Vendola, mi hai rotto il cazzo

Da quando Vendola creò SEL, dalla fusione della sinistra dei DS che non si unirono al PD e della fazione di Rifondazione che non seguì Ferrero, io ci ho creduto. Ci ho creduto ad una sinistra che sapesse coadiuvare la complessità della società contemporanea con le tematiche e gli ideali propri della sinistra. Ci ho creduto a questo avamposto di sinistra che potesse sfruttare le nuove tecniche comunicative per portarci oltre alla mera testimonianza che, in un sistema elettorale bipolare (e incostituzionale), ci avrebbe – ci ha – schiacciato fuori dal parlamento. Ci credevo ad una sinistra capace di portare a termine strategie politiche che andassero oltre il mero snobbismo intellettuale.
Tuttavia questo progetto è stato buttato al vento, e Vendola non è certo esente da colpe.
Ambiguità spesso non volute, frasi bisenso, poca chiarezza nel prendere posizione e colpi di coda finali hanno fatto fallire il progetto che pure aveva tutti i buoni propositi per proseguire e crescere.

Non è la telefonata all’ILVA ad averti affossato, non solo, ma anche questa è stata significativa: quasi simbolica. Questa tua eccessiva morbidezza, con interlocutori che tutti noi e forse anche tu avremmo voglia di prendere a calci, è stata una costante: non solo con il responsabile dell’ILVA, in privato al telefono, ma anche in politica; questo non porsi nettamente in posizione antitetica al PD, soprattutto oggi che la posizione di questo partito sembra essersi definitivamente scoperta di destra, può essere intesa come un tentativo di prendere tempo e sono comunque certo della tua buona fede. Tuttavia basta leggere i commenti sotto i post della tua pagina per capire che il messaggio non risulta chiaro, che la tua strategia comunicativa risulta sempre più fallimentare.

Nichi Vendola

Dopo la vittoria di Renzi, Vendola su Facebook ha scritto: “Renzi? Un ciclone che chiude completamente un pezzo di storia politica italiana, liquidando un’intera nomenclatura politica. Con Renzi bisognerà parlare, intendersi, ma credo che oggi si sia creato lo spazio per la nascita di una nuova Sinistra. Una sinistra libera dalla nostalgia e che non voglia morire di governabilità.”.
Quando l’ho letto non ho potuto fare a meno di pensare: “Vendola, mi hai rotto il cazzo”.
Perché il significato di questo suo status, a fronte delle sue affermazioni passate che condividevano con me la visione di un Renzi politico di destra, potrebbe anche essere quello di voler creare finalmente una sinistra alla sinistra del PD dopo l’inevitabile vuoto che in quella zona si è venuta a creare. Sarebbe ora, in effetti.
Tuttavia il suo messaggio risulta ambiguo, va oltre i semplici complimenti e le semplici constatazioni: prima di tutto perché rivaluta Renzi, la sua idea di politica, e non lo identifica come dovrebbe, tra gli avversari. Rimane volutamente ambiguo, forse in attesa di vedere come si metteranno le cose, forse sotto sotto facendo l’ennesima chiamata a Barca, Civati e quegli eterni dissidenti interni che probabilmente dal PD non usciranno mai. Perfettamente nel suo stile, direi, ma è uno stile che non va bene, in un periodo in cui i toni caustici o sarcastici di Grillo, Renzi e Berlusconi la fanno da padrone. E succede che Vendola riceva solo insulti da chi, con un semplice “Complimenti a Renzi, ma ora noi costruiamo un’alternativa (anche a Renzi) con chi ci sta”, l’avrebbe seguito quasi ciecamente in una nuova avventura di un grande “fronte della sinistra”, diventato inevitabile di fronte a questi presupposti.
Per questo non credo di essere il solo, tra i più fedeli elettori di SEL, a chiedere la testa di Nichi Vendola: non tanto perché abbia smesso di credere nella sua buona fede, ma semplicemente perché il suo stesso progetto possa andare avanti con un nuovo leader, con un linguaggio un po’ meno forbito, con un atteggiamento un po’ meno morbido e benevolo verso gli avversari, capace di contrastare a tutto campo il Berlusconi triplicato che ci troviamo ad affrontare.

Matteo Renzi è di sinistra? Tanto quanto Grillo o Berlusconi.

