo si può scaricare il vecchio partito da ogni responsabilità per come è il PD oggi se i figli dell’era Berlinguer hanno creato questo? Dare tutta la colpa ai miglioristi di Napolitano è semplicistico e lontano dalla realtà.

Dunque è solo il PD, che di certo ha le sue colpe, o c’è una componente di insoddisfazione strutturale e inevitabile fra la piazza e il partito che è necessariamente imbrigliato nelle istituzioni politiche? La risposta è abbastanza evidente.
Allora forse, stanti gli evidentissimi limiti del PD, tutta questa venerazione per il vecchio PCI è una nostalgia del passato fortemente idealizzata in contrapposizione al desolante presente.

Se per magia potessimo però riavere oggi il vecchio PCI, con tanto di Berlinguer, i nostalgici di oggi, sia i giovani che i loro padri, prenderebbero la tessera e starebbero allineati e coperti in sezione e in piazza come ai tempi di Togliatti o piuttosto tornerebbero in breve a gridare contro il partito borghese? Mi sembra più plausibile la seconda ipotesi.

 

P.S. Ci tengo a precisare che il termine nostalgico non è da intendersi in senso dispregiativo come nell’uso comune quando viene riferito ai nostalgici del fascismo.

Femminicidio e neolingua

Oltraggiamo gli dei: permettiamoci di discutere, analizzare, sezionare, rivoltare come un calzino il termine femminicidio e i significati che sottende. Sembra strano ma non è stato mai fatto in questi mesi di improvvisa onnipresenza mediatica del termine.
Quando si nomina il femminicidio il significato della parola viene dato sempre per scontato, dopotutto non c’è alcun bisogno di riflettere quando ogni giorno l’emergenza fa capolino nei telegiornali e ci impone di agire immediatamente per fermare questo orrore. Oppure no?

Perchè questo termine che fino a poco tempo fa nessuno conosceva è ora dato per scontato? Non si tratta di una parola che si è sviluppata spontaneamente nel linguaggio diffuso di tutti i giorni, nessun sentire comune ha prodotto questo neologismo: il termine è stato introdotto all’improvviso dai media e da allora utilizzato costantemente per definire questa presunta emergenza dando ovviamente per scontato che il termine sia adeguato e che l’emergenza esista.
Da un anno a questa parte appelli, articoli di giornale, raccolte firme, flash mob davanti al parlamento, mobilitazioni e quotidiani servizi del telegiornale ci allarmano su questa emergenza come se fossimo in presenza di una crescita esponenziale del fenomeno.
Partendo da questi assunti un approfondimento in proposito sembra necessario.
Prima di tutto da dove salta fuori questa parola?
In Italia la prima è stata Michela Murgia di Repubblica.it riprendendo il termine da Diana Russell, criminologa, e Marcela Lagarde, antropologa.
In pratica si tratta dell’ennesimo prodotto della fabbrica del politicamente corretto (Repubblica) creato a tavolino da qualche intellettuale (specializzate in studi femminili guardacaso) che lo ritiene adeguato alla sua visione del mondo che ovviamente è obiettiva e universale.
Come tutti i termini politicamente corretti (bioparco, persona di colore, diversamente abile, operatore ecologico) non può essere messo in discussone senza incappare nell’ira delle ss del progresso sociale.
Permettersi di analizzare il termine e magari sfatare qualche luogo comune a riguardo è considerato sacrilegio da bollare immediatamente con la scomunica laica di maschilismo, come se chi si interroghi su questa misteriosa parola sia un complice di tanti barbari femminicidi con le mani sporche del sangue di tanti angeli della casa uccisi da patriarchi bruti e violenti.
D’altro canto come puoi permetterti pensare criticamente quando una tua amica ti invita, o per meglio dire ti impone, di partecipare al flash mob davanti a Montecitorio per invitare la camera ad agire con l’ennesima legge speciale contro questa barbarie quotidiana?
È un dogma: o lo accetti o sei un eretico e ti arriva la scomunica (“sei un maschilista”).
Dopotutto chi me lo fa fare di rischiare questa bollatura?
Tuttavia qui sull’opinione politica, chi ci legge se ne sarà accorto, poco ci importa dei luoghi comuni del politicamente corretto e delle scomuniche laiche su chi osa contestarne i presupposti. Sia ringraziato internet perché un fiume di commenti di femministe indignate sono molto più facili da sopportare che gli acuti di una donna incazzata nel mondo vero.

