Oro et labora: siamo tutti schiavi di uno Stato schiavo?

In questo articolo vi dicevo che sarebbe servita una lezione di storia della moneta.

È un articolo molto lungo, così l’ho diviso in due sezioni. Una parte storica, che potete saltare, se vi ritenete abbastanza esperti, ed una parte di approfondimento politico.

Dalla regia mi chiedono di procedere andante stringente, quindi bando alle ciance e catapultiamoci nell’epoca dei fenici, sumeri e babilonesi; popoli fratelli (…) di quello ebraico, che, si sa, coi soldi ci sa fare.

PARTE I: LA STORIA

Ok, non stiamo parlando veramente dei fenici. Chiamiamoli “il popolo delle tavolette“.

Ci sono queste tribù: una ha i pomodori, l’altra le patate. Questo sarebbe impossibile perché nessuno dei due vegetali era conosciuto a quei tempi, ma facciamo finta che invece le cose siano andate effettivamente così.

Le due tribù sono in pace e si scambiano pomodori e patate. A volte capita che ci sono delle ottime annate di patate, a volte sono i pomodori ad andare alla grande. Siccome è un peccato buttare via i raccolti in eccesso che non si riescono a scambiare sul mercato delle due tribù, gli ortaggi vengono ceduti lo stesso, in cambio di una tavoletta d’argilla con sopra un segno. Sarà possibile scambiare quella tavoletta, in futuro, per l’equivalente quantitativo di verdura nelle annate future. In questo modo lo scambio sembra “equo e solidale” (ma esistono scambi che non sono né equi né solidali? Non so.)

Sorge un problema: le tavolette si rompono facilmente, ed in giro ci sono un sacco di falsari. Inoltre, finisce sempre che una delle due tribù ne ha immagazzinate troppe. Collezionarne ancora non sembra poi così appetibile…sembrano non diminuire mai

Così il capotribù ricco propone una nuova regola: si userà un certo peso d’oro per sostituire l’argilla. L’oro non si altera mai, è di facile lavorazione, e, soprattutto (secondo la mentalità delle tribù), se se ne accumula troppo lo si può fondere per abbellire le proprie abitazioni o costruire monili.

Negli anni a venire scoppia una frenesia generale per le (scarse) fonti d’oro sul territorio. Fine degli scambi: è tempo di guerra.

Signori, questa è la nostra Età dell’Oro!

Siamo ora in epoca classica: l’Imperatore Traiano spinge l’Impero Romano al confine con la Dacia per appropriarsi delle riserve aurifere della regione. Egli sa che non ci sono più troppe terre da regalare alle generazioni di militari che proteggono il limes settentrionale, e solo le auree regalie terranno a bada popolo e militi.

Gli Arabi, consolidato il dominio sul Nordafrica, attraverseranno i deserti pur di raggiungere il ricchissimo Malì, che fornirà ai figli di Maometto l’oro necessario per il sostentamento dell’Impero, già assai impegnato nella conquista del mediterraneo.

In epoca medievale, le cose cambiano in Europa. I Signori della Guerra, franchi e germani, dall’alto dei loro castelli, chiedono cibo alla loro gleba. Anche i chierici erano pagati in grano, e non in denaro.
I mercati sono chiusi: è da questa situazione che nasce la classe borghese.
Figli di padri contadini, essi sono più avventurieri che imprenditori, più viandanti che commercianti.
Rifiutano di pagare le tasse ad un signore che non riconoscono. C’è già qualcosa di rivoluzionario in loro. L’oro è il metallo che li lega, quasi come un nuovo popolo eletto. Nell’oro, nel suo valore duraturo, nella sua malleabilità, essi si riconoscono. Ma i nobili li fermano: nascono i dazi di frontiera. I nobili vogliono massimizzare le loro entrate fiscali.
Anche la Chiesa concorre per l’oro: basiliche e cattedrali dovranno pur essere addobbate come è doveroso appaia una Casa di Dio.

I nobili hanno quindi riscoperto l’oro. Essi sono astuti: non vogliono vedersene depredati del valore. Ai nobili l’oro non interessa. Non si mangia. Non è buono per farne spade o armature. Ne interessa il valore. Il valore è già un valore di scambio: l’oro è buono per comprare dagli artigiani delle città minerarie il ferro delle lame, e poi ancora spezie e tappeti dall’Oriente, perché il Potere non è tale, se non è manifesto!
I borghesi, oramai vecchi e con le ginocchia deboli, si sono riuniti nei borghi e sono diventati banchieri. Saranno loro a fornire l’oro ai nobili, perennemente impegnati nella conquista delle terre e di cibi e vini pregiati.

