IMU incostituzionale. Meglio far finta di nulla?

Si può derogare ai propri principi fondamentali per una necessità pragmatica di risorse?

A questa domanda solo una risposta negativa sarebbe moralmente accettabile: il furto è reato anche se lo si compie per evitare il rischio di morire di fame. In realtà per la generalità delle persone, ma anche per i tribunali, chi ruba per fame è indubbiamente un ladro, ma un po’ meno ladro e sicuramente meno ignobile del ladro per professione o per abitudine, e persino meno ignobile del ladro che ruba in favor di legge. La necessità dunque non può togliere la colpa, ma al massimo ridurre la pena, e non giustifica di certo il reato. E questa deroga, qualora avvenisse, avrebbe carattere eccezionale, non di certo potrebbe cancellare il reato ripugnante di per se.

Questo discorso vale, a mio parere, anche se facciamo riferimento ad uno Stato, o meglio ad un legislatore, che nel suo ruolo risponde solamente ai principi costituzionali. Quando il legislatore agisce contro i principi della costituzione, agisce nell’illegalità e di questa illegalità il giudice è la Corte Costituzionale, che punisce il legislatore, o dovrebbe farlo, con l’abrogazione totale o parziale delle norme. Dovrebbe, perchè in realtà questo spesso non viene fatto, in virtù di una deroga implicita che la Corte spesso ha usato in casi in cui la “ragion di stato” (vedasi la “necessità”) lo ha richiesto o lo richiede.

È il caso delle leggi sull’ICI prima e sull’IMU poi, la cui incostituzionalità è talmente scontata, semplicemente leggendo l’articolo 53, che pare impossibile ci sia stata e ci sia ancor oggi così poca risonanza mediatica. Lasciando da parte per un attimo il secondo comma, che se applicato dovrebbe far dichiarare l’illegittimità della maggior parte delle imposte e delle tasse presenti nel nostro ordinamento tributario (in cui la progressività è ormai considerata un utopia rivoluzionaria), è chiaro che l’ICI e l’IMU non tengano minimamente conto della “capacità contributiva” della persona, prendendo come presupposto d’imposta un dato oggettivo, economico e patrimoniale slegato e, semmai, presuntivo della ricchezza effettiva del cittadino.

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Non è vero infatti che chi ha una casa grande sia per forza più ricco di chi ha il piccolo appartamento, o di chi addirittura sta in affitto. Probabilmente dietro quella casa, grande, ci sono sacrifici di una vita di chi ha risparmiato una parte dei suoi salari (netti dalla tassazione sui salari), e li ha messi sulla casa. Una casa che è un patrimonio primario che non da rendita nel caso in cui si tratti di “prima casa”, o che comunque non da alcuna rendita neanche nel caso in cui questa sia una casa a disposizione non messa a frutto (perchè magari ereditata, o comprata in tempi di migliori condizioni economiche).

In altre parole, la casa non messa a frutto non è un patrimonio direttamente fruibile né fungibile, il che vuol dire che chi ha due case non sempre vuole vendere perchè significherebbe svendere, e non può utilizzare parte di quel patrimonio come se fosse un patrimonio mobile. Avrebbe più senso utilizzare l’esistenza di questo patrimonio immobiliare inutilizzato come criterio di presunzione relativa sulla ricchezza reale del contribuente, e allo stesso tempo tassare in modo equo e progressivo i patrimoni mobiliari e quelli immobiliari che danno frutti e che creano rendita.

Tornando dunque al discorso iniziale, è già di per se opinabile che la Corte Costituzionale si prenda da sé questo potere derogativo nei casi in cui la ragion di stato, specie in materia tributaria, lo richiede. Ma partendo da questo assunto e considerando ciò difficilmente modificabile, c’è da chiedersi se queste necessità dello Stato, in tempi di crisi e di rigore, possano essere sopite solo ed esclusivamente con imposte incostituzionali, strangolando i ceti medio-bassi ben oltre le loro capacità economiche e quindi strangolando il loro potere d’acquisto e la tanto blasonata “economia reale”, o se c’è magari un altro modo magari conforme ai nostri principi fondamentali, tra cui appunto l’articolo 53.

Roberto Davide Saba

 

Art53 Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.

Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.

Uno vale uno, ma forse uno vale più degli altri.

