Vendola, mi hai rotto il cazzo

Da quando Vendola creò SEL, dalla fusione della sinistra dei DS che non si unirono al PD e della fazione di Rifondazione che non seguì Ferrero, io ci ho creduto. Ci ho creduto ad una sinistra che sapesse coadiuvare la complessità della società contemporanea con le tematiche e gli ideali propri della sinistra. Ci ho creduto a questo avamposto di sinistra che potesse sfruttare le nuove tecniche comunicative per portarci oltre alla mera testimonianza che, in un sistema elettorale bipolare (e incostituzionale), ci avrebbe – ci ha – schiacciato fuori dal parlamento. Ci credevo ad una sinistra capace di portare a termine strategie politiche che andassero oltre il mero snobbismo intellettuale.
Tuttavia questo progetto è stato buttato al vento, e Vendola non è certo esente da colpe.
Ambiguità spesso non volute, frasi bisenso, poca chiarezza nel prendere posizione e colpi di coda finali hanno fatto fallire il progetto che pure aveva tutti i buoni propositi per proseguire e crescere.

Non è la telefonata all’ILVA ad averti affossato, non solo, ma anche questa è stata significativa: quasi simbolica. Questa tua eccessiva morbidezza, con interlocutori che tutti noi e forse anche tu avremmo voglia di prendere a calci, è stata una costante: non solo con il responsabile dell’ILVA, in privato al telefono, ma anche in politica; questo non porsi nettamente in posizione antitetica al PD, soprattutto oggi che la posizione di questo partito sembra essersi definitivamente scoperta di destra, può essere intesa come un tentativo di prendere tempo e sono comunque certo della tua buona fede. Tuttavia basta leggere i commenti sotto i post della tua pagina per capire che il messaggio non risulta chiaro, che la tua strategia comunicativa risulta sempre più fallimentare.

Nichi Vendola

Dopo la vittoria di Renzi, Vendola su Facebook ha scritto: “Renzi? Un ciclone che chiude completamente un pezzo di storia politica italiana, liquidando un’intera nomenclatura politica. Con Renzi bisognerà parlare, intendersi, ma credo che oggi si sia creato lo spazio per la nascita di una nuova Sinistra. Una sinistra libera dalla nostalgia e che non voglia morire di governabilità.”.
Quando l’ho letto non ho potuto fare a meno di pensare: “Vendola, mi hai rotto il cazzo”.
Perché il significato di questo suo status, a fronte delle sue affermazioni passate che condividevano con me la visione di un Renzi politico di destra, potrebbe anche essere quello di voler creare finalmente una sinistra alla sinistra del PD dopo l’inevitabile vuoto che in quella zona si è venuta a creare. Sarebbe ora, in effetti.
Tuttavia il suo messaggio risulta ambiguo, va oltre i semplici complimenti e le semplici constatazioni: prima di tutto perché rivaluta Renzi, la sua idea di politica, e non lo identifica come dovrebbe, tra gli avversari. Rimane volutamente ambiguo, forse in attesa di vedere come si metteranno le cose, forse sotto sotto facendo l’ennesima chiamata a Barca, Civati e quegli eterni dissidenti interni che probabilmente dal PD non usciranno mai. Perfettamente nel suo stile, direi, ma è uno stile che non va bene, in un periodo in cui i toni caustici o sarcastici di Grillo, Renzi e Berlusconi la fanno da padrone. E succede che Vendola riceva solo insulti da chi, con un semplice “Complimenti a Renzi, ma ora noi costruiamo un’alternativa (anche a Renzi) con chi ci sta”, l’avrebbe seguito quasi ciecamente in una nuova avventura di un grande “fronte della sinistra”, diventato inevitabile di fronte a questi presupposti.
Per questo non credo di essere il solo, tra i più fedeli elettori di SEL, a chiedere la testa di Nichi Vendola: non tanto perché abbia smesso di credere nella sua buona fede, ma semplicemente perché il suo stesso progetto possa andare avanti con un nuovo leader, con un linguaggio un po’ meno forbito, con un atteggiamento un po’ meno morbido e benevolo verso gli avversari, capace di contrastare a tutto campo il Berlusconi triplicato che ci troviamo ad affrontare.

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“Oltre” cosa?