Abbiamo detto che “femminicidio” non è dunque un termine sedimentato nel sentire comune, non è un termine proprio della mentalità diffusa delle persone: è un termine alieno alla cultura di massa.
Tuttavia perché questo dovrebbe interessarci? Cosa ci cambia alla fine?
Dobbiamo interessarci perché il linguaggio non è neutrale e se le parole che utilizziamo nel nostro parlare contengono dei significati impliciti allora qualcuno cerca di fregarci.
Un esempio classico è la legge “no child left behind” di George W. Bush che, a dispetto del nome, tagliava i fondi alle scuole pubbliche; il miglior modo perché nessun bambino resti indietro è tagliare i fondi alle uniche scuole che i più poveri possono permettersi.
Chi l’avrebbe mai detto di una legge che si chiama “nessun bambino resti indietro”? Utilizzando quel nome anche gli stessi oppositori della legge stavano in realtà rafforzando l’effetto positivo perché il titolo era intrinsecamente positivo anche se il contenuto non lo era affatto.
Il linguaggio non è neutrale: controllando il significato delle parole che si usano si possono intrappolare le persone in determinati schemi di pensiero impliciti in quelle parole.

E femminicidio allora? È un termine neutrale come “emozione” o “teiera” o contiene dei discutibili assunti impliciti? Purtroppo la seconda.
Il Devoto-Oli lo definisce come “Qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuare la subordinazione e di annientare l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte”.
Cosa è questo se non un concentrato di teologia dogmatica del femminismo?
Non si tratta di una licenza poetica del Devoto ma del significato inteso da chi ha introdotto il termine, basta leggersi cosa viene scritto su Repubblica al riguardo per capire che chi ha fatto della lotta al femminicidio il suo cavallo di battaglia lo intende proprio nei termini descritti dal dizionario.
Utilizzando il termine femminicidio stiamo, inconsapevolemente, accettando una serie di supposizioni femministe che fino a prova contraria esistono solo nelle teste delle loro fanatiche ideologhe.
Non stiamo semplicemente combattendo una condivisibile battaglia contro la violenza sulle donne ma ci stiamo portando dietro anche tutti quegli assunti ridicoli sul patriarcato.
Se io non li condivido avrò il diritto di dire che la parola femminicidio, in questa accezione odierna, è una cagata pazzesca?
Di dirlo si, perché più o meno siamo in democrazia, di passarla liscia no perché ho infranto un dogma del politically correct totalitario e offeso i sentimenti di qualche femminista; come tale merito un linciaggio verbale e almeno una scomunica laica a scelta fra “bigotto”, “maschilista” e “arretrato” o perché no una bella messa al bando morale collettiva come quella rischiata da Barilla.
Se la tua opinione non si conforma al politically correct è una opinione maschilista/omofoba/razzista/altro, puoi parlare ma DEVI essere unanimamente condannato in quanto bigotto arretrato.

Oltre alla parola in se, ai suoi discutibili significati e alla sua imposizione arbitraria da parte dei media bisogna poi dimostrare l’esistenza dell’emergenza stessa.
Di questa emergenza in base alla quale decine di intellettualoidi da mesi invocano su tutti i media le ennesime leggi speciali per “risolvere” (come se risolvessero mai qualcosa) questa ennesima inaccettabile emergenza di un paese di merda, arretrato, incivile, perché non succede negli altri paesi europei, bla bla bla…
Sia chiaro, stiamo cercando di appurare l’esistenza o meno dell’emergenza così come descritta dall’allarmismo dei media non di negare l’esistenza e la frequenza delle violenze sul gentil sesso.

http://www.huffingtonpost.it/2013/09/27/femminicidi-istat-intervista-a-linda-laura-sabbadini_n_4001296.html

http://www.unodc.org/unodc/en/data-and-analysis/homicide.html   (alla voce homicides by sex e altre)

