La lista Tsipras è un fallimento in partenza e vi spiego il perché

ListaTsipras

Il simbolo della lista Tsipras italiana

La lista Tsipras è un progetto fallimentare: se non si pone un obiettivo di lungo termine, rimane un aggregatore di voti inefficace. Dopo essere andati a Strasburgo, non avranno contribuito a costruire un progetto politico di sinistra concreto e duraturo in Italia.
C’è un generico “andiamo con Tsipras perché va di moda ed è votabile da chi non apprezza le grandi coalizioni”, ma non si lavora concretamente su base nazionale (e nemmeno locale, ad onor del vero) per un progetto simile che vada a consolidare tutto il bacino di sinistra e che possa anche espandersi, anzi si tende sempre più alla scissione e alla particolarizzazione degli interessi.
Una sinistra così, incapace di parlare alle masse e prenderne i voti, rimarrà sempre più di nicchia, ed a questo punto consentitemi di dire che se lo merita. Se si antepongono sempre divergenze e paletti alle basi di convergenza si rimarrà sempre un’accozzaglia di partiti dello zerovirgola ed in più ci si attirerà l’odio sia degli avversari che del potenziale elettorato, stanco di queste faide.
Non che l’avere alle spalle una storia di un’area che va avanti a scissioni da cent’anni faccia ben sperare, ovvio, ma almeno in teoria si dovrebbe imparare dagli errori del passato.

Se ciò non fosse sufficiente, basterebbe guardare agli sviluppi recenti: Antonia Battaglia, attivista ambientalista di Taranto, pone l’aut aut alla candidatura di membri di SEL specialmente nella circoscrizione Sud – non si può ignorare la polemica con il governo regionale pugliese guidato proprio da Nichi Vendola – e riceve l’appoggio di Flores D’Arcais, l’imprenditrice antiracket Valeria Grasso partecipa ad una manifestazione di Fratelli d’Italia e si ritira dalla lista Tsipras, venendo sostituita dal braccio destro di Rita Borsellino Alfio Foti.

Impossibile poi dimenticare i malumori degli esponenti del PdCI per la mancata candidatura di alcuni loro esponenti, nonché le contraddizioni della stessa promotrice e garante Barbara Spinelli nell’aprire uno spiraglio alla collaborazione con Grillo, che però è antieuropeista.
A ciò si aggiunga, dettaglio non irrilevante, che il traguardo delle 150.000 firme è ancora lontano dall’essere raggiunto, e che i sondaggi più recenti collocano la lista al 2,9%, ben al di sotto della soglia di sbarramento: ciò non può certamente essere letto come l’iniezione di fiducia della quale i militanti ed i simpatizzanti hanno bisogno.

Quello che appare evidente è che la lista Tsipras non ha la struttura, l’organizzazione né la forza di un partito: è un cartello elettorale, e con le elezioni europee il progetto è destinato a finire. La cosa tragica è che non ha nemmeno una guida, una figura di riferimento che possa compattare, organizzare, dirigere, risolvere le beghe interne, dettare una linea di comportamento. Nulla di ciò, si tratta di cani sciolti con il collare dello stesso colore, di politici di professione, di intellettuali più o meno qualificati, di espressioni della cosiddetta “società civile” (su quanto e come la società civile abbia danneggiato la società politica, perlomeno in Italia, molto ci sarebbe da dibattere, anche cruentemente).
Se non è un partito, potrebbe essere un movimento esattamente come il Movimento Cinque Stelle: ma non ne ha né lo stretto controllo sui propri membri, né una base di attivisti fedeli al progetto. La lista viene sponsorizzata attraverso internet in una cerchia ristretta di persone, e ristretto è l’elettorato al quale si rivolge: i partiti e movimenti comunisti, SEL, i Verdi, i superstiti dei movimenti per i beni comuni, ma non prova (né realisticamente riuscirebbe) a guadagnare consensi tra i delusi del PD o del Movimento Cinque Stelle.
Non è un partito, non è un movimento, la lista Tsipras non può allora che essere che un mero convogliatore di voti, supponiamo il 5%, che avrà poco peso all’interno del Parlamento Europeo, ammesso che riesca ad accedervi, (si parla di 4 deputati sui 72 italiani e sui 751 totali) e che non cambierà nulla all’interno della scena italiana, persa com’è in faide interne prima ancora di poter ambire ad essere il preludio di una fortunata forza unitaria di sinistra.

