Choosy

Fornero "choosy"

Cara Elsa, choosy è chi il choosy fa…

Esimia prof.ssa Fornero,
è vero, sono “choosy”.

Da quando mi sono diplomato, due estati fa, ho ricevuto ben due offerte di lavoro. Le ho rifiutate.
Sarò scemo io, mi dirà. No, le rispondo io: ho fatto i miei calcoli.
Perché vede, professoressa, ho ricevuto esclusivamente la proposta di fare l’agente immobiliare.

Lei conosce la sua – la nostra – città. Sa che il mercato immobiliare è stagnante per tutti, che i prezzi sono calati perché nessuno compra più.
Sa che un agente immobiliare deve potersi muovere in perfetta autonomia, e per un neodiplomato si hanno dunque i costi del mezzo (auto o moto) perché i mezzi pubblici non bastano e non arrivano ovunque, l’assicurazione, il bollo, la benzina che aumenta sempre più anche grazie all’IVA ed alle accise… Vede, professoressa Fornero, sarò “choosy” ma non ho intenzione di lavorare per pagarmi il mezzo di trasporto per recarmi sul posto di lavoro.

Chi è “choosy”, allora?
Io? I datori di lavoro? Chi ha la responsabilità di aver creato queste condizioni e non fa nulla per migliorarle?
Io la mia risposta ce l’avrei, professoressa. E sono sicuro che non le piacerebbe, come a tanti ragazzi non è piaciuto sentirsi dire “choosy”.

Manganello, sempre tu.

Qualcuno mi deve ancora spiegare perché, ad ottobre 2012, ogni volta che a Torino c’è un corteo finisce a manganellate.
È vero che in città si respira un clima di avversità generale, tra Fiat, Fassino ed un Comune che secondo voci di corridoio sarà presto commissariato, Cota (eletto illegittimamente, non dimentichiamolo) ed il suo Consiglio mangiasoldi, i ministri torinesi del governo Monti (Fornero e Profumo su tutti) e la questione TAV.
Ma è anche vero che, almeno da quel 17 novembre 2009 che ben ricordo, ogni corteo studentesco o no-TAV a Torino si è concluso in un manganellare, fosse in mezzo a questa o quella via del centro, sotto i portici della Regione (a pochi metri dalla Prefettura), fossero contro Berlusconi, Tremonti e Gelmini, contro Monti e la sua austerity, contro la Fornero e Profumo.
Ora, io capisco che la stragrande maggioranza di quelle manifestazioni siano state “guidate”, in un modo o nell’altro, dal noto centro sociale Askatasuna e dal suo collettivo studentesco e che anche stamattina si sia cercata la provocazione ai poliziotti con il lancio di vernice rossa e bottiglie di birra è un fatto documentato. A quel punto, le squadre antisommossa hanno caricato. Dal punto di vista strettamente legale, sono state legittimate a farlo dopo aver ricevuto l’offesa.
Perché, però, ogni volta bisogna arrivare alla mattanza, che spesso coinvolge anche chi non offende?
Il nostro ordinamento penale, che resiste ancora dal 1930 (codice Rocco di matrice fascista), prevede ancora agli articoli 341 e 341 bis il reato denominato oltraggio a pubblico ufficiale. Mi chiedo: perché ai primi cori contro le forze dell’ordine non si prendono un paio di persone tra quelle più attive e le si denuncia in flagranza di reato proprio per l’oltraggio a pubblico ufficiale o per ingiuria? Si potrebbe arrivare ad evitare lo scontro, forse. Anche perché altrimenti su La Stampa e Repubblica leggeremo sempre “Corteo studentesco devasta la città, arrestati X dei centri sociali” e così passano ancora in secondo piano la partecipazione pacifica degli studenti e le ragioni della loro mobilitazione, allontanando sempre più le masse dalla protesta.

