Oro et labora: siamo tutti schiavi di uno Stato schiavo?

In questo articolo vi dicevo che sarebbe servita una lezione di storia della moneta.

È un articolo molto lungo, così l’ho diviso in due sezioni. Una parte storica, che potete saltare, se vi ritenete abbastanza esperti, ed una parte di approfondimento politico.

Dalla regia mi chiedono di procedere andante stringente, quindi bando alle ciance e catapultiamoci nell’epoca dei fenici, sumeri e babilonesi; popoli fratelli (…) di quello ebraico, che, si sa, coi soldi ci sa fare.

PARTE I: LA STORIA

Ok, non stiamo parlando veramente dei fenici. Chiamiamoli “il popolo delle tavolette“.

Ci sono queste tribù: una ha i pomodori, l’altra le patate. Questo sarebbe impossibile perché nessuno dei due vegetali era conosciuto a quei tempi, ma facciamo finta che invece le cose siano andate effettivamente così.

Le due tribù sono in pace e si scambiano pomodori e patate. A volte capita che ci sono delle ottime annate di patate, a volte sono i pomodori ad andare alla grande. Siccome è un peccato buttare via i raccolti in eccesso che non si riescono a scambiare sul mercato delle due tribù, gli ortaggi vengono ceduti lo stesso, in cambio di una tavoletta d’argilla con sopra un segno. Sarà possibile scambiare quella tavoletta, in futuro, per l’equivalente quantitativo di verdura nelle annate future. In questo modo lo scambio sembra “equo e solidale” (ma esistono scambi che non sono né equi né solidali? Non so.)

Sorge un problema: le tavolette si rompono facilmente, ed in giro ci sono un sacco di falsari. Inoltre, finisce sempre che una delle due tribù ne ha immagazzinate troppe. Collezionarne ancora non sembra poi così appetibile…sembrano non diminuire mai

Così il capotribù ricco propone una nuova regola: si userà un certo peso d’oro per sostituire l’argilla. L’oro non si altera mai, è di facile lavorazione, e, soprattutto (secondo la mentalità delle tribù), se se ne accumula troppo lo si può fondere per abbellire le proprie abitazioni o costruire monili.

Negli anni a venire scoppia una frenesia generale per le (scarse) fonti d’oro sul territorio. Fine degli scambi: è tempo di guerra.

Signori, questa è la nostra Età dell’Oro!

Siamo ora in epoca classica: l’Imperatore Traiano spinge l’Impero Romano al confine con la Dacia per appropriarsi delle riserve aurifere della regione. Egli sa che non ci sono più troppe terre da regalare alle generazioni di militari che proteggono il limes settentrionale, e solo le auree regalie terranno a bada popolo e militi.

Gli Arabi, consolidato il dominio sul Nordafrica, attraverseranno i deserti pur di raggiungere il ricchissimo Malì, che fornirà ai figli di Maometto l’oro necessario per il sostentamento dell’Impero, già assai impegnato nella conquista del mediterraneo.

In epoca medievale, le cose cambiano in Europa. I Signori della Guerra, franchi e germani, dall’alto dei loro castelli, chiedono cibo alla loro gleba. Anche i chierici erano pagati in grano, e non in denaro.
I mercati sono chiusi: è da questa situazione che nasce la classe borghese.
Figli di padri contadini, essi sono più avventurieri che imprenditori, più viandanti che commercianti.
Rifiutano di pagare le tasse ad un signore che non riconoscono. C’è già qualcosa di rivoluzionario in loro. L’oro è il metallo che li lega, quasi come un nuovo popolo eletto. Nell’oro, nel suo valore duraturo, nella sua malleabilità, essi si riconoscono. Ma i nobili li fermano: nascono i dazi di frontiera. I nobili vogliono massimizzare le loro entrate fiscali.
Anche la Chiesa concorre per l’oro: basiliche e cattedrali dovranno pur essere addobbate come è doveroso appaia una Casa di Dio.

I nobili hanno quindi riscoperto l’oro. Essi sono astuti: non vogliono vedersene depredati del valore. Ai nobili l’oro non interessa. Non si mangia. Non è buono per farne spade o armature. Ne interessa il valore. Il valore è già un valore di scambio: l’oro è buono per comprare dagli artigiani delle città minerarie il ferro delle lame, e poi ancora spezie e tappeti dall’Oriente, perché il Potere non è tale, se non è manifesto!
I borghesi, oramai vecchi e con le ginocchia deboli, si sono riuniti nei borghi e sono diventati banchieri. Saranno loro a fornire l’oro ai nobili, perennemente impegnati nella conquista delle terre e di cibi e vini pregiati.

