La lista Tsipras è un fallimento in partenza e vi spiego il perché

ListaTsipras

Il simbolo della lista Tsipras italiana

La lista Tsipras è un progetto fallimentare: se non si pone un obiettivo di lungo termine, rimane un aggregatore di voti inefficace. Dopo essere andati a Strasburgo, non avranno contribuito a costruire un progetto politico di sinistra concreto e duraturo in Italia.
C’è un generico “andiamo con Tsipras perché va di moda ed è votabile da chi non apprezza le grandi coalizioni”, ma non si lavora concretamente su base nazionale (e nemmeno locale, ad onor del vero) per un progetto simile che vada a consolidare tutto il bacino di sinistra e che possa anche espandersi, anzi si tende sempre più alla scissione e alla particolarizzazione degli interessi.
Una sinistra così, incapace di parlare alle masse e prenderne i voti, rimarrà sempre più di nicchia, ed a questo punto consentitemi di dire che se lo merita. Se si antepongono sempre divergenze e paletti alle basi di convergenza si rimarrà sempre un’accozzaglia di partiti dello zerovirgola ed in più ci si attirerà l’odio sia degli avversari che del potenziale elettorato, stanco di queste faide.
Non che l’avere alle spalle una storia di un’area che va avanti a scissioni da cent’anni faccia ben sperare, ovvio, ma almeno in teoria si dovrebbe imparare dagli errori del passato.

Se ciò non fosse sufficiente, basterebbe guardare agli sviluppi recenti: Antonia Battaglia, attivista ambientalista di Taranto, pone l’aut aut alla candidatura di membri di SEL specialmente nella circoscrizione Sud – non si può ignorare la polemica con il governo regionale pugliese guidato proprio da Nichi Vendola – e riceve l’appoggio di Flores D’Arcais, l’imprenditrice antiracket Valeria Grasso partecipa ad una manifestazione di Fratelli d’Italia e si ritira dalla lista Tsipras, venendo sostituita dal braccio destro di Rita Borsellino Alfio Foti.

Impossibile poi dimenticare i malumori degli esponenti del PdCI per la mancata candidatura di alcuni loro esponenti, nonché le contraddizioni della stessa promotrice e garante Barbara Spinelli nell’aprire uno spiraglio alla collaborazione con Grillo, che però è antieuropeista.
A ciò si aggiunga, dettaglio non irrilevante, che il traguardo delle 150.000 firme è ancora lontano dall’essere raggiunto, e che i sondaggi più recenti collocano la lista al 2,9%, ben al di sotto della soglia di sbarramento: ciò non può certamente essere letto come l’iniezione di fiducia della quale i militanti ed i simpatizzanti hanno bisogno.

Quello che appare evidente è che la lista Tsipras non ha la struttura, l’organizzazione né la forza di un partito: è un cartello elettorale, e con le elezioni europee il progetto è destinato a finire. La cosa tragica è che non ha nemmeno una guida, una figura di riferimento che possa compattare, organizzare, dirigere, risolvere le beghe interne, dettare una linea di comportamento. Nulla di ciò, si tratta di cani sciolti con il collare dello stesso colore, di politici di professione, di intellettuali più o meno qualificati, di espressioni della cosiddetta “società civile” (su quanto e come la società civile abbia danneggiato la società politica, perlomeno in Italia, molto ci sarebbe da dibattere, anche cruentemente).
Se non è un partito, potrebbe essere un movimento esattamente come il Movimento Cinque Stelle: ma non ne ha né lo stretto controllo sui propri membri, né una base di attivisti fedeli al progetto. La lista viene sponsorizzata attraverso internet in una cerchia ristretta di persone, e ristretto è l’elettorato al quale si rivolge: i partiti e movimenti comunisti, SEL, i Verdi, i superstiti dei movimenti per i beni comuni, ma non prova (né realisticamente riuscirebbe) a guadagnare consensi tra i delusi del PD o del Movimento Cinque Stelle.
Non è un partito, non è un movimento, la lista Tsipras non può allora che essere che un mero convogliatore di voti, supponiamo il 5%, che avrà poco peso all’interno del Parlamento Europeo, ammesso che riesca ad accedervi, (si parla di 4 deputati sui 72 italiani e sui 751 totali) e che non cambierà nulla all’interno della scena italiana, persa com’è in faide interne prima ancora di poter ambire ad essere il preludio di una fortunata forza unitaria di sinistra.