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“Oltre” cosa?

Beppe Grillo aprirà il V3Day

Alle soglie del terzo Vday organizzato da Beppe Grillo a cinque anni dall’ultima manifestazione di questo genere, c’è da chiedersi quali siano state le motivazioni che hanno spinto il Movimento Cinque Stelle a organizzare una terza edizione della manifestazione che, fino a qualche tempo fa, si considerava come un antecedente della creazione del Movimento, forse neanche del tutto consapevole.
Il processo di massificazione di un partito andato ben oltre le stesse ambizioni dei manifestanti di allora ha portato il non-partito di Beppe Grillo ad una trasformazione inevitabile: il consenso di circa un quarto del paese ha inevitabilmente distaccato (ideologicamente e numericamente) lo zoccolo duro della militanza dal vastissimo elettorato reale e potenziale al quale il Movimento ha attinto e vuole continuare ad attingere; la parlamentarizzazione del Movimento ha messo i pentastellati nelle condizioni di dover prendere delle decisioni, di dover produrre delle proposte, di dover fare delle scelte di campo e dei compromessi: senza quasi rendersene conto, alcuni grillini “miracolati dalla rete” si sono ritrovati a non poter più solo urlare vaffanculo ad un immaginifica Casta chiusa dentro le mura del palazzo, perché dentro quel palazzo ci si sono ritrovati in tanti, tanti di più rispetto a quanto probabilmente lo stesso Grillo si aspettasse, tanti da non poter star impunemente in un angolo a fare i vezzosi; l’approdo del grillismo nelle istituzioni locali, regionali e nazionali è stato rocambolesco, ha dato forti segni di impreparazione, di frizione, fino ad arrivare alle espulsioni purga, al doppiopesismo, alla constatazione contraddittoria della struttura verticistica di quel movimento che pure era stato propagandato dal suo esordio come il simbolo della democrazia dal basso; il grillismo inoltre – nato come sentimento popolare con il vento mediatico in poppa, figlio delle trasmissioni televisive e radiofoniche che hanno fatto del qualunquismo la loro ragione sociale, e noto come fenomeno sostenuto unanimemente dal “popolo della rete” – incontra per la prima volta il dissenso rumoroso da parte di media tradizionali ma anche dei social network, incontra la satira pungente, incontra persino i fischi di chi prima li vedeva come diversi e ora improvvisamente apre gli occhi.
Ma il grillismo si dimostra troppo astratto, troppo statico, troppo scontroso, troppo prevedibile, troppo scoperto. Si arrabbia di fronte alla satira, querela giornalisti, caccia cameramen, cancella il dissenso interno e ignora quello esterno, comincia persino a diffidare di quello strumento che prima di allora aveva esaltato come massima espressione della democrazia cybernetica: Internet.
Questo staticismo ha consumato l’appeal del Movimento Cinque Stelle, destinato secondo alcuni analisti a sgonfiarsi per l’assenza di proposta che avrebbe dovuto seguire la protesta. Non diventano uguali agli altri, per ora, ma per certi versi gli altri risultano essere migliori di loro, mentre loro figurano legittimamente come quei ragazzetti inesperti che hanno avuto paura di governare sebbene ne abbiano avuto l’occasione. Allo stesso tempo non riescono a dimostrare di essere così diversi dagli altri: assomigliano sempre di più a quello che per decenni è stato il peggior nemico di molti elettori cinque stelle (ndr. Silvio Berlusconi) quanto a struttura del partito e a considerazione quasi religiosa del leader, e non riescono a produrre validi modelli alternativi al sistema, rimanendo sostanzialmente o impreparati, o inconcludenti, o sparpagliati, sui temi più importanti che una classe governante deve affrontare.