Spesso i nobili, però, sono cattivi debitori.
Il Re d’Inghilterra – l’alito della D’Arc sul collo – si rifiuterà di saldare i conti con Firenze, scatenando una delle meglio documentate crisi finanziarie dell’epoca medievale.
Firenze era pasciuta, ma con un artifizio: non si usava solo l’oro in città. Già ai tempi il governo comunale rilasciava dei titoli di stato che erano comunemente usati come merce di scambio nelle trattative tra le Arti Comunali. La notizia dell’insolvibilità della Perfida Albione scatena il panico tra i fiorentini: i titoli di stato, privi di copertura dai profitti della Famiglia Bardi sulla Guerra dei Cent’Anni, perdono il loro valore. La città è in bancarotta: sono anche i tempi della crisi politica narrata anche dal grande Dante Alighieri.

Nel tempo, i nobili sperimentano modi più raffinati per fregare il prossimo: in Francia, nel diciassettesimo secolo Sua Maestà, sull’esempi degli antichi imperatori, impone il Luigi.
Questa moneta pretende di avere il valore del vecchio franco, ma sostanzialmente contiene una quantità d’oro assai minore. Attraverso la nazionalizzazione della moneta lo Stato Assolutista espande il suo dominio sulla vita economica dei suoi sudditi.

Tuttavia, il monstrum popularis dell’inflazione sorgerà a difesa del libero arbitrio, erodendo come un tarlo il grande impero coloniale dei tempi: l’Impero Spagnolo, ove il sole non cessa mai di splendere.
La Spagna, per due secoli (sedicesimo e diciassettesimo) drenerà oro dalle sue colonie: ogni attività lavorativa viene praticamente interrotta. Perché uno spagnolo dovrebbe sgobbare quando la Corona può pagare un inglese o un olandese per fare lo stesso lavoro?

Ma questi anglo-olandesi sono affamati e folli: pagano i pirati per boicottare le rotte mercantili degli spagnoli. Dopo un paio di secoli ed un paio di battaglie sfortunate sull’Atlantico, l‘oro è finito tutto nelle mani dell’asse Londra-Amsterdam. Nel diciottesimo secolo, l’Inghilterra ha visto una crescita enorme dell’economia reale, mentre il nemico imperiale campava di finanza. Una conseguenza intuitiva è stata che gli inglesi hanno conosciuto anche un rapido sviluppo tecnologico. Il popolo era incentivato a migliorare le proprie prestazioni lavorative.

S’impone così il liberismo economico, che nel tempo conquista i cuori di francesi, svizzeri, italiani e chiaramente statunitensi, ma in quest’ultimo caso, nemmeno così tanto come potreste immaginare voi. Unico paese che sembra resistergli è la Germania, a trazione nazionalistica, il cui esempio di “economia nazionale protetta” piace molto agli Europei dell’Est ed al Giappone.
Caratteristica sia del modello liberale che di quello protezionista è il bimetallismo: ci sarebbe molto di figo da scrivere al riguardo, ma non è sede.

Gli inglesi cercarono di mantenere la convertibilità della sterlina con i pesi d’oro per più tempo possibile: era una buona strategia per incentivare l’uso internazionale della loro moneta e gli investimenti nei loro titoli di stato, ma la Prima Guerra Mondiale rappresentò un peso troppo duro da sostenere, e spostò verso gli Stati Uniti il ruolo di leader economico internazionale.

Nel 1944, adottati gli accordi di Bretton Woods, che sanciscono la convertibilità del dollaro con l’oro, la situazione è un po’ un casino. Il nazionalismo sembra essere il nemico: è quindi necessario evitare di far apparire lo Stato come assolutista.
Gli Stati Uniti devono crescere nel prodotto reale, se vogliono adottare politiche monetarie espansive.