Dibba il grillino

Al Deputato M5S Alessandro Di Battista sta stretta la definizione di “grillino” che l’opinione pubblica nel tempo ha affibbiato loro. Chissà perché? Questa è la domanda che si pone il miglior prodotto comunicativo che il Mo Vi Mento ha saputo produrre nella scorsa tornata elettorale.
La sua risposta è ovviamente la solita: i media cattivi, asserviti al potere, li ostacolano e li discreditano perché “evidentemente” danno fastidio. Ma fastidio perché? Nel post del blog di Di Battista c’è un elenco di fatti estremamente rivoluzionari che i grillini avrebbero “fatto” in questi otto mesi di legislatura.
Dibba in un suo discorso alla ggente

Prima di tutto il caro Dibba dimentica che per anni i seguaci di Berlusconi sono stati chiamati berlusconiani, ma ciò è tipico in tutti quei partiti dove c’è un leader intoccabile e una serie di persone che legittimamente fanno politica, e altrattanto legittimamente scelgono di farla inseguendo acriticamente un capo. Ovviamente a giudicare ciò è l’opinione pubblica, di cui i media sono gli esponenti più evidenti, perché i membri di quel partito leaderistico spesso (ma neanche sempre) negheranno di essere leaderistico, tuttavia i fatti parleranno per loro. Ecco il vero motivo per il quale gli iscritti e gli eletti del Mo Vi Mento sono definiti grillini, caro Dibba, perché come spesso ci avete fatto notare a Grillo voi dovete tutto, Grillo vi porta i voti e anche voi, come i Berlusconiani, avete vinto una lotteria senza neanche comprare il biglietto. Miracolati dalla rete, avete fatto un giuramento implicito di fedeltà ad un capo e al suo progetto di finta rivoluzione, utile ad accumulare consenso ma non a produrre fatti, perché l’assenza di fatti è conseguenza del non prendere posizione su questioni importanti per inseguire la pancia dell’elettorato. Miracolati dalla rete avete gettato a mare quel consenso che vi avrebbe dato l’opportunità di cambiare il paese, di mandare a casa politicamente Berlusconi, di elevarvi a Onorevoli da semplici grillini che eravate, e crearvi una personalità politica autonoma.
E tu caro Dibba questo lo sai bene, visto che sei l’unico che è stato in grado di crearsi una popolarità e una personalità autonoma, all’interno della tua perfetta aderenza ai pensieri dei leader, l’unico che sembra sempre in linea con il movimento, l’unico che pare intoccabile tra gli eletti e l’unico, casualmente, che mostra più insofferenza di fronte alla definizione di “Grillino”.

Populismo o demagogia?

C’è chi rimprovera una mancata conoscenza dei termini a noi che diamo del populista a Grillo, usando in modo sprezzante il termine “populismo” che, originariamente, non avrebbe un contenuto negativo ma anzi sarebbe l’esaltazione politica del ruolo del popolo. In realtà, ci dicono, si dovrebbe usare la parola “demagogia” per intendere quel raggiro del popolo con il quale un carismatico acquisisce consenso per fare tutt’altro interesse, oppure la parola “qualunquismo” che significa invece l’avere un atteggiamento disinteressato, prevenuto e generalizzato verso la politica.

La verità secondo me è che Grillo è sicuramente tutte e tre le cose.

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Populista perché esalta il ruolo della massa, della “gente”, del popolo appiattendo il ruolo dell’individuo a puntino indistinto di una grande massa fonte di esigenze proprie, e che insegue la pancia di queste maggioranze indistinte di pecore senza interessarsi del cervello. Essere populista, al di là dell’accezione più moderna che è stato posteriormente data dai media (e non vedo perché non se ne dovrebbe tener conto!) che lo associa in modo più stringente alla demagogia, non è affatto positivo come alcuni pensano: parlando alla pancia della gente si scoprono razzismo, odio, guerre tra poveri, cacce alle streghe, forcaiolismi.

Demagogo perché il grande consenso che ha ricevuto e che ancora riceve lo sfrutta per aumentare il proprio potere mediatico, economico, politico senza mettere in pratica alcuna promessa. Non solo dunque pensa ad un popolo privo di individui che lo compongono, non sono parla alla pancia e non al cervello, ma una volta ascoltata la pancia della massa, non si tenta neanche di realizzare nulla, e dunque si raggirano abilmente i tanti ingenui che lo hanno votato.