Beppe e Marine, verso la trasformazione comune

E allora il motivo di questo terzo VDay, dal titolo non casuale “Oltre”, è o vuole essere qualcosa di diverso dai precedenti VDay e dai comizi dello Tsunami tour: è un operazione, probabilmente di apparenza, del passaggio del Movimento ad una nuova fase. Oltre la protesta senza proposte, oltre alla politica dei no, oltre al movimento visto ancora come costola della sinistra, oltre la gestione monarchica (rectius: diarchica) del movimento, oltre la politica fatta da “ragazzetti inesperti”, oltre lo stesso termine “grillino” (contro la quale, non a caso, si è scagliato il deputato Alessandro Di Battista). Un “oltre” che dovrebbe essere la tardiva certificazione di un cambiamento in parte già avvenuto nel terreno nel quale si son trovati a correre, o a rincorrere, ma un “oltre” tutt’altro che facile per un movimento qualunquista che, per natura, ha una vita breve e molta concorrenza.
Sarà Beppe Grillo ad aprire il VDay, dando la spinta iniziale ad una manifestazione meno incentrata su di lui e più su ospiti (sul palco e sul teleschermo) tra i quali sono stati annunciati alcuni nomi nazionali e internazionali di molto rilievo (primo fra tutti Julian Assange). I parlamentari cinque stelle non saranno sul palco, ma “tra la gente”, e ci chiediamo se Gianroberto Casaleggio bypasserà la manifestazione. I segnali, tutti volti a quella trasformazione che prima ho descritto, sono abbastanza chiari: tuttavia mi riesce difficile pensare ad un VDay dove i riflettori non saranno tutti puntati su ciò che Grillo, nel primo pomeriggio, dirà alla platea festante di Genova, la sua città.
Infine un opinione personale: cari grillini, se vi aspettate un cambiamento… Scordatevelo. Le vostre aspettative saranno tradite. Ma voi, probabilmente, neanche ve ne accorgerete.

Il PCI fra nostalgia e idealizzazione

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“Bisognerebbe rifare il PCI”
Questa frase probabilmente è stata pronunciata la prima volta il giorno stesso del Congresso della Bolognina che sancì la trasformazione dello storico partito nel PDS, è tuttavia negli ultimi anni che si sente ripetere sempre più spesso e con sempre maggiore convinzione mista ad esasperazione per le peripezie PD.
Perché il PD, piaccia o meno, è l’erede legale del vecchio PCI e, clamorosamente, lo è anche di più della metà della vecchia odiata DC. Ed è proprio a questa fusione che la maggior parte dei nostalgici del PCI danno la colpa dei problemi dell’odierno PD, a questo compromesso storico fuori stagione che spinge i democratici all’eterno equilibrismo e a posizioni vaghe; a mio parere c’è del vero ma è una spiegazione che da sola non basta.

Tuttavia non è mia intenzione scrivere un articolo su perché il PD non funziona e affrontare argomenti come la crisi della politica nei paesi occidentali o le mille anime interne al PD, che sono ben più numerose di comunisti e democristiani; vorrei piuttosto ragionare su come era percepito il vecchio PCI e sulle aspettative dei nostalgici oggi.

Tralasciamo la nostalgia del PCI dei militanti più attempati, assimilabile all’inevitabile sentimento dei vecchietti sulla panchina, e concentriamoci sui nostalgici di giovane e mezza età. I primi, cui appartengono la maggior parte dei blogger e di coloro che invocano il PCI su facebook, non hanno mai visto il PCI “in vita”, i secondi il PCI lo hanno visto da giovani e spesso lo hanno contestato senza pietà.

