Il Silvio Pellico de Noantri

Alessandro Sallusti

Alessandro Sallusti

Perché una povera insegnante che fa scrivere “sono un deficiente” mille volte sul quaderno ad un bullo merita 3 mesi di carcere, e invece un diffamatore non lo dovrebbe meritare? Perché una corporazione così potente come quella dei giornalisti si chiude intorno al giornalista pure così poco obiettivo e così poco professionale, qual è indubbiamente Sallusti? Perché, infine, un reato così grave contro la dignità di una persona, ancor più grave perché diffuso in modo esponenziale tramite un arma che è in mano a pochi (il giornale nazionale), diventa di colpo di poco valore, e perché solo con il caso Sallusti, oggetto dell’attenzione della politica tutta – che pure potrebbe e avrebbe potuto cambiare quella legge a loro apparentemente così invisa, ma in realtà piuttosto comoda – e del Presidente della Repubblica?

Dunque il direttore di Libero al tempo era Sallusti, ma l’articolo pare che lo abbia scritto un certo Renato Farina, deputato del PDL nonchè giornalista espulso dall’ordine per essere stato, per certo, una spia sul libro paga dei servizi segreti. Una brava persona insomma. Merita il carcere uno che di suo pugno, in prima persona ma sotto pseudonimo, diffama un magistrato a mezzo stampa, ovvero racconta tendenziosamente il falso al fine di lederne la dignità, l’onore, la posizione professionale? Io dico di sì, non solo perché c’è scritto nel codice Penale – e tanto basterebbe per chiudere l’argomento di una magistratura punitiva – ma perché cosa, se non l’onore e la dignità di una persona, per di più in un ruolo di pubblica responsabilità, è un bene da tutelare con il diritto penale? Cosa se non il diritto di una persona a non vedere scritto, in un giornale letto in tutto il paese, falsità lesive sul suo conto dev’essere oggetto della protezione più alta del nostro ordinamento?

C’è chi dice che basterebbe una pena pecuniaria (penale) o addirittura una sanzione amministrativa o un bel risarcimento del danno. Ma non credo possibile che una persona venga ristorata della dignità perduta con un risarcimento o una pena pecuniaria, tra l’altro molto bassa per un giornale, molto alta per un pincopallino qualunque.

Ma il reato principale dell’ex direttore di Libero, e ormai ex direttore anche de Il Giornale, è quello di omesso controllo sugli articoli pubblicati dal suo giornale e sotto la sua responsabilità. Sul fatto che per un fatto compiuto da altri, sebbene sotto la propria formale responsabilità, Sallusti sia meritevole del carcere, credo che sia da negare per senso comune. Ma la norma, che il legislatore, e dunque la politica, dovrebbe cambiare, dice questo e il giornalista, che non si sa ancora se il carcere se lo farà per davvero, di questo deve ringraziare una classe politica, e in particolare quelli lo hanno sempre fatto mangiare, che quei reati li hanno sempre volutamente ignorati e mantenuti. Perché? Perché i principali destinatari della diffamazione a mezzo stampa sono proprio loro.

Ora, a Sallusti, non resta che sfruttare l’occasione per servire il suo padrone sino all’ultimo, fornendosi come vittima sacrificale di una magistratura comunista e illiberale, una specie di Silvio Pellico de noantri, per aumentare le vendite dei giornali della Famiglia e attendendo la sua sorte impaziente di trasformarsi da zerbino dei potenti a eroe… di un popolo di pecoroni.

