Oro et labora: siamo tutti schiavi di uno Stato schiavo?

In questo articolo vi dicevo che sarebbe servita una lezione di storia della moneta.

È un articolo molto lungo, così l’ho diviso in due sezioni. Una parte storica, che potete saltare, se vi ritenete abbastanza esperti, ed una parte di approfondimento politico.

Dalla regia mi chiedono di procedere andante stringente, quindi bando alle ciance e catapultiamoci nell’epoca dei fenici, sumeri e babilonesi; popoli fratelli (…) di quello ebraico, che, si sa, coi soldi ci sa fare.

PARTE I: LA STORIA

Ok, non stiamo parlando veramente dei fenici. Chiamiamoli “il popolo delle tavolette“.

Ci sono queste tribù: una ha i pomodori, l’altra le patate. Questo sarebbe impossibile perché nessuno dei due vegetali era conosciuto a quei tempi, ma facciamo finta che invece le cose siano andate effettivamente così.

Le due tribù sono in pace e si scambiano pomodori e patate. A volte capita che ci sono delle ottime annate di patate, a volte sono i pomodori ad andare alla grande. Siccome è un peccato buttare via i raccolti in eccesso che non si riescono a scambiare sul mercato delle due tribù, gli ortaggi vengono ceduti lo stesso, in cambio di una tavoletta d’argilla con sopra un segno. Sarà possibile scambiare quella tavoletta, in futuro, per l’equivalente quantitativo di verdura nelle annate future. In questo modo lo scambio sembra “equo e solidale” (ma esistono scambi che non sono né equi né solidali? Non so.)

Sorge un problema: le tavolette si rompono facilmente, ed in giro ci sono un sacco di falsari. Inoltre, finisce sempre che una delle due tribù ne ha immagazzinate troppe. Collezionarne ancora non sembra poi così appetibile…sembrano non diminuire mai

Così il capotribù ricco propone una nuova regola: si userà un certo peso d’oro per sostituire l’argilla. L’oro non si altera mai, è di facile lavorazione, e, soprattutto (secondo la mentalità delle tribù), se se ne accumula troppo lo si può fondere per abbellire le proprie abitazioni o costruire monili.

Negli anni a venire scoppia una frenesia generale per le (scarse) fonti d’oro sul territorio. Fine degli scambi: è tempo di guerra.

Signori, questa è la nostra Età dell’Oro!

Siamo ora in epoca classica: l’Imperatore Traiano spinge l’Impero Romano al confine con la Dacia per appropriarsi delle riserve aurifere della regione. Egli sa che non ci sono più troppe terre da regalare alle generazioni di militari che proteggono il limes settentrionale, e solo le auree regalie terranno a bada popolo e militi.

Gli Arabi, consolidato il dominio sul Nordafrica, attraverseranno i deserti pur di raggiungere il ricchissimo Malì, che fornirà ai figli di Maometto l’oro necessario per il sostentamento dell’Impero, già assai impegnato nella conquista del mediterraneo.

In epoca medievale, le cose cambiano in Europa. I Signori della Guerra, franchi e germani, dall’alto dei loro castelli, chiedono cibo alla loro gleba. Anche i chierici erano pagati in grano, e non in denaro.
I mercati sono chiusi: è da questa situazione che nasce la classe borghese.
Figli di padri contadini, essi sono più avventurieri che imprenditori, più viandanti che commercianti.
Rifiutano di pagare le tasse ad un signore che non riconoscono. C’è già qualcosa di rivoluzionario in loro. L’oro è il metallo che li lega, quasi come un nuovo popolo eletto. Nell’oro, nel suo valore duraturo, nella sua malleabilità, essi si riconoscono. Ma i nobili li fermano: nascono i dazi di frontiera. I nobili vogliono massimizzare le loro entrate fiscali.
Anche la Chiesa concorre per l’oro: basiliche e cattedrali dovranno pur essere addobbate come è doveroso appaia una Casa di Dio.

I nobili hanno quindi riscoperto l’oro. Essi sono astuti: non vogliono vedersene depredati del valore. Ai nobili l’oro non interessa. Non si mangia. Non è buono per farne spade o armature. Ne interessa il valore. Il valore è già un valore di scambio: l’oro è buono per comprare dagli artigiani delle città minerarie il ferro delle lame, e poi ancora spezie e tappeti dall’Oriente, perché il Potere non è tale, se non è manifesto!
I borghesi, oramai vecchi e con le ginocchia deboli, si sono riuniti nei borghi e sono diventati banchieri. Saranno loro a fornire l’oro ai nobili, perennemente impegnati nella conquista delle terre e di cibi e vini pregiati.