Insomma se per magia oggi potessimo far rivivere il PCI glorioso e compatto come un tempo quanta soddisfazione ci sarebbe nei confronti delle sue azioni politiche? Sicuramente raggiungerebbe percentuali di voto considerevoli: c’è almeno un 15% di persone che vota il serpente mutaforma PCI-PDS-DS-PD in ogni caso e sicuramente lo farebbe ancora in caso di ritorno della vecchia sigla, a questi andrebbero aggiunti molti altri elettori meno legati ma comunque vicini a quegli ideali.
Però oltre a votarlo, in maniera più o meno rassegnata, quanti nostalgici incazzati effettivamente smetterebbero di lamentarsi e si affiderebbero con serenità ad un partito finalmente adeguato alle loro aspettative?
Pochi, pochissimi passata la prevedibile euforia iniziale.

Si tornerebbe in breve alla contestazione da sinistra e ai militanti che devono ingoiare un rospo dietro l’altro e iniziare ogni discussione politica con la solita recusatio: “io sono il primo che critica il partito ma è la principale forza di sinistra e ci sono dentro per migliorarlo”. Probabilmente la situazione sarebbe meno drammatica che con il PD oggi ma di certo avrebbe notevoli similitudini.

In base a cosa dico questo? In parte perché conosco i miei polli, in parte perché tutto questo avveniva già ai tempi del vecchio PCI. Sia ai tempi del potente PCI al 34% negli anni settanta incalzato dalla piazza e dal movimentismo studentesco e operaio, sia ai tempi del PCI che annaspava nei tardi anni ottanta mentre il craxismo montava e il neoliberismo iniziava la sua conquista dell’occidente.
È fin dalla famosa poesia di Pasolini, seguita alla battaglia di Valle Giulia nel ’68, che viene testimoniata la contrapposizione fra lo spontaneismo degli studenti e l’imbalsamatura del PCI imborghesito.

Molti dei movimenti extraparlamentari degli anni settanta spesso presentarono una propria lista o una coalizione di liste e in alcuni casi ottennero qualche eletto grazie al proprozionale puro (fato ciao con la manina a quella Democrazia Proletaria tanto amata da Ferrero).
Il fatto che molti dei contestatori ogni tanto si turasse il naso e votasse PCI non può oscurare il fatto che il partito dei vecchi burocrati imborghesiti era uno dei bersagli principali degli slogan di piazza dopo Kossiga con la k e gli altri ben noti.
Si, questo anche e soprattutto ai tempi del grande Berlinguer che oggi per i nostalgici è un po’ tutto quello che vogliono che diventi secondo l’argomento del momento.

Non trascuriamo inoltre il fatto che il PD, insieme all’UDC, è il partito che più di ogni altro ha viva in se l’eredità della prima repubblica e molti dei suoi leader sono cresciuti in essa. Bisogna ammettere che quasi tutti i leader principali del PD provengono dal vecchio PCI e spesso sono stati i protetti di qualche mostro sacro dell’epoca.
Se dunque D’Alema, Veltroni, Bersani, Bassanini, Fassino, Bassolino, Violante e compagnia erano già ben avviati gli ultimi giorni del vecchio PCI in che modo si può scaricare il vecchio partito da ogni responsabilità per come è il PD oggi se i figli dell’era Berlinguer hanno creato questo? Dare tutta la colpa ai miglioristi di Napolitano è semplicistico e lontano dalla realtà.

Dunque è solo il PD, che di certo ha le sue colpe, o c’è una componente di insoddisfazione strutturale e inevitabile fra la piazza e il partito che è necessariamente imbrigliato nelle istituzioni politiche? La risposta è abbastanza evidente.
Allora forse, stanti gli evidentissimi limiti del PD, tutta questa venerazione per il vecchio PCI è una nostalgia del passato fortemente idealizzata in contrapposizione al desolante presente.

