Sull’abolizione del Senato

Senato

L’Aula del Senato della Repubblica a Palazzo Madama

Uno dei temi che sembra aver conquistato – almeno a parole – l’attenzione della scena politica è il dibattito sorto in seguito alla proposta di abolizione del Senato della Repubblica così come lo conosciamo oggi e della sua sostituzione con un “Senato delle Autonomie” di nomina.
Le ragioni per opporsi sono tante, prescindendo dalle opposizioni di facciata o dagli appelli dei vari Rodotà o MicroMega o dalle petizioni di Aavast, Change e Firmiamo. Provo a illustrarne qualcuna, analizzando qualche luogo comune.

“Il Senato elettivo è uno spreco di soldi pubblici”
La democrazia ha inevitabilmente un costo per il proprio funzionamento. Costano i consigli regionali (20), provinciali (110) e comunali (8057), ma hanno il loro costo anche i consigli di circoscrizione (o di municipio, o di municipalità, o di zona di decentramento, o di quartiere). Tutti gli enti e gli organi decentrati hanno un costo, cui corrisponde almeno in linea teorica una migliore risoluzione dei problemi rispetto ad una gestione meno vicina al cittadino.

“Il Senato è un duplicato della Camera”
Questo è falso. Innanzitutto, ai termini di Costituzione, se ne differenzia per la composizione dell’elettorato, essendo esclusa tutta la fascia al di sotto dei 25 anni, lievemente inferiore al 9% ma amplificata dall’elevato tasso di astensione, e per la componente anagrafica dei candidati, che prevede un’età minima di 40 anni. Stando ai dati del censimento 2011 poteva essere eletto al Senato il 69,67% dei cittadini italiani maggiorenni al censimento 2011 rispetto al 91,68% degli eleggibili alla Camera (inclusi gli incompatibili ai sensi di legge). Diversa è poi la legge elettorale, che riserva ad ogni collegio regionale tanti senatori quanti sono i residenti, con soglie di sbarramento diverse e ripartizioni differenti. Con due voti a disposizione, inoltre, l’elettore può scegliere una lista in una camera e un’altra lista nell’altra, oppure votare solo per una camera. Sommando tutti questi fattori, si spiega come mai ci possano essere risultati elettorali diversi, e dunque la mediazione tra le forze politiche diventa fondamentale. La mediazione è una delle attività più nobili e più necessarie della politica, ricordiamolo.
La pari dignità attribuita al Senato della Repubblica rispetto alla Camera dei Deputati, inoltre, consente di frequente la correzione di errori o di frizioni tra le rappresentanze parlamentari, in modo che sia possibile promulgare il miglior testo possibile.

I cambiamenti previsti
Il Senato diventa una assemblea non elettiva ma nominata di 148 membri con competenze solo in determinati settori e comunque a titolo consultivo e non vincolante. Il Senato viene svuotato delle proprie funzioni, perché la Camera dei Deputati può ignorare i suggerimenti di modifica provenienti dal “Senato delle Autonomie”. Il Senato viene dunque abolito di fatto, pur rimanendo come simulacro di se stesso.
Cambia la composizione del Senato: viene abolito il criterio secondo il quale ogni regione ha più senatori in base alla popolazione, perché il numero viene fissato in 6 membri per Regione (a prescindere dai quasi 10 milioni della Lombardia o dai circa 300mila del Molise o dai 128mila della Valle d’Aosta). Ad essi si affiancano 21 senatori nominati dal Presidente della Repubblica per 7 anni e gli attuali 5 senatori a vita (più Napolitano, quando cesserà il suo mandato).

Se il Senato perde dunque elettività, proporzionalità, funzione legislativa e funzione di bilanciamento e controllo rispetto alla Camera dei Deputati, si viene a creare uno squilibrio di potere a favore della Camera dei Deputati. In questo, più ancora che nella mancata elettività dei parlamentari, si registra la perdita effettiva di democrazia: la maggioranza parlamentare e, va da sé, di governo, avrà infatti la strada spianata per fare indisturbata ciò che vorrà, trovando al più il rinvio motivato (più o meno efficace) al Parlamento da parte del Presidente della Repubblica ai sensi dell’articolo 74 della Costituzione, aggirabile però con una nuova approvazione integrale del medesimo testo, consentita d’altronde dallo stesso articolo. Non è nemmeno previsto un controllo preventivo delle leggi da parte della Corte Costituzionale.
Tutto ciò, di fatto, significa un passaggio dall’equilibrato, pur se non perfetto, regime di democrazia rappresentativa parlamentare ad un presidenzialismo monocamerale, nel quale il ruolo del Capo dello Stato viene minimizzato, pur se non de iure.
Per tutti questi motivi è necessaria una attiva e concreta opposizione in Parlamento, e qualora ciò non fosse sufficiente per via referendaria. In caso contrario, sarebbero create le condizioni base per una dittatura, e non sarebbe più veramente importante se questa sia fascista, liberista o grillista: di quella comunista, e sono i numeri a dirlo, non c’è il minimo pericolo.