Spesso i nobili, però, sono cattivi debitori.
Il Re d’Inghilterra – l’alito della D’Arc sul collo – si rifiuterà di saldare i conti con Firenze, scatenando una delle meglio documentate crisi finanziarie dell’epoca medievale.
Firenze era pasciuta, ma con un artifizio: non si usava solo l’oro in città. Già ai tempi il governo comunale rilasciava dei titoli di stato che erano comunemente usati come merce di scambio nelle trattative tra le Arti Comunali. La notizia dell’insolvibilità della Perfida Albione scatena il panico tra i fiorentini: i titoli di stato, privi di copertura dai profitti della Famiglia Bardi sulla Guerra dei Cent’Anni, perdono il loro valore. La città è in bancarotta: sono anche i tempi della crisi politica narrata anche dal grande Dante Alighieri.

Nel tempo, i nobili sperimentano modi più raffinati per fregare il prossimo: in Francia, nel diciassettesimo secolo Sua Maestà, sull’esempi degli antichi imperatori, impone il Luigi.
Questa moneta pretende di avere il valore del vecchio franco, ma sostanzialmente contiene una quantità d’oro assai minore. Attraverso la nazionalizzazione della moneta lo Stato Assolutista espande il suo dominio sulla vita economica dei suoi sudditi.

Tuttavia, il monstrum popularis dell’inflazione sorgerà a difesa del libero arbitrio, erodendo come un tarlo il grande impero coloniale dei tempi: l’Impero Spagnolo, ove il sole non cessa mai di splendere.
La Spagna, per due secoli (sedicesimo e diciassettesimo) drenerà oro dalle sue colonie: ogni attività lavorativa viene praticamente interrotta. Perché uno spagnolo dovrebbe sgobbare quando la Corona può pagare un inglese o un olandese per fare lo stesso lavoro?

Ma questi anglo-olandesi sono affamati e folli: pagano i pirati per boicottare le rotte mercantili degli spagnoli. Dopo un paio di secoli ed un paio di battaglie sfortunate sull’Atlantico, l‘oro è finito tutto nelle mani dell’asse Londra-Amsterdam. Nel diciottesimo secolo, l’Inghilterra ha visto una crescita enorme dell’economia reale, mentre il nemico imperiale campava di finanza. Una conseguenza intuitiva è stata che gli inglesi hanno conosciuto anche un rapido sviluppo tecnologico. Il popolo era incentivato a migliorare le proprie prestazioni lavorative.

S’impone così il liberismo economico, che nel tempo conquista i cuori di francesi, svizzeri, italiani e chiaramente statunitensi, ma in quest’ultimo caso, nemmeno così tanto come potreste immaginare voi. Unico paese che sembra resistergli è la Germania, a trazione nazionalistica, il cui esempio di “economia nazionale protetta” piace molto agli Europei dell’Est ed al Giappone.
Caratteristica sia del modello liberale che di quello protezionista è il bimetallismo: ci sarebbe molto di figo da scrivere al riguardo, ma non è sede.

Gli inglesi cercarono di mantenere la convertibilità della sterlina con i pesi d’oro per più tempo possibile: era una buona strategia per incentivare l’uso internazionale della loro moneta e gli investimenti nei loro titoli di stato, ma la Prima Guerra Mondiale rappresentò un peso troppo duro da sostenere, e spostò verso gli Stati Uniti il ruolo di leader economico internazionale.

Nel 1944, adottati gli accordi di Bretton Woods, che sanciscono la convertibilità del dollaro con l’oro, la situazione è un po’ un casino. Il nazionalismo sembra essere il nemico: è quindi necessario evitare di far apparire lo Stato come assolutista.
Gli Stati Uniti devono crescere nel prodotto reale, se vogliono adottare politiche monetarie espansive.

Temo non ci abbiate capito molto delle ultime cose dette; questo ultimo passaggio va spiegato così: più gli Stati Uniti producono dollari, più potranno acquisire prodotti da altri paesi (aumentando il benessere) senza correre il rischio di inflazione, perché è garantita la convertibilità in oro, quindi la moneta non perde mai di valore. Se però vogliono produrre moneta, devono comprare oro, per garantire la convertibilità. Se comprano troppo oro, il prezzo dell’oro sale. Se il prezzo sale, servono più dollari per comprare l’oro. E per avere più soldi, o aumentano le tasse (riducendo il benessere, nonché la produzione!), oppure li producono. Ma per produrli…serve altro oro! È un circolo vizioso!

