Sull’abolizione del Senato

Senato

L’Aula del Senato della Repubblica a Palazzo Madama

Uno dei temi che sembra aver conquistato – almeno a parole – l’attenzione della scena politica è il dibattito sorto in seguito alla proposta di abolizione del Senato della Repubblica così come lo conosciamo oggi e della sua sostituzione con un “Senato delle Autonomie” di nomina.
Le ragioni per opporsi sono tante, prescindendo dalle opposizioni di facciata o dagli appelli dei vari Rodotà o MicroMega o dalle petizioni di Aavast, Change e Firmiamo. Provo a illustrarne qualcuna, analizzando qualche luogo comune.

“Il Senato elettivo è uno spreco di soldi pubblici”
La democrazia ha inevitabilmente un costo per il proprio funzionamento. Costano i consigli regionali (20), provinciali (110) e comunali (8057), ma hanno il loro costo anche i consigli di circoscrizione (o di municipio, o di municipalità, o di zona di decentramento, o di quartiere). Tutti gli enti e gli organi decentrati hanno un costo, cui corrisponde almeno in linea teorica una migliore risoluzione dei problemi rispetto ad una gestione meno vicina al cittadino.

“Il Senato è un duplicato della Camera”
Questo è falso. Innanzitutto, ai termini di Costituzione, se ne differenzia per la composizione dell’elettorato, essendo esclusa tutta la fascia al di sotto dei 25 anni, lievemente inferiore al 9% ma amplificata dall’elevato tasso di astensione, e per la componente anagrafica dei candidati, che prevede un’età minima di 40 anni. Stando ai dati del censimento 2011 poteva essere eletto al Senato il 69,67% dei cittadini italiani maggiorenni al censimento 2011 rispetto al 91,68% degli eleggibili alla Camera (inclusi gli incompatibili ai sensi di legge). Diversa è poi la legge elettorale, che riserva ad ogni collegio regionale tanti senatori quanti sono i residenti, con soglie di sbarramento diverse e ripartizioni differenti. Con due voti a disposizione, inoltre, l’elettore può scegliere una lista in una camera e un’altra lista nell’altra, oppure votare solo per una camera. Sommando tutti questi fattori, si spiega come mai ci possano essere risultati elettorali diversi, e dunque la mediazione tra le forze politiche diventa fondamentale. La mediazione è una delle attività più nobili e più necessarie della politica, ricordiamolo.
La pari dignità attribuita al Senato della Repubblica rispetto alla Camera dei Deputati, inoltre, consente di frequente la correzione di errori o di frizioni tra le rappresentanze parlamentari, in modo che sia possibile promulgare il miglior testo possibile.

I cambiamenti previsti
Il Senato diventa una assemblea non elettiva ma nominata di 148 membri con competenze solo in determinati settori e comunque a titolo consultivo e non vincolante. Il Senato viene svuotato delle proprie funzioni, perché la Camera dei Deputati può ignorare i suggerimenti di modifica provenienti dal “Senato delle Autonomie”. Il Senato viene dunque abolito di fatto, pur rimanendo come simulacro di se stesso.
Cambia la composizione del Senato: viene abolito il criterio secondo il quale ogni regione ha più senatori in base alla popolazione, perché il numero viene fissato in 6 membri per Regione (a prescindere dai quasi 10 milioni della Lombardia o dai circa 300mila del Molise o dai 128mila della Valle d’Aosta). Ad essi si affiancano 21 senatori nominati dal Presidente della Repubblica per 7 anni e gli attuali 5 senatori a vita (più Napolitano, quando cesserà il suo mandato).

Se il Senato perde dunque elettività, proporzionalità, funzione legislativa e funzione di bilanciamento e controllo rispetto alla Camera dei Deputati, si viene a creare uno squilibrio di potere a favore della Camera dei Deputati. In questo, più ancora che nella mancata elettività dei parlamentari, si registra la perdita effettiva di democrazia: la maggioranza parlamentare e, va da sé, di governo, avrà infatti la strada spianata per fare indisturbata ciò che vorrà, trovando al più il rinvio motivato (più o meno efficace) al Parlamento da parte del Presidente della Repubblica ai sensi dell’articolo 74 della Costituzione, aggirabile però con una nuova approvazione integrale del medesimo testo, consentita d’altronde dallo stesso articolo. Non è nemmeno previsto un controllo preventivo delle leggi da parte della Corte Costituzionale.
Tutto ciò, di fatto, significa un passaggio dall’equilibrato, pur se non perfetto, regime di democrazia rappresentativa parlamentare ad un presidenzialismo monocamerale, nel quale il ruolo del Capo dello Stato viene minimizzato, pur se non de iure.
Per tutti questi motivi è necessaria una attiva e concreta opposizione in Parlamento, e qualora ciò non fosse sufficiente per via referendaria. In caso contrario, sarebbero create le condizioni base per una dittatura, e non sarebbe più veramente importante se questa sia fascista, liberista o grillista: di quella comunista, e sono i numeri a dirlo, non c’è il minimo pericolo.