Qualunquista sia lui, sia coloro che lo votano, perché appiattisce gli schemi politici e rifiuta le differenze comportamentali-etiche e soprattutto le differenze ideologiche. Anzi si può dire rifiuti le ideologie, denigrandole e ripudiandole. Ma è lo stesso populismo di Grillo a imporre lui di essere qualunquista, perché è il qualunquismo ciò che attualmente, a torto o a ragione, fuoriesce dalla pancia della gente. Compito della politica, ma non di Grillo (né di Renzi, né di Berlusconi) sarebbe combattere con fatti e contenuti questa indifferenza generalizzata che solo apparentemente sembrava essere stata spazzata via dal M5S

Roberto

Sul documento congressuale di Matteo Renzi: dove sono economia, lavoro e scuola?

Bene, ci siamo. Dopo tanto parlare, abbiamo qualcosa di tangibile da cui giudicare le intenzioni del candidato più accreditato alla guida del PD, Matteo Renzi. 

La prima cosa che salta agli occhi leggendo il documento – non è una sorpresa quanto una deludente conferma – è la mancanza di contenuti programmatici. Al solito, quando ci si vuol fare un’idea di quanto affidabile sia una proposta politica, basta andare ad analizzare quanto precisa (o quanto vaga) è tale proposta sugli argomenti di solito più divisivi (alias meno inclini a consensi trasversali). Tradotto: cosa ne pensa Renzi riguardo economia, istruzione e lavoro?

Ne pensa ben poco, il giovanotto. O se pensa qualcosa, ben poco si capisce dal suo documento congressuale “Cambiare verso“. Ma vediamo un po’ più in dettaglio.

Scuola. Uno dei primi punti del candidato Renzi. Il documento congressuale parte dalla constatazione che gli insegnanti sono una delle categorie di riferimento del PD e che, in quanto tale, meritano attenzione. Insegnanti che negli ultimi decenni sono stati messi ai margini, in termini di politiche sociali. Bene. “Il PD che vogliamo cambierà verso alla scuola italiana“. Come? “Dando ascolto alle buone idee“. Si, ma quali idee? Come intendete ascoltarle? “Dando luogo alla più grande campagna di ascolto mai lanciata da un partito a livello europeo“. In pratica, alla domanda “Matteo, che ne pensi della scuola?” Lui ti risponde: “Dimmelo tu”. Fantastico, mi candido segretario del PD allora.

Lavoro. Anche qui, il nostro parte dall’analisi che il mondo del lavoro non guarda più al PD, che è il terzo partito tra gli operai, ecc ecc. Poi si arriva alle proposte, almeno questa è l’intenzione. “Vogliamo cambiare verso al mondo del lavoro.” Come? “Vanno cambiati i centri per l’impiego“. In che modo? Non c’è scritto. “Abbiamo bisogno di una rivoluzione nel sistema della formazione professionale“. Giustissimo, come? Mistero. Qualcosina si dice riguardo il rapporto col sindacato “Va fatta una legge sulla rappresentanza” anche se troppo poco. Come dev’essere questa legge? Vuoi una rappresentanza alla Marchionne, dove chi non firma gli accordi sta fuori? O al contrario, vuoi che anche chi non firmi sia dentro le imprese? Renzi non lo specifica. Renzi continua: “Attenzione a Internet, ha creato 700 mila posti di lavoro in 15 anni“. Bravo, che intendi fare per aumentare questa “attenzione”? Non è dato saperlo. 

Economia. Non pervenuta. Non esiste una sezione “economia” nel documento congressuale di Matteo Renzi. Se egli verrà eletto Segretario, allora potremo a ragione sostenere che anche il PD, dopo il M5S (curioso, anche il programma dei grillini non contiene proposte sull’economia), ha rimosso il tema dell’economia dalla propria piattaforma programmatica. Abbiamo un Paese in recessione ormai da quasi un quinquennio e le principali forze politiche di economia non pensano niente. Sarà che le due cose hanno qualche correlazione?

