Messa in rime di ciò che deprime (a livello politico)

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Poesia in quartine sulle elezioni politiche italiane del 24-25 febbraio 2013 e sulle loro nefaste conseguenze.

Son finite le elezioni,
son finite le equazioni,
per calcolar tutti i seggi
che col Porcellum son più incasinati di certe leggi.

C’è chi ha votato il Cavalier dimezzato,
sperando che il dazio sulla sua casa venisse smezzato
o perchè assuefatto, visti i tempi tristi,
dalle favole sui pericolosi comunisti.

Chi ha votato l’ex comunista pelatone,
che soffre di grande afflizione,
avendo egli dimenticato un dettaglio fondamentale,
per vincer le elezioni bisogna far la campagna elettorale.

Chi ha votato il Grillo urlante,
quello del movimento dominante.
C’è da dir però che un politico incompetente,
non è detto sia un politico vincente.

C’è chi diede il voto al vecchio presidente,
che a quanto pare è perdente.
Il quale con la fissa di far quadrare i numeri,
si dimenticò dei poveri lavoratori diventati esuberi.

C’è Ingroia,
la cui dialettica ha portato alla noia.
Nonostante abbia un’ottima carriera,
non è apparso molto neanche sul Corsera.

D’altro canto c’è Giannino,
con le sue balle lo ha accellerato il suo declino,
un magro risultato
per ciò che doveva essere il centrodestra rinato.

Vi sono anche tanti altri partitini piccini che qui non starò a citare,
altrimenti vi verrebbe da vomitare.
Orsù rimbocchiamoci le maniche e continuiamo a lavorare,
o meglio a cercare un lavoro senza disperare.

Poichè, che siano due o tre le coalizioni,
se continuano con questi singolar tenzoni,
si aggraveranno solo le nostre pene
e da lì sarà un attimo a finir come Atene.

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The day after tomorrow

4978843623_d946b11db2[1]The day after tomorrow, l’alba (meglio il tramonto, vista l’ora) del giorno dopo. Dopo lo sfogo di ieri sera, possiamo analizzare la cosa a bocce ferme, e per bocce intendo proprio quelle che mi fumano e girano da ieri.

In questo pezzo c’è la volontà di provare ad analizzare quello che è successo, analizzando i principali singoli schieramenti e la loro campagna elettorale che hanno portato alla situazione nota da ieri sera. Proveremo anche a dare una spiegazione, anche se l’impresa è assai più ardua.

Italia. Bene Comune

Partiamo con la grande delusione di questa tornata elettorale, la coalizione dei progressisti guidata da Pier Luigi Bersani. Come mai la coalizione stra-favorita non è riuscita a vincere? Come ha fatto la sinistra italiana, e il PD in particolare, a perdere di nuovo? A mio parere, la vicenda sta tutta nella campagna elettorale. Evitando di considerare l’errore di non tornare al voto un anno fa, quando Berlusconi era morto e Grillo era al 4%, la coalizione di centro sinistra ha sbagliato in due punti in particolar modo, ma non mi sento di essere troppo duro. Innanzitutto lo scarso lavoro di informazione: anche se l’elettorato tende a non leggere i programmi elettorali, purtroppo, la diffusione delle istanze dei progressiste è stato praticamente assente. Troppe poche persone conoscevano il programma della coalizione rispetto al lavoro comunicativo degli avversari che, non entrando nel merito delle proposte, hanno fatto il possibile e oltre per far conoscere le proprie proposte, preferendo discorsi più vaghi. Tutto questo può essere considerato come la diretta conseguenza del secondo motivo e cioè che il Partito Democratico ha scelto di fare una campagna elettorale totalmente in difesa. La scelta è rispettabile, visto che la coalizione è nata con un vantaggio di quasi 10 punti e fare promesse che non possono essere mantenute, nel momento in cui molto probabilmente si verrà chiamati a governare, è totalmente inutile oltre che deleterio, a lungo termine. In conclusione, quindi, ritengo che le colpe del PD siano pochissime visto che personalmente ho approvato la scelta di una campagna elettorale pacata e realista. Scelta che “moralmente” è stata ottima ma che politicamente ha portato ai risultati che abbiamo conosciuto ieri. Ultimo appunto è diretto a chi ritiene che con Renzi tutto poteva cambiare. Si, politicamente cambiava tutto, si passava da una strategia politica vera ad una visione della politica più televisiva come Berlusconi. Vincevamo ma poi?

Lista Monti

La più grande debacle, insieme a quella di Ingroia, è quella del professore e dei suoi alleati Fini e Casini. Le scelte impopolari, come qualcuno aveva previsto, sono pesate alle urne e ci sono andati di mezzo (Dio ti ringrazio!) anche i dinosauri della politica Fini e Casini. La debacle dei montiani ha visto un crollo inaspettato, visto che gli ultimi sondaggi pesavano la coalizione a circa il 12-13%. Il crollo ha ridisegnato tutta la geografia politica dell’Italia eliminando dalla scena politica italiana il centro e il terzo polo che negli ultimi anni troppo spesso avevano determinato le politiche e gli equilibri parlamentari. La campagna elettorale del professore è stata fiacca, e il suo aplomb e charme anglosassone non hanno colpito gli elettori.

