Caro autunno ti aspetto.

Dopo l’estate più calda della mia vita mi aspetto l’autunno più caldo della mia vita.

Chiaro, in Italia le cose non vanno proprio molto bene, dagli operai che si arrampicano sui silo, chi scende in una miniera minacciando di far saltare tutto in aria con il tritolo, con i Precari della scuola che subiscono l’ennesima beffa, con le tariffe che aumentano e i salari che restano fermi. Per non parlare degli studenti che per entrare in un corso a numero chiuso sarebbero pronti a mordersi la giugulare e questo è un aspetto molto importante per capire come ha influenzato la mente la competitività e che impatto ha avuto il neoliberismo. Ma a prescindere da ciò, i sintomi ci dicono che l’Italia è malata. Questa malattia va curata e di certo non mi aspetto di vedere un Passera, un Napolitano, un Monti, una Fornero, un Grillo insultante affrontare con serietà determinati problemi che questo paese ha. Per il semplice motivo che le cure che vengono date sono quelle che ci hanno portato in crisi, niente pubblico, più privato, meno Stato, più imprenditori alla Marchionne, smantellamento dei diritti. Peccato che gente come Marchionne stia portando al fallimento settori importanti per l’Italia. Parliamo della Fiat? Meglio non infierire, ma la ricetta di quello lì con il maglioncino ha semplicemente fallito. Qualcuno dirà che Marchionne è intervenuto per salvare la Fiat, bene, più o meno vero, ma il crollo delle vendite ci dice che la sta facendo fallire. Qualcuno poi dovrà spiegarmi cosa significa meritocrazia. Se meritocrazia significa che uno laureato in filosofia si mette ad amministrare la Fiat, che non certo produce editoriali su Kant, beh c’è qualche problema sull’idea di questa benedetta meritocrazia. Ora non sto qui a discutere della politica industriale (?) che viene fatta in Italia, ma sicuramente questo è un tema caldo che quest’anno torna con forza.

Il nostro Paese poi è fantastico, lavoriamo, reclamiamo il diritto al lavoro, ma poi otteniamo il diritto allo sfruttamento. Ora, non è che non voglio lavorare, anzi, se lavorassi mi pagherei gli studi, ma semplicemente mi stanca il ricatto: O lavori a queste condizioni o non lavori. Il più delle volte non lavori e questo è un dato di fatto. Ma “quelle condizioni” sono: contratto precario, lavoro nero, contratto a chiamata quando ci vado ogni giorno… contratti di qua e contratti di là. Intanto lo sfruttato sono io e magari mi sento dire che non ci sono abbastanza forme contrattuali precarie perché manca flessibilità in entrata. Allora, partendo dal presupposto che ci sono più di 40 forme contrattuali e la riforma del Ministro Fornero aumenta solo la precarietà, partendo dal presupposto che vengo sfruttato e pure sottopagato, partendo dal presuppostochemòvimandounpo’afanculo direi che quest’autunno non può che essere caldo.

Qualcuno un po’ più saggio di me, però, una volta mi ha detto che se pongo un problema devo offrire la soluzione, altrimenti è solo protesta fine a sé stessa. Mai più parole furono rivelatrici per me, infatti, oggi, posso dire che se l’Italia volesse mai uscire dalla crisi può solo ripartire da alcuni settori: Investimento nell’istruzione pubblica per creare una classe dirigente intelligente e preparata, politica industriale che si basi sull’aumento dei salari, nell’investimento nella ricerca e sviluppo, taglio alle spese folli: Spese militari, soldi pubblici agli istituti scolastici ed universitari privati. Ma poi bisogna rivalutare il pubblico e potenziarlo, aiutarlo a crescere.

Mi aspetto, anzi mi auguro, che quest’anno tutti insieme si possa lavorare per riprenderci il mondo che ci è stato rubato.

Vorrei solo un mondo diverso, più umano. 

 

Otto mesi

12 novembre 2011

Quel giorno, o meglio quella sera, abbiamo sperato che qualcosa cambiasse davvero, e che cambiasse in meglio. Come dimenticare le immagini di una piazza del Quirinale gremita, a cantare ed a scandire cori, e nelle altre piazze d’Italia gente a brindare “alla caduta del Nano?”
Certo, l’ho fatto anch’io. Cosa speravo? Che ci fossimo liberati finalmente di un modello di degrado culturale e morale, che la si smettesse di lasciare che il Paese andasse incontro alla rovina sociale ed economica, oltre che di speranza e fiducia nel futuro, che lo stesso futuro diventasse più roseo per tutti, per noi giovani e per chi ci ha preceduto. Che partisse un rinnovamento completo, in politica e fuori, nelle università baronali ad esempio. Che non fossimo più derisi a livello internazionale. Che si parlasse di cose serie, non di quante troie si incula Berlusconi (perdonatemi l’eufemismo).