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La lista Tsipras è un fallimento in partenza e vi spiego il perché

ListaTsipras

Il simbolo della lista Tsipras italiana

La lista Tsipras è un progetto fallimentare: se non si pone un obiettivo di lungo termine, rimane un aggregatore di voti inefficace. Dopo essere andati a Strasburgo, non avranno contribuito a costruire un progetto politico di sinistra concreto e duraturo in Italia.
C’è un generico “andiamo con Tsipras perché va di moda ed è votabile da chi non apprezza le grandi coalizioni”, ma non si lavora concretamente su base nazionale (e nemmeno locale, ad onor del vero) per un progetto simile che vada a consolidare tutto il bacino di sinistra e che possa anche espandersi, anzi si tende sempre più alla scissione e alla particolarizzazione degli interessi.
Una sinistra così, incapace di parlare alle masse e prenderne i voti, rimarrà sempre più di nicchia, ed a questo punto consentitemi di dire che se lo merita. Se si antepongono sempre divergenze e paletti alle basi di convergenza si rimarrà sempre un’accozzaglia di partiti dello zerovirgola ed in più ci si attirerà l’odio sia degli avversari che del potenziale elettorato, stanco di queste faide.
Non che l’avere alle spalle una storia di un’area che va avanti a scissioni da cent’anni faccia ben sperare, ovvio, ma almeno in teoria si dovrebbe imparare dagli errori del passato.

Se ciò non fosse sufficiente, basterebbe guardare agli sviluppi recenti: Antonia Battaglia, attivista ambientalista di Taranto, pone l’aut aut alla candidatura di membri di SEL specialmente nella circoscrizione Sud – non si può ignorare la polemica con il governo regionale pugliese guidato proprio da Nichi Vendola – e riceve l’appoggio di Flores D’Arcais, l’imprenditrice antiracket Valeria Grasso partecipa ad una manifestazione di Fratelli d’Italia e si ritira dalla lista Tsipras, venendo sostituita dal braccio destro di Rita Borsellino Alfio Foti.

Impossibile poi dimenticare i malumori degli esponenti del PdCI per la mancata candidatura di alcuni loro esponenti, nonché le contraddizioni della stessa promotrice e garante Barbara Spinelli nell’aprire uno spiraglio alla collaborazione con Grillo, che però è antieuropeista.
A ciò si aggiunga, dettaglio non irrilevante, che il traguardo delle 150.000 firme è ancora lontano dall’essere raggiunto, e che i sondaggi più recenti collocano la lista al 2,9%, ben al di sotto della soglia di sbarramento: ciò non può certamente essere letto come l’iniezione di fiducia della quale i militanti ed i simpatizzanti hanno bisogno.

Quello che appare evidente è che la lista Tsipras non ha la struttura, l’organizzazione né la forza di un partito: è un cartello elettorale, e con le elezioni europee il progetto è destinato a finire. La cosa tragica è che non ha nemmeno una guida, una figura di riferimento che possa compattare, organizzare, dirigere, risolvere le beghe interne, dettare una linea di comportamento. Nulla di ciò, si tratta di cani sciolti con il collare dello stesso colore, di politici di professione, di intellettuali più o meno qualificati, di espressioni della cosiddetta “società civile” (su quanto e come la società civile abbia danneggiato la società politica, perlomeno in Italia, molto ci sarebbe da dibattere, anche cruentemente).
Se non è un partito, potrebbe essere un movimento esattamente come il Movimento Cinque Stelle: ma non ne ha né lo stretto controllo sui propri membri, né una base di attivisti fedeli al progetto. La lista viene sponsorizzata attraverso internet in una cerchia ristretta di persone, e ristretto è l’elettorato al quale si rivolge: i partiti e movimenti comunisti, SEL, i Verdi, i superstiti dei movimenti per i beni comuni, ma non prova (né realisticamente riuscirebbe) a guadagnare consensi tra i delusi del PD o del Movimento Cinque Stelle.
Non è un partito, non è un movimento, la lista Tsipras non può allora che essere che un mero convogliatore di voti, supponiamo il 5%, che avrà poco peso all’interno del Parlamento Europeo, ammesso che riesca ad accedervi, (si parla di 4 deputati sui 72 italiani e sui 751 totali) e che non cambierà nulla all’interno della scena italiana, persa com’è in faide interne prima ancora di poter ambire ad essere il preludio di una fortunata forza unitaria di sinistra.

Maschilismo femminile

Certe illuminazioni vengono quando fai due o tre cose del tutto sconnesse in un periodo di tempo ravvicinato, per esempio fare il radical-chic tronfio e vittorioso, leggere un post intriso di femminismo di una deputata e ascoltare un paio di canzoni. Fin qui, niente di male.

Il problema nasce quando una delle canzoni che senti è “Blurred lines” di Robin Thicke. Il femminismo è già in allerta. Ricordo bene quanto il video di quella canzone sia stato criticato, siccome offriva un’immagine mortificata di donne-oggetto nell’accezione più negativa: tre ragazze in giropassera e trampoli, trattate come se fossero bambole dal belloccio bianco di turno (Thicke) e dai suoi compari neri (Pharrell Williams e T.I.), una di essa addirittura incellophanata come se fosse stata un polpettone. Anche il testo, ad onor del vero, è in linea con il messaggio del video. Critiche dunque legittime, rivolte verso uomini evidentemente maschilisti (in questo caso, non posso dissentire).