Nel frattempo il debito pubblico mondiale è in leggera crescita, perché cresce la spesa dello stato. Esercito, welfare e sviluppo tecnologico sono voci consistenti del bilancio USA, ma non si deve perdere il confronto con l’URSS, che gradualmente vede i suoi saggi di crescita rallentare.

La stupida guerra vietnamita da il colpo di grazia all’economia americana. Fine della convertibilità dell’oro.

Signori, questa è la nostra Età della Finanza!

PARTE II: LA TEORIA CHE CI STA DIETRO

Mutui, derivati, titoli, prestiti…chiamateli come volete: questi non sono altri che le Tavolette d’Argilla, tecnologicamente evolute come del resto l’abbigliamento o l’architettura.
Lo Stato non può e non deve poter produrre moneta per sé stesso. Questo era stato già sancito da ben prima, per evitare crisi inflazionistiche.
Sappiamo che l’oro è qualcosa di valore perché ha un valore di scambio che è il valore convenzionale che è direttamente legato alla quantità dei commerci, ma adesso l’oro non si può più scambiare col denaro ad un cambio fisso. Ed allora, che cosa viene scambiato col denaro? La promessa di altro denaro.

Rifletteteci un attimo: adesso il denaro, slegato dall’oro, ne ha assorbito il valore. Il denaro è un pezzo di carta che vale in rapporto ai modi in cui può essere scambiato: più c’è roba da scambiare, più vale il denaro. Si ha interesse a produrre denaro solo in cambio di più denaro.
Proprio come quando nell’Età Aurea chi possedeva l’oro godeva un valore che sovrabbondava il valore di estrazione dell’oro stesso, oggi chi produce denaro gode di un valore che sovrabbonda quello del valore del produrne la carta. Questo valore è il tasso di sconto (o tasso d’interesse del denaro).

Cos’è il signoraggio? Come nel medioevo il signoraggio era dato dal beneficio di estrarre oro da una miniera contro il costo di farlo, oggi il signoreggio è dato dal tasso di sconto al netto dei costi (di produzione, e non).

Nel caso questa attività sia svolta da privati, è un profitto dovuto? Rigiro la domanda: il profitto sull’estrazione aurifera è un profitto dovuto? Ci sono tesi discordanti.
Tuttavia, sotto un profilo meramente storico, io sono felice che il signoraggio vada ai privati e non allo Stato.
Vi chiederete il perché. Come ha impiegato lo Stato nel corso dei secoli il profitto da signoraggio? La prima voce di spesa è sempre, sempre, assolutissimamente, stata la spesa militare: ovverosia la guerra.
E stavolta non mi riferisco ai signori medievali. Fino agli anni, ’70 gli Stati Uniti hanno sfruttato la loro supremazia economica per imporsi militarmente nelle regioni periferiche del mondo. Hanno cambiato sistema perché quello precedente per loro era troppo costoso.
Ancora oggi la Federal Reserve, che produce molta più moneta della BCE, è assai più controllata dallo Stato di quest’ultima, e fa iniezioni di liquidità principalmente per finanziare la guerra.
Si. Anche sotto Obama.

Io non so se è giusto che chi detiene la proprietà sull’oggetto che gode del valore di scambio (sia esso l’oro o il denaro) sia privato o pubblico. Semplicemente, credo che il sistema attuale della BCE, che prevede quote di minoranza degli stati nazionali nel profitto da signoraggio, contro una semi-impossibilità di cogestione delle decisioni della banca centrale da parte dei banchieri europei sia equamente bilanciato.

So di aver accelerato troppo con le parole: a rischio di fare un papirone, sono costretto a spiegarvi pure questo: le banche accedono ai profitti della banca centrale, ma la loro quota partecipativa nella banca centrale nazionale è pari alla loro quota di riserva di capitale finanziario.
Le Banche hanno il dovere di non investire almeno una quota dei loro soldi. Questa quota, percentuale, è dunque destinata alla Banca Centrale Nazionale, che a sua volta, a seconda della proporzione con le altre Banche Centrali in Europa, vede determinata la quota partecipativa nei profitti della Banca Centrale Europea.