Insomma, finiamo con una speranza: che Matteo Renzi in qualche ritaglio di tempo libero tra corsa alla segreteria del PD, corsa alla premiership e lavoro al Comune di Firenze possa correggere la sua rotta in tempo e spiegarci finalmente quali programmi ha per il Paese, prima ancora che per il PD. Perchè, con tutta sincerità, non s’è capito.

Perchè l’attacco di Napolitano al M5S è controproducente

Tutte le homepage dei giornali odierni titolano sul messaggio alle Camere del Capo dello Stato. “Il Parlamento deve intervenire subito per porre fine all’emergenza del sovraffollamento carceri, con provvedimenti di amnistia e/o indulto”. Ai grillini non è parso vero: dopo settimane passate a pietire qualche secondo di visibilità davanti ai cancelli della Rai hanno colto la palla al balzo per attaccare il Napolitano: “Il provvedimento serve a salvare Berlusconi”.

Napolitano ha sbroccato. “Al M5S non frega niente della gente”. Ok, l’ha detto in risposta a una domanda, e in modo un po’ meno diretto, ma il succo è quello. I grillini hanno potuto quindi strillare via twitter, facebook, e compagnia cantante, riproponendo il solito frame: “noi siamo i buoni che combattono i cattivi. Siamo da soli, in questa lotta. Tutti, persino il Capo dello Stato, sono armati dall’unico desiderio di salvare il culo a Berlusconi”.  Ecc ecc.

Oggettivamente, i grillini hanno ben pochi risultati da portare in pasto al proprio elettorato per convincerlo a farsi rivotare. Si sono autoesclusi dal panorama governativo, sin da quando hanno sbattuto la porta in faccia al povero Bersani. Il M5S è divenuto marginale ed irrilevante. Mentre Pd e Pdl discutono – con avverse fortune – di IMU, IVA, emergenza migranti, ecc., il blog di Grillo si inventa battaglie al limite del grottesco per impedire la vivisezione. Gli unici provvedimenti concreti che ha preso il M5S sono stati quelli di espulsione ai parlamentari dissidenti. La frustrazione è così tanta che i deputati (sic!) sono saliti sul tetto di Montecitorio per avere un briciolo di visibilità, facendosi multare e poi ovviamente lamentandosi.

– Siamo stati multati perchè siamo saliti sul tetto di Montecitorio! Skantalo!!

– Ma non siete voi quelli del rispetto delle regole?

– Sì, ma..

La fortuna dei grillini sta nell’inconsistenza dell’offerta politica esistente. Al solito: loro sono una conseguenza dello sfascio causato da chi li ha preceduti. Quindi, caro Presidente Napolitano, ti stanno sul culo i grillini? Beh, per farli scomparire basterebbe:

1) Mai dar loro occasioni di visibilità. Piuttosto ignorarli, ma mai scadere nella loro caciara.

2) Cercare di accentuare le differenze tra partiti, e in particolar modo tra destra e sinistra: più saranno assimilabili e più passerà il solito messaggio “sono tutti uguali tranne noi”. Soprattutto, FARE le cose, lasciando a loro slogan e proclami.

3) Mai rincorrerli sul loro terreno: Grasso e Boldrini si son tagliati gli stipendi del 30%. I grillini subito li hanno accusati: “Non basta! Serve un taglio più grosso!”. “Ok, ce li tagliamo del 50%.”. “Non basta!”.  Eccetera. 

Seguire queste tre piccole regole aiuterebbe non dico a farli sparire, ma per lo meno a depotenziare la loro “narrazione”, se è possibile usare un tale termine con gente il cui ragionamento politico più articolato si limita a poco più di un rutto.

C’era una volta la Costituzione

GU Costituzione 1947

Costituzione della Repubblica Italiana, 27 dicembre 1947

Nei prossimi giorni dovrebbe essere pronta la relazione dei “saggi” incaricati di studiare cosa e come si potrebbe cambiare della Costituzione.
Il gruppo di lavoro, composto sia da autorevoli costituzionalisti che da politici, sia di estrazione socialista che liberale – entrambi i termini nel senso europeo, e non in quello italiano – non dovrebbe toccare né il nucleo dei diritti fondamentali né l’ordinamento interno, vale a dire Stato-Regioni-Comuni: forse potrebbero sparire le Province, ma ne dubito in quanto accentrano sia funzioni di gestione di scuole e strade sia in quanto sono centri di potere che difficilmente i partiti abbandonerebbero.
Più facile invece che venga modificato l’ordinamento dello Stato, ovverosia i poteri spettanti al Parlamento, al Governo ed al Presidente della Repubblica, insieme alcune norme relative alla Magistratura.