Caso vuole, però, che la canzone successiva sia di Lana Del Rey. Questa talentuosa cantante newyorkese cresciuta a Lake Placid (che a me ricorda il titolo di un film horror) è presa in giro sul web come Lagna Del Rey per il pessimismo delle sue canzoni o come Cagna Del Rey dai più maligni: io riporto il tutto per inquadrare il personaggio, che è insospettabile.
Ascolto la sua hit più recente, “Summertime sadness”, e per qualche associazione mentale ho pensato ad una sua hit precedente, “Video games” (forse perché ero davanti alla Playstation?), poi al sarcastico “ottimismo di Lana Del Rey” ed infine al testo della canzone.
Non ho voglia di tradurlo parola per parola, ma racconterò il contenuto: una ragazza si veste-profuma-imbelletta tutta come piace al suo fidanzato perché lui mentre era in macchina a bere birra e le ha detto (non chiesto, notare la sfumatura) di andare a giocare ai videogames, dopodiché vanno in qualche bar e si ubriacano insieme agli amici di lui, ma a lei tutto questo piace nonostante sia una routine perché è succube.
Ora, tralasciando la scena desolante, io trovo questo ben più maschilista di molte altre cose per le quali le femminaziste (ops, errore volontario) da tastiera si sono scandalizzate e contro le quali si sono scagliate inviperite. Non ho letto però una critica che fosse una in merito a ciò.

Sarò maligno, sarò parziale, sarò coglione, ma mi viene il lecito sospetto che le critiche non siano arrivate perché a fare la maschilista è stata una donna.

Digressione

I miei forconi

Oggi, 10 dicembre, è il secondo giorno della protesta dei forconi.
Io, nel mio piccolo, ho cercato di investigare come potevo per cercare di capire qualcosa della protesta torinese.

La situazione pregressa, per come l’ho percepita io, era un agglomerato di fascisti, disoccupati, mercatari, camionisti, ultras e cazzeggiatori a tempo perso che, datisi appuntamento in tre piazze di Torino per protestare contro il Governo ma senza un’idea di fondo comune e senza un piano preciso, dovevano seminare il disagio per la città. Gli eventi del 9 dicembre, pur essendo stati in gran parte pacifici, saranno ricordati principalmente per i violenti scontri a Torino davanti al Palazzo della Regione Piemonte (ancora oggi sono presenti alcuni segni della battaglia) e per le strade, ai danni di quei pochi negozianti che avevano mantenuto le loro attività aperte. Da ricordare come parte di queste, tuttavia, registri nel lunedì mattina (se non in tutto il lunedì) il giorno di chiusura.

La mattinata sembra procedere tranquilla. Alcuni autobus sono deviati o in ritardo, in particolare il servizio dell’azienda dei trasporti segnala blocchi in piazza della Repubblica (mercato di Porta Palazzo), via Onorato Vigliani (periferia sud) e corso Bernardino Telesio (periferia ovest). Fortunatamente in bicicletta muoversi è agevole ed arrivo in poco tempo davanti a Palazzo Nuovo, sede delle facoltà linguistiche. Lì vengo a sapere che alcuni esagitati hanno battuto contro le vetrine di una libreria e di altri negozi intimando di chiudere, testimonianza di prima mano di un’amica che era all’interno del negozio con i commessi impanicati. Mi spiacerebbe generalizzare erroneamente, ma sappiamo benissimo come il primo nemico dei fascismi sia la cultura, il che contribuisce ad alimentare i miei sospetti di infiltrazioni fasciste. Come se non bastasse, vengo a sapere che vi sono stati scontri tra ultras della Juventus e del Torino, presumo rispettivamente Drughi e Granata Korps (in realtà, tutti i principali gruppi della curva bianconera sono di matrice fascista – e spesso finanziati più o meno indirettamente dalla famiglia Agnelli – mentre i granata sono confluiti recentemente nel gruppo Stendardi; tuttavia, queste distinzioni calcistiche non sono particolarmenti rilevanti ai fini dell’analisi) che sono entrambe formazioni riconducibili ad ambienti di destra. Il sospetto è sempre più accentuato. Ad onor del vero, però, non ho trovato nei pochi siti che ho consultato riscontri alla notizia di scontri tra le frange ultrà, e dunque prendo io stesso con le molle le voci che ho riportato.

Intorno a mezzogiorno, in piazza Castello sono pochi i presenti, radunati in capannelli: ad una veloce stima ad occhio non mi sembrano più di 150-200. Mentre mi dirigo verso la stazione di Porta Nuova, credo di scorgerne una decina in piazza San Carlo, più forse una trentina in arrivo proprio dalla stazione.
Di comune accordo con l’amica presa alla sprovvista nella libreria ed ancora impaurita, decidiamo di allontanarci dal centro. Il Politecnico è tranquillo e popolato come sempre, nonostante le deviazioni improvvise dei mezzi rendano più difficile raggiungerlo. In zona San Paolo regna comunque la tranquillità. Evidentemente, come si può notare da questo video de La Stampa, ci siamo persi il clou degli eventi di oggi.

Verso le 15 abbiamo il primo scambio di battute con un barista di via Frejus: lui ieri ha chiuso perché hanno chiuso praticamente tutti i suoi colleghi della zona, ma pur condividendo la protesta riconosce che per le aziende a conduzione familiare è controproducente restare chiusi più di un giorno e “poi adesso siamo sotto Natale, se chiudo ancora adesso cosa dico ai miei ragazzi qui, che li pago chissà quando perché adesso stiamo chiusi?”. Sono parole che, nonostante l’idealismo della protesta, fanno pesare le ragioni pragmatiche del commerciante.

Forconi Torino Porta Nuova 10 dicembre 2013

Il presidio dei Forconi torinesi davanti alla stazione di Porta Nuova il 10 dicembre 2013 intorno alle ore 16.