Se per magia potessimo però riavere oggi il vecchio PCI, con tanto di Berlinguer, i nostalgici di oggi, sia i giovani che i loro padri, prenderebbero la tessera e starebbero allineati e coperti in sezione e in piazza come ai tempi di Togliatti o piuttosto tornerebbero in breve a gridare contro il partito borghese? Mi sembra più plausibile la seconda ipotesi.

 

P.S. Ci tengo a precisare che il termine nostalgico non è da intendersi in senso dispregiativo come nell’uso comune quando viene riferito ai nostalgici del fascismo.

Sul documento congressuale di Matteo Renzi: dove sono economia, lavoro e scuola?

Bene, ci siamo. Dopo tanto parlare, abbiamo qualcosa di tangibile da cui giudicare le intenzioni del candidato più accreditato alla guida del PD, Matteo Renzi. 

La prima cosa che salta agli occhi leggendo il documento – non è una sorpresa quanto una deludente conferma – è la mancanza di contenuti programmatici. Al solito, quando ci si vuol fare un’idea di quanto affidabile sia una proposta politica, basta andare ad analizzare quanto precisa (o quanto vaga) è tale proposta sugli argomenti di solito più divisivi (alias meno inclini a consensi trasversali). Tradotto: cosa ne pensa Renzi riguardo economia, istruzione e lavoro?

Ne pensa ben poco, il giovanotto. O se pensa qualcosa, ben poco si capisce dal suo documento congressuale “Cambiare verso“. Ma vediamo un po’ più in dettaglio.

Scuola. Uno dei primi punti del candidato Renzi. Il documento congressuale parte dalla constatazione che gli insegnanti sono una delle categorie di riferimento del PD e che, in quanto tale, meritano attenzione. Insegnanti che negli ultimi decenni sono stati messi ai margini, in termini di politiche sociali. Bene. “Il PD che vogliamo cambierà verso alla scuola italiana“. Come? “Dando ascolto alle buone idee“. Si, ma quali idee? Come intendete ascoltarle? “Dando luogo alla più grande campagna di ascolto mai lanciata da un partito a livello europeo“. In pratica, alla domanda “Matteo, che ne pensi della scuola?” Lui ti risponde: “Dimmelo tu”. Fantastico, mi candido segretario del PD allora.

Lavoro. Anche qui, il nostro parte dall’analisi che il mondo del lavoro non guarda più al PD, che è il terzo partito tra gli operai, ecc ecc. Poi si arriva alle proposte, almeno questa è l’intenzione. “Vogliamo cambiare verso al mondo del lavoro.” Come? “Vanno cambiati i centri per l’impiego“. In che modo? Non c’è scritto. “Abbiamo bisogno di una rivoluzione nel sistema della formazione professionale“. Giustissimo, come? Mistero. Qualcosina si dice riguardo il rapporto col sindacato “Va fatta una legge sulla rappresentanza” anche se troppo poco. Come dev’essere questa legge? Vuoi una rappresentanza alla Marchionne, dove chi non firma gli accordi sta fuori? O al contrario, vuoi che anche chi non firmi sia dentro le imprese? Renzi non lo specifica. Renzi continua: “Attenzione a Internet, ha creato 700 mila posti di lavoro in 15 anni“. Bravo, che intendi fare per aumentare questa “attenzione”? Non è dato saperlo. 

Economia. Non pervenuta. Non esiste una sezione “economia” nel documento congressuale di Matteo Renzi. Se egli verrà eletto Segretario, allora potremo a ragione sostenere che anche il PD, dopo il M5S (curioso, anche il programma dei grillini non contiene proposte sull’economia), ha rimosso il tema dell’economia dalla propria piattaforma programmatica. Abbiamo un Paese in recessione ormai da quasi un quinquennio e le principali forze politiche di economia non pensano niente. Sarà che le due cose hanno qualche correlazione?