MoVimento 5 Stelle

Tra i vincitori di queste elezioni ci sono sicuramente i grillini che raccolgono un sorprendente 25%. Devo dire la verità, sono stato estremamente sorpreso da questo risultato. Il MoVimento, analiticamente, ha ben poche risposte alle problematiche reali del Paese. I problemi del Paese non sono gli stipendi dei parlamentari, non è l’euro (anzi), non è mettere il Wi-Fi gratuito per tutti. Il problema dell’Italia è il lavoro, la stabilità economica. Ma tutti sappiamo che la fonte del consenso grillino è tutta nel voto di protesta. La campagna elettorale di Grillo è stata folkloristica come tutti si aspettavano: vaffanculo, urla, populismo. Però ha colpito lo stesso gli italiani, e tutti per lo stesso motivo: vogliamo parlamentari che per primi facciano sacrifici prima di imporli a noi tutti. Ragionamento giustissimo, sul piano morale, ma sul piano politico altre sono i primari problemi del Paese, come abbiamo già detto. La percentuale del MoVimento lo porta ad occupare lo stesso spazio politico, anche se non lo stesso elettorale, occupato in precedenza dal defunto centro: il MoVimento può pesantemente influenzare le politiche del governo e le posizioni del Parlamento forte dei suoi numerosi parlamentari. Infatti l’unica maggioranza possibile pare essere quella tra Bersani e Grillo. Quest’ultimo ha già detto di essere disponibile a valutare provvedimento per provvedimento applicando il modello sperimentale siciliano con Crocetta. Ma come si fa con la fiducia iniziale? Questo è il punto che per ora il non-partito sembra accuratamente evitare, forse per paura di perdere elettorato.

Popolo delle Libertà

Ecco la maggiore sorpresa di questa campagna elettorale. Silvio Berlusconi, colui che un anno fa era politicamente morto, ce l’ha fatta ancora. Il PDL, che quando c’era ancora Alfano era quotato al 12%, è riuscito a non far vincere il PD. Ma come diavolo ci sono riusciti? A mio parere, è stata la zampata di un moribondo che ora è resuscitato come Lazzaro. Dopo 20 anni di guai e l’appoggio al governo Monti, la strategia elettorale del PDL è stata magistrale. Innanzitutto il passo indietro di Berlusconi ha dato la possibilità allo stesso di riciclarsi e dichiararsi pulito quando il governo Monti è caduto. Incredibilmente Berlusconi è riuscito a convincere tutti che i danni dell’Italia sono solo colpa di Monti e per nulla colpa sua, è riuscito ad eludere gli italiani dai propri guai giudiziari. La campagna elettorale del cavaliere si è incentrata sui suoi punti forti, la forte capacità di comunicare e la capacità di sapere individuare e sfruttare le debolezze e le paure della gente. La gente si lamenta dell’IMU? Lui ne propone l’abolizione e la restituzione. Ci sono immobili abusivi? Lui li vuole condonare e non abbattere e punire i trasgressori, come invece prevede la legge. Gli Italiani ritengono l’euro e la Germania responsabile della crisi e delle cattive situazioni economiche dell’Italia? Facciamogli la guerra. Se queste siano idee realizzabili o no, sembra non interessare a nessuno. La coalizione del centrodestra è riuscita ad ottenere un insperato 25% costringendo il Paese all’ingovernabilità. I motivi per i quali la gente ha votato il PdL sono anche nel famosissimo “berlusconismo” che si è diffuso negli ultimi 20 anni e che ha trasformato il Paese in tutte le sue sfumature.

In conclusione, ancora una volta sembra che l’apparenza sia meglio della politica, il che purtroppo è deprimente. Tuttavia non possiamo fare altro che prendere atto di questo e dell’ingovernabilità. Spero solo che si riesca a trovare presto un accordo tra le forze politiche per poter formare un governo di transizione, anche solo per cambiare la legge elettorale che è la vera motivazione per la quale, tranne che nel 2008, sono 7 anni che non si ha una maggioranza reale e capace di governare.

Amara Lezione Anglosassone.

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In questo articolo mi toccherebbe comportarmi come Marco Travaglio. Questo mi scoccia moltissimo.
Travaglio mi piace. Ha un suo stile ed ha un suo perché. Ma per essere bravi bisognerebbe pur sempre fare dei sacrifici, in termini di tempo e fatica intellettuale.
Siccome la vita mi ha insegnato che la pigrizia è una virtù, ho invece scritto questo incipit per creare una grande ed ariosa metafora che permeerà la pesante aria dell’articolo.

È accaduto che questo pomeriggio (o forse stamattina o ieri sera, dati i vari fusi orari che separino i protagonisti dei fatti, ma ci interessa poco), Luigi Zingales, tra i fondatori di FARE per Fermare il Declino (partito liberale d’impronta  più pragmatica che repubblicana), nonché docente alla Booth School of Business, associata all’Università di Chicago (che è l’Università più importante al mondo, per ciò che concerne la teoria economica pura) fa sapere che è convinto che Oscar Giannino, candidato premier del movimento, durante una intervista in televisione, abbia mentito, e per questo motivo il docente presenterà dimissioni dal movimento.

Si. Nella settimana in cui si vota. Esattamente come avete letto. Non c’è da rileggere niente; è così.

Giannino avrebbe detto di aver conseguito un master nella sovracitata Business School, cosa peraltro riportata in un curriculum scritto da due “misteriosi stagisti” (???) per l’Istituto Bruno Leoni, il principale club italiano per donne e uomini di libero pensiero e pensiero liberista.
Giannino smentisce velocemente via web, ma spunta questo video su youtube (Pinocchio Giannino).
Questa indebita attribuzione non apparirebbe comunque in nessun altro curricula.
Del resto Giannino è chiaro: “non ho mai usato presunti titoli accademici“.

Con questa mossa, sembra scontato l’arresto del popolo del FARE sotto la soglia del fatidico 4%, che secondo gli ultimi sondaggi sarebbe stato conseguito…tipo quest’ultimo sabato.