Al mio ritorno a Porta Nuova, intorno alle 16, noto un presidio che ha organizzato un blocco stradale davanti alla stazione, la quale ha momentaneamente chiuso l’accesso dalla piazza. La situazione è quella che potete vedere in questa foto. Si tratta di un drappello che conterà, anche stavolta, non più di 200 persone. Origliando capisco che hanno intenzione di muoversi lungo corso Vittorio Emanuele II in direzione di corso Marche.
Vedo che una troupe della RAI ne sta intervistando alcuni, dunque mi avvicino quanto basta per afferrare qualche parola. In primo luogo noto la composizione della folla: hanno tra i 18 ed i 50 anni, sono in maggioranza disoccupati e dalle loro parole stavolta, molto più che l’incazzatura o la determinazione, capisco la rassegnazione e soprattutto la disperazione.

A questo punto, terminata l’intervista, ho modo di chiedere al giornalista cosa hanno capito della situazione essendo stati a contatto con i manifestanti, ma la risposta non mi è d’aiuto perché alle medesime conclusioni c’ero arrivato da solo: è una protesta espressione di un malcontento generale e che chiede le dimissioni del governo, ma non ha un piano organizzato, degli obiettivi e delle idee ben precise. Mi chiedo, a questo punto, per quale motivo solo ora si protesti e solo ora lo si faccia contro questo governo, siccome la situazione attuale si protrae da anni ed è la conseguenza di anni di azioni e inazioni dannose.

Decido di chiedere allora qualche lume agli uomini della V Unità Mobile della Polizia di Stato, proprio nel momento in cui esplode una bomba carta al centro della piazza prospiciente la stazione. Ne ricevo quelle che considero le consuete dichiarazioni da portavoce della Questura: “oggi tutto sta procedendo senza disordini, speriamo prosegua così, ma protestare così non servirà a niente”. Non riesco a carpire più di questo, ma la sensazione è che ci sia in qualche modo almeno comprensione nei confronti dei manifestanti.

Procedo lungo l’asse di via Roma: in piazza San Carlo e piazza Castello dei forconi neanche l’ombra. Alle ore 17 del 10 dicembre 2013 la città di Torino sembra tornata alla normalità.

A me è rimasta una sensazione di spaesamento: non sono riuscito nel mio scopo di comprendere le vere ragioni della protesta, ma ho capito che il supporto è più ampio di quanto potessi prevedere.

Matteo Renzi è di sinistra? Tanto quanto Grillo o Berlusconi.

Se qualcuno mi chiedesse oggi se la posizione politica di Renzi è per me giusta o utile, non avrei esitazione a esprimere tutte le perplessità del caso. Un personaggio molto televisivo, molto comunicativo, senza qualcosa di significativo da comunicare, rischia ancora una volta di rappresentare la risposta populista e inconcludente, quindi inutile e quindi dannosa, alle esigenze di leader a cui vent’anni di berlusconismo ci hanno abituati.
Comunicazione vuota di slogan: fiducia, contatto, calore, amore … l’imitazione fatta da Crozza rischia di essere fin troppo realistica.
Nel tempo però, nonostante l’impegno, anche Renzi su molte tematiche è uscito allo scoperto e, ogni qualvolta lo ha fatto, si è mostrato molto più schiacciato al sistema presente di quanto a colpi di slogan non voglia far apparire.
– Quando diventa il primo detrattore della CGIL, addebitando a questa non tanto, come farei io, un eccessiva morbidezza e un eccessiva tendenza compromissoria con il padrone, quanto al contrario un eccesso di rigore e di rigidità su posizioni che lui definisce vecchie.
– Vecchie, da trascurare, come lo è la questione dell’articolo 18 che, per lui come per Beppe Grillo, è inutile, da superare. Questa di Renzi non è una posizione nuova rispetto a chi si propone di “rottamare”, visto che è stato il governo Monti, sostenuto dal suo PD, ad abrogare l’articolo 18, ed è stato sempre il suo PD ad iniziare la strada senza uscita della precarietà legalizzata nel ’97 con il pacchetto Treu poi peggiorato dal governo Berlusconi con la legge “Biagi”.
– Quando si mostra come il principale sostenitore delle infrastrutture di dubbia salubrità, dagli inceneritori alla TAV, insofferente alla posizioni dei No, liquidati con una battutina e un sorrisetto.
Al pari del M5S, Renzi ha come cavallo di battaglia la lotta contro i finanziamenti pubblici a partiti e giornali. Tuttavia, a parole, afferma di volere una politica scollegata dai grandi gruppi finanziari, bancari, multinazionali: mi chiedo però cosa si può fare per rendere la politica in mano ai finanziamenti privati e al contempo allontanare lo spettro delle lobbies. Anche in questo comunque risulta allineato a quella che è la linea politica della massa, dal PDL, al vecchio PD fino appunto al Mo Vi Mento (escluso solo il partito di Vendola), tutti a dare contro al sistema del finanziamento pubblico, tutti a dare contro al sistema delle lobby, tutti sottobanco sostenuti da una lobby, probabilmente, al quale non far danno nel momento in cui verranno eletti.
La mania della privatizzazione non investe solo la politica, e la democrazia, ma anche altri beni comuni, come questi del patrimonio artistico-culturale, o come la gestione delle reti idriche, o delle grandi aziende pubbliche di trasporto. La posizione di Renzi, qui, è abbastanza intuibile, anche quando non espressa.