Temo non ci abbiate capito molto delle ultime cose dette; questo ultimo passaggio va spiegato così: più gli Stati Uniti producono dollari, più potranno acquisire prodotti da altri paesi (aumentando il benessere) senza correre il rischio di inflazione, perché è garantita la convertibilità in oro, quindi la moneta non perde mai di valore. Se però vogliono produrre moneta, devono comprare oro, per garantire la convertibilità. Se comprano troppo oro, il prezzo dell’oro sale. Se il prezzo sale, servono più dollari per comprare l’oro. E per avere più soldi, o aumentano le tasse (riducendo il benessere, nonché la produzione!), oppure li producono. Ma per produrli…serve altro oro! È un circolo vizioso!

Nel frattempo il debito pubblico mondiale è in leggera crescita, perché cresce la spesa dello stato. Esercito, welfare e sviluppo tecnologico sono voci consistenti del bilancio USA, ma non si deve perdere il confronto con l’URSS, che gradualmente vede i suoi saggi di crescita rallentare.

La stupida guerra vietnamita da il colpo di grazia all’economia americana. Fine della convertibilità dell’oro.

Signori, questa è la nostra Età della Finanza!

PARTE II: LA TEORIA CHE CI STA DIETRO

Mutui, derivati, titoli, prestiti…chiamateli come volete: questi non sono altri che le Tavolette d’Argilla, tecnologicamente evolute come del resto l’abbigliamento o l’architettura.
Lo Stato non può e non deve poter produrre moneta per sé stesso. Questo era stato già sancito da ben prima, per evitare crisi inflazionistiche.
Sappiamo che l’oro è qualcosa di valore perché ha un valore di scambio che è il valore convenzionale che è direttamente legato alla quantità dei commerci, ma adesso l’oro non si può più scambiare col denaro ad un cambio fisso. Ed allora, che cosa viene scambiato col denaro? La promessa di altro denaro.

Rifletteteci un attimo: adesso il denaro, slegato dall’oro, ne ha assorbito il valore. Il denaro è un pezzo di carta che vale in rapporto ai modi in cui può essere scambiato: più c’è roba da scambiare, più vale il denaro. Si ha interesse a produrre denaro solo in cambio di più denaro.
Proprio come quando nell’Età Aurea chi possedeva l’oro godeva un valore che sovrabbondava il valore di estrazione dell’oro stesso, oggi chi produce denaro gode di un valore che sovrabbonda quello del valore del produrne la carta. Questo valore è il tasso di sconto (o tasso d’interesse del denaro).

Cos’è il signoraggio? Come nel medioevo il signoraggio era dato dal beneficio di estrarre oro da una miniera contro il costo di farlo, oggi il signoreggio è dato dal tasso di sconto al netto dei costi (di produzione, e non).

Nel caso questa attività sia svolta da privati, è un profitto dovuto? Rigiro la domanda: il profitto sull’estrazione aurifera è un profitto dovuto? Ci sono tesi discordanti.
Tuttavia, sotto un profilo meramente storico, io sono felice che il signoraggio vada ai privati e non allo Stato.
Vi chiederete il perché. Come ha impiegato lo Stato nel corso dei secoli il profitto da signoraggio? La prima voce di spesa è sempre, sempre, assolutissimamente, stata la spesa militare: ovverosia la guerra.
E stavolta non mi riferisco ai signori medievali. Fino agli anni, ’70 gli Stati Uniti hanno sfruttato la loro supremazia economica per imporsi militarmente nelle regioni periferiche del mondo. Hanno cambiato sistema perché quello precedente per loro era troppo costoso.
Ancora oggi la Federal Reserve, che produce molta più moneta della BCE, è assai più controllata dallo Stato di quest’ultima, e fa iniezioni di liquidità principalmente per finanziare la guerra.
Si. Anche sotto Obama.

Io non so se è giusto che chi detiene la proprietà sull’oggetto che gode del valore di scambio (sia esso l’oro o il denaro) sia privato o pubblico. Semplicemente, credo che il sistema attuale della BCE, che prevede quote di minoranza degli stati nazionali nel profitto da signoraggio, contro una semi-impossibilità di cogestione delle decisioni della banca centrale da parte dei banchieri europei sia equamente bilanciato.

So di aver accelerato troppo con le parole: a rischio di fare un papirone, sono costretto a spiegarvi pure questo: le banche accedono ai profitti della banca centrale, ma la loro quota partecipativa nella banca centrale nazionale è pari alla loro quota di riserva di capitale finanziario.
Le Banche hanno il dovere di non investire almeno una quota dei loro soldi. Questa quota, percentuale, è dunque destinata alla Banca Centrale Nazionale, che a sua volta, a seconda della proporzione con le altre Banche Centrali in Europa, vede determinata la quota partecipativa nei profitti della Banca Centrale Europea.