Di qui, si propagano diverse teorie, tutte più o meno mezze-complottiste:

1 Giannino nel video si sta riferendo a Zingales, ma il dandy ha il vizio del parlar veloce ed inoltre intonava la sua perfetta pronuncia anglosassone, che gli avrebbe “ingrossato” la vocale galeotta.
Improbabile. Zingales non ha conseguito master nella scuola in cui insegna. Ma forse si riferiva in generale agli studi di Zingales a Chicago.
Insomma, un generico lapsus. Freudiano?

2 Il video è una montatura (in effetti, non era difficile modificare una vocale).
Zingales s’è quindi venduto a Monti, o forse a Silvio, o magari al PD tramite quel poco di buono di Renzi, che mica è indagato, ma la faccia ce l’ha, a sentire certi ex-comunisti.
Montezemolo? Il Caifa della situazione, insieme a mezza confindustria. Che è una roccaforte del socialismo reale, impaurita dalla rivoluzione liberale di cui il Giannino si fa profeta e chiccoso stendardo.
Insomma: Zingales, caina t’attende!
Un paio di fatti veri: Zingales è tra i fondatori di FARE per Fermare il Declino, ma non ha mai partecipato alla campagna elettorale. Inoltre, se è vero che ad esempio, un importante accademico come Michele Boldrin si è letteralmente fatto in quattro per coniugare la sua attività da intellettuale con le vesti di politico (si dice che avesse ricevuto la notizia a Calcutta, in attesa di un aereo per Milano), il non operato Zingales ha gettato non pochi dubbi sulla possibilità dei professori con contratto in USA di risultare incisivi nella politica italiana.

3 C’era poco affetto tra Zingales e Giannino, ed insomma…era destino ciò accadesse. Zingales è semplicemente stato perfido nel tempismo.
La storiella vuole Zingales come “quello radicale”; mentre Giannino è il pragmatico, tra i due.
Stentate a credere? Che Zingales fosse un idealista, la storiella però parrebbe quasi confermarlo.
Estendiamo l’esame del caso a cosa è successo poco prima dell’abiura di Zingales: gira sul web un video in cui Giannino grida TACI MISERABILE a quel Magnifico Rettore di una grande città del Sud, candidato con la Lista Monti, che impone ad un suo professore (nome in codice: “Il Portatore d’Acqua”) di non candidarsi a sua volta coi liberali.
Un grosso bersaglio spunta sulla capoccia di Antonino Recca, catanese.
È un attacco potente contro il baronato accademico. Che Zingales ne fosse davvero risentito?
O hanno agito altre forze?

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Anche le Giovani Marmotte Comuniste/i (…e/i…) ce l’hanno col rettore catanese. Hei giovane comunista, questo articolo è anche per te!

In un senso più largo, nell’ultima settimana il coloratissimo Oscar stava oggettivamente sbancando il lunario: al crescere della satira su Facebook, crescevano gli spazi su blog, giornali, televisioni. Affondava il suo bastone da Enigmista (quello di Batman) contro Berlusconi, contro Monti, contro i socialisti.
Aveva superato pure il 4%, almeno secondo i sondaggi di parte.

Riallacciandoci all’incipit dell’articolo, parliamo delle reazioni e di ciò che ne seguirà: l’abbandono di Zingales porta via almeno un quarto dell’intero movimento, secondo me, afflosciando di almeno un 1% le quote dei liberali nello scenario complessivo.
Zingales trascina con sé gli idealisti del partito.
Quelli che vorrebbero trasformare la mentalità italiana (prima ancora che l’Italia) in qualcosa di anglosassone.
Ora, vi sembrerà strano, perché il mio naturale ruolo in tutto questo sarebbe difendere i miei consanguinei. Ed invece no, qui esce la mia metà mediterranea e dico:

Signori, questi tizi sono degli imbecilli.

Perché chi è risentito dalla faccenda e, esclusivamente per i motivi della presunta menzogna da tempo record, non voterà più per FARE, sarebbe un imbecille?

In primo luogo, perché si presume che chi voti FARE una infarinatura di “robe economiche, giuridiche e sociali” la ha. Anche se così non fosse, si presume allora che cretino cretino cretino fino al midollo non è.
In sostanza voglio dire che se a qualcuno poteva passare per l’anticamera del cervello di azzardare un voto al Giannino, sapere che c’è un pezzo del Movimento che ora se ne tira fuori sposta voti verso Monti, Silvio e Grillo.
A seconda dei punti di vista, non so davvero chi per voi possa essere il peggiore.

Ma anche volendo tralasciare questo fatto, che a me pare così ovvio, parlando più in generale, la mia principale riflessione critica è questa: inventiamoci che Marco Travaglio fa 100 articoli ogni anno.
Ogni 100 articoli, si becca una condanna per diffamazione. In 10 anni, quindi, ne colleziona 10.
Vuol dire che ha ricevuto ben 10 condanne. Però in verità vuole anche dire che ha scritto 990 articoli di pura verità. Sono tanti. Ma tanti. Chiunque comprendesse i principi basilari della Statistica saprebbe che il nostro ipotetico Travaglio sarebbe un santo od un eroe, e forse, in un certo senso, è un po’ entrambi per davvero.
Berlusconi ne combina una buona e due sbagliate. Quindi, qualunque cosa fa, gli verrà perdonata. Perché è Berlusconi. Mica ti aspetti che ne riesca ad azzeccare due di fila.

Giannino ha condotto una splendida campagna elettorale. Mi è piaciuta molto perché ha coniugato saggezza e buon senso con vestiti bellissimi. Cavolo, lo voterei solo per i vestiti. Credo che ci vogliano certi attributi morali per andare in televisione vestito così. È radicale. Ma anche vintage.
È una sfida pure per Silvio stargli dietro.