Io, onestamente, non capisco il bisogno di cambiare la Costituzione, che ritengo equilibrata così com’è.
Intendiamoci: è una Costituzione tanto figlia di un compromesso tra comunisti, democristiani e liberali – quelli veri, purtroppo scomparsi dallo scenario politico da cinquant’anni e forse più: la questione liberale meriterebbe un approfondimento ben più ampio e slegato dal discorso che sto affrontando – quanto dell’esperienza fascista, che suggeriva di evitare di accentrare troppo potere in un solo uomo, fosse questo il Presidente del Consiglio – in precedenza Duce o Capo del Governo, ora non più capo ma primus inter pares, primo tra i pari: questa è la distinzione che colpevolmente non viene fatta dai media che invece preferiscono Premier o Primo Ministro, figure tipiche di altri ordinamenti, attribuendo così implicitamente al Presidente del Consiglio funzioni che non gli spettano – oppure il Presidente della Repubblica – prima il Re, non più monarca assoluto ma libero di scegliere il Capo del Governo e di sciogliere la Camera, nonché di nominare il Senato.
Troppo, infatti, era il rischio di avere un nuovo Vittorio Emanuele o un nuovo Mussolini, e quello stesso rischio, non me ne vogliate, è sempre attuale, anche in questo periodo.

Bisognerebbe cambiare la mentalità degli italiani, invece.
Penso, per esempio, al fallimento del federalismo ed a quello della devoluzione, che non fanno altro che moltiplicare gli enti e creare conflitti tra le amministrazioni e gli organi, rallentando tutto e intasando i tribunali amministrativi e la Corte Costituzionale con ricorsi e controricorsi.
Oppure penso ancora al dibattito su presidenzialismo, semipresidenzialismo e parlamentarismo. Vero è, come ha affermato Roberto Maroni alla BerghemFest il 1 settembre 2013, che almeno dal novembre 2011 “l’Italia si trova di fatto in un presidenzialismo“, considerato il ruolo da protagonista svolto da Napolitano, pur nel rispetto delle prerogative ad egli riservate dalla Costituzione, ma altrettanto vero è che la stessa Costituzione riserva al Parlamento, e non al Governo o al Capo dello Stato, il ruolo di assoluta centralità, così come ognuno dei membri che lo compongono è a tutti gli effetti rappresentante di tutta la Nazione, non solo di questo o di quel partito (o movimento).

Tuttavia, mi domando, è davvero il seguire la volontà del leader ed il cambiare tutto costituzionalmente, riscrivendo tutto ogni volta che si ritiene sia vantaggioso per la propria parte politica – in fondo la politica è l’arte della negoziazione – l’interesse principale degli italiani? O forse sarebbe più importante porre i diritti già costituzionalmente riconosciuti al centro del dibattito?

Basterebbe attuare la Costituzione con leggi conformi e staremmo tutti meglio, ma ai politici nostrani non interessa, né alla destra, né alla sinistra, né al M5S. Nemmeno al centro, chiaramente. Il sistema politico cerca il perpetuamento dello status quo attuale. In una società dinamica non è un bene, anche se già il gattopardiano “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi” sembrava rassegnarci. Il messaggio, triste quanto cinicamente realistico, è che la massa, che pure avrebbe un grandissimo potere, va instradata ed aizzata affinché faccia propri gli interessi dei singoli che dovrebbero rappresentarla e che invece, da capibastone, se la ridono.

Da questo nasce la mia convinzione: ci sono dei punti di riferimento in quella benedetta e bisfrattata Costituzione: aggrappiamoci a quelli per evitare la deriva.

Noi che non voteremo Movimento Cinque Stelle

Noi che non voteremo Movimento Cinque Stelle siamo di sinistra, di destra, di centro. Spesso siamo ex-grillini delusi. Molti di noi sostengono il governo perché lo ritengono il migliore possibile, molti altri vi si oppongono proprio come fate voi, che votate il Movimento Cinque Stelle.