Spesso i nobili, però, sono cattivi debitori.
Il Re d’Inghilterra – l’alito della D’Arc sul collo – si rifiuterà di saldare i conti con Firenze, scatenando una delle meglio documentate crisi finanziarie dell’epoca medievale.
Firenze era pasciuta, ma con un artifizio: non si usava solo l’oro in città. Già ai tempi il governo comunale rilasciava dei titoli di stato che erano comunemente usati come merce di scambio nelle trattative tra le Arti Comunali. La notizia dell’insolvibilità della Perfida Albione scatena il panico tra i fiorentini: i titoli di stato, privi di copertura dai profitti della Famiglia Bardi sulla Guerra dei Cent’Anni, perdono il loro valore. La città è in bancarotta: sono anche i tempi della crisi politica narrata anche dal grande Dante Alighieri.

Nel tempo, i nobili sperimentano modi più raffinati per fregare il prossimo: in Francia, nel diciassettesimo secolo Sua Maestà, sull’esempi degli antichi imperatori, impone il Luigi.
Questa moneta pretende di avere il valore del vecchio franco, ma sostanzialmente contiene una quantità d’oro assai minore. Attraverso la nazionalizzazione della moneta lo Stato Assolutista espande il suo dominio sulla vita economica dei suoi sudditi.

Tuttavia, il monstrum popularis dell’inflazione sorgerà a difesa del libero arbitrio, erodendo come un tarlo il grande impero coloniale dei tempi: l’Impero Spagnolo, ove il sole non cessa mai di splendere.
La Spagna, per due secoli (sedicesimo e diciassettesimo) drenerà oro dalle sue colonie: ogni attività lavorativa viene praticamente interrotta. Perché uno spagnolo dovrebbe sgobbare quando la Corona può pagare un inglese o un olandese per fare lo stesso lavoro?

Ma questi anglo-olandesi sono affamati e folli: pagano i pirati per boicottare le rotte mercantili degli spagnoli. Dopo un paio di secoli ed un paio di battaglie sfortunate sull’Atlantico, l‘oro è finito tutto nelle mani dell’asse Londra-Amsterdam. Nel diciottesimo secolo, l’Inghilterra ha visto una crescita enorme dell’economia reale, mentre il nemico imperiale campava di finanza. Una conseguenza intuitiva è stata che gli inglesi hanno conosciuto anche un rapido sviluppo tecnologico. Il popolo era incentivato a migliorare le proprie prestazioni lavorative.

S’impone così il liberismo economico, che nel tempo conquista i cuori di francesi, svizzeri, italiani e chiaramente statunitensi, ma in quest’ultimo caso, nemmeno così tanto come potreste immaginare voi. Unico paese che sembra resistergli è la Germania, a trazione nazionalistica, il cui esempio di “economia nazionale protetta” piace molto agli Europei dell’Est ed al Giappone.
Caratteristica sia del modello liberale che di quello protezionista è il bimetallismo: ci sarebbe molto di figo da scrivere al riguardo, ma non è sede.

Gli inglesi cercarono di mantenere la convertibilità della sterlina con i pesi d’oro per più tempo possibile: era una buona strategia per incentivare l’uso internazionale della loro moneta e gli investimenti nei loro titoli di stato, ma la Prima Guerra Mondiale rappresentò un peso troppo duro da sostenere, e spostò verso gli Stati Uniti il ruolo di leader economico internazionale.

Nel 1944, adottati gli accordi di Bretton Woods, che sanciscono la convertibilità del dollaro con l’oro, la situazione è un po’ un casino. Il nazionalismo sembra essere il nemico: è quindi necessario evitare di far apparire lo Stato come assolutista.
Gli Stati Uniti devono crescere nel prodotto reale, se vogliono adottare politiche monetarie espansive.