Poi Giannino cade. Ok. Ma cade su una stupidaggine assurda. Ma assurda.
Il popolo di Berlusconi se ne frega se il vecchio, poverino, è un po’ avanti con l’età e confonde Deutsche Bank e Bundesbank.
Il popolo di Giannino condanna il suo portabandiera perché un tizio in Germania ha falsificato una tesi universitaria -c osa che comunque è veramente diversa dal dire per mezzo secondo che si ha un master – e s’è dimesso, ed adesso chiede le dimissioni di Oscar.

Ecco, secondo me è più imbecille il secchione liberale che spreca le giornate a mettere i puntini sulle “i” dei suoi compiti a casa, piuttosto che il berlusconiano che se li fa fare dalla fidanzatina cessa ma tanto servile. Non potete capire quanta rabbia mi fa pensare che c’è gente che sparge compiaciuto il suo stesso seme sulla propria, splendida, ortografia.

Si parla di “mentalità anglosassone”. No. Un attimo. Noi anglosassoni questa mentalità la rifuggiamo. Non è né Anglo, né Sassone. È una mentalità prussiana. Da Impero Centrale. Noi, invece, andiamo molto fieri di averli sconfitti, i tedeschi. Due volte. Anche voi italiani li avete sconfitti. Erano i Mondiali di Calcio, credo, ma fa lo stesso.

Quindi, prima di fare i liberali choosy e bigotti, ricordatevi che Churchill era uno sregolato ubriacone che alternando panzane, battutine e frasi eroiche ha salvato la Corona ed il mondo intero.
E non ha vinto perché era sregolato, ma perché aveva una visione lucida del mondo che gli stava attorno.

Antipolitica per tutte le età

L’esistenza di un “popolo del web” come soggetto politicamente autonomo e influente nella scena nazionale è un fatto sicuramente addebitabile a realtà come quella Grillina, ed è un fattore che, come era facilmente ipotizzabile, è stato dapprima ignorato, poi sottovalutato e infine gonfiato con le proprie nefandezze da una politica sempre più inadeguata a capire i bisogni dei cittadini.

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Questo popolo del web non è un elite di nerd, o addirittura hackers, né è identificabili con i blogger che hanno rappresentato la base del M5S prima ancora che esso nascesse e che oggi spesso si ritrovano a fare i conti con un movimento che non rappresenta più le loro istanze. Ora sono una massa di persone nate nel pieno berlusconismo e approdate sullo schermo di un PC nel periodo delle chatline, del porno mainstream, delle community-vetrina. Oggi il merito di Grillo è quello di aver saputo veicolare una quota rilevante di queste braccia rubate alla masturbazione verso una nuova politica creata ad hoc per loro. Urla, schiamazzi, insulti contro l’immaginario nemico comune del “siamo tutti uguali” hanno allietato l’utenza (ed elettorato) del MoVimento, appassionata in ordine sparso di giustizia sommaria verso i politici, ambientalismo radicale e irrazionale e liberismo mascherato da meritocrazia. Man mano che il movimento si allargava, la sua critica verso la massa si riduceva. E se di certi argomenti verso questo pubblico allargato non faceva più molta presa, senza troppi problemi certi temi venivano abbandonati e in certi casi ridicolizzati (si pensi per esempio al famoso signoraggio bancario, cavallo di battaglia comune di grillini e complottisti!).

È stato forse un passo in avanti verso la politica, per tutte queste persone, e come dicevo di questo va dato atto a Beppe Grillo e chi gli sta dietro. Che sia poi veramente benefica, per la democrazia italiana, la presenza di un ennesimo, rinnovato nei mezzi tecnologici, movimento populista di “uomini qualunque”, sarei propenso a negarlo… Ma di fronte a questa deriva la politica ha alternato dosi di grillismo interno a ciechi divieti e negazioni della stessa esistenza di questo fenomeno. Partiti come Sinistra Ecologia e Libertà, nati con un certo insito fastidio verso la vecchia partitocrazia del centrosinistra, o movimenti, più attuali nella nascita, come il Movimento Arancione hanno sicuramente fatto propri alcuni cavalli di battaglia della critica a 5 stelle, affiancandoli ragionevolmente alle storiche tematiche della sinistra. Ma anche i partiti più grandi, in particolar modo il Partito Democratico, da un po’ di tempo insegue la moda Grillo, e facendo perno su tematiche di contorno, certo importanti, come il finanziamento trasparente (o assente?) dei partiti, tace clamorosamente sui temi più importanti ritenuti meno interessanti dalla massa e più compromettenti di fronte all’elettorato storico.

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Ma la risposta vera al grillismo, quella risposta che ha fatto sì che alcuni telegiornali forse impropriamente in questi giorni cominciassero a parlare di “terza repubblica”, è stato il Montismo.
Il professore nato dalle ceneri dell’ultimo governo Berlusconi, con l’assistenza passiva del parlamento dei partiti risultato, agli occhi degli Italiani, manifestamente incapace, rappresenta ed ha rappresentato per la gente un colpo alle fondamenta della “Kasta”, poco importando a chi lo ha sostenuto e ancora lo sostiene silenziosamente il fatto che sia stato lui stesso un frutto della partitocrazia e dei cosidetti poteri forti che fino a ieri sostenevano Berlusconi, e ancora prima Craxi, o Andreotti.