Scontro tra bigottismi, tra rieducazione e Stato Etico

Campi di rieducazione

Sono a favore del riconoscimento della più alta gamma di diritti per le persone che ancora oggi si trovano in una situazione di disagio a causa delle proprie scelte, delle proprie idee o, in certi casi, della propria forma esteriore.
Ma trovo stucchevoli l’ipocrisia e il modo così disinvolto e volutamente caustico (e fine a se stesso) con il quale le persone – più o meno qualificate, più o meno acculturate, più o meno padrone dell’argomento – affrontano tali problematiche.
Mi preoccupo quando si vuole imporre un pensiero unico alla moltitudine, senza preoccuparsi di spiegarne le ragioni, magari le utilità, quando non ci si sforza neanche di scavare a fondo nel problema e si preferisce spargere un velo superficiale di stigma verso chi pone qualche obbiezione o ha qualche dubbio. Mi preoccupo perché se le persone cominciano a temere di parlar troppo o parlar male di qualcosa, cominceranno a odiare quel qualcosa. Grazie a questi atteggiamenti, secondo me, si è arrivati a sentire da personaggi di dubbia intelligenza l’accusa di lobbismo verso categorie che ancora oggi versano in una situazione di subalternità e disagio.
Una buona intenzione rischia di distruggere dialettica e si smette a priori di ricercare la migliore verità, per paura di essere definito omofobo, sessista, revisionista, antisemita. Si smette di ricercare la verità, si mette a tacere chi mette in dubbio, e si lascia il dubbio ai più spregiudicati, i più in mala fede, a quelli che nella controcorrente ci guadagnano e ci si sfamano.
Per esempio, ci si ritrova a scegliere tra chi ti sta già scrivendo “omofobo” sulla fronte se metti in dubbio l’utilità o la democraticità del recente boicottaggio alla Barilla, e chi si vende come voce fuori dal coro vaneggiando di lobby gay e omocrazie. Insomma non c’è più spazio al libero pensiero, ma solo ad un bi-pensiero veicolato: un gregge spaventato dall’idea di rimanere fuori per una parola sbagliata, nel gulag del sessismo o dell’omofobia, contro una schiera di deliranti complottisti che fanno a gara a chi la spara più grossa.
Caso limpido di ciò che ho appena descritto è il caso del signor Barilla che in un’intervista da Cruciani (strano no?) si sarebbe lasciato andare in dichiarazioni contrarie all’affermazione del diritto alla famiglia per gli omosessuali. Io la vedo diversamente da lui, ma si tratta davvero di dichiarazioni omofobe? No, secondo me è solo espressione di un pensiero liberamente espresso e, forse, anche di un tentativo (forse sconclusionato, forse oculato) di farsi pubblicità persino nell’intervista. Dire che Barilla si rivolge alla famiglia tradizionale, significa dire che Barilla vende, e vuole continuare a vendere, alle famiglie stabili, che a pranzo e a cena buttano la sua pasta nell’acqua bollente. Perché pretendere dal signor Barilla (che magari nella vita è un fervente attivista omofobo, ma più probabilmente è uno dei più grandi imprenditori italiani) una pubblicità “sociale”? Quando esisteranno famiglie stabili composte da coppie omosessuali, e queste verranno considerate normali, avremmo raggiunto un grado sicuramente più alto di civiltà. Allora la Barilla, e non solo, nelle sue pubblicità utilizzerà la famiglia considerata normale, indistintamente da quali che siano i sessi dei genitori. Non solo: probabilmente IKEA o Misura smetteranno di utilizzare il brand “anti-omofobia” per vendere i propri prodotti, e si butteranno su qualche altra idea furbamente filo-progressista per accaparrarsi quella fetta di pubblico che ritengono essere potenziali loro clienti.
Sul come ci si arriverà ad una società senza discriminazioni di genere, di sesso o di orientamento sessuale, io credo che il discorso sia decisamente più complesso e che la strada fin qui percorsa dalle associazioni attive in questo senso sia in gran parte sbagliata.
Leggevo nello stato di un mio amico, su facebook qualche giorno fa, che si parlava in modo leggero e inconsapevole di “rieducazione dell’omofobo”, dicitura tolta, a suo dire colpevolmente, dalla legge anti-omofobia in approvazione in parlamento. Io onestamente di fronte alla parola “rieducazione”, per quanto sia consapevole della sua presenza in costituzione, rabbrividisco. Penso a tutti quegli omosessuali, per esempio, che riempivano i carceri inglesi, i gulag sovietici, i campi nazisti, nell’attesa di essere “rieducati” e penso a quanto sia pericoloso e ironico che proprio oggi si parli di rieducazione di segno inverso. Un mio professore di diritto penale riecheggiava il film “Arancia meccanica” per dare un idea esaustiva di quello che non dovrebbe essere il carattere risocializzante della pena.
L’essenza stessa del reato d’omofobia, sbandierato da alcuni all’insegna della civiltà democratica e del progresso giuridico, è quella di un vero e proprio reato d’opinione, ovvero la punizione a fronte di un idea espressa, una deroga insomma alla libertà d’espressione stessa.
Sono estremi questi che, in assenza di una dialettica libera da timori reverenziali verso questo o quell’indiscusso valore, rischiano di essere sfiorati anche da persone preparate. Se poi il concetto stesso di cos’è omofobico e cosa non lo è diventa un concetto evanescente, il pericolo di stato etico diventa imminente. Un pericolo paradossale se causato e propagato da chi a parole di oppone contro il Vaticano e la morale cattolica e si scopre “diversamente bigotto” e intollerante.
E siccome la morale cattolica è dura a morire così come il pregiudizio omofobico diffuso – che anzi si riattizza di brace nuova di fronte a questo sentirsi minacciato – questa guerra serrata da bigottismi contrapposti (fastidiosi “radical-chic” da una parte, leghisti alla Buonanno dall’altra) non può che essere dannosa a quello che dovrebbe essere l’obiettivo finale: l’uguaglianza dei diritti.