Temo non ci abbiate capito molto delle ultime cose dette; questo ultimo passaggio va spiegato così: più gli Stati Uniti producono dollari, più potranno acquisire prodotti da altri paesi (aumentando il benessere) senza correre il rischio di inflazione, perché è garantita la convertibilità in oro, quindi la moneta non perde mai di valore. Se però vogliono produrre moneta, devono comprare oro, per garantire la convertibilità. Se comprano troppo oro, il prezzo dell’oro sale. Se il prezzo sale, servono più dollari per comprare l’oro. E per avere più soldi, o aumentano le tasse (riducendo il benessere, nonché la produzione!), oppure li producono. Ma per produrli…serve altro oro! È un circolo vizioso!

Nel frattempo il debito pubblico mondiale è in leggera crescita, perché cresce la spesa dello stato. Esercito, welfare e sviluppo tecnologico sono voci consistenti del bilancio USA, ma non si deve perdere il confronto con l’URSS, che gradualmente vede i suoi saggi di crescita rallentare.

La stupida guerra vietnamita da il colpo di grazia all’economia americana. Fine della convertibilità dell’oro.

Signori, questa è la nostra Età della Finanza!

PARTE II: LA TEORIA CHE CI STA DIETRO

Mutui, derivati, titoli, prestiti…chiamateli come volete: questi non sono altri che le Tavolette d’Argilla, tecnologicamente evolute come del resto l’abbigliamento o l’architettura.
Lo Stato non può e non deve poter produrre moneta per sé stesso. Questo era stato già sancito da ben prima, per evitare crisi inflazionistiche.
Sappiamo che l’oro è qualcosa di valore perché ha un valore di scambio che è il valore convenzionale che è direttamente legato alla quantità dei commerci, ma adesso l’oro non si può più scambiare col denaro ad un cambio fisso. Ed allora, che cosa viene scambiato col denaro? La promessa di altro denaro.

Rifletteteci un attimo: adesso il denaro, slegato dall’oro, ne ha assorbito il valore. Il denaro è un pezzo di carta che vale in rapporto ai modi in cui può essere scambiato: più c’è roba da scambiare, più vale il denaro. Si ha interesse a produrre denaro solo in cambio di più denaro.
Proprio come quando nell’Età Aurea chi possedeva l’oro godeva un valore che sovrabbondava il valore di estrazione dell’oro stesso, oggi chi produce denaro gode di un valore che sovrabbonda quello del valore del produrne la carta. Questo valore è il tasso di sconto (o tasso d’interesse del denaro).

Cos’è il signoraggio? Come nel medioevo il signoraggio era dato dal beneficio di estrarre oro da una miniera contro il costo di farlo, oggi il signoreggio è dato dal tasso di sconto al netto dei costi (di produzione, e non).

Nel caso questa attività sia svolta da privati, è un profitto dovuto? Rigiro la domanda: il profitto sull’estrazione aurifera è un profitto dovuto? Ci sono tesi discordanti.
Tuttavia, sotto un profilo meramente storico, io sono felice che il signoraggio vada ai privati e non allo Stato.
Vi chiederete il perché. Come ha impiegato lo Stato nel corso dei secoli il profitto da signoraggio? La prima voce di spesa è sempre, sempre, assolutissimamente, stata la spesa militare: ovverosia la guerra.
E stavolta non mi riferisco ai signori medievali. Fino agli anni, ’70 gli Stati Uniti hanno sfruttato la loro supremazia economica per imporsi militarmente nelle regioni periferiche del mondo. Hanno cambiato sistema perché quello precedente per loro era troppo costoso.
Ancora oggi la Federal Reserve, che produce molta più moneta della BCE, è assai più controllata dallo Stato di quest’ultima, e fa iniezioni di liquidità principalmente per finanziare la guerra.
Si. Anche sotto Obama.

Io non so se è giusto che chi detiene la proprietà sull’oggetto che gode del valore di scambio (sia esso l’oro o il denaro) sia privato o pubblico. Semplicemente, credo che il sistema attuale della BCE, che prevede quote di minoranza degli stati nazionali nel profitto da signoraggio, contro una semi-impossibilità di cogestione delle decisioni della banca centrale da parte dei banchieri europei sia equamente bilanciato.

So di aver accelerato troppo con le parole: a rischio di fare un papirone, sono costretto a spiegarvi pure questo: le banche accedono ai profitti della banca centrale, ma la loro quota partecipativa nella banca centrale nazionale è pari alla loro quota di riserva di capitale finanziario.
Le Banche hanno il dovere di non investire almeno una quota dei loro soldi. Questa quota, percentuale, è dunque destinata alla Banca Centrale Nazionale, che a sua volta, a seconda della proporzione con le altre Banche Centrali in Europa, vede determinata la quota partecipativa nei profitti della Banca Centrale Europea.