Beppe Grillo aprirà il V3Day

Alle soglie del terzo Vday organizzato da Beppe Grillo a cinque anni dall’ultima manifestazione di questo genere, c’è da chiedersi quali siano state le motivazioni che hanno spinto il Movimento Cinque Stelle a organizzare una terza edizione della manifestazione che, fino a qualche tempo fa, si considerava come un antecedente della creazione del Movimento, forse neanche del tutto consapevole.
Il processo di massificazione di un partito andato ben oltre le stesse ambizioni dei manifestanti di allora ha portato il non-partito di Beppe Grillo ad una trasformazione inevitabile: il consenso di circa un quarto del paese ha inevitabilmente distaccato (ideologicamente e numericamente) lo zoccolo duro della militanza dal vastissimo elettorato reale e potenziale al quale il Movimento ha attinto e vuole continuare ad attingere; la parlamentarizzazione del Movimento ha messo i pentastellati nelle condizioni di dover prendere delle decisioni, di dover produrre delle proposte, di dover fare delle scelte di campo e dei compromessi: senza quasi rendersene conto, alcuni grillini “miracolati dalla rete” si sono ritrovati a non poter più solo urlare vaffanculo ad un immaginifica Casta chiusa dentro le mura del palazzo, perché dentro quel palazzo ci si sono ritrovati in tanti, tanti di più rispetto a quanto probabilmente lo stesso Grillo si aspettasse, tanti da non poter star impunemente in un angolo a fare i vezzosi; l’approdo del grillismo nelle istituzioni locali, regionali e nazionali è stato rocambolesco, ha dato forti segni di impreparazione, di frizione, fino ad arrivare alle espulsioni purga, al doppiopesismo, alla constatazione contraddittoria della struttura verticistica di quel movimento che pure era stato propagandato dal suo esordio come il simbolo della democrazia dal basso; il grillismo inoltre – nato come sentimento popolare con il vento mediatico in poppa, figlio delle trasmissioni televisive e radiofoniche che hanno fatto del qualunquismo la loro ragione sociale, e noto come fenomeno sostenuto unanimemente dal “popolo della rete” – incontra per la prima volta il dissenso rumoroso da parte di media tradizionali ma anche dei social network, incontra la satira pungente, incontra persino i fischi di chi prima li vedeva come diversi e ora improvvisamente apre gli occhi.
Ma il grillismo si dimostra troppo astratto, troppo statico, troppo scontroso, troppo prevedibile, troppo scoperto. Si arrabbia di fronte alla satira, querela giornalisti, caccia cameramen, cancella il dissenso interno e ignora quello esterno, comincia persino a diffidare di quello strumento che prima di allora aveva esaltato come massima espressione della democrazia cybernetica: Internet.
Questo staticismo ha consumato l’appeal del Movimento Cinque Stelle, destinato secondo alcuni analisti a sgonfiarsi per l’assenza di proposta che avrebbe dovuto seguire la protesta. Non diventano uguali agli altri, per ora, ma per certi versi gli altri risultano essere migliori di loro, mentre loro figurano legittimamente come quei ragazzetti inesperti che hanno avuto paura di governare sebbene ne abbiano avuto l’occasione. Allo stesso tempo non riescono a dimostrare di essere così diversi dagli altri: assomigliano sempre di più a quello che per decenni è stato il peggior nemico di molti elettori cinque stelle (ndr. Silvio Berlusconi) quanto a struttura del partito e a considerazione quasi religiosa del leader, e non riescono a produrre validi modelli alternativi al sistema, rimanendo sostanzialmente o impreparati, o inconcludenti, o sparpagliati, sui temi più importanti che una classe governante deve affrontare.