Su Grillo e sul suo movimento sono state dette tante cose, però sul fenomeno politico del grillismo non si possono non tenere dentro alcune considerazioni. Grillo è la risposta reazionaria alla crisi in Italia. In tutta Europa, o quasi, c’è stata una forte reazione, di destra, alla crisi. I neonazisti in Grecia sono un esempio valido, così come il fenomeno Marine Le Pen in Francia. L’acuirsi della crisi, le politiche di austerità, la restrizione di spazi democratici hanno permesso a quella destra demagogica e populista di rialzare la propria testa, se in Francia e in Grecia ha assunto un profilo razzista, omofobo e classicamente fascista, in Italia sembra una reazione di tipo diverso. Assume una protesta antipartitica e l’antipartitismo, quello becero, appartiene in principio a Mussolini.

Gramsci, statua della nostra cultura, scriveva questo:

“Il fascismo si è presentato come l’antipartito, ha aperto le porte a tutti i candidati, ha dato modo a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odii, dei desideri. Il fascismo è divenuto così un fatto di costume, si è identificato con la psicologia antisociale di alcuni strati del popolo italiano, non modificati ancora da una tradizione nuova, dalla scuola, dalla convivenza in uno Stato bene ordinato e amministrato” (Antonio Gramsci, L’Ordine Nuovo, 26 aprile 1921).

Grillo non sarà fascista,ma ci sono tutti gli elementi per affrontare una discussione su di lui e sul suo movimento. Perché è inutile prendersi in giro, Grillo, anche se “megafono” del M5S, è il possessore di tutto, e fa ciò che gli pare. C’è un evidente problema di democrazia interna, ma anche di ipocrisia, perché la partitocrazia che viene criticata viene emulata proprio da Grillo, padre padrone del M5S insieme a Casaleggio, personaggio che sta praticamente dietro Beppe, cura il suo blog e possiede il dominio del sito beppegrillo.it. Che c’è di male, penserebbe chiunque? C’è di male che Casaleggio è l’ombra di Grillo e prendono decisioni di viral marketing e di linea politica insieme, beffando l’idea di democrazia partecipata del M5S. Infatti, se non ci sono regole condivise e chiare alla base di un movimento come di un partito, non esiste democrazia. Di solito vince che ha più carisma, ma in rete questo meccanismo assume contorni fascistoidi e chi dissente diventa un nemico, perché non si allinea a ciò che dice il leader. Questo è autoritarismo. E l’autoritarismo, prima di diventare fenomeno egemonico, si combatte solo con i contenuti, che non trovano spazio, purtroppo, in questo vuoto politico nazionale contraddistinto da troppi scandali. Il Movimento 5 stelle non possiede una propria linea, o in realtà, ce l’ha, e l’unico possessore della verità e della scienza è Beppe Grillo. Nel programma elettorale mette dentro un calderone di idee strane, moltissime attribuibili alla destra montiana e neoliberista. Nel suo programma non c’è una sezione sul lavoro, molto grave, ma c’è una sezione sull’istruzione pubblica, fa riflettere la proposta di Abolizione del valore legale dei titoli di studio, proposta che piace molto al Governo dell’austerity ed a Confindustria, in particolare al ministro Profumo. Le sue interessanti proposte (praticamente 15 pagine di frasi) sono slogan vuoti, soprattutto pericolosi. Viene posta al centro la Rete, il web, come spazio democratico dove confrontarsi, e la centralità della Rete è un progetto di Casaleggio. Non solo, ma su un terreno di facile populismo le proposte di Grillo e del suo movimento vanno verso la riduzione della rappresentanza e degli spazi di democrazia. Grillo, nel programma afferma che è a favore dell’abolizione della Legge Biagi, la legge 30, il precariato, per intenderci. Interessante, ma non viene affrontato il discorso su come voler riformare il mercato del lavoro, non viene detto nulla sul pericolo di abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, non viene affrontato un approfondimento su questo tema, che è molto più importante di quanto possa sembrare. Le novità, si sa, a questo paese piacciono molto, semplici e dirette, come fu per Mussolini all’epoca, come fu per Berlusconi e per Bossi, oggi è per Grillo. Si cercano risposte semplici a domande complesse, per questo tira più un “Vaffanculo Nano di merda” che una proposta di patrimoniale o di una qualsiasi riflessione sull’Unione Europea. E dall’esperienza di Parma, abbiamo capito che maggiore democrazia nel Movimento 5 Stelle rispetto ai partiti significa sostituire al segretario un padrone. Idea originale, però qualcuno la mise in pratica anche negli anni ’20. Uno vale uno, ma forse uno vale più degli altri.

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