Esempio: se la BCE guadagna 100 e Bankitalia partecipa al 10% della BCE, allora Bankitalia guadagna 10. Se la Banca Paperinos ha una riserva pari al 10% di Bankitalia, allora la Paperinos ha guadagnato 1, dalle attività della BCE.

Inoltre, le Banche Centrali Nazionali europee non possono agire all’interno dei loro paesi. Bankitalia non può acquisire titoli italiani. Se ci pensate: è ottimo, nel clima di diffusa corruzione finanziaria in cui viviamo.

In ultima analisi, voglio però presentarvi l’altro lato della medaglia.
Penso che se siete un attimo svegli avete capito che scambiare denaro per più denaro a volte è una grossa stupidaggine.
Tecnicamente succede questo, ma traslando un attimo nella concretezza dei fatti, ciò che viene scambiato è denaro per lavoro. Si, come i vecchi servi della gleba.

Pensateci: è semplice. Le banche comprano titoli di stato per finanziare i debiti pubblici. Questi debiti, alla fin fine, saranno ripagati con altri debiti (la cosa non sembra risolvere molto, però) o con più tasse. Le tasse sono una percentuale del nostro lavoro e delle nostre proprietà.
Quindi, più lo Stato fa debiti, più sta sottraendo (o rubando) il lavoro ai suoi cittadini (nota: in Economia questa viene definita l’Equazione Ricardiana).

Sul noto sito chicago-blog di Oscar Giannino potete vedere il debito pubblico italiano
Il debito pro-capite degli italiani è di 33,8 (nota: all’epoca di quando fu scritto l’articolo più di un mese fa, era 33,6) mila euro.
Questo vuol dire che una famiglia di quattro componenti che non ha un patrimonio di 135 mila euro (e ce ne sono) è già, tecnicamente, schiava.

Schiava nel senso che non lavora per la propria libertà, per le proprie libere aspirazioni, ma solo per pagare i debiti dello Stato, cioé esclusivamente per i servizi di cui gode per la libera scelta di abitare sul suolo italiano. Questi servizi possono essere molto utili, sicuramente essenziali, ma non sempre sono nemmeno sufficienti a garantire la sopravvivenza biologica.

Potete dare la colpa alle Banche (ed essere favorevoli al ripudio del debito), oppure ribadire che sono necessarie più tasse per rilanciare gli investimenti della spesa pubblica. Gli effetti di lungo periodo sono gli stessi: il crollo del sistema. La bancarotta delle banche, e conseguentemente dei  conti in banca, nonché di ogni forma di valore del denaro.

Esattamente: se cade l’Euro, potete anche asciugarvi il sedere coi vostri risparmi.

Se invece rientrate in quelle famiglie che sono già-tecnicamente-schiave, incacchiatevi, scendete in piazza, scatenate le rivolte.
Non avete niente da perdere, ma prima ponetevi una domanda, se avete un briciolo di onestà: chi è il vostro nemico? Le Banche? Lo Stato? Entrambi? Ma soprattutto: perché?

Ricordate la proposta shock di Ron Paul? E se tutti potessimo coniare le nostre monete?
Se crolla l’euro-sistema, arriveremo giocoforza a quello. Perché non ci fideremo più delle monete uniche. Ognuno di noi troverà le sue forme per barattare i nostri beni ed i servizi.
E quale sarà la moneta che prevarrà (ovverosia: varrà più delle altre) ?
Quella dello straniero cinese, che raccoglie il valore dei fumi sporchi di Pechino e della “robotomia” comunista?
Quella forte del valore dei mitra russi o americani?
Quella che si basa sul lavoro dei nostri figli che non nascono più?

Oppure il ritorno alla moneta dorata, che fa il piacere del ricco possidente d’oro?

Cambierebbe qualcosa?

La Repubblica d’Orbàn.

L’11 Marzo 2013 A. Tarquini scrive su La Repubblica che Viktor Orbàn, Presidente del Consiglio Ungherese, è riuscito a far apportare 7 sostanziali modifiche alla Costituzione tali da “aver fatto tramontare i valori liberali e democratici del Vecchio Continente”.