Noi che non voteremo Movimento Cinque Stelle non siamo pagati da nessuno, non abbiamo alcun interesse personale alla disfatta del vostro Movimento, nessuna posizione privilegiata da difendere. Ma se l’Italia di oggi è, per usare una metafora, in preda ad un incendio, noi ci opponiamo a chi vorrebbe spegnere quest’incendio con bicchieri d’acqua, o peggio ancora con la benzina.

Noi che non voteremo Movimento Cinque Stelle non lodiamo la classe politica attuale o passata, non ci siamo mai costruiti un dogma o un totem di purezza come fate voi. Inseguiamo spesso dei sogni, come fate e avete fatto voi, spero, e diamo il nostro sostegno a chi è più credibile e onesto nell’inseguire e tentate di esaudire questi nostri stessi sogni.

Noi che non voteremo Movimento Cinque Stelle non siamo “gente”, ovvero una massa non meglio identificata, con una volontà unica e una verità assoluta che ci possa dare la salvezza, ma che finora ci viene nascosta dai nemici, dai cattivoni della “casta”, ovvero quell’altra massa informe che ha il potere e i privilegi e l’unico scopo di inculare quotidianamente i propri sudditi.

Noi che non voteremo Movimento Cinque Stelle siamo “persone” distinte, nei nostri bisogni, nei nostri interessi, nelle nostre idee, nella nostra avidità, nelle nostre invidie, nei nostri buonismi e nei nostri sensi di giustizia, nella nostra ipocrisia, nella nostra repressione, nella nostra cattiveria, nelle nostre debolezze. E di là, noi crediamo, ci siano persone, esattamente come noi, altrettanto distinte che hanno avuto la possibilità di una posizione, un lucro, una rendita, un privilegio, una carriera che hanno sfruttato e sfruttano in modo distinto.

Noi che non voteremo Movimento Cinque Stelle abbiamo sempre preso l’informazione che deriva dalla televisione e dai giornali con le pinze. Allo stesso modo e forse in misura maggiore, vista la minore varietà di strumenti cautelativi dalle bugie che abbiamo a disposizione, facciamo e abbiamo sempre fatto anche con l’informazione che troviamo in rete.
Noi, a differenza di voi che voterete Movimento Cinque Stelle, non prendiamo per oro colato le notizie che ci derivano dal Blog di Grillo e dalle sue appendici controllate sempre dal guru Casaleggio. Non solo: siamo ben coscienti che la maggior parte del nostro elettorato, così come la maggior parte del vostro elettorato, non usa internet per informarsi (i frequentatori del blog sono solo una minima parte del vasto elettorato che ha votato il M5S alle ultime politiche). L’odiata televisione e gli odiati giornali hanno dato il contributo maggiore al VOSTRO successo elettorale, imponendovi come unico voto di protesta, come unica alternativa, come unica opposizione alle vecchia politica e accettando al contempo di non esporvi al confronto e al giudizio diretto degli spettatori/lettori. Prendetene atto, con l’onestà intellettuale che da qualche parte vi residua.

Noi che non voteremo Movimento Cinque Stelle abbiamo fatto tesoro degli anni di storia vissuta e di storia studiata: temiamo il ripetersi di vicende più o meno tragiche e sanguinose. Per noi non c’è poi tanta differenza tra un uomo che urla insulti e parolacce da un palco di fronte ad una folla adorante di semi-automi e uno che lo fa gesticolando e usando termini antichi da un balcone. Soprattutto quando il primo si trova ad usare gli stessi argomenti, ad individuare gli stessi nemici e ad incantare la stessa folla incazzata.

Noi che non voteremo Movimento Cinque Stelle siamo già svezzati alle delusioni, e rifugiamo le facili soluzioni e le facili illusioni. Speriamo sempre nella trasformazione degli annunci in fatti, ma è soprattutto ai fatti che guardiamo, a chi avrebbe avuto la possibilità di metterli in atto e non l’ha fatto, a chi aveva poche alternative ed è giunto a compromessi per fatti decisamente insoddisfacenti.

Noi che non voteremo Movimento Cinque Stelle mettiamo in dubbio e giudichiamo attentamente prima di tutto coloro in cui crediamo di più, perché per noi non esistono santoni e bocche della verità. Teniamo gli occhi aperti e mettiamo in conto di incorrere in batoste, di perdere d’un tratto le nostre convinzioni, e non pendiamo dalla bocca di nessuno. Noi non abbiamo timore nel dire che quel politico, da noi stimato e magari votato, ha detto o fatto qualcosa che non condividiamo, o ha preso una strada che non avremmo voluto prendesse.