Beppe e Marine, verso la trasformazione comune

E allora il motivo di questo terzo VDay, dal titolo non casuale “Oltre”, è o vuole essere qualcosa di diverso dai precedenti VDay e dai comizi dello Tsunami tour: è un operazione, probabilmente di apparenza, del passaggio del Movimento ad una nuova fase. Oltre la protesta senza proposte, oltre alla politica dei no, oltre al movimento visto ancora come costola della sinistra, oltre la gestione monarchica (rectius: diarchica) del movimento, oltre la politica fatta da “ragazzetti inesperti”, oltre lo stesso termine “grillino” (contro la quale, non a caso, si è scagliato il deputato Alessandro Di Battista). Un “oltre” che dovrebbe essere la tardiva certificazione di un cambiamento in parte già avvenuto nel terreno nel quale si son trovati a correre, o a rincorrere, ma un “oltre” tutt’altro che facile per un movimento qualunquista che, per natura, ha una vita breve e molta concorrenza.
Sarà Beppe Grillo ad aprire il VDay, dando la spinta iniziale ad una manifestazione meno incentrata su di lui e più su ospiti (sul palco e sul teleschermo) tra i quali sono stati annunciati alcuni nomi nazionali e internazionali di molto rilievo (primo fra tutti Julian Assange). I parlamentari cinque stelle non saranno sul palco, ma “tra la gente”, e ci chiediamo se Gianroberto Casaleggio bypasserà la manifestazione. I segnali, tutti volti a quella trasformazione che prima ho descritto, sono abbastanza chiari: tuttavia mi riesce difficile pensare ad un VDay dove i riflettori non saranno tutti puntati su ciò che Grillo, nel primo pomeriggio, dirà alla platea festante di Genova, la sua città.
Infine un opinione personale: cari grillini, se vi aspettate un cambiamento… Scordatevelo. Le vostre aspettative saranno tradite. Ma voi, probabilmente, neanche ve ne accorgerete.

Populismo o demagogia?

C’è chi rimprovera una mancata conoscenza dei termini a noi che diamo del populista a Grillo, usando in modo sprezzante il termine “populismo” che, originariamente, non avrebbe un contenuto negativo ma anzi sarebbe l’esaltazione politica del ruolo del popolo. In realtà, ci dicono, si dovrebbe usare la parola “demagogia” per intendere quel raggiro del popolo con il quale un carismatico acquisisce consenso per fare tutt’altro interesse, oppure la parola “qualunquismo” che significa invece l’avere un atteggiamento disinteressato, prevenuto e generalizzato verso la politica.

La verità secondo me è che Grillo è sicuramente tutte e tre le cose.

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Populista perché esalta il ruolo della massa, della “gente”, del popolo appiattendo il ruolo dell’individuo a puntino indistinto di una grande massa fonte di esigenze proprie, e che insegue la pancia di queste maggioranze indistinte di pecore senza interessarsi del cervello. Essere populista, al di là dell’accezione più moderna che è stato posteriormente data dai media (e non vedo perché non se ne dovrebbe tener conto!) che lo associa in modo più stringente alla demagogia, non è affatto positivo come alcuni pensano: parlando alla pancia della gente si scoprono razzismo, odio, guerre tra poveri, cacce alle streghe, forcaiolismi.

Demagogo perché il grande consenso che ha ricevuto e che ancora riceve lo sfrutta per aumentare il proprio potere mediatico, economico, politico senza mettere in pratica alcuna promessa. Non solo dunque pensa ad un popolo privo di individui che lo compongono, non sono parla alla pancia e non al cervello, ma una volta ascoltata la pancia della massa, non si tenta neanche di realizzare nulla, e dunque si raggirano abilmente i tanti ingenui che lo hanno votato.

Qualunquista sia lui, sia coloro che lo votano, perché appiattisce gli schemi politici e rifiuta le differenze comportamentali-etiche e soprattutto le differenze ideologiche. Anzi si può dire rifiuti le ideologie, denigrandole e ripudiandole. Ma è lo stesso populismo di Grillo a imporre lui di essere qualunquista, perché è il qualunquismo ciò che attualmente, a torto o a ragione, fuoriesce dalla pancia della gente. Compito della politica, ma non di Grillo (né di Renzi, né di Berlusconi) sarebbe combattere con fatti e contenuti questa indifferenza generalizzata che solo apparentemente sembrava essere stata spazzata via dal M5S

Roberto

Matteo Renzi è di sinistra? Tanto quanto Grillo o Berlusconi.