Questa emergenza è, dati alla mano, inesistente: il numero di omicidi di donne da parte dei compagni è stabile in leggerissima diminuzione da circa un trentennio e non risulta alcuna differenza degna di nota rispetto ai dati degli altri paesi UE (anzi, siamo messi leggermente meglio). Per quanto riguarda le vittime di omicidi, con qualunque movente, in valore assoluto gli uomini rimangono il 70% del totale.
In altre parole l’anno scorso e negli anni precedenti il numero di “femminicidi” era più o meno lo stesso solo che i media non si preoccupavano di fornirci la nostra vittima quotidiana che oggi ci fa gridare all’emergenza.
Quindi perché montare ora un bombardamento mediatico incessante quando si è ignorato il dato per tanti anni?
Perché montare questa campagna mediatica che ha ormai convinto i legislatori a fare vaghe e inutili leggi speciali per ingraziarsi quella parte dell’opinione pubblica che, non conoscendo le statistiche, ha finito poco per volta per allarmarsi?
Perché dunque questo bombardamento mediatico?
Non ho una risposta ma tendo ad individuare due colpevoli principali: il violento attivismo femminista portato avanti dalle sue pseudo-studiose” ma anche la ben nota infima qualità dell’informazione e della nostra casta sacerdotale di pseudo-intellettuali televisivi.
Punto il dito soprattutto contro l’oscenità con la quale i media cavalcano onde di psicosi emotiva create su basi d’argilla da loro stessi.
Non posso non considerare l’emergenza femminicidio come una delle tante emergenze ad orologeria con le quali i media periodicamente ci “intrattengono”. Non è troppo diversa dai mesi in cui si parlava solo del quotidiano stupro ad opera di romeni o il periodo in cui avveniva un incidente aereo al giorno.
Una volta approvata la legge speciale sul femminicidio, che non risolverà nulla, i media smetteranno di parlare del femminicidio e noi immagineremo che i numeri di donne uccise dai propri compagni siano diminuiti quando in realtà semplicemente i media non ne parleranno più con tanta frequenza perché ci sarà una nuova emergenza ad orologeria da dare in pasto all’opinione pubblica isterica.

Sarebbe bello poter parlare semplicemente di omicidio, dal latino “homo hominis”, uomo nel senso di essere umano, come del resto si è sempre fatto, ma evidentemente non va più bene ai perbenisti, all’improvviso.

Non è mia intenzione negare la gravità dei fenomeni di violenza sulle donne come le percosse anche in famiglia (spesso frequenti, ripetute nel tempo e quasi sempre impunite) ciò che ho cercato di esprimere con questo articolo è l’abritrarietà, l’arroganza e la falsità con la quale alcune femministe fanatiche sono riuscite con successo ad imporre nel bombardamento mediatico quotidiano un termine di innegabile faziosità e propaganda, di imporre le loro parole d’ordine e le loro deliranti visioni spacciandole per la condivisibile lotta per la parità di genere.

Le violenze, le disugaglianze e le ingiustizie non si sconfiggono con il femminazismo, non si sconfiggono con leggi speciali fallimentari e soprattutto non si sconfiggono demonizzando l’intero genere maschile e dipingendo tutti gli uomini come violenti mostri che in famiglia terrorizzano e uccidono quotidianamente i dolci angeli femminili della casa.
Da pari diritti derivano pari responsabilità.

Qualcuno lo aveva detto…

Anche se nessuno di noi poteva immaginare che il PD superasse ogni limite umanamente concepibile di autolesionismo qualcuno aveva capito come sarebbe andata a finire.

Jaycanto lo aveva detto e, purtroppo, aveva ragione.

https://lopinionepolitica.wordpress.com/2013/02/26/betting-letta/

Chiesa e marketing

Questo articolo è per metà una risposta all’articolo precedente del “collega” jaycanto, grazie agli straordinari spunti che il suo mi ha offerto, e per metà un’ introduzione al mio prossimo articolo che parlerà degli hippie e di quello che ne è derivato filosoficamente e spiritualmente.

Come dicevo è una risposta alla recensione del libro “Gesù e i saldi di fine stagione” di Bruno Ballardini fatta da Jay ma non è una contro recensione poiché non ho letto il libro in questione anche se sarei molto interessato a farlo, è una risposta a come Jay ha esposto le tesi del libro.
Faccio presente ai lettori che ho letto numerosi di libri di marketing e comunicazione, in particolare libri orientati alla comunicazione politica per la costruzione del consenso in campagna elettorale, e che sono quindi piuttosto informato in materia. Per un certo periodo ho anche pensato di poter fare lo spin doctor come carriera.
Nonostante il mio interesse e la mia ammirazione per la materia e i penosi tentativi degli esperti di giustificare eticamente il proprio operato voglio dire subito che non posso fare a meno di giudicare il marketing come manipolazione, tanto quello pubblicitario che ci bombarda costantemente che quello politico o religioso.
Un jingle e una frasetta che rimangano in testa al consumatore quando appare il logo della marca, un breve slogan evocativo della campagna elettorale, far vedere immagini idilliache ed affiliarle alla figura del candidato o del prodotto in modo che, ad esempio, quando il consumatore pensi a quella marca di biscotti abbia in mente una famiglia che mangia felice; questo è il marketing.
Uno sfondo rosso dietro il candidato genera inquietudine, meglio un blu che infonde tranquillità agli elettori che lo vedono(siete tutti autorizzati a deridere il team Bersani che ha pensato bene di mettere uno sfondo grigio nei manifesti): questo è il marketing.
Certo, sugli imbecilli funziona molto meglio ma sfido qualunque “mente superiore” a non anticipare mentalmente la frasetta finale che gli è stata ripetuta migliaia di volte quando guarda una pubblicità.
Di fatto le strategie di marketing sono tecniche di manipolazione che possono essere impiegate a fin di bene, per esempio facendo eleggere un candidato meritevole, oppure possono produrre risultati catastrofici come portare un ubriacone come George W. Bush alla presidenza degli Stati Uniti utilizzando qualche battutina simpatica e degli spot elettorali subdoli.