Esempio: se la BCE guadagna 100 e Bankitalia partecipa al 10% della BCE, allora Bankitalia guadagna 10. Se la Banca Paperinos ha una riserva pari al 10% di Bankitalia, allora la Paperinos ha guadagnato 1, dalle attività della BCE.

Inoltre, le Banche Centrali Nazionali europee non possono agire all’interno dei loro paesi. Bankitalia non può acquisire titoli italiani. Se ci pensate: è ottimo, nel clima di diffusa corruzione finanziaria in cui viviamo.

In ultima analisi, voglio però presentarvi l’altro lato della medaglia.
Penso che se siete un attimo svegli avete capito che scambiare denaro per più denaro a volte è una grossa stupidaggine.
Tecnicamente succede questo, ma traslando un attimo nella concretezza dei fatti, ciò che viene scambiato è denaro per lavoro. Si, come i vecchi servi della gleba.

Pensateci: è semplice. Le banche comprano titoli di stato per finanziare i debiti pubblici. Questi debiti, alla fin fine, saranno ripagati con altri debiti (la cosa non sembra risolvere molto, però) o con più tasse. Le tasse sono una percentuale del nostro lavoro e delle nostre proprietà.
Quindi, più lo Stato fa debiti, più sta sottraendo (o rubando) il lavoro ai suoi cittadini (nota: in Economia questa viene definita l’Equazione Ricardiana).

Sul noto sito chicago-blog di Oscar Giannino potete vedere il debito pubblico italiano
Il debito pro-capite degli italiani è di 33,8 (nota: all’epoca di quando fu scritto l’articolo più di un mese fa, era 33,6) mila euro.
Questo vuol dire che una famiglia di quattro componenti che non ha un patrimonio di 135 mila euro (e ce ne sono) è già, tecnicamente, schiava.

Schiava nel senso che non lavora per la propria libertà, per le proprie libere aspirazioni, ma solo per pagare i debiti dello Stato, cioé esclusivamente per i servizi di cui gode per la libera scelta di abitare sul suolo italiano. Questi servizi possono essere molto utili, sicuramente essenziali, ma non sempre sono nemmeno sufficienti a garantire la sopravvivenza biologica.

Potete dare la colpa alle Banche (ed essere favorevoli al ripudio del debito), oppure ribadire che sono necessarie più tasse per rilanciare gli investimenti della spesa pubblica. Gli effetti di lungo periodo sono gli stessi: il crollo del sistema. La bancarotta delle banche, e conseguentemente dei  conti in banca, nonché di ogni forma di valore del denaro.

Esattamente: se cade l’Euro, potete anche asciugarvi il sedere coi vostri risparmi.

Se invece rientrate in quelle famiglie che sono già-tecnicamente-schiave, incacchiatevi, scendete in piazza, scatenate le rivolte.
Non avete niente da perdere, ma prima ponetevi una domanda, se avete un briciolo di onestà: chi è il vostro nemico? Le Banche? Lo Stato? Entrambi? Ma soprattutto: perché?

Ricordate la proposta shock di Ron Paul? E se tutti potessimo coniare le nostre monete?
Se crolla l’euro-sistema, arriveremo giocoforza a quello. Perché non ci fideremo più delle monete uniche. Ognuno di noi troverà le sue forme per barattare i nostri beni ed i servizi.
E quale sarà la moneta che prevarrà (ovverosia: varrà più delle altre) ?
Quella dello straniero cinese, che raccoglie il valore dei fumi sporchi di Pechino e della “robotomia” comunista?
Quella forte del valore dei mitra russi o americani?
Quella che si basa sul lavoro dei nostri figli che non nascono più?

Oppure il ritorno alla moneta dorata, che fa il piacere del ricco possidente d’oro?

Cambierebbe qualcosa?

Amara Lezione Anglosassone.

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In questo articolo mi toccherebbe comportarmi come Marco Travaglio. Questo mi scoccia moltissimo.
Travaglio mi piace. Ha un suo stile ed ha un suo perché. Ma per essere bravi bisognerebbe pur sempre fare dei sacrifici, in termini di tempo e fatica intellettuale.
Siccome la vita mi ha insegnato che la pigrizia è una virtù, ho invece scritto questo incipit per creare una grande ed ariosa metafora che permeerà la pesante aria dell’articolo.

