Il PCI fra nostalgia e idealizzazione

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“Bisognerebbe rifare il PCI”
Questa frase probabilmente è stata pronunciata la prima volta il giorno stesso del Congresso della Bolognina che sancì la trasformazione dello storico partito nel PDS, è tuttavia negli ultimi anni che si sente ripetere sempre più spesso e con sempre maggiore convinzione mista ad esasperazione per le peripezie PD.
Perché il PD, piaccia o meno, è l’erede legale del vecchio PCI e, clamorosamente, lo è anche di più della metà della vecchia odiata DC. Ed è proprio a questa fusione che la maggior parte dei nostalgici del PCI danno la colpa dei problemi dell’odierno PD, a questo compromesso storico fuori stagione che spinge i democratici all’eterno equilibrismo e a posizioni vaghe; a mio parere c’è del vero ma è una spiegazione che da sola non basta.

Tuttavia non è mia intenzione scrivere un articolo su perché il PD non funziona e affrontare argomenti come la crisi della politica nei paesi occidentali o le mille anime interne al PD, che sono ben più numerose di comunisti e democristiani; vorrei piuttosto ragionare su come era percepito il vecchio PCI e sulle aspettative dei nostalgici oggi.

Tralasciamo la nostalgia del PCI dei militanti più attempati, assimilabile all’inevitabile sentimento dei vecchietti sulla panchina, e concentriamoci sui nostalgici di giovane e mezza età. I primi, cui appartengono la maggior parte dei blogger e di coloro che invocano il PCI su facebook, non hanno mai visto il PCI “in vita”, i secondi il PCI lo hanno visto da giovani e spesso lo hanno contestato senza pietà.

Insomma se per magia oggi potessimo far rivivere il PCI glorioso e compatto come un tempo quanta soddisfazione ci sarebbe nei confronti delle sue azioni politiche? Sicuramente raggiungerebbe percentuali di voto considerevoli: c’è almeno un 15% di persone che vota il serpente mutaforma PCI-PDS-DS-PD in ogni caso e sicuramente lo farebbe ancora in caso di ritorno della vecchia sigla, a questi andrebbero aggiunti molti altri elettori meno legati ma comunque vicini a quegli ideali.
Però oltre a votarlo, in maniera più o meno rassegnata, quanti nostalgici incazzati effettivamente smetterebbero di lamentarsi e si affiderebbero con serenità ad un partito finalmente adeguato alle loro aspettative?
Pochi, pochissimi passata la prevedibile euforia iniziale.

Si tornerebbe in breve alla contestazione da sinistra e ai militanti che devono ingoiare un rospo dietro l’altro e iniziare ogni discussione politica con la solita recusatio: “io sono il primo che critica il partito ma è la principale forza di sinistra e ci sono dentro per migliorarlo”. Probabilmente la situazione sarebbe meno drammatica che con il PD oggi ma di certo avrebbe notevoli similitudini.

In base a cosa dico questo? In parte perché conosco i miei polli, in parte perché tutto questo avveniva già ai tempi del vecchio PCI. Sia ai tempi del potente PCI al 34% negli anni settanta incalzato dalla piazza e dal movimentismo studentesco e operaio, sia ai tempi del PCI che annaspava nei tardi anni ottanta mentre il craxismo montava e il neoliberismo iniziava la sua conquista dell’occidente.
È fin dalla famosa poesia di Pasolini, seguita alla battaglia di Valle Giulia nel ’68, che viene testimoniata la contrapposizione fra lo spontaneismo degli studenti e l’imbalsamatura del PCI imborghesito.

Molti dei movimenti extraparlamentari degli anni settanta spesso presentarono una propria lista o una coalizione di liste e in alcuni casi ottennero qualche eletto grazie al proprozionale puro (fato ciao con la manina a quella Democrazia Proletaria tanto amata da Ferrero).
Il fatto che molti dei contestatori ogni tanto si turasse il naso e votasse PCI non può oscurare il fatto che il partito dei vecchi burocrati imborghesiti era uno dei bersagli principali degli slogan di piazza dopo Kossiga con la k e gli altri ben noti.
Si, questo anche e soprattutto ai tempi del grande Berlinguer che oggi per i nostalgici è un po’ tutto quello che vogliono che diventi secondo l’argomento del momento.

Non trascuriamo inoltre il fatto che il PD, insieme all’UDC, è il partito che più di ogni altro ha viva in se l’eredità della prima repubblica e molti dei suoi leader sono cresciuti in essa. Bisogna ammettere che quasi tutti i leader principali del PD provengono dal vecchio PCI e spesso sono stati i protetti di qualche mostro sacro dell’epoca.
Se dunque D’Alema, Veltroni, Bersani, Bassanini, Fassino, Bassolino, Violante e compagnia erano già ben avviati gli ultimi giorni del vecchio PCI in che modo si può scaricare il vecchio partito da ogni responsabilità per come è il PD oggi se i figli dell’era Berlinguer hanno creato questo? Dare tutta la colpa ai miglioristi di Napolitano è semplicistico e lontano dalla realtà.

Dunque è solo il PD, che di certo ha le sue colpe, o c’è una componente di insoddisfazione strutturale e inevitabile fra la piazza e il partito che è necessariamente imbrigliato nelle istituzioni politiche? La risposta è abbastanza evidente.
Allora forse, stanti gli evidentissimi limiti del PD, tutta questa venerazione per il vecchio PCI è una nostalgia del passato fortemente idealizzata in contrapposizione al desolante presente.

Se per magia potessimo però riavere oggi il vecchio PCI, con tanto di Berlinguer, i nostalgici di oggi, sia i giovani che i loro padri, prenderebbero la tessera e starebbero allineati e coperti in sezione e in piazza come ai tempi di Togliatti o piuttosto tornerebbero in breve a gridare contro il partito borghese? Mi sembra più plausibile la seconda ipotesi.

 

P.S. Ci tengo a precisare che il termine nostalgico non è da intendersi in senso dispregiativo come nell’uso comune quando viene riferito ai nostalgici del fascismo.

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