Oro et labora: siamo tutti schiavi di uno Stato schiavo?

In questo articolo vi dicevo che sarebbe servita una lezione di storia della moneta.

È un articolo molto lungo, così l’ho diviso in due sezioni. Una parte storica, che potete saltare, se vi ritenete abbastanza esperti, ed una parte di approfondimento politico.

Dalla regia mi chiedono di procedere andante stringente, quindi bando alle ciance e catapultiamoci nell’epoca dei fenici, sumeri e babilonesi; popoli fratelli (…) di quello ebraico, che, si sa, coi soldi ci sa fare.

PARTE I: LA STORIA

Ok, non stiamo parlando veramente dei fenici. Chiamiamoli “il popolo delle tavolette“.

Ci sono queste tribù: una ha i pomodori, l’altra le patate. Questo sarebbe impossibile perché nessuno dei due vegetali era conosciuto a quei tempi, ma facciamo finta che invece le cose siano andate effettivamente così.

Le due tribù sono in pace e si scambiano pomodori e patate. A volte capita che ci sono delle ottime annate di patate, a volte sono i pomodori ad andare alla grande. Siccome è un peccato buttare via i raccolti in eccesso che non si riescono a scambiare sul mercato delle due tribù, gli ortaggi vengono ceduti lo stesso, in cambio di una tavoletta d’argilla con sopra un segno. Sarà possibile scambiare quella tavoletta, in futuro, per l’equivalente quantitativo di verdura nelle annate future. In questo modo lo scambio sembra “equo e solidale” (ma esistono scambi che non sono né equi né solidali? Non so.)

Sorge un problema: le tavolette si rompono facilmente, ed in giro ci sono un sacco di falsari. Inoltre, finisce sempre che una delle due tribù ne ha immagazzinate troppe. Collezionarne ancora non sembra poi così appetibile…sembrano non diminuire mai

Così il capotribù ricco propone una nuova regola: si userà un certo peso d’oro per sostituire l’argilla. L’oro non si altera mai, è di facile lavorazione, e, soprattutto (secondo la mentalità delle tribù), se se ne accumula troppo lo si può fondere per abbellire le proprie abitazioni o costruire monili.

Negli anni a venire scoppia una frenesia generale per le (scarse) fonti d’oro sul territorio. Fine degli scambi: è tempo di guerra.

Signori, questa è la nostra Età dell’Oro!

Siamo ora in epoca classica: l’Imperatore Traiano spinge l’Impero Romano al confine con la Dacia per appropriarsi delle riserve aurifere della regione. Egli sa che non ci sono più troppe terre da regalare alle generazioni di militari che proteggono il limes settentrionale, e solo le auree regalie terranno a bada popolo e militi.

Gli Arabi, consolidato il dominio sul Nordafrica, attraverseranno i deserti pur di raggiungere il ricchissimo Malì, che fornirà ai figli di Maometto l’oro necessario per il sostentamento dell’Impero, già assai impegnato nella conquista del mediterraneo.

In epoca medievale, le cose cambiano in Europa. I Signori della Guerra, franchi e germani, dall’alto dei loro castelli, chiedono cibo alla loro gleba. Anche i chierici erano pagati in grano, e non in denaro.
I mercati sono chiusi: è da questa situazione che nasce la classe borghese.
Figli di padri contadini, essi sono più avventurieri che imprenditori, più viandanti che commercianti.
Rifiutano di pagare le tasse ad un signore che non riconoscono. C’è già qualcosa di rivoluzionario in loro. L’oro è il metallo che li lega, quasi come un nuovo popolo eletto. Nell’oro, nel suo valore duraturo, nella sua malleabilità, essi si riconoscono. Ma i nobili li fermano: nascono i dazi di frontiera. I nobili vogliono massimizzare le loro entrate fiscali.
Anche la Chiesa concorre per l’oro: basiliche e cattedrali dovranno pur essere addobbate come è doveroso appaia una Casa di Dio.