Da qui potrei esporre tutte le mie critiche alla politica spettacolo e all’odierna democrazia televisiva ma preferisco evitare per non andare fuori traccia.
Lascio a voi le ovvie considerazioni su quello che comporterebbe utilizzare la comunicazione pubblicitaria a scopo di proselitismo religioso come già fanno in America i mormoni e Scientology.
La comunicazione è un male necessario se si vuole vendere o essere eletti ma è un guscio vuoto, la comunicazione è completamente priva di sostanza perché è molto facile costruire un messaggio vincente anche solo fingendo e basandosi su menzogne anche se non si ha niente di buono da offrire.
Forza Italia e Berlusconi sono esempi eccelsi di questo modo di fare: Forza Italia non era un partito ma una marca. Nel 1993 Berlusconi incaricò Dell’Utri e Publitalia (la sua compagnia pubblicitaria!) di creare un movimento in grado di portarlo al successo elettorale e Dell’Utri condusse indagini di mercato e sondaggi per capire cosa gli elettori desiderassero veramente come offerta politica in quel determinato momento, il risultato fu che gli elettori volevano meno tasse e meno burocrazia e che nel centrodestra c’era campo libero per imporsi con queste proposte; se l’ indagine di mercato avesse dato un diverso responso Berlusconi non avrebbe esitato a rimanere a sinistra (perché era socialista) e a proporre un’ offerta politica di sinistra. Lo stesso nome Forza Italia è uno slogan che andava ad evocare nei consumato… voglio dire negli elettori un’ affiliazione emotiva con la loro passione calcistica.
Insomma Forza Italia non aveva alcun programma politico e alcuna ideologia ma fu fondata semplicemente come marca per vendere il prodotto (politico) che i consumatori (elettori) volevano vedere sul mercato: la politica trasformata in un vuoto spot pubblicitario.
È questo che vogliamo per il proselitismo religioso? Uno spot elettorale in cui appare la croce insieme a un jingle musicale e un patetico slogan?

Ma il cardinale che chiedeva a Ballardini consigli di marketing non voleva questi eccessi chiaramente: voleva che l’ esperto ne curasse l’ immagine in modo da farlo apparire carismatico, moderno, simpatico; insomma come un politico chiede al proprio staff di essere curato nell’aspetto e nelle parole per piacere alla gente anche il cardinale chiedeva a Ballardini di diventare il suo spin doctor e di aiutarlo nella “campagna elettorale” per dare la scalata alla Chiesa ed essere, presumo, il nuovo “Papa buono”.
Ora, il carisma e il consenso mediatico e popolare che ne deriva aiuta molto chiunque, incluso il Papa, ma non è certamente quello l’ elemento fondamentale a rendere una persona un grande Papa o un grande Presidente; e basta guardare i numerosi bellimbusti che da 30 anni a questa parte sono stati eletti a furor di popolo in tutti i paesi occidentali, promettendo grandi cambiamenti e mai realizzandoli, per capire quanto la comunicazione e il carisma non siano altro che vuota propaganda. Non saranno certo la pubblicità e un Papa telegenico a salvare la Chiesa.
Per esempio sarebbe molto più utile istruire fedeli e sacerdoti per evitare che inizino a rendersi ridicoli urlando contro il primo superficialissimo Odifreddi di turno perché sono troppo ignoranti per rispondergli.