Silvio Berlusconi

Digressione

Giovani rivoluzionari, giovani vecchi

Sabato sera, ho appena accompagnato la mia ragazza a casa, non esco, in giro c’è troppo traffico e mi stanco di cercare un posto tranquillo per bere una birra e affrontare una discussione su un qualsiasi tema che stimoli il mio cervello. Torno a casa, scendo dall’auto, fa molto caldo, in testa ho mille pensieri che si affannano ad essere i primi ad essere affrontati. Premo il pulsante delle chiavi e spengo la macchina, cammino verso il cancello del palazzo. Ragiono un po’ sulle cose da fare, da dove partire, ho in mente il fatto che da questa settimana si ricomincia a lavorare a pieno regime. No, non lavoro, sono disoccupato, quel verbo lo uso quando intendo riferirmi al lavorare con i miei compagni e compagne, fratelli e sorelle per cambiare il mondo. Prendo l’ascensore, mi guardo allo specchio e penso che quegli istanti potrei passarli in maniera diversa, potrei trascorrerli svuotando la mia mente e divertendomi, potrei andare a cazzeggiare da qualche parte, in discoteca, in un qualche pub e ubriacarmi. Sono giovane, avrei l’alibi morale per farlo. Ma poi penso che alla fine, dopo aver passato decine di serate del genere, cosa ho fatto per cambiare il mio presente? Al massimo mi sarei guadagnato un punto in più per una cirrosi epatica.

No, stavo ironizzando, non sono così moralista, bevo quando posso e quando ne ho voglia, ma non lascio che questo mondo vada a farsi fottere.

Nel frattempo sono arrivato, apro la porta di casa, poso la mia roba nella stanza, accendo il pc, vado a bere dell’acqua. Mia madre dorme sul divano con la tv accesa su rai 3, c’è un’intervista ad un ragazzo veneto tra i campi della pianura padana. No, scherzo, però erano campi, forse i suoi. Dice di lavorare lì, ha lasciato l’università e ora coltiva, la sua grande passione. La mia prima reazione è quella di essere contento, alla fine ha trovato il suo posto nel mondo. Verso l’acqua nel bicchiere e ad una domanda sul futuro della sua generazione, cioè la mia, cioè quella di milioni di ragazzi e ragazze, sento dire qualcosa che mi turba profondamente, come se in quel momento ci fosse la Mercegaglia in tv, oppure la Fornero, ma con 40 anni in meno; il ragazzo dice: “Noi giovani dobbiamo abituarci al fatto che non è un diritto il posto fisso”. Come un lampo, improvvisamente mi è venuta in mente una frase di Salvador Allende, Presidente cileno morto ammazzato dopo un colpo di Stato foraggiato dagli Stati Uniti, una citazione: “Essere giovane e non essere rivoluzionario è una contraddizione perfino biologica”. In quel momento ho sentito sulle mie spalle tutto il peso che la cultura neoliberista ha impiantato in questo Paese, “il lavoro non è un diritto”, sebbene sia scritto con il sangue dei partigiani sulla Costituzione (poi potremmo affrontare un discorso su cosa sia oggi il mercato del lavoro, in molti casi è meglio essere disoccupati). Poi allontanandomi dalla cucina, sono tornato nella mia stanza, dove ho appeso la mia bandiera rossa, vicino a quella palestinese, ho pensato al fatto che una generazione che non brama il mondo, che non vuole tutto, è una generazione triste e piegata, pronta ad accettare sempre il compromesso che il più forte di turno gli impone. Una generazione di giovani vecchi, che però fanno male al mondo. Ne ho tanti di amici che non si impegnano in politica oppure ne sanno poco, ma hanno sempre il sogno di una realtà migliore, di un presente più stabile, nonostante non siano interessati ai balletti della nostra politica.

Allora io, in quel momento, mi sono sentito male. Perché non ce la faccio ad immaginare un ragazzo di vent’anni che parla come la Mercegaglia, mi intristisco, perché uno a vent’anni deve reclamare il mondo, cambiarlo, trasformarlo, rivoluzionarlo! Poi a quaranta, dopo aver conquistato con la forza il suo futuro, deve difenderlo dagli attacchi dei giovani vecchi che nel frattempo sono diventati vecchi vecchi. Ed infine a sessanta, dopo aver difeso con tutta la sua forza il mondo trasformato, dopo aver appreso, conosciuto, amato, visto e sentito, deve tramandarlo ad un nuovo giovane rivoluzionario, affinché il cerchio si chiuda e possa essere infinito.

Ecco quello che dovremmo fare. Cercare di rivoluzionare questo mondo per renderlo più umano e più giusto.

 

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: