Disturbo Bipolare

Ho sempre sostenuto che il Bipolarismo fosse un grosso male per l’Italia, in questo articolo proverò a dare qualche argomentazione.

Il Bipolarismo è un sistema politico che vede la contrapposizione di due blocchi politici distinti, due coalizioni che si fronteggiano per il governo del Paese. Già partendo da questo dato è intuibile come questo fenomeno politico sia realmente inopportuno per la scena politica italiana, queste elezioni ne sono la conferma.

Il Bipolarismo in Italia ha contribuito a costruire calderoni politici di vario tipo, lo si vede nella sinistra italiana, dove il sistema di dominio dovuto al “disturbo bipolare” riesce a snaturare ideologicamente grandi partiti di massa costruendo un “Partito Guida” in cui c’è  una strana coesistenza tra moderati e riformisti, tra ex comunisti e socialdemocratici. Il problema di fondo del bipolarismo, appunto, è che sottrae le identità ai partiti, inserendoli in un calderone senza profilo politico senza storia e cultura, ecco, infatti, come si passa dalla vecchia struttura alla nuova: Centrodestra – Centrosinistra, stare fuori dalle due coalizioni significa praticamente rinunciare alla rappresentanza parlamentare.

Negli ultimi vent’anni queste due coalizioni si sono sfidate per il governo del Paese, vent’anni di berlusconismo, vent’anni di populismo e demagogia, che io attribuisco proprio al bipolarismo. Infatti, il Partito nell’epoca del bipolarismo tende a diventare, come già detto, un calderone, che favorisce il qualunquismo politico e riduce lo spessore politico delle proprie dirigenze. Nell’era del bipolarismo l’importante è vincere, anche con giravolte e programmi infiniti, anche riuscendo a mettere d’accordo fascisti e liberali, anche riuscendo a mettere d’accordo comunisti e democristiani.

Detto questo, mi sembra chiaro che non bisogna sottovalutare le conseguenze dell’introduzione di un sistema elettorale che tende esplicitamente ad eliminare la presenza di formazioni politiche che si propongono come alternativa, per una convergenza verso il centro conservatore che costituisce la vera caratteristica dei sistemi bipolari, laddove il termine “centro” sta a significare la condivisione delle compatibilità politiche del sistema, tanto sul piano interno, quanto su quello internazionale. Da questo punto di vista, la vicenda italiana è assolutamente emblematica. E queste elezioni ne sono, di nuovo, la conferma. Il bipolarismo si basa sull’idea di una democrazia fondata sulla governabilità, non sulla rappresentanza politica. Questa governabilità si otterrebbe attraverso lo snaturamento delle forze politiche raggruppandole in due coalizioni, giocando sull’alternanza di due poli, oggi coincidenti con un partito progressista e uno conservatore o con una coalizione in cui comunque solitamente è presente un partito più grande che svolge il ruolo di guida. Così facendo si eliminano, soprattutto con le apposite soglie di sbarramento ed i richiami al voto utile, formazioni che rappresentano interessi particolari o difficilmente omologabili con l’idea del calderone politico.

Le prossime elezioni vedranno di fatto la non presenza del bipolarismo, infatti, oltre all’anomalia tutta italiana nel ritenere bipolarismo un centro destra ed un centro sinistra più un centro che si allea con l’uno o con l’altro, avremo sostanzialmente più poli: Il polo del pdl, il polo montiano, il polo del pd, il polo della sinistra con Rivoluzione Civile ed infine Beppe Grillo. Finito? Il bipolarismo è morto? Assolutamente no e ne vedremo delle belle appena dopo le elezioni.

Ho l’idea che sia arrivato il tempo di cominciare una discussione profonda sulla legge elettorale e sul bipolarismo. Intanto provo a gettare questa pietra nel mare.

Luca Mullanu

 

 

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Una sinistra da ricomporre.