È accaduto che questo pomeriggio (o forse stamattina o ieri sera, dati i vari fusi orari che separino i protagonisti dei fatti, ma ci interessa poco), Luigi Zingales, tra i fondatori di FARE per Fermare il Declino (partito liberale d’impronta  più pragmatica che repubblicana), nonché docente alla Booth School of Business, associata all’Università di Chicago (che è l’Università più importante al mondo, per ciò che concerne la teoria economica pura) fa sapere che è convinto che Oscar Giannino, candidato premier del movimento, durante una intervista in televisione, abbia mentito, e per questo motivo il docente presenterà dimissioni dal movimento.

Si. Nella settimana in cui si vota. Esattamente come avete letto. Non c’è da rileggere niente; è così.

Giannino avrebbe detto di aver conseguito un master nella sovracitata Business School, cosa peraltro riportata in un curriculum scritto da due “misteriosi stagisti” (???) per l’Istituto Bruno Leoni, il principale club italiano per donne e uomini di libero pensiero e pensiero liberista.
Giannino smentisce velocemente via web, ma spunta questo video su youtube (Pinocchio Giannino).
Questa indebita attribuzione non apparirebbe comunque in nessun altro curricula.
Del resto Giannino è chiaro: “non ho mai usato presunti titoli accademici“.

Con questa mossa, sembra scontato l’arresto del popolo del FARE sotto la soglia del fatidico 4%, che secondo gli ultimi sondaggi sarebbe stato conseguito…tipo quest’ultimo sabato.

Di qui, si propagano diverse teorie, tutte più o meno mezze-complottiste:

1 Giannino nel video si sta riferendo a Zingales, ma il dandy ha il vizio del parlar veloce ed inoltre intonava la sua perfetta pronuncia anglosassone, che gli avrebbe “ingrossato” la vocale galeotta.
Improbabile. Zingales non ha conseguito master nella scuola in cui insegna. Ma forse si riferiva in generale agli studi di Zingales a Chicago.
Insomma, un generico lapsus. Freudiano?

2 Il video è una montatura (in effetti, non era difficile modificare una vocale).
Zingales s’è quindi venduto a Monti, o forse a Silvio, o magari al PD tramite quel poco di buono di Renzi, che mica è indagato, ma la faccia ce l’ha, a sentire certi ex-comunisti.
Montezemolo? Il Caifa della situazione, insieme a mezza confindustria. Che è una roccaforte del socialismo reale, impaurita dalla rivoluzione liberale di cui il Giannino si fa profeta e chiccoso stendardo.
Insomma: Zingales, caina t’attende!
Un paio di fatti veri: Zingales è tra i fondatori di FARE per Fermare il Declino, ma non ha mai partecipato alla campagna elettorale. Inoltre, se è vero che ad esempio, un importante accademico come Michele Boldrin si è letteralmente fatto in quattro per coniugare la sua attività da intellettuale con le vesti di politico (si dice che avesse ricevuto la notizia a Calcutta, in attesa di un aereo per Milano), il non operato Zingales ha gettato non pochi dubbi sulla possibilità dei professori con contratto in USA di risultare incisivi nella politica italiana.

3 C’era poco affetto tra Zingales e Giannino, ed insomma…era destino ciò accadesse. Zingales è semplicemente stato perfido nel tempismo.
La storiella vuole Zingales come “quello radicale”; mentre Giannino è il pragmatico, tra i due.
Stentate a credere? Che Zingales fosse un idealista, la storiella però parrebbe quasi confermarlo.
Estendiamo l’esame del caso a cosa è successo poco prima dell’abiura di Zingales: gira sul web un video in cui Giannino grida TACI MISERABILE a quel Magnifico Rettore di una grande città del Sud, candidato con la Lista Monti, che impone ad un suo professore (nome in codice: “Il Portatore d’Acqua”) di non candidarsi a sua volta coi liberali.
Un grosso bersaglio spunta sulla capoccia di Antonino Recca, catanese.
È un attacco potente contro il baronato accademico. Che Zingales ne fosse davvero risentito?
O hanno agito altre forze?

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Anche le Giovani Marmotte Comuniste/i (…e/i…) ce l’hanno col rettore catanese. Hei giovane comunista, questo articolo è anche per te!

In un senso più largo, nell’ultima settimana il coloratissimo Oscar stava oggettivamente sbancando il lunario: al crescere della satira su Facebook, crescevano gli spazi su blog, giornali, televisioni. Affondava il suo bastone da Enigmista (quello di Batman) contro Berlusconi, contro Monti, contro i socialisti.
Aveva superato pure il 4%, almeno secondo i sondaggi di parte.