Se Grillo da una parte ha permesso ai partiti sempre più omologati, sempre meno ideologici e competenti, di mettere al centro i sudetti temi superflui ma mediaticamente accattivanti tralasciando la più sporca connivenza unanime verso il neoliberismo imperante; Monti si è mostrato come la forma più riuscita di antipolitica pilotata, come la “casta” che si nasconde dietro le scelte di un tecnocrate fiduciato da due terzi dell’arco parlamentare ancora in carica. Due facce di una stessa medaglia che fanno un favore ad una classe politica ormai sputtanata, che ha potuto ripulirsi la faccia e le mani per questa lunga, estenuante e patetica campagna elettorale dove il risultato sarà un parlamento appeso al 90% e un governo che sarà il naturale proseguimento dei governi passati e delle loro politiche, dove la sinistra radicale perderà ancora una volta l’occasione per unirsi sotto programmi e leader che siano veramente espressione dei valori della sinistra e non delle nomenklature dei partitini o dell’antimafia, e il gruppo dei 5 stelle risulterà di fronte ai media come l’unica vera opposizione parlamentare fatta dalla gggente. Ma nonostante tutto, quando questa campagna elettorale che sembra eterna, e dopo le elezioni, i partiti “tradizionali”, che pure saranno colpiti e ridimensionati, riusciranno a prendere, ne sono sicuro, il loro sicuro e consistente bottino di voti.

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R. D. Saba

Ce la faranno Bersani e il PD a far perdere le elezioni al centrosinistra?

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La campagna elettorale è ormai cominciata da un bel po’ e ci avviamo quasi alla fine della stessa. Da uomo di centrosinistra e probabile elettore della coalizione Italia Bene Comune, sono profondamente preoccupato dalla strategia politico-elettorale del PD e di Pierluigi Bersani.

La campagna elettorale è cominciata, in pratica, con le primarie del PD che hanno visto vittorioso Bersani. Le primarie hanno coinciso con il picco per il PD nei sondaggi, raggiungendo quasi il 40%. Da allora, però, il Partito Democratico, nonostante sia rimasto il primo partito d’Italia, ha vissuto un costante declino, assestandosi, ad oggi, a poco più del 30%. Il Partito Democratico, quindi ha perso circa 10 punti. Ma com’è successo? I fattori sono vari, tutti importanti.

Innanzitutto la “salita” in campo di Mario Monti ha messo l’ala centrista del PD in difficoltà e molti di quest’area, come Ichino tanto per dire un nome, sono poi andati nelle liste del Professore. L’elettorato cattolico del Partito si è poi trasferito nell’elettorato del Professore, in cui vedono una figura di rilievo internazionale e di rigore economico, oltre che di profondo rispetto verso il Vaticano, uno dei maggiori sponsor del premier. Possiamo quindi affermare con sicurezza che la salita in campo del Premier ha seriamente danneggiato e ridotto l’elettorato del PD, vedendo pezzi interi di partito andare via per la nuova opportunità offerta da Monti. Non dobbiamo escludere, poi, come una parte consistente di partito e di elettorato sia propenso all’alleanza in Parlamento con lo stesso Monti il che pone una parte del partito a metà strada tra il PD e Monti.

Altro fattore è la candidatura di Antonio Ingroia. Allo stesso modo di Monti, Ingroia ha danneggiato parecchio la coalizione IBC che vede drenare una parte di voti, per lo più di SEL, nella nuova formazione salva-micropartiti Rivoluzione Civile. La candidatura dell’ex PM mette il PD di fronte ad una serie di attacchi sul fronte giudiziario, fronte su cui il PD non è cristallino. Inoltre, la presenza in Rivoluzione Civile di Rifondazione e Comunisti Italiani attira parecchio i voti dei comunisti incalliti e che vedono in RC un’alternativa a sinistra di IBC, sentimento aiutato anche dalla strategia di Ingroia che fa promesse che difficilmente potrebbe mantenere anche se fosse eletto. Ma queste promesse, per l’elettore medio, sono fattibili e tende quindi a crederci: questa strategia, in scienza politica, viene definita come partito irresponsabile.

Altro fattore è la questione Monte dei Paschi, scandalo scoppiato negli ultimi giorni. Senza entrare nel vivo della questione non essendo questo il tema di questo pezzo, la vicenda ha creato parecchie strumentalizzazioni e accuse nei confronti del PD, colpevole, a quanto dicono, di aver condizionato le scelte dell’istituto portandolo sull’orlo del fallimento. La vicenda è stata sfruttata da tutti gli avversari politici di Bersani, partendo da Berlusconi fino a Monti, e anche Ingroia non si è tirato indietro. A dimostrazione di quanto detto, i sondaggi dimostrano che questa vicenda abbia fatto perdere terreno al PD.

Ultimo fattore è la campagna elettorale spenta portata avanti da Bersani confrontata con la scoppiettante campagna mediatica di Berlusconi. Mentre il Cavaliere appare spesso in video creando veri e propri eventi televisivi, la sua presenza da Santoro ne è una dimostrazione, portando il PdL dato per morto poco più di un mese fa, sino al 20%, la presenza di Bersani è bassa e poco sentita dall’elettorato il che porta ad una diminuzione del gradimento tra l’elettorato.

In conclusione, come al solito, il centrosinistra che era dato per super-vincente a due mesi dalle elezioni sembra fare di tutto per perdere le elezioni. Ma mentre le candidature di Ingroia a sinistra e di Monti al centro hanno seriamente frammentato l’elettorato danneggiando la coalizione del centrosinistra, l’assenza nei media di Bersani e la sua bassa incisività in questa campagna elettorale sta facendo diventare il centrosinistra il miglior alleato di un mediaticamente rinato Berlusconi. Ce la faranno Bersani e il PD a scongiurare un governo di Centrosinistra?