Esempio: se la BCE guadagna 100 e Bankitalia partecipa al 10% della BCE, allora Bankitalia guadagna 10. Se la Banca Paperinos ha una riserva pari al 10% di Bankitalia, allora la Paperinos ha guadagnato 1, dalle attività della BCE.

Inoltre, le Banche Centrali Nazionali europee non possono agire all’interno dei loro paesi. Bankitalia non può acquisire titoli italiani. Se ci pensate: è ottimo, nel clima di diffusa corruzione finanziaria in cui viviamo.

In ultima analisi, voglio però presentarvi l’altro lato della medaglia.
Penso che se siete un attimo svegli avete capito che scambiare denaro per più denaro a volte è una grossa stupidaggine.
Tecnicamente succede questo, ma traslando un attimo nella concretezza dei fatti, ciò che viene scambiato è denaro per lavoro. Si, come i vecchi servi della gleba.

Pensateci: è semplice. Le banche comprano titoli di stato per finanziare i debiti pubblici. Questi debiti, alla fin fine, saranno ripagati con altri debiti (la cosa non sembra risolvere molto, però) o con più tasse. Le tasse sono una percentuale del nostro lavoro e delle nostre proprietà.
Quindi, più lo Stato fa debiti, più sta sottraendo (o rubando) il lavoro ai suoi cittadini (nota: in Economia questa viene definita l’Equazione Ricardiana).

Sul noto sito chicago-blog di Oscar Giannino potete vedere il debito pubblico italiano
Il debito pro-capite degli italiani è di 33,8 (nota: all’epoca di quando fu scritto l’articolo più di un mese fa, era 33,6) mila euro.
Questo vuol dire che una famiglia di quattro componenti che non ha un patrimonio di 135 mila euro (e ce ne sono) è già, tecnicamente, schiava.

Schiava nel senso che non lavora per la propria libertà, per le proprie libere aspirazioni, ma solo per pagare i debiti dello Stato, cioé esclusivamente per i servizi di cui gode per la libera scelta di abitare sul suolo italiano. Questi servizi possono essere molto utili, sicuramente essenziali, ma non sempre sono nemmeno sufficienti a garantire la sopravvivenza biologica.

Potete dare la colpa alle Banche (ed essere favorevoli al ripudio del debito), oppure ribadire che sono necessarie più tasse per rilanciare gli investimenti della spesa pubblica. Gli effetti di lungo periodo sono gli stessi: il crollo del sistema. La bancarotta delle banche, e conseguentemente dei  conti in banca, nonché di ogni forma di valore del denaro.

Esattamente: se cade l’Euro, potete anche asciugarvi il sedere coi vostri risparmi.

Se invece rientrate in quelle famiglie che sono già-tecnicamente-schiave, incacchiatevi, scendete in piazza, scatenate le rivolte.
Non avete niente da perdere, ma prima ponetevi una domanda, se avete un briciolo di onestà: chi è il vostro nemico? Le Banche? Lo Stato? Entrambi? Ma soprattutto: perché?

Ricordate la proposta shock di Ron Paul? E se tutti potessimo coniare le nostre monete?
Se crolla l’euro-sistema, arriveremo giocoforza a quello. Perché non ci fideremo più delle monete uniche. Ognuno di noi troverà le sue forme per barattare i nostri beni ed i servizi.
E quale sarà la moneta che prevarrà (ovverosia: varrà più delle altre) ?
Quella dello straniero cinese, che raccoglie il valore dei fumi sporchi di Pechino e della “robotomia” comunista?
Quella forte del valore dei mitra russi o americani?
Quella che si basa sul lavoro dei nostri figli che non nascono più?

Oppure il ritorno alla moneta dorata, che fa il piacere del ricco possidente d’oro?

Cambierebbe qualcosa?

Aurum Auritique

Il mio primo approccio con Giacinto Auriti fu anni fa su un video di Youtube. Era un video in spagnolo su dei tizi che giocavano con delle pedine su una scacchiera e voleva dimostrare come l’attività del banchiere centrale tende solo a sottrarre risorse al sistema per il suo personale arricchimento.
Ai tempi volevo crederci e ci credetti. Invece oggi so che è falso.
Tra i commenti, uno mi colpì: c’era scritto “Informatevi sul professor Auriti e sul SIMEC 🙂“.
Mi colpì perché era un commento che trasmetteva simpatia senza rivelare poi niente, in fondo; e seguii quel consiglio, mosso da curiosità.