Insomma, finiamo con una speranza: che Matteo Renzi in qualche ritaglio di tempo libero tra corsa alla segreteria del PD, corsa alla premiership e lavoro al Comune di Firenze possa correggere la sua rotta in tempo e spiegarci finalmente quali programmi ha per il Paese, prima ancora che per il PD. Perchè, con tutta sincerità, non s’è capito.

Perchè l’attacco di Napolitano al M5S è controproducente

Tutte le homepage dei giornali odierni titolano sul messaggio alle Camere del Capo dello Stato. “Il Parlamento deve intervenire subito per porre fine all’emergenza del sovraffollamento carceri, con provvedimenti di amnistia e/o indulto”. Ai grillini non è parso vero: dopo settimane passate a pietire qualche secondo di visibilità davanti ai cancelli della Rai hanno colto la palla al balzo per attaccare il Napolitano: “Il provvedimento serve a salvare Berlusconi”.

Napolitano ha sbroccato. “Al M5S non frega niente della gente”. Ok, l’ha detto in risposta a una domanda, e in modo un po’ meno diretto, ma il succo è quello. I grillini hanno potuto quindi strillare via twitter, facebook, e compagnia cantante, riproponendo il solito frame: “noi siamo i buoni che combattono i cattivi. Siamo da soli, in questa lotta. Tutti, persino il Capo dello Stato, sono armati dall’unico desiderio di salvare il culo a Berlusconi”.  Ecc ecc.

Oggettivamente, i grillini hanno ben pochi risultati da portare in pasto al proprio elettorato per convincerlo a farsi rivotare. Si sono autoesclusi dal panorama governativo, sin da quando hanno sbattuto la porta in faccia al povero Bersani. Il M5S è divenuto marginale ed irrilevante. Mentre Pd e Pdl discutono – con avverse fortune – di IMU, IVA, emergenza migranti, ecc., il blog di Grillo si inventa battaglie al limite del grottesco per impedire la vivisezione. Gli unici provvedimenti concreti che ha preso il M5S sono stati quelli di espulsione ai parlamentari dissidenti. La frustrazione è così tanta che i deputati (sic!) sono saliti sul tetto di Montecitorio per avere un briciolo di visibilità, facendosi multare e poi ovviamente lamentandosi.

– Siamo stati multati perchè siamo saliti sul tetto di Montecitorio! Skantalo!!

– Ma non siete voi quelli del rispetto delle regole?

– Sì, ma..

La fortuna dei grillini sta nell’inconsistenza dell’offerta politica esistente. Al solito: loro sono una conseguenza dello sfascio causato da chi li ha preceduti. Quindi, caro Presidente Napolitano, ti stanno sul culo i grillini? Beh, per farli scomparire basterebbe:

1) Mai dar loro occasioni di visibilità. Piuttosto ignorarli, ma mai scadere nella loro caciara.

2) Cercare di accentuare le differenze tra partiti, e in particolar modo tra destra e sinistra: più saranno assimilabili e più passerà il solito messaggio “sono tutti uguali tranne noi”. Soprattutto, FARE le cose, lasciando a loro slogan e proclami.

3) Mai rincorrerli sul loro terreno: Grasso e Boldrini si son tagliati gli stipendi del 30%. I grillini subito li hanno accusati: “Non basta! Serve un taglio più grosso!”. “Ok, ce li tagliamo del 50%.”. “Non basta!”.  Eccetera. 

Seguire queste tre piccole regole aiuterebbe non dico a farli sparire, ma per lo meno a depotenziare la loro “narrazione”, se è possibile usare un tale termine con gente il cui ragionamento politico più articolato si limita a poco più di un rutto.

