Del perché Luciana Littizzetto è più dannosa di Emilio Fede per la crescita culturale, politica e spirituale degli italiani

Aggiungo, a me Gramellini non piace. Consiglio di leggere l’articolo fino in fondo, senza saltare nemmeno una riga.

Scalinata di Odessa

Che il salotto televisivo di Fabio Fazio sia diventato un punto di riferimento culturale per tutto un mondo che si riconosce nell’attuale centro-sinistra (senza per forza essere radical-chic, il che tuttavia aiuta) ormai è risaputo. L’estrema debolezza con cui il conduttore-demiurgo gestisce le tematiche affrontate – che spesso meriterebbero ben altro approfondimento ed invece restano tristemente in superficie – anche. Di Fazio è stato detto tutto: buonista, timoroso di ogni conflitto, attento a non inimicarsi l’interlocutore anche a costo di farsi mettere i piedi in testa (esemplare l’intervista a Renato Brunetta di qualche settimana fa, quella della querelle sui compensi del Nostro, in cui Brunetta ha di fatto imposto la scaletta dei temi da toccare). Chi scrive ha sempre avuto l’impressione di un programma non all’altezza dei suoi contenuti, dei suoi ospiti (perché portare in tv gente come Gore Vidal, Mario Monicelli, don Andrea Gallo, Dario Fo, Enzo Biagi…

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In memoria di Costanzo Preve

È scomparso da pochi giorni il filosofo e studioso di Marx Costanzo Preve: un grandissimo pensatore che, a causa delle sue posizioni “eretiche”, non ha ricevuto la notorietà che avrebbe meritato.
Escluso dai giornali e dalle riviste progressiste e dalla televisione dove orde di intellettualoidi di “sinistra” discutono del nulla mediante luoghi comuni spacciati per profondità.
Fuori dalla politica dal’92, dopo una vita di partecipazione, e bollato come “fascista”, “ideologo dei terroristi” o “eminenza grigia dell’antiamericanismo” da chi non ha voluto capirlo.

Avrei voluto avere il grande piacere di conoscerlo di persona e non posso fare a meno di invidiare un po’ tutti coloro che lo hanno avuto come professore.

Linko il bellissimo ricordo che di lui ha scritto Diego Fusaro.

http://www.lospiffero.com/cronache-marxiane/in-memoria-di-costanzo-preve-13657.html

“Oltre” cosa?