Francesco Di Matteo

IMU incostituzionale. Meglio far finta di nulla?

Si può derogare ai propri principi fondamentali per una necessità pragmatica di risorse?

A questa domanda solo una risposta negativa sarebbe moralmente accettabile: il furto è reato anche se lo si compie per evitare il rischio di morire di fame. In realtà per la generalità delle persone, ma anche per i tribunali, chi ruba per fame è indubbiamente un ladro, ma un po’ meno ladro e sicuramente meno ignobile del ladro per professione o per abitudine, e persino meno ignobile del ladro che ruba in favor di legge. La necessità dunque non può togliere la colpa, ma al massimo ridurre la pena, e non giustifica di certo il reato. E questa deroga, qualora avvenisse, avrebbe carattere eccezionale, non di certo potrebbe cancellare il reato ripugnante di per se.

Questo discorso vale, a mio parere, anche se facciamo riferimento ad uno Stato, o meglio ad un legislatore, che nel suo ruolo risponde solamente ai principi costituzionali. Quando il legislatore agisce contro i principi della costituzione, agisce nell’illegalità e di questa illegalità il giudice è la Corte Costituzionale, che punisce il legislatore, o dovrebbe farlo, con l’abrogazione totale o parziale delle norme. Dovrebbe, perchè in realtà questo spesso non viene fatto, in virtù di una deroga implicita che la Corte spesso ha usato in casi in cui la “ragion di stato” (vedasi la “necessità”) lo ha richiesto o lo richiede.

È il caso delle leggi sull’ICI prima e sull’IMU poi, la cui incostituzionalità è talmente scontata, semplicemente leggendo l’articolo 53, che pare impossibile ci sia stata e ci sia ancor oggi così poca risonanza mediatica. Lasciando da parte per un attimo il secondo comma, che se applicato dovrebbe far dichiarare l’illegittimità della maggior parte delle imposte e delle tasse presenti nel nostro ordinamento tributario (in cui la progressività è ormai considerata un utopia rivoluzionaria), è chiaro che l’ICI e l’IMU non tengano minimamente conto della “capacità contributiva” della persona, prendendo come presupposto d’imposta un dato oggettivo, economico e patrimoniale slegato e, semmai, presuntivo della ricchezza effettiva del cittadino.

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Non è vero infatti che chi ha una casa grande sia per forza più ricco di chi ha il piccolo appartamento, o di chi addirittura sta in affitto. Probabilmente dietro quella casa, grande, ci sono sacrifici di una vita di chi ha risparmiato una parte dei suoi salari (netti dalla tassazione sui salari), e li ha messi sulla casa. Una casa che è un patrimonio primario che non da rendita nel caso in cui si tratti di “prima casa”, o che comunque non da alcuna rendita neanche nel caso in cui questa sia una casa a disposizione non messa a frutto (perchè magari ereditata, o comprata in tempi di migliori condizioni economiche).

In altre parole, la casa non messa a frutto non è un patrimonio direttamente fruibile né fungibile, il che vuol dire che chi ha due case non sempre vuole vendere perchè significherebbe svendere, e non può utilizzare parte di quel patrimonio come se fosse un patrimonio mobile. Avrebbe più senso utilizzare l’esistenza di questo patrimonio immobiliare inutilizzato come criterio di presunzione relativa sulla ricchezza reale del contribuente, e allo stesso tempo tassare in modo equo e progressivo i patrimoni mobiliari e quelli immobiliari che danno frutti e che creano rendita.

Tornando dunque al discorso iniziale, è già di per se opinabile che la Corte Costituzionale si prenda da sé questo potere derogativo nei casi in cui la ragion di stato, specie in materia tributaria, lo richiede. Ma partendo da questo assunto e considerando ciò difficilmente modificabile, c’è da chiedersi se queste necessità dello Stato, in tempi di crisi e di rigore, possano essere sopite solo ed esclusivamente con imposte incostituzionali, strangolando i ceti medio-bassi ben oltre le loro capacità economiche e quindi strangolando il loro potere d’acquisto e la tanto blasonata “economia reale”, o se c’è magari un altro modo magari conforme ai nostri principi fondamentali, tra cui appunto l’articolo 53.

Roberto Davide Saba

 

Art53 Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.

Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.

Analisi Politico-Mediatica dell’offerta politica nazionale

Chi vi parla è un ex tesserato, appassionato di politica e ancora indeciso in vista del voto del 24 Febbraio. L’intento di questo pezzo è quello di cercare di dare una panoramica di aspetti politici e mediatici dei principali movimenti e partiti che si apprestano a concorrere alle elezioni. Le valutazioni che saranno scritte sono, come titola il blog, opinioni e quindi spero nessuno prenda sul personale eventuali valutazioni non condivise.