La parte che mi inquieta del libro, così come esposto nella recensione di Jay, è quando l’ autore afferma di essere stato un hippie e di essere oggi taoista (e già sento puzza fortissima di intruglio new age più che di vero taoismo) e che vorrebbe veramente aiutare il cardinale che gli ha chiesto aiuto a diffondere il modernismo nella Chiesa.
In altre parole quello che il cardinale ha chiesto a Ballardini è di aiutarlo ad essere carismatico per manipolare i cardinali e i fedeli e stravolgere la Chiesa con le sue modernizzazioni che comporterebbero il rinnegamento della dottrina e dei dogmi (leggetevi il mio articolo precedente se siete poco informati su queste cose e questa modernizzazione vi sembra sensata).
E Ballardini da buon hippie taoista ha accettato estatico l’ invito del cardinale (o della cordata di cardinali) ad aiutarlo a “modernistizzare” la Chiesa.

Tralascio volutamente di trattare dettagliatamente la parte finale della recensione di Jay in cui parla di apocalisse perché l’ argomento è vasto e si rischia di cadere nel millenarismo fanatico di qualche ranters puritano che veramente non voglio imitare.
Mi limito a fare notare che nell’Apocalisse è presente la figura del falso profeta e chi meglio di qualcuno moderno, carismatico e amato può giocare questo ruolo? Chi meglio di un lupo travestito da agnello con un po’ di marketing?
Prima che mi prendiate per pazzo io non credo che la fine sia vicina e che un Papa modernista sia l’ anticristo però riflettere su questi particolari è  un esercizio che io e Jay facciamo spesso, probabilmente a causa della passione per la fantascienza distopica e post-apocalittica. Prendetela come una divertente divagazione.

Drizzo veramente le antenne quando però Jay nella recensione scrive La strategia del cristiano è dunque il Vangelo del Cristo: nel libro sacro, l’esperto di comunicazione ed etica conferma qual’è il marketing da adottare. Il suo consiglio è un ritorno ai fondamentali: i preti dovrebbero potersi sposare come fu nella prima metà della Storia del Cristianesimo. Gli scismi dovrebbero essere sanati. Il cristianesimo deve ritornare a coniugare ortodossia (che in greco vuol dire “Verità”) e cattolicesimo (che in greco vuol dire “Universalità”) ricucendo al più presto gli strappi con le chiese orientali, luterane ed anglicane.”

Questo mi fa capire che Ballardini parla da esterno e in sincerità ci capisce anche poco: quella di cui parla non è la ricucitura degli scismi ma la resa della Chiesa cattolica al protestantesimo.
Parlare del Vangelo e non curarsi del magistero e della tradizione di 2000 anni è protestantesimo schietto e significherebbe per la Chiesa affermare che “abbiamo sbagliato per 2000 anni e le cose che dicevamo erano scemenze”.
I preti dovrebbero sposarsi? Si ma secondo la vera tradizone, come gli ortodossi e non come i luterani o i calvinisti.
Ripianare gli scismi e ripristinare l’ unità dei cristiani? Assolutamente si ma si parla dell’ unità dei cristiani e non dei cristianisti.
È bene distinguere l’ ecumenismo sano, volto alla riconciliazione con gli ortodossi e alcuni anglicani che sono semplicemente scismatici e non riconoscono al Papa altro che la carica di primus inter pares ma che hanno differenze dottrinali di minore entità con la Chiesa cattolica, dall’ecumenismo deviato che è quello che mira ad una impossibile riunificazione con i protestanti che hanno rinnegato 1500 anni di tradizione perché Lutero riteneva di aver interpretato per conto suo le scritture e di poter riscrivere il cristianesimo come preferiva. Ebbene i protestanti non sono cristiani ma cristianisti, non sono scismatici ma eretici che si sono creati una dottrina del tutto diversa; cattolici, anglicani cattolici e ortodossi non hanno niente da spartire con questi gruppi se non le scritture (ma non l’ interpretazione) e la divinità, per questo li definisco cristianisti ma non certo cristiani.

Grazie dell’ interessamento signor Ballardini ma potete tenervi la vostra comunicazione e i vostri indispensabili consigli, l’ ultima cosa di cui la Chiesa ha bisogno è di seguire i consigli di un hippie modernista in fatto di ecumenismo deviato. Si occupi di consigliare le religioni in cui crede la prossima volta.

Il mio prossimo articolo si ricollegherà in parte con le origini hippie di Ballardini e tratterà delle tendenze sincretistiche new age, delle filosofie derivate dal movimenti hippie e di un altro guru della comunicazione non lontano da questi ambienti: Casaleggio.