Auriti è stato un giurista e docente abruzzese che è rimasto famoso per la sua originale teoria monetaria ed il conseguente esperimento “SIMEC” a Guardiagrele, con la complicità del sindaco.

L’esperimento consisteva nell’immissione nel circuito economico locale di una seconda moneta, il SIMEC, appunto.
Secondo l’accademico, il SIMEC non aveva le caratteristiche legali della moneta, ma nello spiegare lo svolgimento dell’esperimento in questo articolo è necessario assumere che invece il SIMEC sia una moneta a tutti gli effetti.

All’atto di riscossione di un salario o un compenso monetario (ad esempio una vendita) in Lire, si poteva riscuotere lo stesso quantizzavo di salario in SIMEC tramite l’assessorato comunale, piuttosto che in Lire; tuttavia, Auriti assicurava che egli avrebbe scambiato 2 Lire per ogni SIMEC che gli fosse stato ritornato.

Non so esattamente a cosa mirasse l’esperimento, però è possibile fare una prima constatazione: un comportamento strategico dell’individuo sarebbe potuto essere l’incentivare la collettività alla circolazione rapida delle due monete.
Più assunzioni, più consumi! Più lavoro, più spesa privata!
Infatti, ogni scambio commerciale, non solo avrebbe portato una forma di beneficio reciproco (in linea con le teorie classiche sul commercio), ma avrebbe anche consentito una forma di trucco aritmetico: scambiare continuamente l’importo in Lire da parte del venditore in SIMEC, che a sua volta sarebbero potuti essere scambiati per due Lire, raddoppiando i guadagni.

Secondo come ci è poi narrata la vicenda (consiglio Wikipedia per il riassunto) nei vari siti web, tra cui certamente spicca http://www.simec.org, questa forma di strategia win-win invece non è stata messa in atto dai cittadini di Guardiagrele, perché i venditori avrebbero dimezzato i prezzi in SIMEC. Pare che comunque, in generale, i tassi di consumo e l’occupazione registrarono miglioramenti a seguito dell’introduzione della seconda moneta.
L’esperimento, che rivela una certa acutezza di spirito, fu comunque interrotto dall’intromissione della Guardia di Finanza, probabilmente più preoccupata da una ipotesi di truffa che dalla violazione del regime monetario nazionale.

Se questo è vero (purtroppo è difficile reperire fonti attendibili e non parziali), ciò è molto interessante, sotto un profilo di economia cognitiva.
Ovverosia: della psicologia delle scelte economiche degli individui.

Giacinto Auriti, probabilmente, con questo esperimento mirava alla dimostrazione pratica della cosiddetta “Teoria del Valore Indotto“. In sostanza: le generiche “cose”, monete comprese, hanno un valore che non è intrinseco, ma dipende dal contesto in cui esse – filosoficamente – accadono.
Più nello specifico: il valore delle cose dipende dal luogo fisico o astratto (mercato) in cui vengono scambiate, impiegate o consumate. In definitiva: dal loro entrare in relazione con l’insieme di tutte le altre cose.

Ora: questo è generalmente vero, ed è un esempio di facilissima comprensione la scenetta del conquistador europeo che riesce a barattare specchietti ed altri ammennicoli per enormi quantità di oro dagli africani o dagli indios.

Sarebbe assolutamente sbagliato e dozzinale reputare che gli africani o gli indiani fossero degli stupidi.
Semplicemente, nella loro cultura, il valore dell’oro, pur non essendo del tutto assente, era comunque assai minore del valore che gli attribuivano gli europei; questo, per due motivi: il primo è che gli europei non ne facevano solo uso ornamentale,  il secondo è che l’Europa aveva riserve auree scarsissime, in confronto.
Di contro, la tecnologia dello specchio non era stata ancora scoperta né appresa in Africa, il che faceva dello specchio un oggetto assolutamente esclusivo per i capi-tribù e le loro donne.
Un po’ come gli investimenti folli in ambito sportivo degli Emiri e degli Sceicchi.

Notate questo fatto: sia Adam Smith che Karl Marx contestarono questa teoria che, a tutti gli effetti è la teoria del valore di mercato.