Matteo Renzi con un acconciatura particolare

Il problema che oggi si pone è dunque se il pericolo di Renzi siano i contenuti finora in gran parte misteriosi del suo (non)programma politico, o il suo modo di far politica piena di slogan, che vorrebbe rottamare le persone senza rottamare il sistema di cui sono figlie, ma che appunto tende ad occultare qualsiasi contenuto poco popolare come i migliori mentalisti e affabulatori san fare. Mi importa poco in effetti se Renzi sia o meno definibile come “di sinistra”, quasi fosse questa un etichetta di sicura purezza e limpidità.
Andiamo incontro ad uno scontro che “ha il sapore della merda pressata”, tra Berluscones, Renziani e Grillini, che grossomodo propongono ricette simili e similmente vuote nei temi che più dovrebbero interessarci in questi tempi di crisi senza eguali.
Tre proposte che concentrano la loro attenzione sull’apparire più nuovi degli altri, più progressisti degli altri, meno “casta” degli altri. Trovare nell’avversario qualcuno con un passato nella vecchia politica è un colpo basso, avere esercita un qualche tipo di potere politico è motivo di frustrazione e di continue giustificazioni, la gara tra chi vuol ridurre di più stipendi, parlamentari, rimborsi, indennità è la gara che più sembra interessarci.
Sui temi concreti il sindaco di Firenze mostra qualche incertezza, la sua ricetta risulta quasi contraddittoria, semplicistica, senza prospettive di lungo periodo. Come si è già fatto notare in questo blog, non vi è una soluzione alla disoccupazione, non vi è alla precarietà, non vi è alla povertà, all’immigrazione e si è trovato il modo furbo per rimettere in discussione l’aborto così come oggi è regolato.
Vi è solo un evidenziare i problemi (tra l’altro spesso secondari) che già esistono e dire che questi non vanno bene, che vanno risolti. Non c’è un solo politico in Italia che pensa che la disoccupazione sia un bene, e persino la precarietà è mal vista un po’ da tutti (per quanto quasi tutti estimatori del suo sinonimo buono, la flessibilità). Il problema è poi come risolvi uno e come risolvi l’altro problema. Se per Renzi risolvere la disoccupazione giovanile significa alimentare il processo dei licenziamenti facili e dei contratti a termine, non mi venite poi a dire che Renzi è la sinistra: non mi venite a definirlo il nuovo che avanza, perché è da almeno un ventennio che questa soluzione viene proposta, e applicata, dalla nostra classe politica, anche di pseudo-sinistra, a cui Renzi da almeno 10 anni appartiene.
La domanda giusta non è quindi se Renzi sia di sinistra, e non lo è per una serie di motivi logici, storici, ideali che potremmo elencare in modo comunque non esaustivo, ma è “perché Renzi voglia dipingersi come tale”.
Se vogliamo ricalcare il dato storico, dopo la Rivoluzione Francese l’assemblea nazionale si dispose in modo tale che a destra del presidente si sedettero i conservatori, mentre a sinistra i più progressisti. Questa disposizione fu mantenuta poi successivamente tanto da coniare di fatto l’identificazione di sinistra come progressismo e destra come conservatorismo.
Su cosa significhino il termine progressismo e il termine conservatorismo ci sarebbe da conversare altrettanto: su cosa occorre progredire, cosa invece è da conservare? Il progressista, quando conquista e vuol conservare le conquiste fatte diventa forse conservatore? Tralasciamo.
Ad un significato quindi prettamente geografico se ne affiancava indistricabile un significato più statico, legato appunto alle ideologie che i progressisti hanno utilizzato e propagandato stando all’ipotetica sinistra dei parlamenti di tutto l’occidente.
Socialismo, comunismo, ecologismo, egalitarismo, laicismo… Tutto questo entrò nel patrimonio culturale delle sinistre europeea con differenze tuttavia marcate a seconda del paese e del periodo in cui la sinistra si affermò con forza.
In Italia sembrerebbe ancora più semplice stabilire cosa è di sinistra e cosa no, facendo riferimento all’eredità del Partito Comunista Italiano. In realtà questo è spesso utilizzato quasi come un dogma da interpretare a proprio piacimento per giustificare le proprie pensate, posizionarle a sinistra e sentirsi a posto con la coscienza.

di Mauro Biani

Il fulcro quindi della questione sembrerebbe proprio questa continua mistificazione che ogni politico o quasi oggi fa nel tentare di apparire più di sinistra, più progressista, più riformista di quello che in effetti è. Sembra che non sia più importante identificare una scelta come giusta o sbagliata, o come utile o inutile: l’importante è riuscire a mettergli l’etichetta di sinistra.
Così accade che privatizzare la politica, l’arte e l’informazione diventa di sinistra, mentre gli imprenditori sono eroi patriottici e gli operai i miracolati del buon capitalismo, e chi manifesta e sciopera contro questo è un conservatore perché dice di no (ad un modello di progresso stantìo di quasi un secolo). Si rottama la rivoluzione, mantenendo tutto quello che non era rivoluzionato. Si rottamano le manifestazioni, mantenendo il sistema contro cui si manifestava. Si rottamano i diritti, trasformandoli in gentili concessioni.
Si #cambiaverso insomma, e insieme al verso si cambia anche il significato alle parole. Ideologia: non pervenuta.