Giovani rivoluzionari, giovani vecchi

Sabato sera, ho appena accompagnato la mia ragazza a casa, non esco, in giro c’è troppo traffico e mi stanco di cercare un posto tranquillo per bere una birra e affrontare una discussione su un qualsiasi tema che stimoli il mio cervello. Torno a casa, scendo dall’auto, fa molto caldo, in testa ho mille pensieri che si affannano ad essere i primi ad essere affrontati. Premo il pulsante delle chiavi e spengo la macchina, cammino verso il cancello del palazzo. Ragiono un po’ sulle cose da fare, da dove partire, ho in mente il fatto che da questa settimana si ricomincia a lavorare a pieno regime. No, non lavoro, sono disoccupato, quel verbo lo uso quando intendo riferirmi al lavorare con i miei compagni e compagne, fratelli e sorelle per cambiare il mondo. Prendo l’ascensore, mi guardo allo specchio e penso che quegli istanti potrei passarli in maniera diversa, potrei trascorrerli svuotando la mia mente e divertendomi, potrei andare a cazzeggiare da qualche parte, in discoteca, in un qualche pub e ubriacarmi. Sono giovane, avrei l’alibi morale per farlo. Ma poi penso che alla fine, dopo aver passato decine di serate del genere, cosa ho fatto per cambiare il mio presente? Al massimo mi sarei guadagnato un punto in più per una cirrosi epatica.

No, stavo ironizzando, non sono così moralista, bevo quando posso e quando ne ho voglia, ma non lascio che questo mondo vada a farsi fottere.

Nel frattempo sono arrivato, apro la porta di casa, poso la mia roba nella stanza, accendo il pc, vado a bere dell’acqua. Mia madre dorme sul divano con la tv accesa su rai 3, c’è un’intervista ad un ragazzo veneto tra i campi della pianura padana. No, scherzo, però erano campi, forse i suoi. Dice di lavorare lì, ha lasciato l’università e ora coltiva, la sua grande passione. La mia prima reazione è quella di essere contento, alla fine ha trovato il suo posto nel mondo. Verso l’acqua nel bicchiere e ad una domanda sul futuro della sua generazione, cioè la mia, cioè quella di milioni di ragazzi e ragazze, sento dire qualcosa che mi turba profondamente, come se in quel momento ci fosse la Mercegaglia in tv, oppure la Fornero, ma con 40 anni in meno; il ragazzo dice: “Noi giovani dobbiamo abituarci al fatto che non è un diritto il posto fisso”. Come un lampo, improvvisamente mi è venuta in mente una frase di Salvador Allende, Presidente cileno morto ammazzato dopo un colpo di Stato foraggiato dagli Stati Uniti, una citazione: “Essere giovane e non essere rivoluzionario è una contraddizione perfino biologica”. In quel momento ho sentito sulle mie spalle tutto il peso che la cultura neoliberista ha impiantato in questo Paese, “il lavoro non è un diritto”, sebbene sia scritto con il sangue dei partigiani sulla Costituzione (poi potremmo affrontare un discorso su cosa sia oggi il mercato del lavoro, in molti casi è meglio essere disoccupati). Poi allontanandomi dalla cucina, sono tornato nella mia stanza, dove ho appeso la mia bandiera rossa, vicino a quella palestinese, ho pensato al fatto che una generazione che non brama il mondo, che non vuole tutto, è una generazione triste e piegata, pronta ad accettare sempre il compromesso che il più forte di turno gli impone. Una generazione di giovani vecchi, che però fanno male al mondo. Ne ho tanti di amici che non si impegnano in politica oppure ne sanno poco, ma hanno sempre il sogno di una realtà migliore, di un presente più stabile, nonostante non siano interessati ai balletti della nostra politica.

Allora io, in quel momento, mi sono sentito male. Perché non ce la faccio ad immaginare un ragazzo di vent’anni che parla come la Mercegaglia, mi intristisco, perché uno a vent’anni deve reclamare il mondo, cambiarlo, trasformarlo, rivoluzionarlo! Poi a quaranta, dopo aver conquistato con la forza il suo futuro, deve difenderlo dagli attacchi dei giovani vecchi che nel frattempo sono diventati vecchi vecchi. Ed infine a sessanta, dopo aver difeso con tutta la sua forza il mondo trasformato, dopo aver appreso, conosciuto, amato, visto e sentito, deve tramandarlo ad un nuovo giovane rivoluzionario, affinché il cerchio si chiuda e possa essere infinito.

Ecco quello che dovremmo fare. Cercare di rivoluzionare questo mondo per renderlo più umano e più giusto.

 

Caro autunno ti aspetto.

Dopo l’estate più calda della mia vita mi aspetto l’autunno più caldo della mia vita.

Chiaro, in Italia le cose non vanno proprio molto bene, dagli operai che si arrampicano sui silo, chi scende in una miniera minacciando di far saltare tutto in aria con il tritolo, con i Precari della scuola che subiscono l’ennesima beffa, con le tariffe che aumentano e i salari che restano fermi. Per non parlare degli studenti che per entrare in un corso a numero chiuso sarebbero pronti a mordersi la giugulare e questo è un aspetto molto importante per capire come ha influenzato la mente la competitività e che impatto ha avuto il neoliberismo. Ma a prescindere da ciò, i sintomi ci dicono che l’Italia è malata. Questa malattia va curata e di certo non mi aspetto di vedere un Passera, un Napolitano, un Monti, una Fornero, un Grillo insultante affrontare con serietà determinati problemi che questo paese ha. Per il semplice motivo che le cure che vengono date sono quelle che ci hanno portato in crisi, niente pubblico, più privato, meno Stato, più imprenditori alla Marchionne, smantellamento dei diritti. Peccato che gente come Marchionne stia portando al fallimento settori importanti per l’Italia. Parliamo della Fiat? Meglio non infierire, ma la ricetta di quello lì con il maglioncino ha semplicemente fallito. Qualcuno dirà che Marchionne è intervenuto per salvare la Fiat, bene, più o meno vero, ma il crollo delle vendite ci dice che la sta facendo fallire. Qualcuno poi dovrà spiegarmi cosa significa meritocrazia. Se meritocrazia significa che uno laureato in filosofia si mette ad amministrare la Fiat, che non certo produce editoriali su Kant, beh c’è qualche problema sull’idea di questa benedetta meritocrazia. Ora non sto qui a discutere della politica industriale (?) che viene fatta in Italia, ma sicuramente questo è un tema caldo che quest’anno torna con forza.

Il nostro Paese poi è fantastico, lavoriamo, reclamiamo il diritto al lavoro, ma poi otteniamo il diritto allo sfruttamento. Ora, non è che non voglio lavorare, anzi, se lavorassi mi pagherei gli studi, ma semplicemente mi stanca il ricatto: O lavori a queste condizioni o non lavori. Il più delle volte non lavori e questo è un dato di fatto. Ma “quelle condizioni” sono: contratto precario, lavoro nero, contratto a chiamata quando ci vado ogni giorno… contratti di qua e contratti di là. Intanto lo sfruttato sono io e magari mi sento dire che non ci sono abbastanza forme contrattuali precarie perché manca flessibilità in entrata. Allora, partendo dal presupposto che ci sono più di 40 forme contrattuali e la riforma del Ministro Fornero aumenta solo la precarietà, partendo dal presupposto che vengo sfruttato e pure sottopagato, partendo dal presuppostochemòvimandounpo’afanculo direi che quest’autunno non può che essere caldo.

Qualcuno un po’ più saggio di me, però, una volta mi ha detto che se pongo un problema devo offrire la soluzione, altrimenti è solo protesta fine a sé stessa. Mai più parole furono rivelatrici per me, infatti, oggi, posso dire che se l’Italia volesse mai uscire dalla crisi può solo ripartire da alcuni settori: Investimento nell’istruzione pubblica per creare una classe dirigente intelligente e preparata, politica industriale che si basi sull’aumento dei salari, nell’investimento nella ricerca e sviluppo, taglio alle spese folli: Spese militari, soldi pubblici agli istituti scolastici ed universitari privati. Ma poi bisogna rivalutare il pubblico e potenziarlo, aiutarlo a crescere.

Mi aspetto, anzi mi auguro, che quest’anno tutti insieme si possa lavorare per riprenderci il mondo che ci è stato rubato.

Vorrei solo un mondo diverso, più umano. 