Innanzitutto, basta con la foto di Vasto. Roba vecchia, di mesi fa, ora gli scenari sono cambiati e sotto il sole c’è da ricostruire una sinistra degna di questo nome. Infatti, una sinistra che parla ai cittadini con il cuore e la sincerità, che parla di cose nette senza dividersi, sarebbe l’ideale antidoto al grillismo galoppante. Grillo, detto sottovoce ha trovato una gatta da pelare: Favia. Ebbene il Consigliere Regionale ha appena portato alla luce – involontariamente – la verità sul Movimento 5 Stelle. Ma lasciamo perdere questo tema. Dicevo, una sinistra degna di questo nome deve interrogarsi su chi far pesare questa crisi e per farlo deve unirsi partendo dall’opposizione al Governo Monti. Opposizione, che però, non può prescindere dalla costruzione dell’alternativa di governo. La sinistra deve governare, a prescindere dal PD. E deve portare le sue rivendicazioni in quel Parlamento sottomesso al neoliberismo.

Ad aiutare la costruzione dell’alternativa in questi giorni è passata una notizia, oscurata dai maggiori giornali italiani: FdS, Idv, Sel e Fiom si sono seduti ad un tavolo per raccogliere le firme per un referendum sull’articolo 8 e sull’articolo 18. Infatti, la bella notizia sarebbe che si potranno fare i referendum, nonostante sia proibito dal fatto che la legge dice che in caso di elezioni politiche i referendum non possono tenersi un anno prima e sei mesi dopo. Ma i giuslavoristi hanno trovato un precedente, quello del referendum relativo alla preferenza unica, che si tenne proprio a ridosso delle elezioni. E così, martedì mattina Diliberto, Ferrero, Vendola, Di Pietro e la Fiom nazionale andranno in Cassazione per depositare i quesiti.

Si tratta di un fatto da non sottovalutare, poiché si potrebbe delineare all’interno della protesta studentesca e dei lavoratori e lavoratrici (ottobre, mese in cui parte la raccolta firme e mese molto caldo politicamente) un’alternativa sociale, economica e politica a ciò che c’è in giro.

Che da questo referendum si possa ricomporre il puzzle della sinistra italiana?

 

 

 

Otto mesi

12 novembre 2011

Quel giorno, o meglio quella sera, abbiamo sperato che qualcosa cambiasse davvero, e che cambiasse in meglio. Come dimenticare le immagini di una piazza del Quirinale gremita, a cantare ed a scandire cori, e nelle altre piazze d’Italia gente a brindare “alla caduta del Nano?”
Certo, l’ho fatto anch’io. Cosa speravo? Che ci fossimo liberati finalmente di un modello di degrado culturale e morale, che la si smettesse di lasciare che il Paese andasse incontro alla rovina sociale ed economica, oltre che di speranza e fiducia nel futuro, che lo stesso futuro diventasse più roseo per tutti, per noi giovani e per chi ci ha preceduto. Che partisse un rinnovamento completo, in politica e fuori, nelle università baronali ad esempio. Che non fossimo più derisi a livello internazionale. Che si parlasse di cose serie, non di quante troie si incula Berlusconi (perdonatemi l’eufemismo).

16 luglio 2012

Sono passati otto mesi e quattro giorni da quella sera di speranza, e cosa è cambiato?
Il governo è passato da una destra incompetente ed impresentabile ad una destra poco competente (la differenza è sottile) e poco presentabile. Da Berlusconi e Monti cambiano infatti la serietà (dal burlesque alla sobrietà estrema) ed il prestigio personale (da macchietta a rispettato professore), ma non i contenuti essenziali riscontrabili in un neoliberismo sfrenato. Non potrebbe essere altrimenti, d’altronde: ci si è solo liberati, a livello di partiti, degli obblighi di coalizione e delle posizioni forzate. Il PdL è rimasto quello di sempre, con l’assenza del prode Silvio come frontman in luogo di un peggiore Alfano; la Lega non è più costretta a dover accettare i voleri dei berluscani per restare al governo; l’UDC può riprendere il consueto ruolo di “puttana politica” pur potendosi mostrare, nonostante percentuali non eccelse, quasi come un partito “vergine”; l’IdV mantiene la costante della contestazione al governo, sia esso di Monti o di Berlusconi; il PD, invece, per “non voler vincere contro i cadaveri” e per la deriva liberaldemocristiana che sta prevalendo al suo interno, appoggia costantemente (pur se con qualche riserva “mediatica” ma non sostanziale) i peggiori scempi di questo governo e continua però a volersi definire “di centrosinistra”.

Continua la distruzione del welfare state da parte di economisti banchieri (Fornero), continua la distruzione dell’istruzione pubblica da parte di rettori legati a partiti e industrie (Profumo), continua a non arrivare un piano efficace per il rilancio delle imprese in difficoltà (Passera e Monti), continua a non esserci lavoro per i giovani, ma nemmeno per i 35enni cassintegrati o precari.
Continuiamo ad essere in emergenza. Forse abbiamo solo preso – e perso – tempo, rimanendo nelle stesse condizioni di un anno fa mentre gli altri intorno a noi vanno avanti.

Hanno ammazzato il PD. Il PD è vivo.

Continuiamo a farci del male da soli.
Profaniamo anche una delle più belle canzoni di De Gregori, visto che ci siamo.
Oramai non esistono più totem, limiti da non oltrepassare, linee Maginot, alleanze da non fare.
Oramai, soprattutto a sinistra, ci si è abituati a “fare spallucce” per tutto, figuriamoci se ci si può lamentare per una citazione mal riuscita di De Gregori.

La realtà è che, da quando è salita sul ponte di comando la generazione veltro-dalemiana, a sinistra ci si è adattati a mandare giù rospi ben più indigesti del compromesso storico berlingueriano.
Forse si è arrivati a pensare che, accettando sempre e comunque le geniali trovate di Baffo (Massimo) e Bruco (Walter), queste due menti alienate avrebbero smesso di tormentarci.

Invece niente.
Finisce un pò come per gli operai delle vignette di Altan.
Si è accettato l’ombrello nel deretano? Bene, ora lo aprono.
Insomma, i nostri grandi statisti questa volta hanno dato il meglio di loro.
Hanno elaborato la strategia perfetta.
E voi, stolti elettori che non riuscite a capire la grandezza del disegno di Max&Uolter, non vi starete mica ponendo le solite domande?
Non vi starete mica chiedendo come mai, avendo a disposizione una vittoria sicura con una coalizione di centrosinistra (PD+SEL+IdV, se non è chiaro), il PD si stia per buttare in un’alleanza di destra-centro-sinistra, che arriverebbe fino ai postfascisti di FLI?

Se lo state facendo, cari ignobili elettori, state tranquilli.
Non siete mica gli unici.
In realtà neanche quel povero diavolo che risponde al nome di Pierluigi Bersani lo sa.
D’Alema e Veltroni, giustamente, lo tengono ben lontano dalle stanze dove, insieme ai “compagni” popolari, decidono le sorti del PD.
Eppure, analizzando bene le parole e le mosse di Veltroni e D’Alema (con annessi popolari), non è difficile immaginare i motivi delle loro scelte.
Pensiamoci bene, i due poverini hanno visto che fine ha fatto Prodi con le sue grandi coalizioni di centrosinistra.
E vivono nel terrore di fare la stessa fine.
Quindi, con immensa astuzia, hanno pensato bene di riproporre la stessa ricetta, con baricentro spostato notevolmente al centro.
Il motivo?
Bè, volete mettere la possibilità di togliersi dalle scatole le proposte sul lavoro fisso, le diatribe con gli imprenditori, i problemi di carattere etico (dalle coppie di fatto alla procreazione assistita, ma non solo) o le proteste ambientaliste?
Volete mettere la possibilità di allontanarsi del tutto da figure come Landini e avvicinarsi del tutto a figure come Caltagirone?
Come fate a non capirli?
In fondo, hanno solo tolto definitivamente tolto i piccoli (fastidiosissimi) residui di sinistra che ancora angustiavano il loro partito.
Oppure no?

Gli eventi dell’Assemblea dei Dem sembrano aprire un piccolo spiraglio.
Una piccola minoranza, molto rumorosa, che è riuscita per una volta a scompigliare le carte, a mettere i dirigenti di fronte alle ambiguità di un partito che non riesce ancora a capire se vuole essere socialdemocratico o cristianosociale, pur propendendo tremendamente verso quest’ultima opzione.
Un partito che non sa cosa vuole fare, che non è pronto a governare.
Al massimo, è pronto per non-governare.

Insomma, si apre un piccolo spiraglio.
Come spero che si possa aprire lo spiraglio di una coalizione di sinistra, in cui tutti quei sassolini che tanto fanno male ai piedi dei lider maximi piddini possano essere messi insieme.
Una coalizione che metta finalmente in campo un programma incentrato sulla difesa e la crescita dello Stato sociale, sulla tutela dell’ambiente, sul rispetto del lavoratore come persona, non come cavia.
Un movimento che sia capace di smantellare le strutture di potere foraggiate per anni dai partiti, che hanno allontanato il popolo dalla politica.
Un movimento rivoluzionario, oserei dire.

Se per caso tutto cadesse

Non sono pochi gli elettori di sinistra (e non) che ieri, osservando la vittoria di Pizzarotti a Parma, si sono fatti grasse risate.
O almeno, hanno riso davanti agli altri, ai compagni di partito, agli amici al bar, ma nelle loro menti l’euforia era ai minimi termini.
Hanno riso perchè si sono ritrovati davanti una via di fuga dalla delusione per la sconfitta piuttosto comoda: Pizzarotti fallirà, ora non si tratta più di criticare da dietro lo schermo del pc, ora deve governare una città con 600 milioni di euro di debiti.
Onestamente, tra questi “sinistri” mi ci metto anche io, senza timore.
Perché il timore, quello vero, quello crudo, è che invece Pizzarotti, in un modo che stupirebbe per quanto lontano dagli standard di efficienza amministrativa a cui siamo abituati, possa invece farcela, governare in maniera trasparente ed efficace, magari ripianare buona parte del debito, magari riqualificare in un qualche modo produttivo l’inceneritore.
Il nostro timore è che i “grillini” possano garantire un’amministrazione buona, sana, mettendo quindi di fatto le mani su quello che una volta era il certificato di qualità della sinistra italiana: la capacità di governare gli enti locali al meglio.
E questo “marchio di qualità”, sia chiaro, gli attivisti del M5S non ce lo stanno strappando con la forza.
Lo abbiamo buttato via noi da tempo, ce ne siamo privati come se fosse una vecchia ruga che ci faceva sentire vecchi, ammuffiti.
Abbiamo bruciato la nostra pulizia morale, la nostra coerenza verso i valori della sinistra mondiale, la correttezza nell’agire, gettandole nel vento, come dei vecchi rottami, come le parole sulla questione morale di Enrico Berlinguer, che ci piace tanto citare, che ci schifa tanto quando dobbiamo passare ai fatti.
E ora siamo qui, con tutti i comuni conquistati, con le roccaforti strappate all’ “asse” PdL-Lega, con quelli che sono stati insuccessi del PD che sono stati comunque trionfi dell’IdV (Palermo insegna, come già aveva fatto Napoli) o di SEL (che continua a tirar fuori i Pisapia o i Doria dal cilindro e a farli vincere).
Siamo di fronte a quello che sarebbe un successo senza precedenti degli uomini della “foto di Vasto”.
Eppure abbiamo tutti l’amaro in bocca, come non mai, forse neanche dopo le più brucianti sconfitte.
E questo perché, se si affermasse il modello dei ragazzi a 5 stelle, potremmo assistere ad un crollo definitivo dei partiti italiani, un crollo positivo perchè potrebbe portare ad un repulisti delle dirigenze, ma anche negativo per ognuno di noi, soprattutto per coloro che sono abituati alla sezione, alle riunioni dei tesserati, ai vecchi totem del partito che una volta erano i grandi saggi (e oggi sono i D’Alema, lascio a voi i commenti).
Sarebbe il definitivo collasso di un sistema che non è stato solo tangenti, malgoverno, sprechi, guai con la giusitizia, ma anche proposte, incontri, progetti, laboratori politici, sezioni “sgarrupate” in cui nascevano vittorie inaspettate, passione impegnata nella speranza di cambiare qualcosa.
Forse i partiti resisteranno per questo, forse anche il fenomento dei 5 stelle passerà, forse continueremo a farci prendere in giro, a destra come a sinistra, da quattro vecchi anchilosati, completamente isolati dalla realtà del paese, in nome della nostra passione, delle nostre idee, del desiderio di non uscire da questo sistema che, se da una parte continua a deprimerci giorno dopo giorno, dall’altro è sempre pronto a darci nuova linfa, nuovo entusiasmo, che sia per un leader emergente o per un nuovo partito.
O forse no, forse sarebbe davvero tutto finito, se per caso tutto cadesse.

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