Se qualcuno mi chiedesse oggi se la posizione politica di Renzi è per me giusta o utile, non avrei esitazione a esprimere tutte le perplessità del caso. Un personaggio molto televisivo, molto comunicativo, senza qualcosa di significativo da comunicare, rischia ancora una volta di rappresentare la risposta populista e inconcludente, quindi inutile e quindi dannosa, alle esigenze di leader a cui vent’anni di berlusconismo ci hanno abituati.
Comunicazione vuota di slogan: fiducia, contatto, calore, amore … l’imitazione fatta da Crozza rischia di essere fin troppo realistica.
Nel tempo però, nonostante l’impegno, anche Renzi su molte tematiche è uscito allo scoperto e, ogni qualvolta lo ha fatto, si è mostrato molto più schiacciato al sistema presente di quanto a colpi di slogan non voglia far apparire.
– Quando diventa il primo detrattore della CGIL, addebitando a questa non tanto, come farei io, un eccessiva morbidezza e un eccessiva tendenza compromissoria con il padrone, quanto al contrario un eccesso di rigore e di rigidità su posizioni che lui definisce vecchie.
– Vecchie, da trascurare, come lo è la questione dell’articolo 18 che, per lui come per Beppe Grillo, è inutile, da superare. Questa di Renzi non è una posizione nuova rispetto a chi si propone di “rottamare”, visto che è stato il governo Monti, sostenuto dal suo PD, ad abrogare l’articolo 18, ed è stato sempre il suo PD ad iniziare la strada senza uscita della precarietà legalizzata nel ’97 con il pacchetto Treu poi peggiorato dal governo Berlusconi con la legge “Biagi”.
– Quando si mostra come il principale sostenitore delle infrastrutture di dubbia salubrità, dagli inceneritori alla TAV, insofferente alla posizioni dei No, liquidati con una battutina e un sorrisetto.
Al pari del M5S, Renzi ha come cavallo di battaglia la lotta contro i finanziamenti pubblici a partiti e giornali. Tuttavia, a parole, afferma di volere una politica scollegata dai grandi gruppi finanziari, bancari, multinazionali: mi chiedo però cosa si può fare per rendere la politica in mano ai finanziamenti privati e al contempo allontanare lo spettro delle lobbies. Anche in questo comunque risulta allineato a quella che è la linea politica della massa, dal PDL, al vecchio PD fino appunto al Mo Vi Mento (escluso solo il partito di Vendola), tutti a dare contro al sistema del finanziamento pubblico, tutti a dare contro al sistema delle lobby, tutti sottobanco sostenuti da una lobby, probabilmente, al quale non far danno nel momento in cui verranno eletti.
La mania della privatizzazione non investe solo la politica, e la democrazia, ma anche altri beni comuni, come questi del patrimonio artistico-culturale, o come la gestione delle reti idriche, o delle grandi aziende pubbliche di trasporto. La posizione di Renzi, qui, è abbastanza intuibile, anche quando non espressa.