Renzi e Grillo, due cuori per l’antipolitica

Chi vi scrive non è certo un sostenitore di Renzi, anzi. Posso tranquillamente ammettere una certa antipatia e avversità verso il sindaco di Firenze, sia per il personaggio, sia per le sue idee. Il fatto che attualmente sia diventato uno dei principali nemici di Grillo non mi ha fatto cambiare idea, e per certi versi mi ha fatto venire la voglia di pop corn.
Ma quando oggi, visitando il blog del megafono carismatico di Genova, ho letto il suo nuovo post anti-Renzi, mi è venuta voglia di scrivere qui per fare un po’ di chiarezza.
Infatti Renzi è accusato, non a torto, di essere liberista sui temi economici e sulle infrastrutture e di essere per lo meno incerto sui temi etici cari alla Chiesa Cattolica. Il post del blog punta la sua analisi su una serie di stringate citazioni del sindaco fiorentino sui vari temi caldi, per dimostrare quanto sia chiara la non collocabilità dello stesso nell’emisfero sinistro del parlamento.
E qui subito mi viene da chiedere per quale motivo Grillo – avverso alla sinistra come alla destra, che dipinge il Movimento come avvulso dagli schieramenti (e coerentemente lo dimostra con quasi ogni affermazione che fa), per il quale PD e PDL sarebbero talmente uguale da essere indistinguibili e destinati all’inciuccio perenne ed eterno – si interessi della collocabilità a sinistra di un suo avversario politico che, come lui, si dimostra poco avvezzo alle definizioni e agli schieramenti e punta ad un consenso bipartisan? Sarà forse per l’evidente sovrapponibilità degli elettorati? Sarà perchè lo considera l’unico vero avversario che gioca sul suo stesso campo di battaglia? Sta di fatto che, se è vero che Renzi si dimostra incerto sui temi caldi alla sinistra, altrettanto fa e ha sempre fatto Beppe Grillo: tornando al post:

Renzi è contrario ai matrimoni omosessuali? È scettico persino le unioni civili? Bene. Grillo ogni volta che parla di Nichi Vendola non lo attacca politicamente ma per la sua omosessualità, sul quale ironizza pesantemente ogni volta che ne ha la possibilità. Il programma intanto tace a riguardo, forse perchè una buona parte dell’elettorato cinque stelle la pensa come la pensa Perra, un militante del Movimento (candidatosi alle parlamentarie) che in televisione espresse le sue perplessità sul matrimonio omosessuale paragonandolo al matrimonio di una persona con il proprio animale.

Renzi ritenne sbagliate le scelte del PD di sostenere la CGIL in uno sciopero? Grillo si espresse nel senso di abolire i sindacati.

Renzi sostenne la riforma dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori fatta dall’allora ministro Fornero? Il movimento cinque stelle tutt’ora non ha un programma economico che tratti in modo chiaro l’argomento. Per definire quindi la posizione quasi-ufficiale di Grillo a riguardo dobbiamo rifarci a ciò che disse in un intervista il cosiddetto “economista di Grillo”, Gallegati, che definì testualmente l’articolo 18 come “un rettaggio ideologico che non ha valide ragioni per essere difeso”.

Renzi affermò che alla Gelmini era mancato il coraggio di osare di più, chiudendo la metà dell’università italiane. Grillo ha sostenuto da sempre l’abolizione del valore legale del titolo di studio, il che significa un inevitabile disvalore delle lauree ottenute in alcune università piuttosto che in altre, portando molte di esse a chiudere.

Renzi si è sempre dichiarato a favore della TAV affermandone la necessità per il progresso del paese. Nel frattempo Grillo si coccolava i No Tav, strizzando l’occhio a Caselli, il PM con il record mondiale di indagini contro i militanti della Val di Susa, e a Di Pietro, ex-ministro delle infrastrutture e dichiaratamente sì tav. Entrambi, questi, candidati (da Grillo, prima delle elezioni, il primo; dalle quirinarie, dopo le elezioni, il secondo) alla presidenza della Repubblica per il M5S.