Perché non ha senso sperare che Papa Francesco sia modernista

Questo articolo non piacerà ai più: sarà pieno di riflessioni su temi fuori moda e sarà lungo, perchè ho la pessima tendenza di fare discorsi partendo da lontano; tuttavia spero che lo leggiate tutto, anche a rate. Lo spero perché con questo articolo vorrei fare presente il punto di vista dei cattolici tradizionalisti sulla Chiesa, un punto di vista che spesso non è noto e viene bollato con superficiali etichette semplificatrici. Insomma decifrare il punto di vista di chi è interno alla Chiesa.
La fonte principale di queste semplificazioni sono le indigeribili banalità che tutti i media ci hanno costretto ad ascoltare prima del conclave o che abbiamo letto sui giornali questa mattina. Questo non è un articolo per credenti: è un articolo per chi è estraneo alle riflessioni del mondo dei credenti e ha come solo modo di formarsi una opinione a riguardo le banalità ricorrenti dei media.

Partiamo proprio dalle insopportabili chiacchiere dei media di tutto il mondo piene di frasi fatte e di interventi copia-incolla che ripetono ad ogni conclave, questa immagine in inglese le elenca alla perfezione senza che debba farlo io.

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Tralasciamo anche gli utilissimi commenti da Capitan Ovvio, con i quali i giornalisti devono accompagnare le dirette nel terrore di non sapere più cosa dire.
Il bombardamento di frasi del genere spinge i credenti non praticanti e chi semplicemente non crede ad avere un’ immagine distorta di come dovrebbe funzionare la Chiesa, dalla disinformazione nascono delle semplificazioni erronee che vengono poi date per scontate.

Non è raro udire persone intelligenti fare dichiarazioni pressappochiste come “Gesù era il primo comunista” o “Gesù faceva così quindi la Chiesa dovrebbe fare X invece di Y”, sono generalmente frasi basate su una rappresentazione pop di Gesù ricavate probabilmente da qualche film. Sono generalizzazioni basate su un’idea stereotipata di come Gesù è rappresentato nella cultura popolare moderna, spessissimo le conoscenze delle scritture di chi le pronuncia non vanno oltre qualche sbiadito ricordo di una messa o del catechismo da bambini.
Ad esempio non è raro imbattersi su internet in persone ignorantissime che cercano di rivelarti la verità nascosta su Gesù perchè hanno visto zeitgeist (minuscola voluta) e si sono bevuti tutto. Tutto questo non ha niente a che vedere con l’essere credenti o meno, dobbiamo semplicemente domandarci se la persona con cui stiamo parlando basa le proprie conclusioni dalla conoscenza dello stesso Gesù di cui parla la Chiesa, ossia quello dei vangeli, oppure del Gesù guru new age inventato dagli hippie, del Gesù rivoluzionario comunista, di quello di Dan Brown o di altri ancora.

A peggiorare la cosa ci si mettono libri ben poco attendibili scritti da chi ne ha fatto la propria fonte di facili introiti editoriali. Anche qui non è questione di credere o meno ma di separare i fatti dalle seghe mentali: se Augias scrive l’ ennesimo libro scopiazzando fesserie già ampiamente smentite per arrivare alla straordinaria rivelazione che Gesù era gay il punto non è se il lettore è credente o meno ma se il lettore vuole leggere spazzatura senza fondamento o indagini serie.

Tutti noi, in particolare chi non conosce il cristianesimo perché non interessato, veniamo bombardati da queste scemenze che ci portano a costruirci una cornice interpretativa le cui fondamenta sono completamente errate.
In questo contesto di disinformazione totale si inseriscono i “consigli al nuovo pontefice” riguardanti posizioni politiche della Chiesa.
Eccone uno ricorrente: “La Chiesa dovrebbe uscire dal medioevo eleggendo un Papa progressista che apra alle unioni gay, all’ aborto, al sacerdozio femminile e al matrimonio dei sacerdoti bla, bla bla”. Apparentemente, soprattutto dal punto di vista laico, è una frase sensata.

La Chiesa però non è mai cambiata su queste posizioni e i non credenti la considerano oscurantista e reazionaria per questo, molti cattolici non praticanti invece si chiedono perchè la Chiesa cui nominalmente dicono di appartenere non adotta le posizioni della società di oggi.

“Se solo la Chiesa cambiasse la propria posizione sui contraccettivi tutti la apprezzerebbero, perchè non lo fanno?” Frase già sentita?
Perchè hanno bisogno di un Papa giovane e modernizzatore, risponderebbe il credente disinformato.
Perchè sono dei vecchi bigotti reazionari, risponderebbe il non credente e, dal suo punto di vista, avrebbe ragione.