16 luglio 2012

Sono passati otto mesi e quattro giorni da quella sera di speranza, e cosa è cambiato?
Il governo è passato da una destra incompetente ed impresentabile ad una destra poco competente (la differenza è sottile) e poco presentabile. Da Berlusconi e Monti cambiano infatti la serietà (dal burlesque alla sobrietà estrema) ed il prestigio personale (da macchietta a rispettato professore), ma non i contenuti essenziali riscontrabili in un neoliberismo sfrenato. Non potrebbe essere altrimenti, d’altronde: ci si è solo liberati, a livello di partiti, degli obblighi di coalizione e delle posizioni forzate. Il PdL è rimasto quello di sempre, con l’assenza del prode Silvio come frontman in luogo di un peggiore Alfano; la Lega non è più costretta a dover accettare i voleri dei berluscani per restare al governo; l’UDC può riprendere il consueto ruolo di “puttana politica” pur potendosi mostrare, nonostante percentuali non eccelse, quasi come un partito “vergine”; l’IdV mantiene la costante della contestazione al governo, sia esso di Monti o di Berlusconi; il PD, invece, per “non voler vincere contro i cadaveri” e per la deriva liberaldemocristiana che sta prevalendo al suo interno, appoggia costantemente (pur se con qualche riserva “mediatica” ma non sostanziale) i peggiori scempi di questo governo e continua però a volersi definire “di centrosinistra”.

Continua la distruzione del welfare state da parte di economisti banchieri (Fornero), continua la distruzione dell’istruzione pubblica da parte di rettori legati a partiti e industrie (Profumo), continua a non arrivare un piano efficace per il rilancio delle imprese in difficoltà (Passera e Monti), continua a non esserci lavoro per i giovani, ma nemmeno per i 35enni cassintegrati o precari.
Continuiamo ad essere in emergenza. Forse abbiamo solo preso – e perso – tempo, rimanendo nelle stesse condizioni di un anno fa mentre gli altri intorno a noi vanno avanti.

Rotta di collisione PD.

Ho immaginato, dopo aver letto dell’assemblea nazionale del PD, come sarebbe potuta andare, tenendo conto delle tante contraddizioni che ci sono in quel partito. La mia mente ha elaborato uno scenario surreale ed ironico, sostanzialmente però più veritiero di quanto si vede normalmente.

Ho immaginato il responsabile economico del PD, Stefano Fassina, che ha ancora il coraggio di dire qualcosa di sinistra, con il Capitale di Marx tra le mani che cerca di far capire a Pietro Ichino che si sbaglia su tutta la linea e che il giuslavorista a sua volta legge a Stefano passi dei libri di Boeri sul mercato del lavoro, come se fosse il nuovo testamento, mentre tra le mani ha il progetto della Flexsecurity ed in tasca il santino di Marchionne.

 

Improvvisamente Pierluigi Bersani scende dall’alto con un alone d’oro e comincia a smacchiare i famosi giaguari, poi riesce a dire qualcosa, ma non lo ascolta nessuno e tutti alle sue parole si girano con fare indifferente. Il povero Segretario resta solo, non c’è più la disciplina di una volta, quella del PCI, sconfortato apre il cellulare che come sfondo ha la foto di Casini, viene folgorato e comincia ad urlare: Patto con i moderati! Patto con i moderati! Patto con i moderati! Fassina, alla parola “moderati”, chiama la Neuro.


In un lato del tavolo della Presidenza Rosi Bindi con un rosario prende a schiaffi Paola Concia, urlandole: Esci da questo corpo, Satanasso omosessuale! La Concia, arrabbiata, cerca di vendicarsi lanciandole addosso un reggiseno (retaggio culturale sessantottino), accusandola di essere una democristiana cattolica, per altro brutta, una culona inchiavabile, il giovine Ivan Scalfarotto assiste ridendo.


I bambini Renzi e Civati cominciano a litigare su chi deve mangiare l’ultimo plasmon rimasto ed ordinano 2 biberon con latte caldo, poi il sindaco di Firenze comincia a biascicare le sue prime parole da neonato dal palco e rivendica la sua intenzione di portare avanti la rottamazione dell’auto di plastica acquistata al Toy Center, perché così, in cambio, gli daranno un giocattolo di Goku Supersayan di quarto livello, per combattere, nel caso di invasione, Majin Berlusconi.