C’era una volta la Costituzione

GU Costituzione 1947

Costituzione della Repubblica Italiana, 27 dicembre 1947

Nei prossimi giorni dovrebbe essere pronta la relazione dei “saggi” incaricati di studiare cosa e come si potrebbe cambiare della Costituzione.
Il gruppo di lavoro, composto sia da autorevoli costituzionalisti che da politici, sia di estrazione socialista che liberale – entrambi i termini nel senso europeo, e non in quello italiano – non dovrebbe toccare né il nucleo dei diritti fondamentali né l’ordinamento interno, vale a dire Stato-Regioni-Comuni: forse potrebbero sparire le Province, ma ne dubito in quanto accentrano sia funzioni di gestione di scuole e strade sia in quanto sono centri di potere che difficilmente i partiti abbandonerebbero.
Più facile invece che venga modificato l’ordinamento dello Stato, ovverosia i poteri spettanti al Parlamento, al Governo ed al Presidente della Repubblica, insieme alcune norme relative alla Magistratura.

Io, onestamente, non capisco il bisogno di cambiare la Costituzione, che ritengo equilibrata così com’è.
Intendiamoci: è una Costituzione tanto figlia di un compromesso tra comunisti, democristiani e liberali – quelli veri, purtroppo scomparsi dallo scenario politico da cinquant’anni e forse più: la questione liberale meriterebbe un approfondimento ben più ampio e slegato dal discorso che sto affrontando – quanto dell’esperienza fascista, che suggeriva di evitare di accentrare troppo potere in un solo uomo, fosse questo il Presidente del Consiglio – in precedenza Duce o Capo del Governo, ora non più capo ma primus inter pares, primo tra i pari: questa è la distinzione che colpevolmente non viene fatta dai media che invece preferiscono Premier o Primo Ministro, figure tipiche di altri ordinamenti, attribuendo così implicitamente al Presidente del Consiglio funzioni che non gli spettano – oppure il Presidente della Repubblica – prima il Re, non più monarca assoluto ma libero di scegliere il Capo del Governo e di sciogliere la Camera, nonché di nominare il Senato.
Troppo, infatti, era il rischio di avere un nuovo Vittorio Emanuele o un nuovo Mussolini, e quello stesso rischio, non me ne vogliate, è sempre attuale, anche in questo periodo.

Bisognerebbe cambiare la mentalità degli italiani, invece.
Penso, per esempio, al fallimento del federalismo ed a quello della devoluzione, che non fanno altro che moltiplicare gli enti e creare conflitti tra le amministrazioni e gli organi, rallentando tutto e intasando i tribunali amministrativi e la Corte Costituzionale con ricorsi e controricorsi.
Oppure penso ancora al dibattito su presidenzialismo, semipresidenzialismo e parlamentarismo. Vero è, come ha affermato Roberto Maroni alla BerghemFest il 1 settembre 2013, che almeno dal novembre 2011 “l’Italia si trova di fatto in un presidenzialismo“, considerato il ruolo da protagonista svolto da Napolitano, pur nel rispetto delle prerogative ad egli riservate dalla Costituzione, ma altrettanto vero è che la stessa Costituzione riserva al Parlamento, e non al Governo o al Capo dello Stato, il ruolo di assoluta centralità, così come ognuno dei membri che lo compongono è a tutti gli effetti rappresentante di tutta la Nazione, non solo di questo o di quel partito (o movimento).