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Il punto che nessuno capisce è che la Chiesa sta agendo coerentemente rispetto al proprio sistema di credenze: le posizioni “politiche” della Chiesa sugli omosessuali o sull’aborto sono basate sulla propria dottrina e per modificarle bisognerebbe cambiare la dottrina. La Chiesa non prende quelle posizioni non perché intrinsecamente medioevale e reazionaria ma perché altrimenti rinnegherebbe la propria stessa dottrina.

Quello che il non credente chiama aggiornamento significa invece rinnegamento e suicidio.

Un ateo potrebbe correttamente rispondermi che secondo lui Dio non esiste e che la dottrina della Chiesa è una scemenza basata su un vecchio libro che continua ad ostacolare il progresso e la tolleranza. Non contesto questo modo di vedere le cose ma chiedo all’ateo di comprendere che la Chiesa è perfettamente coerente all’interno di quello in cui crede; è coerente anche nell’essere, come direbbe lui, reazionaria.

Già oggi si sono diffuse in rete immagini e citazioni di Papa Francesco sull’omosessualità al grido di “vedete! È reazionario anche lui!”.
Ora, un ateo non può realisticamente sperare che esista un Papa che contraddica la dottrina per fare il progressista. Il non credente dovrebbe piuttosto auspicare che non ci sia proprio un Papa o che nessuno lo ascolti, in nome della laicità dello stato.
Il Papa è reazionario? È perché sta facendo il suo lavoro e sta rimanendo coerente con la verità che dice di possedere, che un ateo speri in un Papa progressista è senza senso.
Invece il credente non praticante, e quindi scarso conoscitore della dottrina e delle sue basi, ritiene che la Chiesa possa e debba adattare le proprie posizioni per stare al passo con i tempi e auspica un Papa pop carismatico e progressista.Il credente non praticante non si rende conto del fatto che questo comporterebbe il rinnegamento della propria dottrina e renderebbe la propria religione un guscio vuoto, i teologi modernisti, che ispirano questi credenti casual, invece se ne rendono perfettamente conto e anzi lo auspicano.

Ma quindi la dottrina si può cambiare e adattare al mondo come dicono i teologi modernisti?
No, significherebbe creare una nuova religione. Per usare l’esempio di prima: la posizione cattolica sull’omosessualità è basata sulle sacre scritture e sull’insegnamento di alcuni santi e padri della Chiesa e per cambiarla bisognerebbe ignorare e rinnegare queste fonti: di fatto non sarebbe più il cattolicesimo ma una nuova religione con una dottrina diversa sugli omosessuali. Significherebbe ammettere relativisticamente che il mondo è andato avanti e che la Bibbia è un libro scritto da uomini con una mentalità vecchia di alcuni millenni; da un punto di vista laico dire questo è certamente logico ma non lo è da un punto di vista religioso.
In quanto religione la Chiesa afferma di possedere una verità rivelata, realisticamente può un Papa dire che si sono sbagliati per duemila anni ma che adesso cambiano come è cambiato il mondo? Qualcuno la chiamerebbe verità? Una verità che dura fino a che non cambiano le opinioni della massa ha senso? Avrebbe senso credere in una Chiesa del genere?
Per questo dico che non ha senso che un non credente, che ritiene siano tutte scemenze, si aspetti questo cambiamento da un Papa o, ancora peggio, che sia un credente a sperare in un Papa così.
Se la Chiesa possiede la verità questa è valida sempre e non può essere adattata ai cambiamenti del mondo.
Per mantenere la coerenza con la propria tradizione la propria dottrina, per mantenere la propria pretesa di verità la Chiesa non può certo cambiarla questa verità.
La Chiesa può cambiare il suo approccio al mondo ma non i principi dottrinali su cui è fondata.
“Se la Chiesa facesse questi cambiamenti tutti la apprezzerebbero” è la frase fatta con cui i modernisti giustificano le loro pretese.

È opportuno chiedersi una cosa allora: queste persone parlano di una religione o di una Chiesa ONG (lo stesso esempio fatto ieri da Papa Francesco)? Parlano di una religione in cui si crede o di un’organizzazione umanitaria come Amnesty o la Croce Rossa che la gente apprezza per il suo impegno umanitario?
La Chiesa deve guardare a fedeli e credenti o alla popolarità mediatica?
Esiste una sola persona che diventerebbe credente perchéla Chiesa è diventata progressista o piuttosto direbbe: “credono comunque in delle scemenze ma almeno fanno del bene”?
In compenso chi è credente e si vede cambiare e relativizzare le cose in cui credeva dovrebbe correre il più in fretta possibile verso la più vicina parrocchia ortodossa.
Esiste il consenso mediatico e l’accettazione dei laici da una parte ma c’è anche il “consenso spirituale” dei fedeli dall’altra, a quale dei due dovrebbe interessarsi di più la Chiesa?