In fondo a tutto troviamo un personaggio scuro in volto, è Veltroni con un cappello da Safari, sembra abbia finalmente preparato le valigie per andarsene in Africa.

 

Nel bel mezzo del tavolo della Presidenza infine, troviamo il vecchio D’Alema, che guarda tutta la scena infastidito, da buon borghese qual è non può sopportare questo caos nel suo partito, ma visto che è orario di aperitivo si fa portare delle tartine al caviale ed uno spritz. Dopo aver consumato e lanciato un mocassino in testa a Fassina che rivendicava la forza del socialismo va via per una festa sul suo Yacht.

 

Di certo sarebbe stata un’assemblea molto divertente se fosse andata così. Ma invece non c’è nulla da ridere e ci troviamo un partito completamente diviso che rischia l’implosione a causa delle troppe anime e delle troppe correnti. L’esperimento Partito Democratico potrebbe definirsi concluso e fallito, non riesce a proporre nulla, un partito immobile che segue l’austerità in maniera cieca e anche se cerca di incidere nelle decisioni del governo, lo fa in maniera sbagliata sostenendo la macelleria sociale di Monti. Grazie all’atteggiamento del PD sta tornando sulla scena Silvio Berlusconi. E poi ricominceremo con l’antiberlusconismo. Un film già visto. Un film fallimentare. Proprio come il progetto PD.

Caro TAV costi troppo.

Si sa, Le Figaro, giornale transalpino, è equiparabile al Pravda sovietico. Qualche giorno fa ha pubblicato un articolo in cui spiega che il Governo francese, quello bolscevico di Hollande, starebbe tornando sui suoi passi sul tema Tav. Già, perché ci sarebbe l’ipotesi di tagliare gli investimenti nell’alta velocità, poiché dal testo dell’articolo del giornale francese si legge “Quando scarseggia il denaro per compare il cibo, è inutile viaggiare in TGV”.

Confucio resterebbe illuminato da questa frase così saggia, peccato che però in Italia non ci siano questi geni del male comunista. Il piano francese sostanzialmente sarebbe quello di risparmiare sulle infrastrutture poiché, parola del Ministro Jerome Cahuzac, “non può permettersele”. Così, probabilmente, il tratto francese del Tav Torino-Lione potrebbe non farsi più. Il suo costo, per i francesi, 12 miliardi di euro, è troppo alto, in più c’è la flessione nella tratta delle merci. Insomma, una spesa inutile, da tagliare e reinvestire in altro.

Molto bene, secondo la logica del governo tecnico, dei grandi opinionisti del Corsera e di altri giornali mainstream pro Tav, il Ministro Cahuzac è un primitivo, contrario al progresso ed allo sviluppo economico, visto e considerato che chi si oppone al Tav viene considerato un idiota.

Dovrebbero essere considerati tali anche quelli della Corte dei Conti, che in un rapporto sottolineano come il Tav non sia finanziariamente sostenibile e che non è dimostrata la redditività finanziaria, tanto meno i vantaggi ambientali. Suggeriscono, infine, di modernizzare e potenziare la rete già esistente, invece di spendere soldi per il Tav.

Però, in Italia funziona così, quando è facilmente dimostrabile che qualcosa non funziona e non porta nessun tipo di vantaggio economico/sociale/ambientale, si va avanti a testa bassa, non fa niente che non si ha ragione e che si sta per gettare via un pacco di miliardi.

La domanda sorge spontanea dunque, si può evitare di spendere tutti questi soldi per un’opera inutile? La risposta è facile ed è sonoro sì.

Ma dalle parti del Partito Democratico si blatera circa l’irrinunciabilità del collegamento Torino-Lione, mentre i loro cugini francesi del PS, che evidentemente accendono il cervello prima di parlare, affermano il contrario.

In Italia, per dovere di cronaca, al Tav si oppongono fortemente la Federazione della Sinistra e Sinistra Ecologia e Libertà, che sostengono la lotta dei No-Tav.

Ennesima occasione persa quindi, per il PD, per contraddistinguersi dalla destra liberista dominante in Europa e per allinearsi ad una sinistra che attorno ai movimenti sta cercando di portare avanti un’alternativa di sistema.

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Bombing Review.

L’istruzione pubblica dopo aver conosciuto tre riforme, in ultima quella del Ministro Gelmini, riceve il colpo di grazia dal Ministro Profumo, ministro tecnico del governo Monti.