ImmagineRivoluzione Civile – Ingroia

Quello che sembra essere una vera novità del panorama politico nazionale potrebbe rivelarsi un vero pastrocchio sulla falsa riga della vecchia Unione. Rivoluzione civile, la lista del magistrato anti mafia Antonio Ingroia offre, mediaticamente, una valida alternativa alla coalizione PD-SEL, collocandosi in una fetta di elettorato che raccoglie tutti gli scontenti del centrosinistra. Le figure carismatiche di Ingroia stesso e di Luigi De Magistris fanno sì che tra gli elettori si sviluppi un senso di appartenenza che sa di tempi ormai andati. Ma dietro l’aspetto mediatico si nascondono numerosissime carenze a livello politico. Innanzitutto la formazione di questa lista. Rivoluzione Civile non è un partito, né tantomento un movimento. Rivoluzione Civile si presenta come una lista civica per unire anime diverse del centrosinistra escluso dalla coalizione “Italia. Bene Comune.”. Un’accozzaglia che vanta la partecipazione di un Italia dei Valori ormai in malora; Partito dei Comunisti Italiani e Partito della Rifondazione Comunista, partiti che sono ormai sull’orlo della scomparsa sullo scenario politico nazionale; e una serie di sigle della “società civile” (Io ci sto, Movimento Arancione, ALBA, Movimento Radical Socialista, Cambiare si può, etc.) talmente giovani da renderne impossibile l’analisi. Una serie di sigle anche politicamente sconnesse e distanti (visto che, solo per citare un esempio, l’Italia dei Valori liberale poco ha da spartire con la comunista Federazione della Sinistra) il cui unico collante ufficiale è l’anti-montismo, l’anti-liberismo e l’anti-berlusconismo. Ancora più vuoto, per ora, è la valutazione politica della sigla. La lista, che ha come perno centrale la lotta alla mafia e alla criminalità in generale, non ha ancora chiarito quale sia il suo programma tranne delle vaghe dichiarazioni come “abbasseremo le tasse” o “combatteremo le politiche liberiste indicate dall’Europa”. Nessuna proposta concreta, per ora, e difficilmente arriveranno reali proposte. Anche il suo leader ha mostrato da subito la propria inesperienza politica chiedendo l’aspettativa per motivi elettorali al CSM piuttosto che dimettersi. Cos’ha intenzione di fare Ingroia? Tornare a fare il magistrato se non raggiungerà il Parlamento? Non ha mai pensato di danneggiare la già continuamente bastonata magistratura rendendo veritiero il teorema di Berlusconi secondo cui la Magistratura è politicizzata? Se il buongiorno si vede dal mattino…

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Italia. Bene Comune.

La più forte coalizione in campo e la vera favorita a governare, oggi, sembra essere la coalizione Italia. Bene Comune. La coalizione, formata da Partito DemocraticoSinistra Ecologia e LibertàPartito Socialista ItalianoCentro Democratico, il nuovo soggetto politico di Tabacci Donadi. La coalizione è la figlia della vecchia foto di Vasto, dove PSI e Donadi sostituiscono Di Pietro. I principali leader, Nichi Vendola, Governatore della Puglia, e Pierluigi Bersani, Segretario del PD e candidato premier, non sono di certo campioni di coerenza. Infatti, a rigor di logica, difficilmente potrebbero stare insieme: Bersani ha sostenuto il governo Monti per tutta la sua durata, mentre il secondo ha messo in moto, insieme a FIOM e IdV, un referendum che chiede il ripristino dell’articolo 18 e del contratto collettivo, riforme votate dallo stesso PD durante il sostegno a Monti. Per ragionamenti prettamente ideologici questo dovrebbe bastare a rendere impossibile la coalizione. Tuttavia sembra che Vendola abbia deciso di far finta di niente e procedere ad una formazione che probabilmente andrà al governo. Resterà da vedere come si comporterà SEL, se si appiattirà sul PD per “amor di patria” (o meglio, di poltrone) o se abbandonerà il PD strada facendo. Il PD è il primo partito d’Italia e, mediaticamente, ha un gran fascino, se non fosse per le posizioni, spesso, poco “degne” di un partito di centrosinistra. Politicamente ha un programma ben più definito e chiaro di quello di Ingroia, ma in molti punti non distanti dalla condotta dell’ultimo governo targato Monti. Inoltre la presenza di personaggi come Fioroni e Rosy Bindi, ultra-cattolici e difficilmente definibili “progressisti”, fa perdere l’appeal verso la coalizione anche dai più libertari. L’atteggiamento di un governo targato PD-SEL si preannuncia bicefalo, con Bersani pronto ad assecondare le richieste uber-liberiste dell’Europa, e con il piccolo Vendola a cercare di far si che le riforme facciano il meno male possibile. Ci riuscirà?

ImmagineScelta Civica – con Monti per l’Italia

La lista civica, nata con la “salita in campo” di Monti, ricorda molto la vecchia Balena Bianca. Mario Monti, “convinto” a salire in campo da Gianfranco FiniLuca Cordero Montezemolo e, soprattutto, Pierferdinando Casini (più probabile, invece, che il vero endorsement verso la candidatura sia stato attuato il 13 dicembre dal PPE quando il professore fu invitato alla riunione dei leader politici) si presenta come il progetto di continuità al governo Monti. Mediaticamente il progetto è forte, con il professore che viene visto come colui che ha ridato lustro all’Italia dopo le vergogne degli atteggiamenti pubblici e privati di Berlusconi. Politicamente, se anche ancora poco c’è di ufficiale, non è difficile capire che le politiche saranno uberliberiste e di stampo cattolico come già successo per un anno. Anche il professore ha deciso di sfruttare l’onda del civismo, coinvolgendo molti esponenti della società civile. O, almeno, a parole così dovrebbe essere ma dai primi nomi che circolano (Pisanu, Mastella, Ichino) sembra veramente esserci poco di nuovo. Il vero punto da analizzare, a mio parere, sono le reali chances di Monti. Se fossimo in una repubblica semi-presidenziale o presidenziale Monti avrebbe avuto una possibilità di andare avanti. Ma, nonostante il pressing di Berlusconi da qualche anno, per ora l’Italia resta una Repubblica Parlamentare e, visto che le liste che appoggiano Monti non hanno grandi chances di vincere le elezioni, e Monti lo sa, perchè si è candidato rischiando di fare una grande figuraccia? La risposta potrebbe essere meno complessa di quello che si crede. Se si guarda a UDC e FLI prima della salita in campo di Monti, si nota come questi, insieme, quasi non raggiungessero il 10%. Dopo Monti e l’accodamento di Montezemolo con la sua Italia Futura, la coalizione pro-Monti sembra possa arrivare fino ad un rispettabile ma, ai fini della vittoria, inutile 15%. Tuttavia potremmo proseguire il discorso e il ragionamento pensando alla provenienza dei nuovi elettori della coalizione. La maggior parte di questi vengono dal PD democristiano e non dal PDL ritrovato con la ri-discesa di Berlusconi. Ciò significa che, nonostante il grande aumento di consensi del PD degli ultimi mesi questo potrebbe non essere sufficiente a governare da solo. Casini, vero volpone della politica italiana, sa bene che Ingroia e Di Pietro chiederebbero troppo per un appoggio al governo spostando la bilancia verso SEL (facendo perdere terreno al PD nei rapporti di forza interni alla coalizione). Il PD, verosimilmente, chiederà aiuto alla coalizione pro-Monti con la quale condivide non pochi punti del programma. Quindi l’obbiettivo della coalizione sarà quello di indebolire quanto più possibile il PD per ottenere Monti premier e continuare le politiche dell’ultimo governo.