Matteo Renzi con un acconciatura particolare

Il problema che oggi si pone è dunque se il pericolo di Renzi siano i contenuti finora in gran parte misteriosi del suo (non)programma politico, o il suo modo di far politica piena di slogan, che vorrebbe rottamare le persone senza rottamare il sistema di cui sono figlie, ma che appunto tende ad occultare qualsiasi contenuto poco popolare come i migliori mentalisti e affabulatori san fare. Mi importa poco in effetti se Renzi sia o meno definibile come “di sinistra”, quasi fosse questa un etichetta di sicura purezza e limpidità.
Andiamo incontro ad uno scontro che “ha il sapore della merda pressata”, tra Berluscones, Renziani e Grillini, che grossomodo propongono ricette simili e similmente vuote nei temi che più dovrebbero interessarci in questi tempi di crisi senza eguali.
Tre proposte che concentrano la loro attenzione sull’apparire più nuovi degli altri, più progressisti degli altri, meno “casta” degli altri. Trovare nell’avversario qualcuno con un passato nella vecchia politica è un colpo basso, avere esercita un qualche tipo di potere politico è motivo di frustrazione e di continue giustificazioni, la gara tra chi vuol ridurre di più stipendi, parlamentari, rimborsi, indennità è la gara che più sembra interessarci.
Sui temi concreti il sindaco di Firenze mostra qualche incertezza, la sua ricetta risulta quasi contraddittoria, semplicistica, senza prospettive di lungo periodo. Come si è già fatto notare in questo blog, non vi è una soluzione alla disoccupazione, non vi è alla precarietà, non vi è alla povertà, all’immigrazione e si è trovato il modo furbo per rimettere in discussione l’aborto così come oggi è regolato.
Vi è solo un evidenziare i problemi (tra l’altro spesso secondari) che già esistono e dire che questi non vanno bene, che vanno risolti. Non c’è un solo politico in Italia che pensa che la disoccupazione sia un bene, e persino la precarietà è mal vista un po’ da tutti (per quanto quasi tutti estimatori del suo sinonimo buono, la flessibilità). Il problema è poi come risolvi uno e come risolvi l’altro problema. Se per Renzi risolvere la disoccupazione giovanile significa alimentare il processo dei licenziamenti facili e dei contratti a termine, non mi venite poi a dire che Renzi è la sinistra: non mi venite a definirlo il nuovo che avanza, perché è da almeno un ventennio che questa soluzione viene proposta, e applicata, dalla nostra classe politica, anche di pseudo-sinistra, a cui Renzi da almeno 10 anni appartiene.
La domanda giusta non è quindi se Renzi sia di sinistra, e non lo è per una serie di motivi logici, storici, ideali che potremmo elencare in modo comunque non esaustivo, ma è “perché Renzi voglia dipingersi come tale”.
Se vogliamo ricalcare il dato storico, dopo la Rivoluzione Francese l’assemblea nazionale si dispose in modo tale che a destra del presidente si sedettero i conservatori, mentre a sinistra i più progressisti. Questa disposizione fu mantenuta poi successivamente tanto da coniare di fatto l’identificazione di sinistra come progressismo e destra come conservatorismo.
Su cosa significhino il termine progressismo e il termine conservatorismo ci sarebbe da conversare altrettanto: su cosa occorre progredire, cosa invece è da conservare? Il progressista, quando conquista e vuol conservare le conquiste fatte diventa forse conservatore? Tralasciamo.
Ad un significato quindi prettamente geografico se ne affiancava indistricabile un significato più statico, legato appunto alle ideologie che i progressisti hanno utilizzato e propagandato stando all’ipotetica sinistra dei parlamenti di tutto l’occidente.
Socialismo, comunismo, ecologismo, egalitarismo, laicismo… Tutto questo entrò nel patrimonio culturale delle sinistre europeea con differenze tuttavia marcate a seconda del paese e del periodo in cui la sinistra si affermò con forza.
In Italia sembrerebbe ancora più semplice stabilire cosa è di sinistra e cosa no, facendo riferimento all’eredità del Partito Comunista Italiano. In realtà questo è spesso utilizzato quasi come un dogma da interpretare a proprio piacimento per giustificare le proprie pensate, posizionarle a sinistra e sentirsi a posto con la coscienza.

di Mauro Biani

Il fulcro quindi della questione sembrerebbe proprio questa continua mistificazione che ogni politico o quasi oggi fa nel tentare di apparire più di sinistra, più progressista, più riformista di quello che in effetti è. Sembra che non sia più importante identificare una scelta come giusta o sbagliata, o come utile o inutile: l’importante è riuscire a mettergli l’etichetta di sinistra.
Così accade che privatizzare la politica, l’arte e l’informazione diventa di sinistra, mentre gli imprenditori sono eroi patriottici e gli operai i miracolati del buon capitalismo, e chi manifesta e sciopera contro questo è un conservatore perché dice di no (ad un modello di progresso stantìo di quasi un secolo). Si rottama la rivoluzione, mantenendo tutto quello che non era rivoluzionato. Si rottamano le manifestazioni, mantenendo il sistema contro cui si manifestava. Si rottamano i diritti, trasformandoli in gentili concessioni.
Si #cambiaverso insomma, e insieme al verso si cambia anche il significato alle parole. Ideologia: non pervenuta.

Sul documento congressuale di Matteo Renzi: dove sono economia, lavoro e scuola?

Bene, ci siamo. Dopo tanto parlare, abbiamo qualcosa di tangibile da cui giudicare le intenzioni del candidato più accreditato alla guida del PD, Matteo Renzi. 

La prima cosa che salta agli occhi leggendo il documento – non è una sorpresa quanto una deludente conferma – è la mancanza di contenuti programmatici. Al solito, quando ci si vuol fare un’idea di quanto affidabile sia una proposta politica, basta andare ad analizzare quanto precisa (o quanto vaga) è tale proposta sugli argomenti di solito più divisivi (alias meno inclini a consensi trasversali). Tradotto: cosa ne pensa Renzi riguardo economia, istruzione e lavoro?

Ne pensa ben poco, il giovanotto. O se pensa qualcosa, ben poco si capisce dal suo documento congressuale “Cambiare verso“. Ma vediamo un po’ più in dettaglio.