Nella Spending Review è stato inserito un nuovo comma che consente di sforare i limiti che costringeva gli atenei italiani a non prelevare dalle tasse studentesche una quota superiore al 20% del Fondo di Finanziamento Ordinario.

Così facendo il governo di fatto liberalizza le tasse universitarie. Infatti, grazie alle modifiche, non saranno più le tasse di tutti gli studenti a dover rimanere sotto il limite del 20%, ma solo quelle degli studenti italiani e comunitari in corso.

Ovvero sono esclusi del computo gli studenti stranieri e gli studenti fuoricorso. In questo modo questi studenti si vedranno aumentare a dismisura le tasse universitarie.

C’era davvero bisogno di andare a toccare l’istruzione pubblica già distrutta dai tagli del governo Berlusconi? Ed i soldi a disposizione, presi magari da un taglio drastico delle spese militari, non potevano essere investiti in una riforma del mondo della scuola e dell’università pubblica che ha bisogno di risorse per poter istruire al meglio ragazzi e ragazze che dovrebbero essere la prossima classe dirigente di questo Paese?

Una nota al margine:

L’Italia è attualmente impegnata in 71 programmi di armamento e riconfigurazione di sistemi d’arma che costano, da qui al 2026, oltre 3,5 miliardi di euro l’anno.

Cifra che non comprende i programmi più onerosi, come il tanto discusso acquisto degli F35, ora ridotti da 131 a 90 unità, per un costo superiore ai 10 miliardi di euro e Forza Nec, un programma relativo alla costituzione di quattro brigate (12 mila uomini) digitalizzate – con uomini dotati di visori e sensori altamente sofisticati – dal costo preventivato di 12 miliardi. Totale 25,5 miliardi di euro circa.

Una Bombing Review, visto e considerato che i tagli previsti sono di appena 1 miliardo di euro. Inutile taglio di un pozzo senza fondo.

Keynes ricercato. È colpevole.

Il Pareggio di bilancio è una follia, non c’è altro modo per descrivere il disastro che causerà ciò che il nostro blog ha chiamato “il golpe strisciante”, ovvero la modifica della Costituzione.

Vladimiro Giacchè, economista ed autore di Titanic Europa, ha fatto due rapidi calcoli: “stando l’obbligo sancito dal ‘Fiscal compact’ di dover ridurre il debito pubblico del 5% annuo per quanto eccede il Pil del 60% – ergo, un ventesimo del Pil – per un certo numero di anni il nostro paese sarebbe chiamato a manovre annuali di 45miliardi di euro. Senza considerare quanto paghiamo di interessi sul debito: nel 2012 qualcosa come 72 miliardi di euro. Di fatto, l’Italia per i prossimi anni sarebbe costretta a manovre, per ridurre il suo debito pubblico, di circa 120miliardi di euro l’anno.” Una follia.