Queste notevoli opposizioni, tuttavia, non giustificano una sua infondatezza, semmai dovrebbero ampliare la riflessione su questo apparente paradosso: qual’è la fonte del valore delle cose?

Così ho riassunto i due temi portanti dell’articolo: la malasorte di Giacinto Auriti e l’importanza dell’oro nella cultura europea.

In merito alla prima istanza, mi sento di poter dire, anche dopo aver osservato qualche video (anche interessante, perquanto non privo d’infantilismi da non-tecnico) del professore su Youtube, che una delle sue principali “colpe” furono le sue simpatie verso la cosiddetta Destra Sociale, dalla quale non fece assolutamente nulla per smarcarsi.
Questa eredità ha finito per farlo ascendere al ruolo di padre del cosiddetto “complotto del Signoraggio Bancario“, in un rapporto di relazione tra lui ed i suoi allievi molto simile a quello tra Keynes ed i keynesiani.

Keynes non era né un ingenuo, né un impreparato, a differenza della sua progenie, poi brutalmente travolta dalla svolta neoliberista nei pieni settanta; Auriti, per quel che ho potuto capire, era uno smaliziato giurista convinto della sperimentazione sociali, e non un imbecille o peggio, ignorante.
Peraltro, è buffo: anche Keynes nutriva enormi riserve sul sistema monetario internazionale. Nel ’44, a Bretton Woods (New Hampshire), si riunirono una cinquantina di nazioni con lo scopo di fondare il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale.
Qui la delegazione del Regno Unito, capeggiata da Keynes, forte del sostegno delle forze (timidamente) europeiste ed internazionaliste, propose la moneta internazionale, il Bancor; tuttavia il progetto fu declinato in favore della proposta degli Stati Uniti, che giocavano in casa.

Auriti, assieme ai suoi errori da inesperto, poneva però una contestazione di principio alla filosofia del diritto monetario; una contestazione peraltro fondata su tesi filosofiche molto solide (tant’è che sembra rifarsi paro paro alle teorie sul valore del grande Ricardo). Tesi vagamente affini, tra l’altro, alla rivoluzione monetarista del liberale Milton Friedman, il quale, caduti i sovracitati accordi di Bretton Woods, distrusse sul piano del procedimento teorico il nominalismo monetario tipico delle pianificazioni economiche dei ’60, riportando le misurazioni della moneta quale bene reale (ovverosia oggetto economico) e non nominale (ovverosia metro – o indice – economico).
È una differenza pazzesca: è come trasformare il “chilogrammo” da oggetto di misurazione a oggetto di misura; giusto per rendervi conto. E fu una delle più grandi illuminazioni teoriche del secolo scorso. Fu il Principio di Heisenberg degli economisti.

Questo sperimentalismo oggi caratterizza soggetti politici quali Ron Paul o i liberali nord-europei.
Proprio Ron Paul, il simbolo del liberismo pacifista americano, ha lanciato una proposta shock: “E se permettessimo ai privati di battere moneta, piuttosto che avvalersi dell’istituto della Banca Centrale?
Questa domanda è molto attinente al tema di questo articolo, infatti io credo che la modernità sia rimasta incastrata in ciò che io chiamo “la trappola culturale“. Il progresso – o il mancato progresso – della tecnica di stato e del diritto amministrativo hanno prodotto effetti regressivi sulla capacità dell’individuo di valutare un ventaglio di scelte, di opzioni.
Si preferisce ancora una volta il nominalismo alla realtà. Si preferisce pensare che se è vero che due più due fa quattro, allora anche pi greco fa tre virgola quattordici, ed invece dire che così non è equivale a dire che due più due non fa più quattro, equivale quasi a mentire.
Perché la non-scelta, lo “standard”, è oramai forse più un diritto, un vantaggio, che una imposizione, o comunque una convenzione.

Grave errore è comunque quello di confondere i concetti di moneta economica (o valuta), di valore, e di banconote (contanti o cash) tra di loro. Però apparentemente: “…se abbiamo il cash, abbiamo della valuta in tasca…e quindi roba di un certo – esattamente determinato – valore, no?
Falso.
È necessaria un po’ di storia per capire Ron Paul. Ed anche un po’ di filosofia.

Ciò sarà tuttavia trattato nel mio prossimo articolo sulle teorie monetarie.

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