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Viktor Orbàn non è nuovo a subire attacchi da parte della stampa dell’Europa dell’Ovest (e dell’Est).
È un personaggio controverso, perché sostanzialmente la sua carriera politica si sintetizza così: uno studente come tanti che sfugge al comunismo andando a studiare all’estero. Alla caduta del Muro torna in patria da progressista liberale, il suo partito toppa ai pronostici, allora si reinventa popolare europeo, prima va al governo, poi perde le elezioni. A quel punto le crisi congiunte di economia e politica (il partito Socialista va ai minimi storici in termini di consenso perché come da tradizione “s’erano magnati tutto”) gli consegnano un paese in cerca di un Messia.
Lui cambia la Costituzione una volta, e poi un’altra; sostanzialmente diminuisce l’influenza diretta (ed indiretta) della magistratura e dei mass media nelle elezioni, e parallelamente opera una restaurazione formale di simboli e sentimenti della vecchia cattolicissima Monarchia. Fatto buffo: Orbàn è cresciuto in una famiglia protestante, non ha mai annunciato conversioni al cattolicesimo.
A quel punto stringe un patto di ferro coi fascisti ed inizia una timida retorica anti-europeista.

Insomma, è un tizio che gode della doppia investitura, del Popolo e di Dio.
Comprensibile che stia un po’ sulle scatole ai tecnocrati dell’UE, mai veramente preoccupati di dover rendere del loro operato né al Popolo, né a Dio.

In questo articolo prenderemo in analisi solo i 7 punti evidenziati da Tarquini, cercando di svelare come un giornalista può enfatizzare un fatto al fine di costruire una grossa notizia.
Ammetteremo per semplicità anche che Tarquini abbia riportato la pura ed evidente verità, e che dunque non esistano chiavi di lettura differenti delle modifiche alla Costituzione.

1-In futuro la Corte costituzionale potrà esaminare cambiamenti della Costituzione solo da un punto di vista formale, non sui contenuti. E inoltre i giudici supremi non potranno più richiamarsi a loro sentenze sul Diritto costituzionale ed europeo emesse prima dell’entrata in vigore della Costituzione voluta dal partito di Orbàn e varata nel gennaio 2012, anche in quel caso senza dialogo con gli altri partiti e senza tener conto di critiche e riserve dei partner europei. “E’ la vendetta di Orbàn contro la consulta”, dicono i socialisti. La Corte costituzionale in effetti aveva respinto proprio leggi liberticide che ora Orbàn trasforma col voto parlamentare di oggi in dettame costituzionale.

La Corte Costituzionale deve essenzialmente dare pareri formali. Quello è il suo compito primario. Comunque è vero che la Corte Costituzionale usa un metro interpretativo che deve essere spiegato al pubblico. Nel fare ciò, accade che si evidenziano delle motivazioni eterodosse che però sono ammesse in virtù di un principio di sostanzialità della sentenza. Non è comunque previsto che la Corte possa dare giudizi politici, giudizi sulla politica o, ancora peggio, abusare del proprio potere al fine di porre in essere risoluzioni di tipo esecutivo.
Pensateci: la Corte Costituzionale è quel “Guardiano che non è guardato da nessuno”, ha sempre l’ultima parola, e, paradossalmente, se la Corte Costituzionale ponesse in atto una forma di colpo di Stato, non esisterebbe sul serio un singolo organo preposto alla difesa istituzionale.
Che inoltre la Corte non possa rifarsi alle sentenze precedenti all’entrata in vigore delle modifiche, è un atto politico ma non scevro dalla ratio fondamentale del Diritto: le sentenze europee sono ammesse nel diritto nazionale solo se ciò è previsto dalla Costituzione stessa.
E si, è una chiara vendetta contro la Consulta, che mette sempre i bastoni tra le ruote ai riformisti.

Poi non capisco una cosa. Ma se la coalizione Orbàn – Conservatori – Nazionalisti – Protezionisti – Fascisti gode del 75% dei consensi in Parlamento, che senso avrebbe chiedere il parere dell’opposizione? Facciano un po quel che pare loro, mica li guida Bersani…

2-La libertà di espressione e di opinione potrà essere limitata se ferirà una non meglio definita “dignità della nazione ungherese”.

Una legge liberticida, pericolosa ma non nuova. Dall’alba dei tempi i sovrani giustificano il silenzio come prevenzione all’offesa. Una società più è libera, più è una società che tollera le offese (di ogni tipo).