Beppe Grillo aprirà il V3Day

Alle soglie del terzo Vday organizzato da Beppe Grillo a cinque anni dall’ultima manifestazione di questo genere, c’è da chiedersi quali siano state le motivazioni che hanno spinto il Movimento Cinque Stelle a organizzare una terza edizione della manifestazione che, fino a qualche tempo fa, si considerava come un antecedente della creazione del Movimento, forse neanche del tutto consapevole.
Il processo di massificazione di un partito andato ben oltre le stesse ambizioni dei manifestanti di allora ha portato il non-partito di Beppe Grillo ad una trasformazione inevitabile: il consenso di circa un quarto del paese ha inevitabilmente distaccato (ideologicamente e numericamente) lo zoccolo duro della militanza dal vastissimo elettorato reale e potenziale al quale il Movimento ha attinto e vuole continuare ad attingere; la parlamentarizzazione del Movimento ha messo i pentastellati nelle condizioni di dover prendere delle decisioni, di dover produrre delle proposte, di dover fare delle scelte di campo e dei compromessi: senza quasi rendersene conto, alcuni grillini “miracolati dalla rete” si sono ritrovati a non poter più solo urlare vaffanculo ad un immaginifica Casta chiusa dentro le mura del palazzo, perché dentro quel palazzo ci si sono ritrovati in tanti, tanti di più rispetto a quanto probabilmente lo stesso Grillo si aspettasse, tanti da non poter star impunemente in un angolo a fare i vezzosi; l’approdo del grillismo nelle istituzioni locali, regionali e nazionali è stato rocambolesco, ha dato forti segni di impreparazione, di frizione, fino ad arrivare alle espulsioni purga, al doppiopesismo, alla constatazione contraddittoria della struttura verticistica di quel movimento che pure era stato propagandato dal suo esordio come il simbolo della democrazia dal basso; il grillismo inoltre – nato come sentimento popolare con il vento mediatico in poppa, figlio delle trasmissioni televisive e radiofoniche che hanno fatto del qualunquismo la loro ragione sociale, e noto come fenomeno sostenuto unanimemente dal “popolo della rete” – incontra per la prima volta il dissenso rumoroso da parte di media tradizionali ma anche dei social network, incontra la satira pungente, incontra persino i fischi di chi prima li vedeva come diversi e ora improvvisamente apre gli occhi.
Ma il grillismo si dimostra troppo astratto, troppo statico, troppo scontroso, troppo prevedibile, troppo scoperto. Si arrabbia di fronte alla satira, querela giornalisti, caccia cameramen, cancella il dissenso interno e ignora quello esterno, comincia persino a diffidare di quello strumento che prima di allora aveva esaltato come massima espressione della democrazia cybernetica: Internet.
Questo staticismo ha consumato l’appeal del Movimento Cinque Stelle, destinato secondo alcuni analisti a sgonfiarsi per l’assenza di proposta che avrebbe dovuto seguire la protesta. Non diventano uguali agli altri, per ora, ma per certi versi gli altri risultano essere migliori di loro, mentre loro figurano legittimamente come quei ragazzetti inesperti che hanno avuto paura di governare sebbene ne abbiano avuto l’occasione. Allo stesso tempo non riescono a dimostrare di essere così diversi dagli altri: assomigliano sempre di più a quello che per decenni è stato il peggior nemico di molti elettori cinque stelle (ndr. Silvio Berlusconi) quanto a struttura del partito e a considerazione quasi religiosa del leader, e non riescono a produrre validi modelli alternativi al sistema, rimanendo sostanzialmente o impreparati, o inconcludenti, o sparpagliati, sui temi più importanti che una classe governante deve affrontare.

Beppe e Marine, verso la trasformazione comune

E allora il motivo di questo terzo VDay, dal titolo non casuale “Oltre”, è o vuole essere qualcosa di diverso dai precedenti VDay e dai comizi dello Tsunami tour: è un operazione, probabilmente di apparenza, del passaggio del Movimento ad una nuova fase. Oltre la protesta senza proposte, oltre alla politica dei no, oltre al movimento visto ancora come costola della sinistra, oltre la gestione monarchica (rectius: diarchica) del movimento, oltre la politica fatta da “ragazzetti inesperti”, oltre lo stesso termine “grillino” (contro la quale, non a caso, si è scagliato il deputato Alessandro Di Battista). Un “oltre” che dovrebbe essere la tardiva certificazione di un cambiamento in parte già avvenuto nel terreno nel quale si son trovati a correre, o a rincorrere, ma un “oltre” tutt’altro che facile per un movimento qualunquista che, per natura, ha una vita breve e molta concorrenza.
Sarà Beppe Grillo ad aprire il VDay, dando la spinta iniziale ad una manifestazione meno incentrata su di lui e più su ospiti (sul palco e sul teleschermo) tra i quali sono stati annunciati alcuni nomi nazionali e internazionali di molto rilievo (primo fra tutti Julian Assange). I parlamentari cinque stelle non saranno sul palco, ma “tra la gente”, e ci chiediamo se Gianroberto Casaleggio bypasserà la manifestazione. I segnali, tutti volti a quella trasformazione che prima ho descritto, sono abbastanza chiari: tuttavia mi riesce difficile pensare ad un VDay dove i riflettori non saranno tutti puntati su ciò che Grillo, nel primo pomeriggio, dirà alla platea festante di Genova, la sua città.
Infine un opinione personale: cari grillini, se vi aspettate un cambiamento… Scordatevelo. Le vostre aspettative saranno tradite. Ma voi, probabilmente, neanche ve ne accorgerete.