Riallacciandoci all’incipit dell’articolo, parliamo delle reazioni e di ciò che ne seguirà: l’abbandono di Zingales porta via almeno un quarto dell’intero movimento, secondo me, afflosciando di almeno un 1% le quote dei liberali nello scenario complessivo.
Zingales trascina con sé gli idealisti del partito.
Quelli che vorrebbero trasformare la mentalità italiana (prima ancora che l’Italia) in qualcosa di anglosassone.
Ora, vi sembrerà strano, perché il mio naturale ruolo in tutto questo sarebbe difendere i miei consanguinei. Ed invece no, qui esce la mia metà mediterranea e dico:

Signori, questi tizi sono degli imbecilli.

Perché chi è risentito dalla faccenda e, esclusivamente per i motivi della presunta menzogna da tempo record, non voterà più per FARE, sarebbe un imbecille?

In primo luogo, perché si presume che chi voti FARE una infarinatura di “robe economiche, giuridiche e sociali” la ha. Anche se così non fosse, si presume allora che cretino cretino cretino fino al midollo non è.
In sostanza voglio dire che se a qualcuno poteva passare per l’anticamera del cervello di azzardare un voto al Giannino, sapere che c’è un pezzo del Movimento che ora se ne tira fuori sposta voti verso Monti, Silvio e Grillo.
A seconda dei punti di vista, non so davvero chi per voi possa essere il peggiore.

Ma anche volendo tralasciare questo fatto, che a me pare così ovvio, parlando più in generale, la mia principale riflessione critica è questa: inventiamoci che Marco Travaglio fa 100 articoli ogni anno.
Ogni 100 articoli, si becca una condanna per diffamazione. In 10 anni, quindi, ne colleziona 10.
Vuol dire che ha ricevuto ben 10 condanne. Però in verità vuole anche dire che ha scritto 990 articoli di pura verità. Sono tanti. Ma tanti. Chiunque comprendesse i principi basilari della Statistica saprebbe che il nostro ipotetico Travaglio sarebbe un santo od un eroe, e forse, in un certo senso, è un po’ entrambi per davvero.
Berlusconi ne combina una buona e due sbagliate. Quindi, qualunque cosa fa, gli verrà perdonata. Perché è Berlusconi. Mica ti aspetti che ne riesca ad azzeccare due di fila.

Giannino ha condotto una splendida campagna elettorale. Mi è piaciuta molto perché ha coniugato saggezza e buon senso con vestiti bellissimi. Cavolo, lo voterei solo per i vestiti. Credo che ci vogliano certi attributi morali per andare in televisione vestito così. È radicale. Ma anche vintage.
È una sfida pure per Silvio stargli dietro.

Poi Giannino cade. Ok. Ma cade su una stupidaggine assurda. Ma assurda.
Il popolo di Berlusconi se ne frega se il vecchio, poverino, è un po’ avanti con l’età e confonde Deutsche Bank e Bundesbank.
Il popolo di Giannino condanna il suo portabandiera perché un tizio in Germania ha falsificato una tesi universitaria -c osa che comunque è veramente diversa dal dire per mezzo secondo che si ha un master – e s’è dimesso, ed adesso chiede le dimissioni di Oscar.

Ecco, secondo me è più imbecille il secchione liberale che spreca le giornate a mettere i puntini sulle “i” dei suoi compiti a casa, piuttosto che il berlusconiano che se li fa fare dalla fidanzatina cessa ma tanto servile. Non potete capire quanta rabbia mi fa pensare che c’è gente che sparge compiaciuto il suo stesso seme sulla propria, splendida, ortografia.

Si parla di “mentalità anglosassone”. No. Un attimo. Noi anglosassoni questa mentalità la rifuggiamo. Non è né Anglo, né Sassone. È una mentalità prussiana. Da Impero Centrale. Noi, invece, andiamo molto fieri di averli sconfitti, i tedeschi. Due volte. Anche voi italiani li avete sconfitti. Erano i Mondiali di Calcio, credo, ma fa lo stesso.

Quindi, prima di fare i liberali choosy e bigotti, ricordatevi che Churchill era uno sregolato ubriacone che alternando panzane, battutine e frasi eroiche ha salvato la Corona ed il mondo intero.
E non ha vinto perché era sregolato, ma perché aveva una visione lucida del mondo che gli stava attorno.

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