Femminicidio e neolingua

Oltraggiamo gli dei: permettiamoci di discutere, analizzare, sezionare, rivoltare come un calzino il termine femminicidio e i significati che sottende. Sembra strano ma non è stato mai fatto in questi mesi di improvvisa onnipresenza mediatica del termine.
Quando si nomina il femminicidio il significato della parola viene dato sempre per scontato, dopotutto non c’è alcun bisogno di riflettere quando ogni giorno l’emergenza fa capolino nei telegiornali e ci impone di agire immediatamente per fermare questo orrore. Oppure no?

Perchè questo termine che fino a poco tempo fa nessuno conosceva è ora dato per scontato? Non si tratta di una parola che si è sviluppata spontaneamente nel linguaggio diffuso di tutti i giorni, nessun sentire comune ha prodotto questo neologismo: il termine è stato introdotto all’improvviso dai media e da allora utilizzato costantemente per definire questa presunta emergenza dando ovviamente per scontato che il termine sia adeguato e che l’emergenza esista.
Da un anno a questa parte appelli, articoli di giornale, raccolte firme, flash mob davanti al parlamento, mobilitazioni e quotidiani servizi del telegiornale ci allarmano su questa emergenza come se fossimo in presenza di una crescita esponenziale del fenomeno.
Partendo da questi assunti un approfondimento in proposito sembra necessario.
Prima di tutto da dove salta fuori questa parola?
In Italia la prima è stata Michela Murgia di Repubblica.it riprendendo il termine da Diana Russell, criminologa, e Marcela Lagarde, antropologa.
In pratica si tratta dell’ennesimo prodotto della fabbrica del politicamente corretto (Repubblica) creato a tavolino da qualche intellettuale (specializzate in studi femminili guardacaso) che lo ritiene adeguato alla sua visione del mondo che ovviamente è obiettiva e universale.
Come tutti i termini politicamente corretti (bioparco, persona di colore, diversamente abile, operatore ecologico) non può essere messo in discussone senza incappare nell’ira delle ss del progresso sociale.
Permettersi di analizzare il termine e magari sfatare qualche luogo comune a riguardo è considerato sacrilegio da bollare immediatamente con la scomunica laica di maschilismo, come se chi si interroghi su questa misteriosa parola sia un complice di tanti barbari femminicidi con le mani sporche del sangue di tanti angeli della casa uccisi da patriarchi bruti e violenti.
D’altro canto come puoi permetterti pensare criticamente quando una tua amica ti invita, o per meglio dire ti impone, di partecipare al flash mob davanti a Montecitorio per invitare la camera ad agire con l’ennesima legge speciale contro questa barbarie quotidiana?
È un dogma: o lo accetti o sei un eretico e ti arriva la scomunica (“sei un maschilista”).
Dopotutto chi me lo fa fare di rischiare questa bollatura?
Tuttavia qui sull’opinione politica, chi ci legge se ne sarà accorto, poco ci importa dei luoghi comuni del politicamente corretto e delle scomuniche laiche su chi osa contestarne i presupposti. Sia ringraziato internet perché un fiume di commenti di femministe indignate sono molto più facili da sopportare che gli acuti di una donna incazzata nel mondo vero.

Abbiamo detto che “femminicidio” non è dunque un termine sedimentato nel sentire comune, non è un termine proprio della mentalità diffusa delle persone: è un termine alieno alla cultura di massa.
Tuttavia perché questo dovrebbe interessarci? Cosa ci cambia alla fine?
Dobbiamo interessarci perché il linguaggio non è neutrale e se le parole che utilizziamo nel nostro parlare contengono dei significati impliciti allora qualcuno cerca di fregarci.
Un esempio classico è la legge “no child left behind” di George W. Bush che, a dispetto del nome, tagliava i fondi alle scuole pubbliche; il miglior modo perché nessun bambino resti indietro è tagliare i fondi alle uniche scuole che i più poveri possono permettersi.
Chi l’avrebbe mai detto di una legge che si chiama “nessun bambino resti indietro”? Utilizzando quel nome anche gli stessi oppositori della legge stavano in realtà rafforzando l’effetto positivo perché il titolo era intrinsecamente positivo anche se il contenuto non lo era affatto.
Il linguaggio non è neutrale: controllando il significato delle parole che si usano si possono intrappolare le persone in determinati schemi di pensiero impliciti in quelle parole.

E femminicidio allora? È un termine neutrale come “emozione” o “teiera” o contiene dei discutibili assunti impliciti? Purtroppo la seconda.
Il Devoto-Oli lo definisce come “Qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuare la subordinazione e di annientare l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte”.
Cosa è questo se non un concentrato di teologia dogmatica del femminismo?
Non si tratta di una licenza poetica del Devoto ma del significato inteso da chi ha introdotto il termine, basta leggersi cosa viene scritto su Repubblica al riguardo per capire che chi ha fatto della lotta al femminicidio il suo cavallo di battaglia lo intende proprio nei termini descritti dal dizionario.
Utilizzando il termine femminicidio stiamo, inconsapevolemente, accettando una serie di supposizioni femministe che fino a prova contraria esistono solo nelle teste delle loro fanatiche ideologhe.
Non stiamo semplicemente combattendo una condivisibile battaglia contro la violenza sulle donne ma ci stiamo portando dietro anche tutti quegli assunti ridicoli sul patriarcato.
Se io non li condivido avrò il diritto di dire che la parola femminicidio, in questa accezione odierna, è una cagata pazzesca?
Di dirlo si, perché più o meno siamo in democrazia, di passarla liscia no perché ho infranto un dogma del politically correct totalitario e offeso i sentimenti di qualche femminista; come tale merito un linciaggio verbale e almeno una scomunica laica a scelta fra “bigotto”, “maschilista” e “arretrato” o perché no una bella messa al bando morale collettiva come quella rischiata da Barilla.
Se la tua opinione non si conforma al politically correct è una opinione maschilista/omofoba/razzista/altro, puoi parlare ma DEVI essere unanimamente condannato in quanto bigotto arretrato.