Dibba il grillino

Al Deputato M5S Alessandro Di Battista sta stretta la definizione di “grillino” che l’opinione pubblica nel tempo ha affibbiato loro. Chissà perché? Questa è la domanda che si pone il miglior prodotto comunicativo che il Mo Vi Mento ha saputo produrre nella scorsa tornata elettorale.
La sua risposta è ovviamente la solita: i media cattivi, asserviti al potere, li ostacolano e li discreditano perché “evidentemente” danno fastidio. Ma fastidio perché? Nel post del blog di Di Battista c’è un elenco di fatti estremamente rivoluzionari che i grillini avrebbero “fatto” in questi otto mesi di legislatura.
Dibba in un suo discorso alla ggente

Prima di tutto il caro Dibba dimentica che per anni i seguaci di Berlusconi sono stati chiamati berlusconiani, ma ciò è tipico in tutti quei partiti dove c’è un leader intoccabile e una serie di persone che legittimamente fanno politica, e altrattanto legittimamente scelgono di farla inseguendo acriticamente un capo. Ovviamente a giudicare ciò è l’opinione pubblica, di cui i media sono gli esponenti più evidenti, perché i membri di quel partito leaderistico spesso (ma neanche sempre) negheranno di essere leaderistico, tuttavia i fatti parleranno per loro. Ecco il vero motivo per il quale gli iscritti e gli eletti del Mo Vi Mento sono definiti grillini, caro Dibba, perché come spesso ci avete fatto notare a Grillo voi dovete tutto, Grillo vi porta i voti e anche voi, come i Berlusconiani, avete vinto una lotteria senza neanche comprare il biglietto. Miracolati dalla rete, avete fatto un giuramento implicito di fedeltà ad un capo e al suo progetto di finta rivoluzione, utile ad accumulare consenso ma non a produrre fatti, perché l’assenza di fatti è conseguenza del non prendere posizione su questioni importanti per inseguire la pancia dell’elettorato. Miracolati dalla rete avete gettato a mare quel consenso che vi avrebbe dato l’opportunità di cambiare il paese, di mandare a casa politicamente Berlusconi, di elevarvi a Onorevoli da semplici grillini che eravate, e crearvi una personalità politica autonoma.
E tu caro Dibba questo lo sai bene, visto che sei l’unico che è stato in grado di crearsi una popolarità e una personalità autonoma, all’interno della tua perfetta aderenza ai pensieri dei leader, l’unico che sembra sempre in linea con il movimento, l’unico che pare intoccabile tra gli eletti e l’unico, casualmente, che mostra più insofferenza di fronte alla definizione di “Grillino”.

Populismo o demagogia?

C’è chi rimprovera una mancata conoscenza dei termini a noi che diamo del populista a Grillo, usando in modo sprezzante il termine “populismo” che, originariamente, non avrebbe un contenuto negativo ma anzi sarebbe l’esaltazione politica del ruolo del popolo. In realtà, ci dicono, si dovrebbe usare la parola “demagogia” per intendere quel raggiro del popolo con il quale un carismatico acquisisce consenso per fare tutt’altro interesse, oppure la parola “qualunquismo” che significa invece l’avere un atteggiamento disinteressato, prevenuto e generalizzato verso la politica.

La verità secondo me è che Grillo è sicuramente tutte e tre le cose.

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Populista perché esalta il ruolo della massa, della “gente”, del popolo appiattendo il ruolo dell’individuo a puntino indistinto di una grande massa fonte di esigenze proprie, e che insegue la pancia di queste maggioranze indistinte di pecore senza interessarsi del cervello. Essere populista, al di là dell’accezione più moderna che è stato posteriormente data dai media (e non vedo perché non se ne dovrebbe tener conto!) che lo associa in modo più stringente alla demagogia, non è affatto positivo come alcuni pensano: parlando alla pancia della gente si scoprono razzismo, odio, guerre tra poveri, cacce alle streghe, forcaiolismi.