Noi che non voteremo Movimento Cinque Stelle distinguiamo tra le scelte coerenti e utili al paese, e le testarde prese di distanza schifate utili solamente a continuare una farsa propagandistica fatta solo da annunci e capri espiatori.

Noi che non voteremo Movimento Cinque Stelle non crediamo alla politica come mera rappresentanza di dissenso: rotonda, confinata e inutile. La vostra politica isolazionista rende poco credibile ogni vostro intento, anche il più positivo e concretamente attuabile. L’incapacità di arrivare a compromessi per la paura di compromettersi è il più grande campanello d’allarme di fronte alla vuotezza di contenuti della vostra forza politica.

Noi che non voteremo Movimento Cinque Stelle crediamo nella democrazia rappresentativa, nella funzione politica dei partiti, nella necessità del pluralismo dei bisogni e delle idee. La preferiamo alle dittature plebiscitarie, meglio note ai più come democrazie dirette: e se siamo contrariati di fronte alle democrazie dirette serie, ancora più lo siamo di fronte a chi propugna i referendum virtuali in siti privati e poco trasparenti come massimi strumenti di democrazia.

Noi che non voteremo Movimento Cinque Stelle non crediamo ai leader carismatici con cariche vitalizie, immutabili e incontestabili, anche quando travestiti da megafoni politici.

Noi che non voteremo Movimento Cinque Stelle, non è detto che allora non siamo “contro”, che allora non abbiamo aspettative di cambiamento o di rivoluzione. Anzi, spesso ne abbiamo più di voi, ma sappiamo che la vostra falsa rivoluzione è solo uno specchietto per le allodole, affinché tutto cambi perché nulla cambi davvero.

Noi che non voteremo Movimento Cinque Stelle non ce la “prendiamo con voi” senza motivo, non scarichiamo su di voi le responsabilità della cattiva gestione del nostro paese negli ultimi 20 anni, o negli ultimi 70 anni, o negli ultimi 150 anni. Noi non stiamo dalla vostra parte perché pensiamo che siate voi quelli che ci stanno ricascando in pieno, vi state facendo prendere per il culo da qualcuno che non ha neanche la fantasia e l’originalità di cambiare retoriche e dinamiche già usate nel passato!

Noi che non voteremo Movimento Cinque Stelle, perché non è la novità! È solo la riproposizione nell’era cybernetica dei Fasci da combattimento, del Fronte dell’Uomo Qualunque, del Movimento Sociale Italiano, di Forza Italia, della Lega Nord…

Noi che non voteremo Movimento Cinque Stelle siamo il 75% che non vi ha votato alle ultime elezioni, e che non ci sta a stare in silenzio mentre voi vi prendete la libertà, non si sa a quale titolo, di ergervi a unico vero popolo italiano, i cui bisogni sono stronzate come il wi-fi gratuito e l’abolizione della sperimentazione sugli animali.

Noi che non voteremo Movimento Cinque Stelle crediamo che il pluralismo dei giornali sia non solo da tutelare, per quel poco che già esiste, ma da promuovere, incentivandolo tramite indiscriminati e automatici finanziamenti all’editoria indipendente.

Noi che non voteremo Movimento Cinque Stelle crediamo ad una politica che sia di tutti, accessibile a tutti senza il bisogno di raccogliere previ consensi e finanziamenti da lobby, multinazionali, banche, perché la democrazia non è un costo da tagliare ma un bene comune sul quale investire.

Noi che non voteremo Movimento Cinque Stelle continueremo a non votarlo nonostante le intimidazioni, il bullismo, le segnalazioni, le censure, i tentativi di influenzarci tramite i peggiori metodi di propaganda occulta al quale ci sottoponete in quel web che voi considerate il simulacro della libertà e della democrazia.

Noi che non voteremo Movimento Cinque Stelle non lo faremo per queste e per tante altre ragioni diverse, anche opposte. Ma soprattutto non lo voteremo perché, a differenza vostra, abbiamo seguito il consiglio che spesso ci date alla fine dei vostri ripetitivi messaggi: ci siamo “SVEGLIATI” e abbiamo “acceso il cervello”.

[scritta da -rb-]

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