 

Otto mesi

12 novembre 2011

Quel giorno, o meglio quella sera, abbiamo sperato che qualcosa cambiasse davvero, e che cambiasse in meglio. Come dimenticare le immagini di una piazza del Quirinale gremita, a cantare ed a scandire cori, e nelle altre piazze d’Italia gente a brindare “alla caduta del Nano?”
Certo, l’ho fatto anch’io. Cosa speravo? Che ci fossimo liberati finalmente di un modello di degrado culturale e morale, che la si smettesse di lasciare che il Paese andasse incontro alla rovina sociale ed economica, oltre che di speranza e fiducia nel futuro, che lo stesso futuro diventasse più roseo per tutti, per noi giovani e per chi ci ha preceduto. Che partisse un rinnovamento completo, in politica e fuori, nelle università baronali ad esempio. Che non fossimo più derisi a livello internazionale. Che si parlasse di cose serie, non di quante troie si incula Berlusconi (perdonatemi l’eufemismo).

16 luglio 2012

Sono passati otto mesi e quattro giorni da quella sera di speranza, e cosa è cambiato?
Il governo è passato da una destra incompetente ed impresentabile ad una destra poco competente (la differenza è sottile) e poco presentabile. Da Berlusconi e Monti cambiano infatti la serietà (dal burlesque alla sobrietà estrema) ed il prestigio personale (da macchietta a rispettato professore), ma non i contenuti essenziali riscontrabili in un neoliberismo sfrenato. Non potrebbe essere altrimenti, d’altronde: ci si è solo liberati, a livello di partiti, degli obblighi di coalizione e delle posizioni forzate. Il PdL è rimasto quello di sempre, con l’assenza del prode Silvio come frontman in luogo di un peggiore Alfano; la Lega non è più costretta a dover accettare i voleri dei berluscani per restare al governo; l’UDC può riprendere il consueto ruolo di “puttana politica” pur potendosi mostrare, nonostante percentuali non eccelse, quasi come un partito “vergine”; l’IdV mantiene la costante della contestazione al governo, sia esso di Monti o di Berlusconi; il PD, invece, per “non voler vincere contro i cadaveri” e per la deriva liberaldemocristiana che sta prevalendo al suo interno, appoggia costantemente (pur se con qualche riserva “mediatica” ma non sostanziale) i peggiori scempi di questo governo e continua però a volersi definire “di centrosinistra”.

Continua la distruzione del welfare state da parte di economisti banchieri (Fornero), continua la distruzione dell’istruzione pubblica da parte di rettori legati a partiti e industrie (Profumo), continua a non arrivare un piano efficace per il rilancio delle imprese in difficoltà (Passera e Monti), continua a non esserci lavoro per i giovani, ma nemmeno per i 35enni cassintegrati o precari.
Continuiamo ad essere in emergenza. Forse abbiamo solo preso – e perso – tempo, rimanendo nelle stesse condizioni di un anno fa mentre gli altri intorno a noi vanno avanti.

Keynes ricercato. È colpevole.

Il Pareggio di bilancio è una follia, non c’è altro modo per descrivere il disastro che causerà ciò che il nostro blog ha chiamato “il golpe strisciante”, ovvero la modifica della Costituzione.

Vladimiro Giacchè, economista ed autore di Titanic Europa, ha fatto due rapidi calcoli: “stando l’obbligo sancito dal ‘Fiscal compact’ di dover ridurre il debito pubblico del 5% annuo per quanto eccede il Pil del 60% – ergo, un ventesimo del Pil – per un certo numero di anni il nostro paese sarebbe chiamato a manovre annuali di 45miliardi di euro. Senza considerare quanto paghiamo di interessi sul debito: nel 2012 qualcosa come 72 miliardi di euro. Di fatto, l’Italia per i prossimi anni sarebbe costretta a manovre, per ridurre il suo debito pubblico, di circa 120miliardi di euro l’anno.” Una follia.