Demagogo perché il grande consenso che ha ricevuto e che ancora riceve lo sfrutta per aumentare il proprio potere mediatico, economico, politico senza mettere in pratica alcuna promessa. Non solo dunque pensa ad un popolo privo di individui che lo compongono, non sono parla alla pancia e non al cervello, ma una volta ascoltata la pancia della massa, non si tenta neanche di realizzare nulla, e dunque si raggirano abilmente i tanti ingenui che lo hanno votato.

Qualunquista sia lui, sia coloro che lo votano, perché appiattisce gli schemi politici e rifiuta le differenze comportamentali-etiche e soprattutto le differenze ideologiche. Anzi si può dire rifiuti le ideologie, denigrandole e ripudiandole. Ma è lo stesso populismo di Grillo a imporre lui di essere qualunquista, perché è il qualunquismo ciò che attualmente, a torto o a ragione, fuoriesce dalla pancia della gente. Compito della politica, ma non di Grillo (né di Renzi, né di Berlusconi) sarebbe combattere con fatti e contenuti questa indifferenza generalizzata che solo apparentemente sembrava essere stata spazzata via dal M5S

Roberto

Ambiente e genocidio

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Ti svegli la mattina tardi alle 11,30, vai in cucina e prendi qualche biscotto, ancora in pigiama ti siedi sul divano e, ancora intontito, prendi il Corriere della Sera dal tavolino con in prima pagina un paio di colonne di Sartori, inizi a leggere e il biscotto rischia di andarti di traverso per l’incredulità, finisci l’articolo e ti girano parecchio le gonadi così apri il computer e inizi a scrivere.
In breve questa è la genesi di questo breve articolo.

“Una modernità fuori misura” è il titolo dell’articolo di Sartori del Corriere di oggi, riguarda principalmente i disastri naturali sempre più frequenti e la loro causa profonda presumibilmente legata allo scempio ambientale compiuto dall’uomo in questi intensi secoli di modernità e “progresso”.
Premetto che ho sempre avuto una certa stima per Sartori, e di certo non mi sono scandalizzato per altri suoi recenti articoli, dove vengono sostenute tesi controverse per la sinistra, come uno in cui afferma che lo stato sociale è incompatibile con l’immigrazione di massa, tuttavia quanto scritto oggi  è per me totalmente inaccettabile

L’incipit dell’articolo è condivisibile e riguarda appunto i problemi della Terra: l’atmosfera inquinata, l’aria avvelenata, il clima destabilizzato, il paesaggio distrutto.
Ciò che però sembra premere particolarmente a Sartori è la popolazione: “il rimedio vero sarebbe una drastica diminuzione delle nascite, specialmente in Africa, che ci resituirebbe un pianete vivibile”.

E ancora: “ripeto, l’unica cura ancora a nostra disposizione è di ridurre la popolazione e con essa ridurre l’emissione di gas serra e la conseguente concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera”.
E come di grazia? Scagliando una bomba atomica a settimana su una città presa a caso? Provocando una carestia staliniana in qualche regione con troppe nascite? Facendo allegramente morire di AIDS tutta l’Africa o semplicemente negando ogni aiuto alimentare?
Arrivato alla seconda colonna non mi sarei affatto stupito di leggere Sartori proporre soluzioni del genere prima della fine dell’articolo o magari fantasticare soluzioni da Brave New World con popolazione sterilizzata e numero di nascite pianificate dall’alto.