Ricapitoliamo e chiariamo perché viene sostenuto che Keynes è diventato “illegale”. Keynes affermò che il livello di produzione di una nazione, il suo reddito e di conseguenza l’occupazione, sono determinati dalla domanda. Diceva che il capitalismo è instabile per natura, rompendo così con la tradizione del laissez-faire, la teoria liberista in cui si afferma che il mercato è libero e si auto-equilibra da solo, senza aver bisogno dell’intervento dello Stato. Keynes sosteneva che il mondo dell’economia fosse dominato dagli “animal spirits”, persone, imprenditori, che agiscono in totale insicurezza e parzialità di informazioni, causando incertezza, incertezza che porta il capitalismo ad essere squilibrato e totalmente incontrollabile, se lasciato praticamente solo. Insomma, Keynes, a differenza di Marx, credeva che il capitalismo si dovesse controllare, poiché né efficace né giusto. Arriviamo dunque al punto. Se, come afferma Keynes, il PIL e l’occupazione dipendono dalla domanda, per aumentarli bisogna sostenere la domanda aggregata. In altre parole, per uscire da una crisi bisogna spendere per far ripartire l’economia. Il pareggio di bilancio, in Costituzione, vieta proprio questo, non si può più sostenere la domanda, con conseguenze disastrose per la nostra economia. Proprio Keynes ci offre un’altra strada, certo, non marxista (io sono marxista), ma è di buon senso. Se il problema è quello della crescita altro modo non c’è che aumentare i consumi, come fare per aumentare i consumi? Bisogna cominciare ad abbassare le tasse, non si tratta di una proposta demagogica, ma è un discorso molto serio, i cittadini, con tasse più basse, avrebbero a disposizione più reddito da spendere. Però, ciò che bisogna evitare come la rogna è abbassare le tasse ai “ricchi”, com’è nella tradizione destroide del nostro Paese, si parte da un buon proposito e si declina malissimo. Per questo motivo, sarebbe fondamentale, mettere un’imposta patrimoniale, che certamente non è la soluzione, ma porterebbe introiti importanti. Bisognerebbe aumentare gli investimenti in settori strategici ed importanti, due su tutti: la conoscenza e la ricerca scientifica. Lo Stato deve essere propulsore della crescita, non c’è altra soluzione dal baratro. Le politiche keynesiane vengono spesso accusate di aumentare il debito. Non è vero, è che i soldi vengono gestiti male. Se l’intervento pubblico è buono, porta risultati, se fatto male, come i tanti investimenti inutili italiani (prendiamo ad esempio il Tav e le spese militari folli) accumulano solo debiti e non portano frutti. Le buone politiche pubbliche tendono a ripagarsi da sole. E poi, anche se dovesse crearsi debito aggiuntivo, non si paga mica quando si hanno le tasche vuote a causa dei tagli indiscriminati cominciati da Tremonti e proseguiti dai tecnici? Keynes stesso suggeriva di ripagare gradualmente il debito aggiuntivo una volta usciti dalla crisi. Per questo motivo l’austerità è una follia, in Europa ce ne stiamo accorgendo giorno dopo giorno. Il Fiscal Compact è una roba pazzesca, in pratica il ragionamento è questo: tagli alla spesa pubblica, quindi tagli ad istruzione pubblica, sanità etc. niente investimenti, aumento dell’età pensionabile (io non so se vedrò la pensione), taglio dei diritti dei lavoratori, più flessibilità (più precarietà), salari più bassi. Non c’è che dire, un’ottima ricetta se vogliamo suicidarci. Queste politiche riducono sensibilmente il Pil e con la pressione fiscale così alta si ottiene l’esatto opposto di ciò che si voleva ottenere, cioè meno gettito del previsto. In sostanza, il debito pubblico cresce e noi non abbiamo soldi per pagarlo, se non con altre manovre finanziarie, altri tagli. Un cappio al collo. Cappio al collo che è confermato dall’Ocse, che nel suo Economic Outlook dice che il nostro Pil calerà dell’1,7% nel 2012 e dello 0,4% nel 2013, per questo motivo, sostiene l’Ocse, serve un’altra manovra finanziaria. Ecco cosa porterà il pareggio di bilancio in Costituzione. Mette Keynes fuori legge, figuriamoci Marx.

Ma, altre strade da percorrere ci sono, se abbiamo intenzione di riprenderci il Paese c’è bisogno solo di una grande mobilitazione popolare. E, sia chiaro, non ci servono grilli parlanti per uscire dalla crisi, che tra l’altro professano di uscire dall’Euro, senza minimamente considerare le nefaste conseguenze che porterebbe una scelta del genere, ma questo verrà affrontato in un altro articolo.

Insomma, basterebbe usare il cervello per dire che il Fiscal Compact è una – citando Fantozzi che ce l’aveva con la corazzata Potëmkin – cagata pazzesca. Evidentemente sopravvalutiamo i grandi tecnici e scienziati che ci governano.

  • Keynes blog, uscire dalla crisi con Keynes.
  • Intervista Vladimiro Giacchè, da Today.it
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Guardarsi allo specchio

“Alcuni vorranno toglierci la parola, presto arriveranno gli uomini armati. Perché? Perché, mentre il manganello può sostituire il dialogo, le parole non perderanno mai il loro potere; perché esse sono il mezzo per giungere al significato, e per coloro che vorranno ascoltare, all’affermazione della verità. E la verità è che c’è qualcosa di terribilmente marcio in questo sistema. Crudeltà e ingiustizia, intolleranza e oppressione. E lì dove una volta c’era la libertà di obiettare, di pensare, di parlare nel modo ritenuto più opportuno, lì ora avete censori e sistemi di sorveglianza, che vi costringono ad accondiscendere a ciò. Com’è accaduto? Di chi è la colpa? Sicuramente ci sono alcuni più responsabili di altri che dovranno rispondere di tutto ciò; ma ancora una volta, a dire la verità, se cercate il colpevole… Non c’è che da guardarsi allo specchio.
Io so perché l’avete fatto. So che avevate paura. E chi non ne avrebbe avuta? C’era una quantità enorme di problemi, una macchinazione diabolica atta a corrompere la vostra ragione e a privarvi del vostro buon senso. La paura si è impadronita di voi, ed il Caos mentale ha fatto sì che vi rivolgeste ad altri personaggi. Vi hanno promesso ordine e pace in cambio del vostro silenzioso, obbediente consenso. Più di quattrocento anni fa, un grande cittadino ha voluto lasciarci un messaggio. La sua speranza, quella di ricordare al mondo che l’equità, la giustizia, la libertà sono più che parole: sono prospettive.”