Scuola. Uno dei primi punti del candidato Renzi. Il documento congressuale parte dalla constatazione che gli insegnanti sono una delle categorie di riferimento del PD e che, in quanto tale, meritano attenzione. Insegnanti che negli ultimi decenni sono stati messi ai margini, in termini di politiche sociali. Bene. “Il PD che vogliamo cambierà verso alla scuola italiana“. Come? “Dando ascolto alle buone idee“. Si, ma quali idee? Come intendete ascoltarle? “Dando luogo alla più grande campagna di ascolto mai lanciata da un partito a livello europeo“. In pratica, alla domanda “Matteo, che ne pensi della scuola?” Lui ti risponde: “Dimmelo tu”. Fantastico, mi candido segretario del PD allora.

Lavoro. Anche qui, il nostro parte dall’analisi che il mondo del lavoro non guarda più al PD, che è il terzo partito tra gli operai, ecc ecc. Poi si arriva alle proposte, almeno questa è l’intenzione. “Vogliamo cambiare verso al mondo del lavoro.” Come? “Vanno cambiati i centri per l’impiego“. In che modo? Non c’è scritto. “Abbiamo bisogno di una rivoluzione nel sistema della formazione professionale“. Giustissimo, come? Mistero. Qualcosina si dice riguardo il rapporto col sindacato “Va fatta una legge sulla rappresentanza” anche se troppo poco. Come dev’essere questa legge? Vuoi una rappresentanza alla Marchionne, dove chi non firma gli accordi sta fuori? O al contrario, vuoi che anche chi non firmi sia dentro le imprese? Renzi non lo specifica. Renzi continua: “Attenzione a Internet, ha creato 700 mila posti di lavoro in 15 anni“. Bravo, che intendi fare per aumentare questa “attenzione”? Non è dato saperlo. 

Economia. Non pervenuta. Non esiste una sezione “economia” nel documento congressuale di Matteo Renzi. Se egli verrà eletto Segretario, allora potremo a ragione sostenere che anche il PD, dopo il M5S (curioso, anche il programma dei grillini non contiene proposte sull’economia), ha rimosso il tema dell’economia dalla propria piattaforma programmatica. Abbiamo un Paese in recessione ormai da quasi un quinquennio e le principali forze politiche di economia non pensano niente. Sarà che le due cose hanno qualche correlazione?

Insomma, finiamo con una speranza: che Matteo Renzi in qualche ritaglio di tempo libero tra corsa alla segreteria del PD, corsa alla premiership e lavoro al Comune di Firenze possa correggere la sua rotta in tempo e spiegarci finalmente quali programmi ha per il Paese, prima ancora che per il PD. Perchè, con tutta sincerità, non s’è capito.

Renzi e Grillo, due cuori per l’antipolitica

Chi vi scrive non è certo un sostenitore di Renzi, anzi. Posso tranquillamente ammettere una certa antipatia e avversità verso il sindaco di Firenze, sia per il personaggio, sia per le sue idee. Il fatto che attualmente sia diventato uno dei principali nemici di Grillo non mi ha fatto cambiare idea, e per certi versi mi ha fatto venire la voglia di pop corn.
Ma quando oggi, visitando il blog del megafono carismatico di Genova, ho letto il suo nuovo post anti-Renzi, mi è venuta voglia di scrivere qui per fare un po’ di chiarezza.
Infatti Renzi è accusato, non a torto, di essere liberista sui temi economici e sulle infrastrutture e di essere per lo meno incerto sui temi etici cari alla Chiesa Cattolica. Il post del blog punta la sua analisi su una serie di stringate citazioni del sindaco fiorentino sui vari temi caldi, per dimostrare quanto sia chiara la non collocabilità dello stesso nell’emisfero sinistro del parlamento.
E qui subito mi viene da chiedere per quale motivo Grillo – avverso alla sinistra come alla destra, che dipinge il Movimento come avvulso dagli schieramenti (e coerentemente lo dimostra con quasi ogni affermazione che fa), per il quale PD e PDL sarebbero talmente uguale da essere indistinguibili e destinati all’inciuccio perenne ed eterno – si interessi della collocabilità a sinistra di un suo avversario politico che, come lui, si dimostra poco avvezzo alle definizioni e agli schieramenti e punta ad un consenso bipartisan? Sarà forse per l’evidente sovrapponibilità degli elettorati? Sarà perchè lo considera l’unico vero avversario che gioca sul suo stesso campo di battaglia? Sta di fatto che, se è vero che Renzi si dimostra incerto sui temi caldi alla sinistra, altrettanto fa e ha sempre fatto Beppe Grillo: tornando al post:

Renzi è contrario ai matrimoni omosessuali? È scettico persino le unioni civili? Bene. Grillo ogni volta che parla di Nichi Vendola non lo attacca politicamente ma per la sua omosessualità, sul quale ironizza pesantemente ogni volta che ne ha la possibilità. Il programma intanto tace a riguardo, forse perchè una buona parte dell’elettorato cinque stelle la pensa come la pensa Perra, un militante del Movimento (candidatosi alle parlamentarie) che in televisione espresse le sue perplessità sul matrimonio omosessuale paragonandolo al matrimonio di una persona con il proprio animale.

Renzi ritenne sbagliate le scelte del PD di sostenere la CGIL in uno sciopero? Grillo si espresse nel senso di abolire i sindacati.

Renzi sostenne la riforma dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori fatta dall’allora ministro Fornero? Il movimento cinque stelle tutt’ora non ha un programma economico che tratti in modo chiaro l’argomento. Per definire quindi la posizione quasi-ufficiale di Grillo a riguardo dobbiamo rifarci a ciò che disse in un intervista il cosiddetto “economista di Grillo”, Gallegati, che definì testualmente l’articolo 18 come “un rettaggio ideologico che non ha valide ragioni per essere difeso”.

Renzi affermò che alla Gelmini era mancato il coraggio di osare di più, chiudendo la metà dell’università italiane. Grillo ha sostenuto da sempre l’abolizione del valore legale del titolo di studio, il che significa un inevitabile disvalore delle lauree ottenute in alcune università piuttosto che in altre, portando molte di esse a chiudere.

Renzi si è sempre dichiarato a favore della TAV affermandone la necessità per il progresso del paese. Nel frattempo Grillo si coccolava i No Tav, strizzando l’occhio a Caselli, il PM con il record mondiale di indagini contro i militanti della Val di Susa, e a Di Pietro, ex-ministro delle infrastrutture e dichiaratamente sì tav. Entrambi, questi, candidati (da Grillo, prima delle elezioni, il primo; dalle quirinarie, dopo le elezioni, il secondo) alla presidenza della Repubblica per il M5S.

Su altri argomenti il Movimento Cinque Stelle è, almeno a parole, più chiaro e la distinzione con Renzi è evidente. Rimarchiamo ciò che è scritto all’inizio di questo post: Renzi è un liberista sui temi economici, troppo “moderato” sui temi etici e particolarmente abile a sfruttare argomenti evidentemente secondari, come l’eliminazione della vecchia politica, la privatizzazione della politica e l’abbandono dei diritti dei lavoratori considerati troppo retrò. Su questi argomenti, gli unici sui quali ama ripetersi ed essere particolarmente chiaro, somiglia clamorosamente al suo principale attuale detrattore, il comico genovese.Image

Re D’Alema

Io so.

Io so chi sarà il prossimo Presidente.
Io so chi ha distrutto il PD.
Io so chi porterà a termine il Piano di Rinascita Democratica. L’ha già fatto.

Altro che Berlusconi. Altro che Grillo. Altro che Renzi.

Massimo D'Alema

And the winner is…

Ha vinto lui. Ha vinto il Lider Massimo.

È impossibile non ammetterlo. In una settimana è riuscito a imbonire Renzi, che non lo attacca più da troppo, far dimettere la Bindi, bruciare Marini, bruciare l’arcinemico Prodi, far dimettere Bersani e gettare sospetti su Renzi e i suoi.

Soprattutto, dopo aver ucciso il PCI ed il PDS, quest’uomo è riuscito a dare il colpo di grazia anche al PD, con una tenacia ventennale rarissima in questo Paese.
Come se non bastasse, è pronto per salire al Quirinale, forte della propria propensione al plagio subdolo, di un accordo con Berlusconi e della benevolenza di parte del pubblico del PD.

Quello stesso PD che si ritroverà Matteo Renzi a capo di quel 10-15% di voti che rimarranno al Partito, dopo i continui fallimenti.
Un leader di destra, Berlusconi, a sfidare un leader di destra, Grillo, e un terzo competitor di destra, Renzi.
Sempre che D’Alema lo permetta.

Voci precedenti più vecchie

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