Ma andiamo ad analizzare i nostri simpatici teologi modernisti che sperano che finalmente Francesco sia il Papa che cambierà tutto e stroncherà la tradizione, dal celebre Hans Kung alla parodia nostrana Vito Mancuso.
Sul primo credo che nominare il suo libro “Con Cristo e con Marx” basti per distruggerne la credibilità di fronte a chiunque abbia un cervello, ateo o credente. La sua teologia è un continuo chiedersi se Dio esiste e la risposta a cui è arrivato in sostanza è “mi piacerebbe saperlo”.
Quanto a Mancuso cito una felice frase del filosofo e studioso del marxismo Costanzo Preve che potete trovare QUI e che consiglio a chi ha tempo di leggere.
“La concezione di Mancuso di Dio come “sorgente e porto dell’essere-energia”, a metà fra Teilhard de Chardin ed uno sciamano siberiano, fa rimpiangere la vecchia concezione tomistica classica.” Detto da un non credente come Preve.
La teologia di Mancuso può essere riassunta in “non rispetto nessun dogma, reinterpreto soggettivamente tutta la fede come mi pare, sono in contraddizione con gli ultimi duemila anni ma vi assicuro che sono cattolico”. Teologia individualista fai-da-te.
Queste persone e gente come Don Gallo non sono cattolici progressisti come si definiscono ma semplicemente non sono cattolici, credono in una religione da loro creata che prende le parti che più gli fanno comodo dell’ intero corpo della dottrina della Chiesa Cattolica.
Mi chiedo solo perché si ostinino a dirsi cattolici anche quando più nessuna inquisizione li verrà a mettere al rogo se ammettessero di non esserlo, che si facessero la loro Chiesa personale progressista.

Sui giornali in questi giorni questi teologi fai-da-te insieme a molti atei progressisti, che non possono fare a meno di dare consigli a una religione in cui non credono, si sono affrettati a immaginare gli scenari di rinnovamento più assurdi in seguito all’elezione di Papa Francesco; ad esempio Scalfari oggi afferma che “per questo prete di strada non possono esistere principi non negoziabili”, mi piacerebbe sapere su quali basi lo afferma.
Per ora tutti i sogni con cui queste persone hanno imbrattato pagine e pagine di quotidiani rimangono overthinking e speculazioni prive, in larga parte, di basi a proprio sostegno; consiglio loro di risparmiare l’inchiostro.

Papa Francesco è chiaramente un Papa che segna una discontinuità con Benedetto XVI ma è stato evidentemente eletto, e anche piuttosto in fretta, anche con i voti dei conservatori. Non c’è quindi stata la grande rivincita dei progressisti nella battaglia finale ma un semplice compromesso, mi dispiace rovinare gli avvincenti romanzi che i vaticanisti da due soldi hanno inventato ma la verità è probabilmente ben meno cinematografica della loro versione.
Sarà un Papa più povero nel cerimoniale e nel vestire, sarà un Papa più attento al sociale che alla teologia forse, potrebbe essere un Papa mediatico e carismatico come Giovanni Paolo II ma è alquanto improbabile che sia l’ossimoro che queste persone desiderano: il Papa hippie progressista LGBT.
Che nessun sano di mente si aspetti che dica sì ai matrimoni gay, all’aborto e via dicendo: se lo facesse non sarebbe un Papa cattolico ma un eretico perché andrebbe a contraddire la dottrina rivelata.
Personalmente avrei piuttosto voluto un Pio XIII, ma mi riservo di giudicare Papa Francesco per quello che farà realmente e non per quello che i modernisti vorrebbero che facesse.

Un cattolico dovrebbe sperare che questo Papa sia carismatico ma che difenda la verità in cui crede e non certo che la cambi. Un ateo, che in quella verità non crede, dovrebbe invece sperare che si mostri coerente con la propria dottrina e che il mondo di oggi lo rifiuti.
Ma sperare in un Papa progressista non dovrebbe avere senso indipendentemente dal fatto che si sia o meno credenti.

Spero di aver polverizzato qualche luogo comune, grazie per aver letto tutto il text-wall.

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