3. Gli studenti saranno obbligati, dopo la laurea, a restare in Ungheria per un periodo almeno lungo come il corso di laurea, e in alcuni casi fino a dieci anni, e sarà loro vietato di cercare lavoro all’estero. Se violeranno tale norma dovranno ripagare le spese degli studi superiori.

So che sembra una cattiveria ed in effetti lo è. Ma è una cattiveria statalista, e forse – dico forse, perché non conosco la situazione magiara così a fondo – necessaria.
Mi riferisco al fatto che in molti paesi del Terzo Mondo sono in atto simili disposizioni. Per questi paesi mantenere un sistema Universitario è più un costo sociale, che una risorsa, nonostante tutto, quindi si cerca di rientrare coi costi come si può.
Badate bene la tecnica del giornalista, che “gonfia” la notizia utilizzando termini come “obbligo” e “vietato”, salvo riservare alla sola proposizione finale che queste forme di restrizioni concretamente si traducono in un semplice (per quanto oneroso, certo) sovrapprezzo del servizio.

4. I senzatetto non potranno trattenersi e dormire in spazio pubblico, se lo faranno saranno punibili dal diritto penale.

So che suona strano, ma esistono diverse leggi nel mondo sui senza tetto, mosse da moventi piuttosto disparati. In linea di massima vale il principio che non si dovrebbe fare del suolo pubblico la propria abitazione. Ma del resto, vale il principio più economico che etico per cui nessuna Legge può sconfiggere un uomo che non ha – letteralmente – niente da perdere.
Per dare un giudizio completo sarebbe necessario conoscere anche che tipo di misure assistenziali sono e saranno presenti nel paesi per ridurre la soglia dei senzatetto, quindi il giudizio in merito rimane in sospensione.
Da notare l’imperizia del giornalista che sembra aver tralasciato considerazioni del genere.

5. Dibattiti elettorali saranno vietati su radio e tv private, le ultime indipendenti e già combattute dal regime con taglio di frequenze e pressing per brutali tagli della pubblicità.

Quel genere di cosa che l’elettore medio del PD chiede al Signore ogni 10:30 di sera, subito dopo essersi lavato i denti, e subito prima di essersi infilato sotto le coperte.
Ma nel nostro caso, Orbàn non si trova di fronte un Berlusconi, quindi rimane una legge liberticida senza mezzi termini.

6. Coppie non sposate, senza figli o omosessuali non potranno avere la definizione di famiglia, e non avranno gli stessi diritti e agevolazioni della famiglia eterosessuale ufficialmente sposata e con figli.

Apparentemente scandaloso.
Non fosse che vale in medesimo per la Costituzione Italiana.
Ergo, di che stiamo parlando?

7. Il vecchio partito comunista (da cui è scaturito come altrove al centro-est europeo il Partito socialista, alleato all’Europarlamento di Spd, Pd, Ps francese o New Labour) è definito organizzazione criminale. Processi politici contro oppositori sono dunque teoricamente possibili con pretesti costituzionali.

Apparentemente scandaloso.
Non fosse che vale il medesimo per la Costituzione Italiana (nei confronti del Fascismo) e Tedesca (nei confronti del Partito Comunista della Germania Est e chiaramente del Nazismo).
Ergo, davvero, di che stiamo parlando, Tarquini?
Notate bene la locuzione impropria “processi politici” quando sul profilo tecnico ci troveremmo di fronte a “crimini contro l’umanità” o qualcosa del genere.
Potete obiettare di essere in disaccordo sulla sostanza dei crimini perpetrati dal comunismo ungherese, ma formalmente non è una disposizione differente da quelle contro gli altri regimi europei del ‘900.

In definitiva, che pensare di Orbàn?

La storia di Orbàn mi ricorda molto quella di Berlusconi, ma vista allo specchio.
Berlusconi è un ex socialista che s’è vestito da liberale, è stato sulle scatole all’Unione Europea ed è stato calciorotato dopo 20 anni di presenza sulla scena.
Orbàn è un ex liberale che s’è vestito da Grande Inquisitore, sta sulle scatole all’unione Europea e sarà calciorotato tra un paio d’anni.