I nobili hanno quindi riscoperto l’oro. Essi sono astuti: non vogliono vedersene depredati del valore. Ai nobili l’oro non interessa. Non si mangia. Non è buono per farne spade o armature. Ne interessa il valore. Il valore è già un valore di scambio: l’oro è buono per comprare dagli artigiani delle città minerarie il ferro delle lame, e poi ancora spezie e tappeti dall’Oriente, perché il Potere non è tale, se non è manifesto!
I borghesi, oramai vecchi e con le ginocchia deboli, si sono riuniti nei borghi e sono diventati banchieri. Saranno loro a fornire l’oro ai nobili, perennemente impegnati nella conquista delle terre e di cibi e vini pregiati.

Spesso i nobili, però, sono cattivi debitori.
Il Re d’Inghilterra – l’alito della D’Arc sul collo – si rifiuterà di saldare i conti con Firenze, scatenando una delle meglio documentate crisi finanziarie dell’epoca medievale.
Firenze era pasciuta, ma con un artifizio: non si usava solo l’oro in città. Già ai tempi il governo comunale rilasciava dei titoli di stato che erano comunemente usati come merce di scambio nelle trattative tra le Arti Comunali. La notizia dell’insolvibilità della Perfida Albione scatena il panico tra i fiorentini: i titoli di stato, privi di copertura dai profitti della Famiglia Bardi sulla Guerra dei Cent’Anni, perdono il loro valore. La città è in bancarotta: sono anche i tempi della crisi politica narrata anche dal grande Dante Alighieri.

Nel tempo, i nobili sperimentano modi più raffinati per fregare il prossimo: in Francia, nel diciassettesimo secolo Sua Maestà, sull’esempi degli antichi imperatori, impone il Luigi.
Questa moneta pretende di avere il valore del vecchio franco, ma sostanzialmente contiene una quantità d’oro assai minore. Attraverso la nazionalizzazione della moneta lo Stato Assolutista espande il suo dominio sulla vita economica dei suoi sudditi.

Tuttavia, il monstrum popularis dell’inflazione sorgerà a difesa del libero arbitrio, erodendo come un tarlo il grande impero coloniale dei tempi: l’Impero Spagnolo, ove il sole non cessa mai di splendere.
La Spagna, per due secoli (sedicesimo e diciassettesimo) drenerà oro dalle sue colonie: ogni attività lavorativa viene praticamente interrotta. Perché uno spagnolo dovrebbe sgobbare quando la Corona può pagare un inglese o un olandese per fare lo stesso lavoro?

Ma questi anglo-olandesi sono affamati e folli: pagano i pirati per boicottare le rotte mercantili degli spagnoli. Dopo un paio di secoli ed un paio di battaglie sfortunate sull’Atlantico, l‘oro è finito tutto nelle mani dell’asse Londra-Amsterdam. Nel diciottesimo secolo, l’Inghilterra ha visto una crescita enorme dell’economia reale, mentre il nemico imperiale campava di finanza. Una conseguenza intuitiva è stata che gli inglesi hanno conosciuto anche un rapido sviluppo tecnologico. Il popolo era incentivato a migliorare le proprie prestazioni lavorative.

S’impone così il liberismo economico, che nel tempo conquista i cuori di francesi, svizzeri, italiani e chiaramente statunitensi, ma in quest’ultimo caso, nemmeno così tanto come potreste immaginare voi. Unico paese che sembra resistergli è la Germania, a trazione nazionalistica, il cui esempio di “economia nazionale protetta” piace molto agli Europei dell’Est ed al Giappone.
Caratteristica sia del modello liberale che di quello protezionista è il bimetallismo: ci sarebbe molto di figo da scrivere al riguardo, ma non è sede.

Gli inglesi cercarono di mantenere la convertibilità della sterlina con i pesi d’oro per più tempo possibile: era una buona strategia per incentivare l’uso internazionale della loro moneta e gli investimenti nei loro titoli di stato, ma la Prima Guerra Mondiale rappresentò un peso troppo duro da sostenere, e spostò verso gli Stati Uniti il ruolo di leader economico internazionale.

Nel 1944, adottati gli accordi di Bretton Woods, che sanciscono la convertibilità del dollaro con l’oro, la situazione è un po’ un casino. Il nazionalismo sembra essere il nemico: è quindi necessario evitare di far apparire lo Stato come assolutista.
Gli Stati Uniti devono crescere nel prodotto reale, se vogliono adottare politiche monetarie espansive.