Oltre alla parola in se, ai suoi discutibili significati e alla sua imposizione arbitraria da parte dei media bisogna poi dimostrare l’esistenza dell’emergenza stessa.
Di questa emergenza in base alla quale decine di intellettualoidi da mesi invocano su tutti i media le ennesime leggi speciali per “risolvere” (come se risolvessero mai qualcosa) questa ennesima inaccettabile emergenza di un paese di merda, arretrato, incivile, perché non succede negli altri paesi europei, bla bla bla…
Sia chiaro, stiamo cercando di appurare l’esistenza o meno dell’emergenza così come descritta dall’allarmismo dei media non di negare l’esistenza e la frequenza delle violenze sul gentil sesso.

http://www.huffingtonpost.it/2013/09/27/femminicidi-istat-intervista-a-linda-laura-sabbadini_n_4001296.html

http://www.unodc.org/unodc/en/data-and-analysis/homicide.html   (alla voce homicides by sex e altre)

Questa emergenza è, dati alla mano, inesistente: il numero di omicidi di donne da parte dei compagni è stabile in leggerissima diminuzione da circa un trentennio e non risulta alcuna differenza degna di nota rispetto ai dati degli altri paesi UE (anzi, siamo messi leggermente meglio). Per quanto riguarda le vittime di omicidi, con qualunque movente, in valore assoluto gli uomini rimangono il 70% del totale.
In altre parole l’anno scorso e negli anni precedenti il numero di “femminicidi” era più o meno lo stesso solo che i media non si preoccupavano di fornirci la nostra vittima quotidiana che oggi ci fa gridare all’emergenza.
Quindi perché montare ora un bombardamento mediatico incessante quando si è ignorato il dato per tanti anni?
Perché montare questa campagna mediatica che ha ormai convinto i legislatori a fare vaghe e inutili leggi speciali per ingraziarsi quella parte dell’opinione pubblica che, non conoscendo le statistiche, ha finito poco per volta per allarmarsi?
Perché dunque questo bombardamento mediatico?
Non ho una risposta ma tendo ad individuare due colpevoli principali: il violento attivismo femminista portato avanti dalle sue pseudo-studiose” ma anche la ben nota infima qualità dell’informazione e della nostra casta sacerdotale di pseudo-intellettuali televisivi.
Punto il dito soprattutto contro l’oscenità con la quale i media cavalcano onde di psicosi emotiva create su basi d’argilla da loro stessi.
Non posso non considerare l’emergenza femminicidio come una delle tante emergenze ad orologeria con le quali i media periodicamente ci “intrattengono”. Non è troppo diversa dai mesi in cui si parlava solo del quotidiano stupro ad opera di romeni o il periodo in cui avveniva un incidente aereo al giorno.
Una volta approvata la legge speciale sul femminicidio, che non risolverà nulla, i media smetteranno di parlare del femminicidio e noi immagineremo che i numeri di donne uccise dai propri compagni siano diminuiti quando in realtà semplicemente i media non ne parleranno più con tanta frequenza perché ci sarà una nuova emergenza ad orologeria da dare in pasto all’opinione pubblica isterica.

Sarebbe bello poter parlare semplicemente di omicidio, dal latino “homo hominis”, uomo nel senso di essere umano, come del resto si è sempre fatto, ma evidentemente non va più bene ai perbenisti, all’improvviso.

Non è mia intenzione negare la gravità dei fenomeni di violenza sulle donne come le percosse anche in famiglia (spesso frequenti, ripetute nel tempo e quasi sempre impunite) ciò che ho cercato di esprimere con questo articolo è l’abritrarietà, l’arroganza e la falsità con la quale alcune femministe fanatiche sono riuscite con successo ad imporre nel bombardamento mediatico quotidiano un termine di innegabile faziosità e propaganda, di imporre le loro parole d’ordine e le loro deliranti visioni spacciandole per la condivisibile lotta per la parità di genere.

Le violenze, le disugaglianze e le ingiustizie non si sconfiggono con il femminazismo, non si sconfiggono con leggi speciali fallimentari e soprattutto non si sconfiggono demonizzando l’intero genere maschile e dipingendo tutti gli uomini come violenti mostri che in famiglia terrorizzano e uccidono quotidianamente i dolci angeli femminili della casa.
Da pari diritti derivano pari responsabilità.