Ricapitoliamo e chiariamo perché viene sostenuto che Keynes è diventato “illegale”. Keynes affermò che il livello di produzione di una nazione, il suo reddito e di conseguenza l’occupazione, sono determinati dalla domanda. Diceva che il capitalismo è instabile per natura, rompendo così con la tradizione del laissez-faire, la teoria liberista in cui si afferma che il mercato è libero e si auto-equilibra da solo, senza aver bisogno dell’intervento dello Stato. Keynes sosteneva che il mondo dell’economia fosse dominato dagli “animal spirits”, persone, imprenditori, che agiscono in totale insicurezza e parzialità di informazioni, causando incertezza, incertezza che porta il capitalismo ad essere squilibrato e totalmente incontrollabile, se lasciato praticamente solo. Insomma, Keynes, a differenza di Marx, credeva che il capitalismo si dovesse controllare, poiché né efficace né giusto. Arriviamo dunque al punto. Se, come afferma Keynes, il PIL e l’occupazione dipendono dalla domanda, per aumentarli bisogna sostenere la domanda aggregata. In altre parole, per uscire da una crisi bisogna spendere per far ripartire l’economia. Il pareggio di bilancio, in Costituzione, vieta proprio questo, non si può più sostenere la domanda, con conseguenze disastrose per la nostra economia. Proprio Keynes ci offre un’altra strada, certo, non marxista (io sono marxista), ma è di buon senso. Se il problema è quello della crescita altro modo non c’è che aumentare i consumi, come fare per aumentare i consumi? Bisogna cominciare ad abbassare le tasse, non si tratta di una proposta demagogica, ma è un discorso molto serio, i cittadini, con tasse più basse, avrebbero a disposizione più reddito da spendere. Però, ciò che bisogna evitare come la rogna è abbassare le tasse ai “ricchi”, com’è nella tradizione destroide del nostro Paese, si parte da un buon proposito e si declina malissimo. Per questo motivo, sarebbe fondamentale, mettere un’imposta patrimoniale, che certamente non è la soluzione, ma porterebbe introiti importanti. Bisognerebbe aumentare gli investimenti in settori strategici ed importanti, due su tutti: la conoscenza e la ricerca scientifica. Lo Stato deve essere propulsore della crescita, non c’è altra soluzione dal baratro. Le politiche keynesiane vengono spesso accusate di aumentare il debito. Non è vero, è che i soldi vengono gestiti male. Se l’intervento pubblico è buono, porta risultati, se fatto male, come i tanti investimenti inutili italiani (prendiamo ad esempio il Tav e le spese militari folli) accumulano solo debiti e non portano frutti. Le buone politiche pubbliche tendono a ripagarsi da sole. E poi, anche se dovesse crearsi debito aggiuntivo, non si paga mica quando si hanno le tasche vuote a causa dei tagli indiscriminati cominciati da Tremonti e proseguiti dai tecnici? Keynes stesso suggeriva di ripagare gradualmente il debito aggiuntivo una volta usciti dalla crisi. Per questo motivo l’austerità è una follia, in Europa ce ne stiamo accorgendo giorno dopo giorno. Il Fiscal Compact è una roba pazzesca, in pratica il ragionamento è questo: tagli alla spesa pubblica, quindi tagli ad istruzione pubblica, sanità etc. niente investimenti, aumento dell’età pensionabile (io non so se vedrò la pensione), taglio dei diritti dei lavoratori, più flessibilità (più precarietà), salari più bassi. Non c’è che dire, un’ottima ricetta se vogliamo suicidarci. Queste politiche riducono sensibilmente il Pil e con la pressione fiscale così alta si ottiene l’esatto opposto di ciò che si voleva ottenere, cioè meno gettito del previsto. In sostanza, il debito pubblico cresce e noi non abbiamo soldi per pagarlo, se non con altre manovre finanziarie, altri tagli. Un cappio al collo. Cappio al collo che è confermato dall’Ocse, che nel suo Economic Outlook dice che il nostro Pil calerà dell’1,7% nel 2012 e dello 0,4% nel 2013, per questo motivo, sostiene l’Ocse, serve un’altra manovra finanziaria. Ecco cosa porterà il pareggio di bilancio in Costituzione. Mette Keynes fuori legge, figuriamoci Marx.

Ma, altre strade da percorrere ci sono, se abbiamo intenzione di riprenderci il Paese c’è bisogno solo di una grande mobilitazione popolare. E, sia chiaro, non ci servono grilli parlanti per uscire dalla crisi, che tra l’altro professano di uscire dall’Euro, senza minimamente considerare le nefaste conseguenze che porterebbe una scelta del genere, ma questo verrà affrontato in un altro articolo.

Insomma, basterebbe usare il cervello per dire che il Fiscal Compact è una – citando Fantozzi che ce l’aveva con la corazzata Potëmkin – cagata pazzesca. Evidentemente sopravvalutiamo i grandi tecnici e scienziati che ci governano.

  • Keynes blog, uscire dalla crisi con Keynes.
  • Intervista Vladimiro Giacchè, da Today.it
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