Temo non ci abbiate capito molto delle ultime cose dette; questo ultimo passaggio va spiegato così: più gli Stati Uniti producono dollari, più potranno acquisire prodotti da altri paesi (aumentando il benessere) senza correre il rischio di inflazione, perché è garantita la convertibilità in oro, quindi la moneta non perde mai di valore. Se però vogliono produrre moneta, devono comprare oro, per garantire la convertibilità. Se comprano troppo oro, il prezzo dell’oro sale. Se il prezzo sale, servono più dollari per comprare l’oro. E per avere più soldi, o aumentano le tasse (riducendo il benessere, nonché la produzione!), oppure li producono. Ma per produrli…serve altro oro! È un circolo vizioso!

Nel frattempo il debito pubblico mondiale è in leggera crescita, perché cresce la spesa dello stato. Esercito, welfare e sviluppo tecnologico sono voci consistenti del bilancio USA, ma non si deve perdere il confronto con l’URSS, che gradualmente vede i suoi saggi di crescita rallentare.

La stupida guerra vietnamita da il colpo di grazia all’economia americana. Fine della convertibilità dell’oro.

Signori, questa è la nostra Età della Finanza!

PARTE II: LA TEORIA CHE CI STA DIETRO

Mutui, derivati, titoli, prestiti…chiamateli come volete: questi non sono altri che le Tavolette d’Argilla, tecnologicamente evolute come del resto l’abbigliamento o l’architettura.
Lo Stato non può e non deve poter produrre moneta per sé stesso. Questo era stato già sancito da ben prima, per evitare crisi inflazionistiche.
Sappiamo che l’oro è qualcosa di valore perché ha un valore di scambio che è il valore convenzionale che è direttamente legato alla quantità dei commerci, ma adesso l’oro non si può più scambiare col denaro ad un cambio fisso. Ed allora, che cosa viene scambiato col denaro? La promessa di altro denaro.

Rifletteteci un attimo: adesso il denaro, slegato dall’oro, ne ha assorbito il valore. Il denaro è un pezzo di carta che vale in rapporto ai modi in cui può essere scambiato: più c’è roba da scambiare, più vale il denaro. Si ha interesse a produrre denaro solo in cambio di più denaro.
Proprio come quando nell’Età Aurea chi possedeva l’oro godeva un valore che sovrabbondava il valore di estrazione dell’oro stesso, oggi chi produce denaro gode di un valore che sovrabbonda quello del valore del produrne la carta. Questo valore è il tasso di sconto (o tasso d’interesse del denaro).

Cos’è il signoraggio? Come nel medioevo il signoraggio era dato dal beneficio di estrarre oro da una miniera contro il costo di farlo, oggi il signoreggio è dato dal tasso di sconto al netto dei costi (di produzione, e non).

Nel caso questa attività sia svolta da privati, è un profitto dovuto? Rigiro la domanda: il profitto sull’estrazione aurifera è un profitto dovuto? Ci sono tesi discordanti.
Tuttavia, sotto un profilo meramente storico, io sono felice che il signoraggio vada ai privati e non allo Stato.
Vi chiederete il perché. Come ha impiegato lo Stato nel corso dei secoli il profitto da signoraggio? La prima voce di spesa è sempre, sempre, assolutissimamente, stata la spesa militare: ovverosia la guerra.
E stavolta non mi riferisco ai signori medievali. Fino agli anni, ’70 gli Stati Uniti hanno sfruttato la loro supremazia economica per imporsi militarmente nelle regioni periferiche del mondo. Hanno cambiato sistema perché quello precedente per loro era troppo costoso.
Ancora oggi la Federal Reserve, che produce molta più moneta della BCE, è assai più controllata dallo Stato di quest’ultima, e fa iniezioni di liquidità principalmente per finanziare la guerra.
Si. Anche sotto Obama.

Io non so se è giusto che chi detiene la proprietà sull’oggetto che gode del valore di scambio (sia esso l’oro o il denaro) sia privato o pubblico. Semplicemente, credo che il sistema attuale della BCE, che prevede quote di minoranza degli stati nazionali nel profitto da signoraggio, contro una semi-impossibilità di cogestione delle decisioni della banca centrale da parte dei banchieri europei sia equamente bilanciato.

So di aver accelerato troppo con le parole: a rischio di fare un papirone, sono costretto a spiegarvi pure questo: le banche accedono ai profitti della banca centrale, ma la loro quota partecipativa nella banca centrale nazionale è pari alla loro quota di riserva di capitale finanziario.
Le Banche hanno il dovere di non investire almeno una quota dei loro soldi. Questa quota, percentuale, è dunque destinata alla Banca Centrale Nazionale, che a sua volta, a seconda della proporzione con le altre Banche Centrali in Europa, vede determinata la quota partecipativa nei profitti della Banca Centrale Europea.

Esempio: se la BCE guadagna 100 e Bankitalia partecipa al 10% della BCE, allora Bankitalia guadagna 10. Se la Banca Paperinos ha una riserva pari al 10% di Bankitalia, allora la Paperinos ha guadagnato 1, dalle attività della BCE.

Inoltre, le Banche Centrali Nazionali europee non possono agire all’interno dei loro paesi. Bankitalia non può acquisire titoli italiani. Se ci pensate: è ottimo, nel clima di diffusa corruzione finanziaria in cui viviamo.

In ultima analisi, voglio però presentarvi l’altro lato della medaglia.
Penso che se siete un attimo svegli avete capito che scambiare denaro per più denaro a volte è una grossa stupidaggine.
Tecnicamente succede questo, ma traslando un attimo nella concretezza dei fatti, ciò che viene scambiato è denaro per lavoro. Si, come i vecchi servi della gleba.

Pensateci: è semplice. Le banche comprano titoli di stato per finanziare i debiti pubblici. Questi debiti, alla fin fine, saranno ripagati con altri debiti (la cosa non sembra risolvere molto, però) o con più tasse. Le tasse sono una percentuale del nostro lavoro e delle nostre proprietà.
Quindi, più lo Stato fa debiti, più sta sottraendo (o rubando) il lavoro ai suoi cittadini (nota: in Economia questa viene definita l’Equazione Ricardiana).

Sul noto sito chicago-blog di Oscar Giannino potete vedere il debito pubblico italiano
Il debito pro-capite degli italiani è di 33,8 (nota: all’epoca di quando fu scritto l’articolo più di un mese fa, era 33,6) mila euro.
Questo vuol dire che una famiglia di quattro componenti che non ha un patrimonio di 135 mila euro (e ce ne sono) è già, tecnicamente, schiava.

Schiava nel senso che non lavora per la propria libertà, per le proprie libere aspirazioni, ma solo per pagare i debiti dello Stato, cioé esclusivamente per i servizi di cui gode per la libera scelta di abitare sul suolo italiano. Questi servizi possono essere molto utili, sicuramente essenziali, ma non sempre sono nemmeno sufficienti a garantire la sopravvivenza biologica.

Potete dare la colpa alle Banche (ed essere favorevoli al ripudio del debito), oppure ribadire che sono necessarie più tasse per rilanciare gli investimenti della spesa pubblica. Gli effetti di lungo periodo sono gli stessi: il crollo del sistema. La bancarotta delle banche, e conseguentemente dei  conti in banca, nonché di ogni forma di valore del denaro.

Esattamente: se cade l’Euro, potete anche asciugarvi il sedere coi vostri risparmi.

Se invece rientrate in quelle famiglie che sono già-tecnicamente-schiave, incacchiatevi, scendete in piazza, scatenate le rivolte.
Non avete niente da perdere, ma prima ponetevi una domanda, se avete un briciolo di onestà: chi è il vostro nemico? Le Banche? Lo Stato? Entrambi? Ma soprattutto: perché?

Ricordate la proposta shock di Ron Paul? E se tutti potessimo coniare le nostre monete?
Se crolla l’euro-sistema, arriveremo giocoforza a quello. Perché non ci fideremo più delle monete uniche. Ognuno di noi troverà le sue forme per barattare i nostri beni ed i servizi.
E quale sarà la moneta che prevarrà (ovverosia: varrà più delle altre) ?
Quella dello straniero cinese, che raccoglie il valore dei fumi sporchi di Pechino e della “robotomia” comunista?
Quella forte del valore dei mitra russi o americani?
Quella che si basa sul lavoro dei nostri figli che non nascono più?

Oppure il ritorno alla moneta dorata, che fa il piacere del ricco possidente d’oro?

Cambierebbe qualcosa?

L’Opinione Scientifica sul Movimento 5 Stelle.

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Oggi ho scoperto l’unico vero buon motivo per cui, nonostante la doppia cittadinanza mi permetta di votare un rappresentante in Parlamento, il mio voto non potrà ricadere sul Movimento 5 Stelle di Giuseppe “Beppe” Grillo.

Ci hanno provato in molti a farmi capire che era un voto sbagliato.

Mi hanno detto che dietro Grillo c’erano i gerarchi fascisti. Non è vero. Dietro Grillo c’è Casaleggio.
Mi hanno detto che alla base ci sono i neofascisti. Non è vero. La base, effettivamente, non è né di destra, né di sinistra.
Mi hanno detto che non sanno governare. Ma non c’è davvero molto meglio in giro. Insomma, di questi tempi la magra vale un po’ per tutti.

Ve lo spiego alla fine dell’articolo cosa mi ha convinto a non votarli, ok?

Prima vi dico perché difendo il diritto dei Five Stars ad esistere.

Come c’è materia ed antimateria (e questa è scienza, con certezza!), come ci sono le camere e le anticamere (e questa è architettura…credo), come ci sono i furti e gli antifurti (e questo è il Sud Italia, siatene certi), c’è la politica, e di conseguenza l’antipolitica.

Anche questa è scienza, per quanto non sia quel tipo di scienza che soffra di celodurismo (in barba a fisici, chimici ed odifreddi vari).

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In un anime fantascientifico giapponese si parlava anche di Spirale ed anti-Spirale. Concetti assolutamente analoghi a quelli trattati in questo articolo; figuratevi, come avete visto ci troverete anche molte più poppe.

È anche corretto parlare di Potere, ed anti-Potere.
Il potere di cui parlo ha i contorni poco definiti. In linea di massima, chi è al potere decide per gli altri. Nel bene o nel male.
L’Anti-potere, è l’insieme delle forze di chi contesta lo status quo del Potere, ovverosia l’agglomerato di formazioni politiche, sociali ed economiche che sono ATTUALMENTE nelle posizioni di potere.

Se non c’è Anti-Potere, cioè non c’è opposizione: il Potere dilaga, e tende alla dittatura. Talvolta la dittatura è necessaria. Solitamente, non per periodi più lunghi di 6 mesi. Pensate invece a quando Berlusconi vinse le ultime elezioni. Da un lato Berlusconi, dall’altro Veltrusconi. I programmi erano molti simili, ed erano di impronta berlusconiana. Non ci fu opposizione, e sappiamo come andò a finire. E per quanto tempo. Alla fine fu molto noioso, o, come diremmo noi, annoying.

L’opposizione è la forma naturale di competizione politica. La politica non differisce dalle altre scienze sociali (quelli l’economia, ad esempio). Se c’è competizione, c’è incentivo all’efficenza individuale.
Una scarsa condizione di competizione porta ad una scarsa efficenza. Se ci pensate, comunque, il bipolarismo è un duopolio. Ed un duopolio è quasi un monopolio. Questo, in effetti, spiega perché è più facile che un libero mercato economico sia più efficiente di un Parlamento.

Negli anni 50′, in Italia si registrò una delle maggiori crescite economiche mai registrate in Europa.
Ritengo che, tra i motivi, a quei tempi la politica era efficiente perché i politici erano incentivati a fare bene. C’era una competizione molto forte tra un blocco di “potenti”, ovverosia la Democrazia Cristiana, ed una opposizione molto attiva e pericolosa, il Comunismo.

Già vent’anni dopo, però, la situazione è cambiata. La DC si sposta sempre più a sinistra e, cosa assai ben più terrificante sotto il profilo dell’efficenza, il PSI si sposta sempre più verso il consumismo che caratterizzerà il decennio successivo. Il decennio del craxismo.
Alla fine si giungerà ad un Pentapartito. Che, nonostante il beneaugurante “Penta” come incipit, è un monopolio.
Davvero inefficiente.

Le inefficienze della politica si dimostrano subito nella corruzione dilagante.
Ma ragazzi, parliamo di scienze. Le scienze studiano la Natura (Physis) delle cose, e la Natura è un concetto omeostatico. Ovverosia: si regola da sé, è un meccanismo perfetto in quanto in evoluzione.
Quando il Potere precostituito è al massimo della sua estensione potenziale, sorge la reazione. Sorge l’anti-politica. Sorge sempre dal basso e – se serve – gioca sporco.

La reazione – o rivoluzione dir si voglia – dura sempre troppo poco. Migliora significativamente le cose. Poi sostituisce il potere precostituito. O si mischia ad esso.
È esattamente ciò che è successo: i socialisti chiedevano un mondo da ereditare e mettere in comune, poi, un giorno, si sono svegliati con un diadema in testa (si, Berlusconi & Friends erano socialisti pure loro, ergo tacete pls) e si sono sostituiti ai padri padroni come dirigenti e commissari del Bel Paese.
Tuttavia: l’anti-politica è necessaria. Come i globuli bianchi.

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L’opposizione incondizionata serve.
Non importa che sia sul serio propositiva. Per sua stessa natura, l’Anti-politica è distruttiva, è catartica. Non importa cosa proponga, basta che distrugga. Deve picchiare e deve incassare come un giovane e sanguigno boxer di Bayonne nel vano sogno collettivo di battere Cassius “Mohammed Ali” Clay.
Appena è al potere (leggete bene: parlo dell’Anti-potere che si trasforma nel Potere), sarà l’ipocrita traditore del popolo; ma finché è all’opposizione, il suo operato serve a frammentare il vecchio potere, serve a mettere pressione ai politici.
L’Anti-politica è buona, perché sprona il prossimo a dimostrarsene migliore.
E credetemi, mi occupo di marketing: nulla è più convincente dei fatti.

È esattamente ciò che sta succedendo: Grillo ha dato una svegliata al Partito Democratico. Non mi piace molto il Partito Democratico, ma vogliamo riconoscergli passi da gigante nel processo di svecchiamento e rigenerazione da tempo millantato?
Renzi? Più una occasione che una minaccia. Ma altre realtà pare emergano.

Potrei parlare in termini assai più matematici ed assai meno filosofici, ma faccio un solo esempio: mettiamo che ci sono un limitato numero di posti in Parlamento. Se un partito politico conta di potersene garantire un amplio tot, sarà molto indulgente nelle nomine dei candidati. Se però parte di quei posti andranno distribuiti, diciamo casualmente, tra le fila dell’anti-politica, allora quel Partito dev’essere più selettivo nelle candidature, onde evitare brutte figure al confronto con la gente del popolino.
Selezione? Quasi un sinonimo di efficenza.
A noi l’efficienza piace. Vi piace forse di più il sinonimo merito?

Il motivo per cui invece non voterò per Grillo è questo:

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Come ho già avuto modo di fare intendere, a me interessa poco il tuo colore della pelle, chi è il tuo capro espiatorio per la crisi economica o che cosa fai nel tuo letto (io ci faccio parecchie cose, per dire); a me interessa come tu userai i miei soldi.

Se tu mi chiedi di darti – diciamo – un milioncino e dopo anni non mi hai fatto sapere nemmeno una volta come lo hai usato (o peggio, mi insinui il dubbio che non ti sia servito proprio a nulla), allora non meriti il mio voto.
Poco importa se destinerai i miei soldi ai terremotati per l’Aquila. Devi specificarmi con esattezza se questa è una donazione per te e per le tue esigenze, o per terzi. Decido io se, e quando, voglio donare per i terremotati.
Se prometí trasparenza, ma non la inizi ad applicare, io penso che tu non sei portato per la cosa pubblica. E quindi, di che stiamo parlando? Di Paperino? Ok, rispetto il tuo diritto d’esistere e fare politica. Ma non ti voto.
Si. Esattamente. Per me il governare si riduce solo ad una serie di scelte d’investimento pubblico.
E conto di camparci cent’anni con questa filosofia di vita.

Obietterete che critiche simili possono essere fatte a tutti i partiti (o quasi). Vero.

Infatti la scelta del voto si sta rivelando più dura del previsto.
Ho appena visto un certo Fiore alla Rai. Male che vada, se volessi buttare il mio voto, voterò lui. Basse aspettative portano meno delusioni.

Sarà solo un passaggio dall’entomologia alla botanica, rimanendo in tema di mere scienze naturali.
Scienze che non si fila oramai più nessuno, tra le altre cose.

Ecco, l’ho detto.

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