Tuttavia, mi domando, è davvero il seguire la volontà del leader ed il cambiare tutto costituzionalmente, riscrivendo tutto ogni volta che si ritiene sia vantaggioso per la propria parte politica – in fondo la politica è l’arte della negoziazione – l’interesse principale degli italiani? O forse sarebbe più importante porre i diritti già costituzionalmente riconosciuti al centro del dibattito?

Basterebbe attuare la Costituzione con leggi conformi e staremmo tutti meglio, ma ai politici nostrani non interessa, né alla destra, né alla sinistra, né al M5S. Nemmeno al centro, chiaramente. Il sistema politico cerca il perpetuamento dello status quo attuale. In una società dinamica non è un bene, anche se già il gattopardiano “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi” sembrava rassegnarci. Il messaggio, triste quanto cinicamente realistico, è che la massa, che pure avrebbe un grandissimo potere, va instradata ed aizzata affinché faccia propri gli interessi dei singoli che dovrebbero rappresentarla e che invece, da capibastone, se la ridono.

Da questo nasce la mia convinzione: ci sono dei punti di riferimento in quella benedetta e bisfrattata Costituzione: aggrappiamoci a quelli per evitare la deriva.

La Repubblica d’Orbàn.

L’11 Marzo 2013 A. Tarquini scrive su La Repubblica che Viktor Orbàn, Presidente del Consiglio Ungherese, è riuscito a far apportare 7 sostanziali modifiche alla Costituzione tali da “aver fatto tramontare i valori liberali e democratici del Vecchio Continente”.

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Viktor Orbàn non è nuovo a subire attacchi da parte della stampa dell’Europa dell’Ovest (e dell’Est).
È un personaggio controverso, perché sostanzialmente la sua carriera politica si sintetizza così: uno studente come tanti che sfugge al comunismo andando a studiare all’estero. Alla caduta del Muro torna in patria da progressista liberale, il suo partito toppa ai pronostici, allora si reinventa popolare europeo, prima va al governo, poi perde le elezioni. A quel punto le crisi congiunte di economia e politica (il partito Socialista va ai minimi storici in termini di consenso perché come da tradizione “s’erano magnati tutto”) gli consegnano un paese in cerca di un Messia.
Lui cambia la Costituzione una volta, e poi un’altra; sostanzialmente diminuisce l’influenza diretta (ed indiretta) della magistratura e dei mass media nelle elezioni, e parallelamente opera una restaurazione formale di simboli e sentimenti della vecchia cattolicissima Monarchia. Fatto buffo: Orbàn è cresciuto in una famiglia protestante, non ha mai annunciato conversioni al cattolicesimo.
A quel punto stringe un patto di ferro coi fascisti ed inizia una timida retorica anti-europeista.

Insomma, è un tizio che gode della doppia investitura, del Popolo e di Dio.
Comprensibile che stia un po’ sulle scatole ai tecnocrati dell’UE, mai veramente preoccupati di dover rendere del loro operato né al Popolo, né a Dio.

In questo articolo prenderemo in analisi solo i 7 punti evidenziati da Tarquini, cercando di svelare come un giornalista può enfatizzare un fatto al fine di costruire una grossa notizia.
Ammetteremo per semplicità anche che Tarquini abbia riportato la pura ed evidente verità, e che dunque non esistano chiavi di lettura differenti delle modifiche alla Costituzione.

1-In futuro la Corte costituzionale potrà esaminare cambiamenti della Costituzione solo da un punto di vista formale, non sui contenuti. E inoltre i giudici supremi non potranno più richiamarsi a loro sentenze sul Diritto costituzionale ed europeo emesse prima dell’entrata in vigore della Costituzione voluta dal partito di Orbàn e varata nel gennaio 2012, anche in quel caso senza dialogo con gli altri partiti e senza tener conto di critiche e riserve dei partner europei. “E’ la vendetta di Orbàn contro la consulta”, dicono i socialisti. La Corte costituzionale in effetti aveva respinto proprio leggi liberticide che ora Orbàn trasforma col voto parlamentare di oggi in dettame costituzionale.

La Corte Costituzionale deve essenzialmente dare pareri formali. Quello è il suo compito primario. Comunque è vero che la Corte Costituzionale usa un metro interpretativo che deve essere spiegato al pubblico. Nel fare ciò, accade che si evidenziano delle motivazioni eterodosse che però sono ammesse in virtù di un principio di sostanzialità della sentenza. Non è comunque previsto che la Corte possa dare giudizi politici, giudizi sulla politica o, ancora peggio, abusare del proprio potere al fine di porre in essere risoluzioni di tipo esecutivo.
Pensateci: la Corte Costituzionale è quel “Guardiano che non è guardato da nessuno”, ha sempre l’ultima parola, e, paradossalmente, se la Corte Costituzionale ponesse in atto una forma di colpo di Stato, non esisterebbe sul serio un singolo organo preposto alla difesa istituzionale.
Che inoltre la Corte non possa rifarsi alle sentenze precedenti all’entrata in vigore delle modifiche, è un atto politico ma non scevro dalla ratio fondamentale del Diritto: le sentenze europee sono ammesse nel diritto nazionale solo se ciò è previsto dalla Costituzione stessa.
E si, è una chiara vendetta contro la Consulta, che mette sempre i bastoni tra le ruote ai riformisti.

Poi non capisco una cosa. Ma se la coalizione Orbàn – Conservatori – Nazionalisti – Protezionisti – Fascisti gode del 75% dei consensi in Parlamento, che senso avrebbe chiedere il parere dell’opposizione? Facciano un po quel che pare loro, mica li guida Bersani…

2-La libertà di espressione e di opinione potrà essere limitata se ferirà una non meglio definita “dignità della nazione ungherese”.

Una legge liberticida, pericolosa ma non nuova. Dall’alba dei tempi i sovrani giustificano il silenzio come prevenzione all’offesa. Una società più è libera, più è una società che tollera le offese (di ogni tipo).

3. Gli studenti saranno obbligati, dopo la laurea, a restare in Ungheria per un periodo almeno lungo come il corso di laurea, e in alcuni casi fino a dieci anni, e sarà loro vietato di cercare lavoro all’estero. Se violeranno tale norma dovranno ripagare le spese degli studi superiori.

So che sembra una cattiveria ed in effetti lo è. Ma è una cattiveria statalista, e forse – dico forse, perché non conosco la situazione magiara così a fondo – necessaria.
Mi riferisco al fatto che in molti paesi del Terzo Mondo sono in atto simili disposizioni. Per questi paesi mantenere un sistema Universitario è più un costo sociale, che una risorsa, nonostante tutto, quindi si cerca di rientrare coi costi come si può.
Badate bene la tecnica del giornalista, che “gonfia” la notizia utilizzando termini come “obbligo” e “vietato”, salvo riservare alla sola proposizione finale che queste forme di restrizioni concretamente si traducono in un semplice (per quanto oneroso, certo) sovrapprezzo del servizio.

4. I senzatetto non potranno trattenersi e dormire in spazio pubblico, se lo faranno saranno punibili dal diritto penale.

So che suona strano, ma esistono diverse leggi nel mondo sui senza tetto, mosse da moventi piuttosto disparati. In linea di massima vale il principio che non si dovrebbe fare del suolo pubblico la propria abitazione. Ma del resto, vale il principio più economico che etico per cui nessuna Legge può sconfiggere un uomo che non ha – letteralmente – niente da perdere.
Per dare un giudizio completo sarebbe necessario conoscere anche che tipo di misure assistenziali sono e saranno presenti nel paesi per ridurre la soglia dei senzatetto, quindi il giudizio in merito rimane in sospensione.
Da notare l’imperizia del giornalista che sembra aver tralasciato considerazioni del genere.

5. Dibattiti elettorali saranno vietati su radio e tv private, le ultime indipendenti e già combattute dal regime con taglio di frequenze e pressing per brutali tagli della pubblicità.

Quel genere di cosa che l’elettore medio del PD chiede al Signore ogni 10:30 di sera, subito dopo essersi lavato i denti, e subito prima di essersi infilato sotto le coperte.
Ma nel nostro caso, Orbàn non si trova di fronte un Berlusconi, quindi rimane una legge liberticida senza mezzi termini.

6. Coppie non sposate, senza figli o omosessuali non potranno avere la definizione di famiglia, e non avranno gli stessi diritti e agevolazioni della famiglia eterosessuale ufficialmente sposata e con figli.

Apparentemente scandaloso.
Non fosse che vale in medesimo per la Costituzione Italiana.
Ergo, di che stiamo parlando?

7. Il vecchio partito comunista (da cui è scaturito come altrove al centro-est europeo il Partito socialista, alleato all’Europarlamento di Spd, Pd, Ps francese o New Labour) è definito organizzazione criminale. Processi politici contro oppositori sono dunque teoricamente possibili con pretesti costituzionali.

Apparentemente scandaloso.
Non fosse che vale il medesimo per la Costituzione Italiana (nei confronti del Fascismo) e Tedesca (nei confronti del Partito Comunista della Germania Est e chiaramente del Nazismo).
Ergo, davvero, di che stiamo parlando, Tarquini?
Notate bene la locuzione impropria “processi politici” quando sul profilo tecnico ci troveremmo di fronte a “crimini contro l’umanità” o qualcosa del genere.
Potete obiettare di essere in disaccordo sulla sostanza dei crimini perpetrati dal comunismo ungherese, ma formalmente non è una disposizione differente da quelle contro gli altri regimi europei del ‘900.

In definitiva, che pensare di Orbàn?

La storia di Orbàn mi ricorda molto quella di Berlusconi, ma vista allo specchio.
Berlusconi è un ex socialista che s’è vestito da liberale, è stato sulle scatole all’Unione Europea ed è stato calciorotato dopo 20 anni di presenza sulla scena.
Orbàn è un ex liberale che s’è vestito da Grande Inquisitore, sta sulle scatole all’unione Europea e sarà calciorotato tra un paio d’anni.

Se da questa storia dobbiamo prendere un saggio insegnamento di tipo morale, è questo:

Cari amici socialisti e non, ricordatevi che se quando sarete al governo ruberete troppo più della media europea, allora qualche giornalista alla ricerca del successo personale vi sgamerà, dunque sorgerà un movimento dal basso che presto raggiungerà la maggioranza dei consensi ed inizierà a fare casini mediatici e diplomatici.

Ah, poi l’articolo dice che la situazione economica dell’Ungheria fa schifo; ma basta guardare il Fiorino.
Teniamone conto quando andremo a votare per l’uscita dall’Euro, ok?

Buoni propositi per il 2013

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Una sintetica lista di buoni propositi per il 2013 da darei ai futuri politici che siederanno in Parlamento, l’autore, pienamente consapevole del fatto che questa lista anche se venisse letta, sarebbe bellamente ignorata, ben sapendo che sta scrivendo qualcosa di inutile, la scrive lo stesso per suo sommo diletto. Ecco 20 punti, non dico fondamentali ma sono quelli che mi son venuti in mente pensando ai partiti e ai movimenti:

1)Mandare in Parlamento gente in grado di intendere e di volere, il PDL ad esempio può anche evitare di mandare vecchiettini un po’ stanchi e affaticati.

2)Mandare in Parlamento gente con un po’ di cultura o almeno in grado di parlare fluentemente l’italiano, i grandi show della Lega Nord – Padania.

3)Mandare in Parlamento gente con una base di cultura filosofica perchè come direbbe Platone, la filosofia in politica è fondamentale, altrimenti tanto vale tenerci tutti i tecnici che abbiamo avuto al governo, questo un po’ per tutti ma soprattutto per il Movimento 5 Stelle.

4)I parlamentari grillini guardino meno i post su LoSai o su Byoblu o su siti complottari vari ma leggano Socrate, Platone, Kant, Smith, Ricardo, Marx, Nietzsche e quant’altro possa essergli utile quando dovranno decidere cose serie tipo i nostri destini.

5)Astenersi dal Parlamento i condannati per corruzione, concussione, associazione a delinquere et similia.

6)Stare uniti e non cadere nel leaderismo alla Di Pietro, questo per Rivoluzione Civile.

7)Diventare di sinistra che Vendola forse un po’ vi aiuta, questo per il Partito Democratico.

8)Riporre il manganello, questo per la destra in generale.

9)Meno protagonismo e riflettere se davvero sia bello che nel XXI secolo si parli ancora di radici cristiane e di “quando c’era la DC si stava meglio”, questo per il centro.

10)Tagliarsi gli stipendi.

11)Scoprire che esiste l’Unione Europea e che questa Unione fa leggi da un po’ di anni e ne stiamo già violando un bel po’ e abbiamo un listino di multe salate da pagare grazie ai precedenti governi.

12)Fare qualcosa per i diritti umani che non sia “aiutiamoli a casa loro” perchè a casa loro magari li fucilano appena arrivati.

13)Evitare di vendere anche il Parlamento agli imprenditori pur di privatizzare lo stato, io purtroppo il novello dirigente industriale che andrà a gestire scuole, ospedali eccetera se saranno privatizzate non lo posso eleggere, fate un po’ voi.

14)Usare un po’ di più la propria testa e informarsi di più usando fonti a 360°, questo per tutte le basi dei vari partiti e movimenti.

15)Scoprire che esiste un modello economico alternativo al capitalismo e che questo modello non è affatto vecchio e stantio visto che finchè esisterà il capitalismo esisterà anch’esso, ovvero il comunismo marxista.

16)Il mestiere del giornalista è dire la verità, al massimo massimo dare un opinione.