Scontro tra bigottismi, tra rieducazione e Stato Etico

Campi di rieducazione

Sono a favore del riconoscimento della più alta gamma di diritti per le persone che ancora oggi si trovano in una situazione di disagio a causa delle proprie scelte, delle proprie idee o, in certi casi, della propria forma esteriore.
Ma trovo stucchevoli l’ipocrisia e il modo così disinvolto e volutamente caustico (e fine a se stesso) con il quale le persone – più o meno qualificate, più o meno acculturate, più o meno padrone dell’argomento – affrontano tali problematiche.
Mi preoccupo quando si vuole imporre un pensiero unico alla moltitudine, senza preoccuparsi di spiegarne le ragioni, magari le utilità, quando non ci si sforza neanche di scavare a fondo nel problema e si preferisce spargere un velo superficiale di stigma verso chi pone qualche obbiezione o ha qualche dubbio. Mi preoccupo perché se le persone cominciano a temere di parlar troppo o parlar male di qualcosa, cominceranno a odiare quel qualcosa. Grazie a questi atteggiamenti, secondo me, si è arrivati a sentire da personaggi di dubbia intelligenza l’accusa di lobbismo verso categorie che ancora oggi versano in una situazione di subalternità e disagio.
Una buona intenzione rischia di distruggere dialettica e si smette a priori di ricercare la migliore verità, per paura di essere definito omofobo, sessista, revisionista, antisemita. Si smette di ricercare la verità, si mette a tacere chi mette in dubbio, e si lascia il dubbio ai più spregiudicati, i più in mala fede, a quelli che nella controcorrente ci guadagnano e ci si sfamano.
Per esempio, ci si ritrova a scegliere tra chi ti sta già scrivendo “omofobo” sulla fronte se metti in dubbio l’utilità o la democraticità del recente boicottaggio alla Barilla, e chi si vende come voce fuori dal coro vaneggiando di lobby gay e omocrazie. Insomma non c’è più spazio al libero pensiero, ma solo ad un bi-pensiero veicolato: un gregge spaventato dall’idea di rimanere fuori per una parola sbagliata, nel gulag del sessismo o dell’omofobia, contro una schiera di deliranti complottisti che fanno a gara a chi la spara più grossa.
Caso limpido di ciò che ho appena descritto è il caso del signor Barilla che in un’intervista da Cruciani (strano no?) si sarebbe lasciato andare in dichiarazioni contrarie all’affermazione del diritto alla famiglia per gli omosessuali. Io la vedo diversamente da lui, ma si tratta davvero di dichiarazioni omofobe? No, secondo me è solo espressione di un pensiero liberamente espresso e, forse, anche di un tentativo (forse sconclusionato, forse oculato) di farsi pubblicità persino nell’intervista. Dire che Barilla si rivolge alla famiglia tradizionale, significa dire che Barilla vende, e vuole continuare a vendere, alle famiglie stabili, che a pranzo e a cena buttano la sua pasta nell’acqua bollente. Perché pretendere dal signor Barilla (che magari nella vita è un fervente attivista omofobo, ma più probabilmente è uno dei più grandi imprenditori italiani) una pubblicità “sociale”? Quando esisteranno famiglie stabili composte da coppie omosessuali, e queste verranno considerate normali, avremmo raggiunto un grado sicuramente più alto di civiltà. Allora la Barilla, e non solo, nelle sue pubblicità utilizzerà la famiglia considerata normale, indistintamente da quali che siano i sessi dei genitori. Non solo: probabilmente IKEA o Misura smetteranno di utilizzare il brand “anti-omofobia” per vendere i propri prodotti, e si butteranno su qualche altra idea furbamente filo-progressista per accaparrarsi quella fetta di pubblico che ritengono essere potenziali loro clienti.
Sul come ci si arriverà ad una società senza discriminazioni di genere, di sesso o di orientamento sessuale, io credo che il discorso sia decisamente più complesso e che la strada fin qui percorsa dalle associazioni attive in questo senso sia in gran parte sbagliata.
Leggevo nello stato di un mio amico, su facebook qualche giorno fa, che si parlava in modo leggero e inconsapevole di “rieducazione dell’omofobo”, dicitura tolta, a suo dire colpevolmente, dalla legge anti-omofobia in approvazione in parlamento. Io onestamente di fronte alla parola “rieducazione”, per quanto sia consapevole della sua presenza in costituzione, rabbrividisco. Penso a tutti quegli omosessuali, per esempio, che riempivano i carceri inglesi, i gulag sovietici, i campi nazisti, nell’attesa di essere “rieducati” e penso a quanto sia pericoloso e ironico che proprio oggi si parli di rieducazione di segno inverso. Un mio professore di diritto penale riecheggiava il film “Arancia meccanica” per dare un idea esaustiva di quello che non dovrebbe essere il carattere risocializzante della pena.
L’essenza stessa del reato d’omofobia, sbandierato da alcuni all’insegna della civiltà democratica e del progresso giuridico, è quella di un vero e proprio reato d’opinione, ovvero la punizione a fronte di un idea espressa, una deroga insomma alla libertà d’espressione stessa.
Sono estremi questi che, in assenza di una dialettica libera da timori reverenziali verso questo o quell’indiscusso valore, rischiano di essere sfiorati anche da persone preparate. Se poi il concetto stesso di cos’è omofobico e cosa non lo è diventa un concetto evanescente, il pericolo di stato etico diventa imminente. Un pericolo paradossale se causato e propagato da chi a parole di oppone contro il Vaticano e la morale cattolica e si scopre “diversamente bigotto” e intollerante.
E siccome la morale cattolica è dura a morire così come il pregiudizio omofobico diffuso – che anzi si riattizza di brace nuova di fronte a questo sentirsi minacciato – questa guerra serrata da bigottismi contrapposti (fastidiosi “radical-chic” da una parte, leghisti alla Buonanno dall’altra) non può che essere dannosa a quello che dovrebbe essere l’obiettivo finale: l’uguaglianza dei diritti.

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