Se da questa storia dobbiamo prendere un saggio insegnamento di tipo morale, è questo:

Cari amici socialisti e non, ricordatevi che se quando sarete al governo ruberete troppo più della media europea, allora qualche giornalista alla ricerca del successo personale vi sgamerà, dunque sorgerà un movimento dal basso che presto raggiungerà la maggioranza dei consensi ed inizierà a fare casini mediatici e diplomatici.

Ah, poi l’articolo dice che la situazione economica dell’Ungheria fa schifo; ma basta guardare il Fiorino.
Teniamone conto quando andremo a votare per l’uscita dall’Euro, ok?

La colpa è degli estremisti, sì, come Marchionne.

Se sulla Fiat a garantire sono quelli che hanno creduto alla favola di Marchionne allora avrò qualche problema a prendere sonno. Da Ichino a Chiamparino, da Fassino passando per Sacconi, Casini, Berlusconi, Bonanni, Angeletti, Renzi e qualche altro profugo del PD, tutti gli hanno creduto.

Oddio, per dovere di cronaca ed onestà intellettuale le sole due forze politiche che hanno criticato e messo in dubbio la politica industriale di Sergio Marchionne sono la Federazione della Sinistra e Sinistra Ecologia e Libertà, insieme alla Fiom.

Sarà la sobrietà dei maglioncini che indossa Sergio, ma tutti erano innamorati di questo “grande” filosofo-manager che seppe conquistare Obama, tanto da essere considerato un democratico e addirittura progressista da certi ambienti della politica italiana. I giornalisti mainstream, gli economisti mainstream, i politici mainstream, i sindacalisti nonmainstreammascemi, cioè tutti i fieri portatori di ideologia riformista, hanno sostenuto con forza ciò che ha fatto la Fiat in questi anni e hanno messo alla sbarra i comunisti cattivi (FdS, SeL, Fiom) perché si opponevano al progetto scellerato di Marchionne.

Quante puntate di Ballarò, quante puntate di Annozero, quante volte abbiamo sentito un Ichino qualsiasi schierarsi dalla parte di Marchionne spacciando politiche fasciste come politiche riformiste? Quante volte abbiamo ascoltato Bonanni dare fiducia a Marchionne, quante? Tante, troppe. E oggi, questa gente,dov’è? Dove sono i geniacci giuslavoristi che hanno predicato più flessibilità e hanno modificato l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori? Dove sono quei politici incravattati come Sacconi che hanno inserito l’articolo 8 che consente di derogare i contratti collettivi nazionali, così come tutte le norme che regolano il lavoro, la disciplina delle mansioni e degli inquadramenti professionali, sulla base di semplici accordi territoriali o aziendali? Oggi, che la Fiat ricatta, come ha sempre fatto e dimostra che la sua politica industriale non funziona questi signori dove sono? Sanno che sono culturalmente e politicamente responsabili del crollo di una delle industrie più importanti d’Italia?

Vogliamo per caso considerare gli straordinari risultati della Fiat negli ultimi tre anni? Come ha scritto Luciano Gallino, la Fiat «Ha chiuso lo stabilimento di Termini Imerese; ha chiuso e poi riaperto lo stabilimento di Pomigliano riassumendo soltanto metà degli addetti; ha chiuso la Irisbus di Avellino che produceva autobus; ha ridotto la produzione a Cassino di decine di migliaia di unità; ha portato da sette a una o due le linee di produzione di Mirafiori, chiedendo per gli addetti rimasti migliaia di giornate di cassa integrazione; forse per la prima volta nella sua storia, sta mettendo in Cig anche i 5000 addetti degli enti centrali del Lingotto (ricerca e sviluppo e amministrazione dell’intero gruppo). Nel 2011 la Fiat ha prodotto in Italia 485.000 auto. Per il 2012 la produzione dovrebbe attestarsi sulle 400.000 unità. Intorno al 1990 la Fiat costruiva in Italia circa 2.000.000 di vetture, cinque volte tante».

La colpa, dunque, di chi è?

La colpa è degli estremisti, sì, come Marchionne.

 

Ah, dimenticavo.

Per fortuna qualcuno ragiona ancora con la propria testa e magari non si rincretinire da filosofi che stracciano i diritti dei lavoratori nelle fabbriche,FdS, SeL, IdV e Fiom saranno impegnati nella raccolta firme, che partirà il 13 ottobre, per convocare un referendum sul ripristino dell’Articolo 18 e l’abrogazione dell’Articolo 8. Sarà una battaglia di civiltà.

 

 

 

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