17)La tecnologia non è tutto, puoi fare il fighetto col pc finchè vuoi ma ricordati che non tutti possono permettersi un computer e quindi col voto universalmente online non risolvi tutti i problemi e c’è gente che, come me, un tizio vorrebbe anche ogni tanto vederlo di persona almeno su un palco piuttosto che vederlo su youtube, per il Movimento 5 Stelle.

18)Tagliare e regolamentare in maniera severissima i finanziamenti a partiti e giornali, non eliminarli sennò ripeto, io il dirigente di industria che controlla il partito non lo posso votare.

19)Togliere alla polizia certi fumogeni cancerogeni vietati da diverse leggi e evitare possibilmente di permettere a certi agenti zelanti di spararli dalle finestre dei ministeri.

20)Non sperare nel futuro, lavorare nel presente affinchè questo paese cambi, iniziando intanto dal dare un lavoro, leggersi l’articolo 1 della Costituzione.

Riflessioni al telefono

Leggendo un editoriale comparso oggi su Linkiesta circa la questione delle telefonate di Napolitano, ho ritenuto di fare qualche riflessione del tutto personale, da semplice allievo di Zagrebelsky e non da giornalista tuttologo e/o polemizzante.
Siccome credo che la vicenda sia chiara ai più, evito di ripeterla e passo al dunque.

Art. 90.

Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione.

In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri.

Napolitano e Mancino si telefonano. Quella telefonata, mi chiedo, rientrava nelle funzioni del Presidente della Repubblica?

Art. 87.

Il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale.

Può inviare messaggi alle Camere.

Indice le elezioni delle nuove Camere e ne fissa la prima riunione.

Autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa del Governo.

Promulga le leggi ed emana i decreti aventi valore di legge e i regolamenti.

Indice il referendum popolare nei casi previsti dalla Costituzione.

Nomina, nei casi indicati dalla legge, i funzionari dello Stato.

Accredita e riceve i rappresentanti diplomatici, ratifica i trattati internazionali, previa, quando occorra, l’autorizzazione delle Camere.

Ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere.

Presiede il Consiglio superiore della magistratura.

Può concedere grazia e commutare le pene.

Conferisce le onorificenze della Repubblica.

Costituzione alla mano, non essendo Nicola Mancino un componente del Governo, lo escluderei. Dunque, quella telefonata è una telefonata tra privati. Entra allora in gioco un altro articolo della Costituzione.

Art. 15.

La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili.

La loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge.

Va però considerato anche che, data la carica di Giorgio Napolitano, è plausibile che i telefoni del Quirinale siano sottoposti a periodiche intercettazioni al fine di evitare i casi di “alto tradimento o attentato alla Costituzione” previsti dall’articolo 90.

Quelle ricostruzioni che vengono abbozzate da Panorama, Di Pietro e altri – ammesso che siano vere – parlano di giudizi sul pool di Palermo, su Di Pietro e su Berlusconi. Passino gli ultimi due, ma per le prime abbiamo l’anormalità che siano pronunciate da colui che allora era Presidente della Camera, ed ora è anche Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, l’organo che dovrebbe garantire l’indipendenza della magistratura dalla politica, e che può disporre sanzioni disciplinari e trasferimenti dei magistrati stessi.
Ora, senza voler lanciare accuse precoci, ma è come se il mio datore di lavoro parlando con un quadro dicesse che non gli piace quello che faccio. Io, una volta venuto a saperlo, mi sentirei quantomeno in odore di trasferimento, se consapevole di essere il primo ad essere tagliato in caso di esubero del personale.
Il fatto che il commento sia stato fatto nei confronti di chi indaga sulle stragi di Capaci e via D’Amelio e sulla trattativa Stato-mafia lascia sorgere più di un sospetto.

Se la Corte Costituzionale, come previsto da Zagrebelsky, darà ragione a Napolitano nel conflitto sollevato con la Procura di Palermo, cosa vorrà dire? Che il Quirinale non sarà più intercettabile. Che il Presidente della Repubblica, chiunque esso sia, Napolitano ora ed il suo successore tra pochi mesi, potrà dire al telefono quello che vuole, con la sicurezza di una sentenza della Consulta a garantirgli l’intoccabilità, in barba all’articolo 90.
Personalmente, rabbrividisco all’idea di un Berlusconi al Colle. Ciò rappresenterebbe per lui un’impunibilità certa fino all’età di 84 anni, mese più mese meno.

Ma l’altra cosa che mi preoccupa è un altro articolo della Costituzione, il 24.

Art. 24.

Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi.

La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento.

Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione.

La legge determina le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari.

Chi tutela l’interesse legittimo del cittadino italiano a sapere chi c’è dietro la morte di Falcone e Borsellino, se c’è stata – e io credo che ci sia stata – la trattativa tra Stato e mafia, eventualmente che prezzo abbiamo dovuto pagare – e stiamo ancora pagando – per la fine delle stragi?
Di certo, non questo Presidente della Repubblica.