Su altri argomenti il Movimento Cinque Stelle è, almeno a parole, più chiaro e la distinzione con Renzi è evidente. Rimarchiamo ciò che è scritto all’inizio di questo post: Renzi è un liberista sui temi economici, troppo “moderato” sui temi etici e particolarmente abile a sfruttare argomenti evidentemente secondari, come l’eliminazione della vecchia politica, la privatizzazione della politica e l’abbandono dei diritti dei lavoratori considerati troppo retrò. Su questi argomenti, gli unici sui quali ama ripetersi ed essere particolarmente chiaro, somiglia clamorosamente al suo principale attuale detrattore, il comico genovese.Image

Saviano è un bugiardo, lo dice una sentenza

Roberto Saviano facepalm

Ahiahiahi, Saviano…

Altra icona demolita (con tanto di sentenza) per essere un bugiardo che ha raccontato balle sul suo rapporto con la madre di Peppino Impastato.

http://voxnews.info/2013/05/13/questuomo-e-un-bugiardo/

Peccato che il passo successivo sia chiedersi se non abbia esagerato, tra articoli e libri, qualche fatto, o se non ne abbia inventato qualcuno di sana pianta.

http://www.linkiesta.it/blogs/mambo/non-e-un-male-questo-paese-avere-saviano-come-eroe (articolo del 14 maggio 2012)

E non mi riferisco tanto a Gomorra: una persona generalmente non esordisce come scrittore pubblicando un libro come quello scrivendo cose false.
Penso poi a tutto quello che è venuto dopo, alla costruzione del personaggio Saviano, al secondo libro, sulla cocaina, scritto parlando di Messico e di Sud America senza probabilmente averci mai messo piede.

http://www.linkiesta.it/saviano-zero-zero-zero-recensione (articolo del 10 aprile 2013)

Roberto Saviano è un personaggio “simbolo del centrosinistra” costruito dal gruppo di Repubblica. Come tanti che per Repubblica passano, politici compresi, la sua figura viene poi intaccata. Forse non c’è da andare tanto fieri del cosiddetto “Partito di Repubblica”, ma non ditelo a quelli del PD.

Per completezza, al momento in cui pubblico il post (ore 16:38) della notizia non compare traccia né su la Repubblica, né sui siti del Gruppo Editoriale L’Espresso. Sarà un caso?

P.S.: so che alcuni potranno credere alla non veridicità della notizia, ma basta cercare su Google “roberto saviano diffamazione persichetti” e comparirà la notizia da siti più autorevoli di quello dal quale l’ho appresa io. Eccone alcuni:

http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/roberto-saviano-mamma-peppino-impastato-persichetti-1560817/
http://www.liberoquotidiano.it/news/1241340/Saviano-Mi-chiamava-la-mamma-di-Impastato–un-giornalista-lo-sputtana-e-lui-querela–ma-il-giudice-Tu-racconti-balle.html
http://it.ibtimes.com/articles/48550/20130514/saviano-impastato-felicia.htm
http://inagist.com/all/334262908471111680/ (feed di tweet a riguardo)
http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2013/5/14/ROBERTO-SAVIANO-La-telefonata-con-la-madre-di-Peppino-Impastato-non-e-mai-avvenuta/393114/
http://www.articolo21.org/2013/01/archiviata-la-querela-di-roberto-saviano-contro-il-quotidiano-liberazione/
https://insorgenze.wordpress.com/2013/01/23/la-bugia-e-la-camorra-la-madre-di-peppino-impastato-non-parlo-con-saviano-il-gip-da-ragione-a-persichetti/ (questo post – risalente addirittura a gennaio 2013 – contiene la copertura più ampia sulla vicenda)
https://www.contropiano.org/news-politica/item/16543-saviano-perde-la-causa-con-persichetti-il-diritto-di-critica-vince-sul-moralismo

Voci precedenti più vecchie

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