Poiché ho stima di Sartori mi rifiuto di lasciar correre il tutto classificandolo come il delirio di un vecchio professore impazzito ed euforico della propria presunta intelligenza superiore, credo sia quindi necessario riflettere su quali sono le reali implicazioni di ciò che ha lasciato intendere e quanto disumane esse siano.
Il suo discorso inoltre è anche contraddittorio perché se la popolazione deve essere controllata soprattutto in Africa non si capisce come questo potrebbe portare alla riduzione delle emissioni di gas serra quando queste provengono principalmente dai paesi del primo mondo e del secondo mondo emergente; per fare quello dovremmo sterminare gli europei e gli altri abitanti dei paesi ricchi che peraltro sono già in crisi demografica.
Senza contare che se, come sembra, c’è un’apocalisse ambientale imminente non basta ridurre le nascite oggi in modo che la popolazione diminuisca fra ottant’anni ma bisogna sterminare qualche miliardo di persone immediatamente per risolvere il problema prima che sia tardi.

Siamo tanti, sempre di più, parecchi, forse troppi ma chi decide quando è abbastanza? Chi ha il diritto e la saggezza per farlo?
Per Malthus a inizio XIX secolo eravamo già troppi e figliavamo troppo, oggi siamo sette volte più che allora e il mondo non è finito.
Chi ha il diritto di stabilire quanti bambini devono nascere nel proprio paese o in Africa o in tutto il mondo? Con che legittimità?

La brama di onnipotenza dell’uomo industriale e il suo dominio sulla natura hanno portato al disastro ambientale e quello che Sartori propone per risolverlo è la pianificazione e il controllo dall’alto di miliardi di vite umane? Cioè altra onnipotenza all’uomo, ancora più potere, ancora più controllo su tutto.

Come si può essere così arroganti da permettersi di voler pianificare l’esistenza o meno di miliardi di persone?

Come si può pensare che l’intera specie umana esista perché gente come Sartori dall’alto ne stabilisca il numero più accettabile secondo il loro infallibile giudizio?

Mi farebbe piacere sapere se Sartori si è accorto delle naturali conseguenze dei suoi auspici e se ha la lucidità di portare alle ultime conseguenze le sue tesi.
Un efficace controllo della popolazione prevederebbe la fine di ogni sovranità degli stati perché alcuni di loro in Africa non sono in grado di attuare un controllo delle nascite e questo dovrebbe essere attuato dall’alto, presumibilmente dall’ONU; il tutto naturalmente non potrebbe essere gestito in un sistema trasparente e democratico perché nessuno lo accetterebbe.
A gestire il tutto dovrebbero infine esserci dei pianificatori-dei, dei filosofi-re di platoniana memoria, dei tecnocrati onniscienti e saggi in grado di decidere su ogni cosa noncuranti delle meschine preoccupazioni terrene di miliardi di persone.
In altre parole è una riproposizione, con motivazioni ambientali e non economiche, dei totalitarismi del novecento che pretendevano di pianificare e controllare ogni cosa dello stato e della vita dei cittadini.

Heil kameraden Sartori. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tutti Dottori (post ad altissimo contenuto di turpiloquio)

L’Opinionista condivide il contenuto di questo post, compresa la punteggiatura e il romanesco.

Liberissimi di dissentire, ma l’ignoranza va combattuta sempre e comunque.

Rem tene, verba sequentur. O anche no?

Io vorrei tanto capire chi cazzo ha sdoganato l’ignoranza; vorrei tanto sapere chi ha tolto al caprone l’onere di informarsi prima di aprire la bocca e rifilato alla persona colta, molto colta, appena più colta – o anche semplicemente informata – quello di dimostrare con disegnini, parole, gentilezza e tante scuse, che le teorie ululate dal caprone suddetto sono puttanate.
Io vorrei capire perché l’unica vera parola innominabile in quest’Italia ostaggio del politically correct più estremo, del genitore uno e due, del diversamente caucasico, del diversamente cittadino regolare, dei quaranta punti esclamativi alla fine di ogni singola stronza frase, sia diventata il termine IGNORANTE.
Il termine ignorante è impronunciabile. Guai a dire ad un ignorante di merda che è un ignorante di merda. TU devi dimostrare di sapere qualcosa, anche se quel “qualcosa” è il tuo mestiere, il tuo bagaglio, quello che hai studiato per una vita intera. Tu, Copernico…

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