Mi chiedo, a questo punto: signor Napolitano, non sta compiendo un attentato alla Costituzione?

Il golpe strisciante, ovvero la modifica della Costituzione

Inizia tutto il 17 aprile 2012, o meglio il 17 aprile è la data in cui il primo colpo alla Costituzione si concretizza.

Il pareggio di bilancio entra infatti nella nostra Carta in quel giorno di primavera, dopo il ciclo delle doppie approvazioni: 30 novembre 2011 alla Camera, 15 dicembre 2011 al Senato, 6 marzo 2012 alla Camera ed infine l’ultimo passaggio al Senato il 17 aprile 2012.
Esso è incluso nella Legge costituzionale n. 1 del 20 aprile 2012 pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 95 del 23 aprile 2012.

Tutto regolare, per carità: PD, PdL e Terzo Polo (o, se preferite, UDC, FLI, ApI), con la partecipazione di MpA, PT e MRN (la triade fondamentale del “Popolo dei quaquaraquà”) hanno approvato con la maggioranza dei due terzi, con i canonici 3 mesi tra una deliberazione e l’altra dello stesso ramo del Parlamento.

Cosa vuol dire il pareggio di bilancio? Sostanzialmente, che né lo Stato, né gli enti locali (Comuni, Regioni, Province) potranno spendere più di quanto incassano. Il guaio è che molti Comuni sono già di per sé in deficit, dunque dovranno ridurre la spesa, effettuando una politica di tagli che va a colpire in primo luogo i servizi pubblici ed assistenziali, e di conseguenza le classi sociali più in difficoltà: poveri, anziani, giovani famiglie, disoccupati, cassaintegrati, chi è in attesa di una casa popolare, chi è in graduatoria per un posto per i figli negli asili comunali.
Il tutto avviene, come si specifica nel testo, “in conformità alle disposizioni dell’Unione Europea”.  Una sostanziale perdita di sovranità nazionale, specialmente sui temi economici. Di fatto, non siamo più liberi di spendere quanto vogliamo, come vogliamo, e ciò va a colpire precipuamente gli eventuali investimenti sulla crescita.

Sono interessanti, perché andranno a modificare l’impalcatura dello Stato repubblicano italiano ed a squilibrare l’equilibrio tra i poteri, saggiamente pensato dai padri costituenti, alcuni disegni all’esame della Commissione Affari Costituzionali del Senato:

  •      S. 3183
    Sen. Fistarol Maurizio
    Modifiche al titolo V della Parte II della Costituzione in materia di istituzione del Senato federale della Repubblica, composizione della Camera dei deputati, del Senato federale della Repubblica, del Governo e dei Consigli regionali, nonché in materia di accorpamento delle regioni, di popolazione dei comuni e di soppressione delle province
    1 marzo 2012: Presentato al Senato
    In corso di esame in commissione
  • S. 3204
    Sen. Calderoli Roberto ed altri.
    Disposizioni concernenti la riduzione del numero dei parlamentari, l’istituzione del Senato federale della Repubblica e la forma di Governo
    15 marzo 2012: Presentato al Senato
    In corso di esame in commissione
  • S. 3210
    Sen. Ramponi Luigi ed altri.
    Modifica degli articoli 56 e 57 della Costituzione, in materia di presenza delle donne nel Parlamento
    20 marzo 2012: Presentato al Senato
    In corso di esame in commissione
  • S. 3252
    Sen. Ceccanti Stefano ed altri.
    Modifiche alla Costituzione relative al bicameralismo, alla forma di governo e alla ripartizione delle competenze legislative tra Stato e regioni
    11 aprile 2012: Presentato al Senato
    In corso di esame in commissione

Riassumendo, con essi si vuole rafforzare il peso del Capo del Governo, accorciare il procedimento legislativo, e diminuire il potere di controllo del Parlamento sull’operato del Governo, fino al punto da rendere la sfiducia quasi impossibile. In particolare la riforma attribuisce un controllo di fatto del Governo sull’agenda del Parlamento e consente al Capo del Governo di intimidire la Camera che dovesse votargli la sfiducia, provocandone lo scioglimento.

Come ricorda Domenico Gallo su MicroMega:

“Facendo le debite proporzioni, questo progetto di riforma assomiglia alla riforma con cui fu modificato lo Statuto Albertino (attraverso la legge 24/12/1925 n. 2263) per consentire al Capo del Governo dell’epoca, l’on. Benito Mussolini, di avere una funzione di preminenza sul Parlamento.
Anche allora si invocava la stessa esigenza che viene perorata dai riformatori attuali: rafforzare il Governo per rendere più efficiente la sua azione.
Sappiamo com’è andata a finire!”

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