ImmagineIl Popolo delle Libertà

Dopo aver distrutto politicamente Angelino Alfano negandogli le primarie, Silvio Berlusconi si è candidato a premier per il PDL. Dopo aver abbattuto il governo Monti, Berlusconi ha subito cominciato il giro delle televisioni e delle trasmissioni televisive. Le parole d’ordine che possono essere estrapolate dalle prime apparizioni di Berlusconi sono chiare: meno tasse, niente IMU, guerra alla Germania e all’Europa. Berlusconi, ignorando i 4 governi da lui guidati succedutisi tra il 1994 e il 2011, ha cominciato una guerra populista e demagogica a Monti e alle politiche che, in parlamento, ha esso stesso votato. Poco c’è di nuovo riguardo il PDL e Berlusconi: il partito, liberatosi di una schiera di dissidenti emigrati nel nuovo soggetto Fratelli d’Italia, è di nuovo completamente nelle mani di Silvio il quale sta lavorando per un’alleanza con la Lega Nord di Maroni, candidato alla regione Lombardia e ancora indeciso se presentarsi alle politiche (dopo i vari scandali susseguitisi ai danni della Lega si potrebbe verificare una pericolosissima debacle). Berlusconi è convinto che l’alleanza si farà, mentre minaccia Maroni di portare al voto tutte le giunte comunali e non del Nord governate insieme, ma è ancora tutto indeciso. Certo è che quando Berlusconi ha ripreso il possesso del partito ha riguadagnato molto nei sondaggi, passando da circa il 12-13% a quasi il 20%. Tuttavia, anche se convincessero la Lega ad allearsi le possibilità di vittoria sono, sondaggi alla mano, nulle. Tuttavia, l’Italia ha votato Berlusconi per 20 anni, quindi non possiamo essere sicuri di essercene liberati definitivamente.

ImmagineFermare il Declino

Vera novità dello scenario politico della destra italiana è il movimento Fermare il declino. Il movimento, smarcatosi da Monti, sembra aver deciso di andare da solo con Oscar Giannino, giornalista editorialista di Panorama, candidato premier. Il movimento sembra essere probabilmente il migliore movimento di destra degli ultimi 20 anni. Mediaticamente ingiustamente trascurati, non è sicuro riescano a superare la soglia di sbarramento. Politicamente si pongono critici verso le politiche di Monti anche se sono essi stessi liberisti. Da elettore di centrosinistra posso affermare che faccio il tifo per loro, l’Italia ha bisogno di un serio movimento di destra, finalmente.

ImmagineMoVimento 5 Stelle

Il MoVimento 5 Stelle capitanato da Beppe Grillo continua la sua campagna contro l’Europa e contro la Casta. Non ha ancora ufficializzato il candidato premier ma, difficilmente sarà Grillo stesso. Anche se i grillini dicono il contrario, il MoVimento è sempre più presente nelle televisioni nazionali e il fascino di Grillo che manda tutti a quel Paese affascina chi è stanco della politica e dei suoi scandali. Grillo ha avuto due grandi meriti nella politica italiana: il primo è stato quello di avvicinare le persone alla politica aumentando il senso di civismo che vola così forte in Italia oggi (Ingroia e la sua lista può essere visto come figlio dell’attivismo civico partito con Grillo); l’altro grande merito è quello di aver costretto la politica a rinnovarsi e ad aumentare la propria offerta al cittadino, come dimostra il caso Ingroia. Nonostante questi meriti il MoVimento ha molti difetti: poca democraticità, assenza di posizioni chiare su temi come il lavoro e l’economia, populismo. Il programma del MoVimento dice veramente poco su temi importantissimi e principali come il lavoro e l’economia, rendendo quindi inutili tutte le buone proposte su ecologia, lotta alla corruzione agli sprechi (che ce ne facciamo di una politica che non spreca se l’Italia fallisce o gli italiani non lavorano??). Formato per lo più da scontenti di sinistra e berlusconiani e leghisti delusi, dopo il culmine del successo verificatosi a Parma e in Sicilia, il MoVimento vive un continuo declino, per l’aumento dell’offerta politica a sinistra con la formazione della lista Ingroia, e per il ritorno di Berlusconi in campo. Come diversi studi politologici dimostrano, il voto di protesta cala man mano che l’offerta politica aumenta e si rinnova e, nonostante l’offerta politica sia si aumentata ma non sempre rinnovata, il MoVimento sta soffrendo per una vera costante della politica.

Voci precedenti più vecchie

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