Ad un anno dall’acampada del 15M, un articolo de La Stampa rifletteva sui risultati dei vari indignados e #occupy sparsi per il mondo: un passaggio di potere a persone non giovani e legate alle stesse logiche dei loro predecessori.
Sia chiaro, gli indignados non sono un male. Hanno solo avuto risultati antipodici rispetto alle aspettative: un governo popolare e rigorista a Madrid, con il Partido Popular al 40% nonostante un calo, un governo neoliberista di banchieri in Italia, appoggiato da una maggioranza neoliberista, nonostante i tentativi di facciata del PD di presentarsi come protettore del welfare state che contribuisce a distruggere, e quella che si va delineando in Grecia come una grande coalizione liberista, nonostante la netta crescita di movimenti antieuropeisti.

Sono curiose anche le conseguenze in Italia della marcia del 15O, che si ritagliò le prime pagine delle testate di mezzo mondo per i fatti di Porta San Giovanni. In un mese dalla manifestazione romana si è passati dal neoliberismo in versione “pillola dorata” di Berlusconi al neoliberismo rigoroso e freddo di Monti. Tolto lo zuccherino (che in tempo di crisi non ci si può permettere, bisogna essere austeri), tutto d’un tratto esplode violentemente un disagio sociale covato, con solo qualche picco occasionale come il 14 dicembre e prevalentemente dai giovani, per diversi anni. Penso alle lotte studentesche, alla protesta no TAV, a qualche lavoratore licenziato, a chi attacca Equitalia e l’Agenzia delle Entrate (ma non sarebbe più “giusto” prendersela con gli evasori?), al risveglio anarco-insurrezionalista. Penso alla reazione militaresca e di repressione ordinata alle Forze dell’Ordine, penso all’idea del ministro/prefetto Cancellieri di schierare l’esercito, nemmeno fossimo in stato d’assedio, nemmeno gli italiani avessero il coraggio di alzare seriamente la testa.

Penso alle illusioni che ci offrono i vari Grillo, ultrasessantenne urlatore di idee più o meno condivisibili senza lo straccio di una proposta concreta per attuarle, Hollande, uomo di partito di lungo corso, europeista convinto e dichiaratamente pro TAV, osteggiato dalla Germania liberale (non sarà mai più socialdemocratica come Weimar nonostante la figura della Kraft, né comunista dopo la DDR) e appoggiato timidamente nella sua domanda di misure per la crescita da un Monti in cerca di pubblicità e consensi, dopo essere stato ammirato dal duo Merkozy.

Di chi è la colpa di tutto ciò? Nostra, vostra, come meglio preferite. Io alle ultime elezioni non potevo ancora votare, ma avrei scelto la Rifondazione DC di Veltroni. Un errore che per fortuna ho compreso, con il tempo, prima di sbagliare definitivamente.
La colpa è nostra, che continuiamo ad eleggere personaggi che sono in Parlamento da prima della caduta del Muro.
È colpa nostra se continuiamo a votare chi ha distrutto il PCI e ne sfrutta ancora “l’eredità” dopo 20 anni.
È colpa nostra che non abbiamo approfittato di Tangentopoli per fare piazza pulita di partiti e persone, ma anche le istituzioni. Lo stesso errore che facemmo nell’immediato dopoguerra non estromettendo i fascisti di allora dai luoghi del potere, perché gli USA non volevano e i cattolici seguivano l’ottica del perdono, pur di arrestare (dopo il 1947) la minaccia comunista.
È colpa nostra che continuiamo a mandare in Parlamento chi ancora vuole l’Italia serva di Gladio, che non è affatto uscita di scena.
È colpa nostra che ci siamo fatti lobotomizzare il cervello, prima con Telemilano, poi con il Milan, infine con l’omologazione culturale di massa, sempre ammesso che di cultura si possa parlare.
È colpa nostra che lasciamo che questo accada senza fare niente, dal 1945.

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