Se qualcuno mi chiedesse oggi se la posizione politica di Renzi è per me giusta o utile, non avrei esitazione a esprimere tutte le perplessità del caso. Un personaggio molto televisivo, molto comunicativo, senza qualcosa di significativo da comunicare, rischia ancora una volta di rappresentare la risposta populista e inconcludente, quindi inutile e quindi dannosa, alle esigenze di leader a cui vent’anni di berlusconismo ci hanno abituati.
Comunicazione vuota di slogan: fiducia, contatto, calore, amore … l’imitazione fatta da Crozza rischia di essere fin troppo realistica.
Nel tempo però, nonostante l’impegno, anche Renzi su molte tematiche è uscito allo scoperto e, ogni qualvolta lo ha fatto, si è mostrato molto più schiacciato al sistema presente di quanto a colpi di slogan non voglia far apparire.
– Quando diventa il primo detrattore della CGIL, addebitando a questa non tanto, come farei io, un eccessiva morbidezza e un eccessiva tendenza compromissoria con il padrone, quanto al contrario un eccesso di rigore e di rigidità su posizioni che lui definisce vecchie.
– Vecchie, da trascurare, come lo è la questione dell’articolo 18 che, per lui come per Beppe Grillo, è inutile, da superare. Questa di Renzi non è una posizione nuova rispetto a chi si propone di “rottamare”, visto che è stato il governo Monti, sostenuto dal suo PD, ad abrogare l’articolo 18, ed è stato sempre il suo PD ad iniziare la strada senza uscita della precarietà legalizzata nel ’97 con il pacchetto Treu poi peggiorato dal governo Berlusconi con la legge “Biagi”.
– Quando si mostra come il principale sostenitore delle infrastrutture di dubbia salubrità, dagli inceneritori alla TAV, insofferente alla posizioni dei No, liquidati con una battutina e un sorrisetto.
Al pari del M5S, Renzi ha come cavallo di battaglia la lotta contro i finanziamenti pubblici a partiti e giornali. Tuttavia, a parole, afferma di volere una politica scollegata dai grandi gruppi finanziari, bancari, multinazionali: mi chiedo però cosa si può fare per rendere la politica in mano ai finanziamenti privati e al contempo allontanare lo spettro delle lobbies. Anche in questo comunque risulta allineato a quella che è la linea politica della massa, dal PDL, al vecchio PD fino appunto al Mo Vi Mento (escluso solo il partito di Vendola), tutti a dare contro al sistema del finanziamento pubblico, tutti a dare contro al sistema delle lobby, tutti sottobanco sostenuti da una lobby, probabilmente, al quale non far danno nel momento in cui verranno eletti.
La mania della privatizzazione non investe solo la politica, e la democrazia, ma anche altri beni comuni, come questi del patrimonio artistico-culturale, o come la gestione delle reti idriche, o delle grandi aziende pubbliche di trasporto. La posizione di Renzi, qui, è abbastanza intuibile, anche quando non espressa.

Matteo Renzi con un acconciatura particolare

Il problema che oggi si pone è dunque se il pericolo di Renzi siano i contenuti finora in gran parte misteriosi del suo (non)programma politico, o il suo modo di far politica piena di slogan, che vorrebbe rottamare le persone senza rottamare il sistema di cui sono figlie, ma che appunto tende ad occultare qualsiasi contenuto poco popolare come i migliori mentalisti e affabulatori san fare. Mi importa poco in effetti se Renzi sia o meno definibile come “di sinistra”, quasi fosse questa un etichetta di sicura purezza e limpidità.
Andiamo incontro ad uno scontro che “ha il sapore della merda pressata”, tra Berluscones, Renziani e Grillini, che grossomodo propongono ricette simili e similmente vuote nei temi che più dovrebbero interessarci in questi tempi di crisi senza eguali.
Tre proposte che concentrano la loro attenzione sull’apparire più nuovi degli altri, più progressisti degli altri, meno “casta” degli altri. Trovare nell’avversario qualcuno con un passato nella vecchia politica è un colpo basso, avere esercita un qualche tipo di potere politico è motivo di frustrazione e di continue giustificazioni, la gara tra chi vuol ridurre di più stipendi, parlamentari, rimborsi, indennità è la gara che più sembra interessarci.
Sui temi concreti il sindaco di Firenze mostra qualche incertezza, la sua ricetta risulta quasi contraddittoria, semplicistica, senza prospettive di lungo periodo. Come si è già fatto notare in questo blog, non vi è una soluzione alla disoccupazione, non vi è alla precarietà, non vi è alla povertà, all’immigrazione e si è trovato il modo furbo per rimettere in discussione l’aborto così come oggi è regolato.
Vi è solo un evidenziare i problemi (tra l’altro spesso secondari) che già esistono e dire che questi non vanno bene, che vanno risolti. Non c’è un solo politico in Italia che pensa che la disoccupazione sia un bene, e persino la precarietà è mal vista un po’ da tutti (per quanto quasi tutti estimatori del suo sinonimo buono, la flessibilità). Il problema è poi come risolvi uno e come risolvi l’altro problema. Se per Renzi risolvere la disoccupazione giovanile significa alimentare il processo dei licenziamenti facili e dei contratti a termine, non mi venite poi a dire che Renzi è la sinistra: non mi venite a definirlo il nuovo che avanza, perché è da almeno un ventennio che questa soluzione viene proposta, e applicata, dalla nostra classe politica, anche di pseudo-sinistra, a cui Renzi da almeno 10 anni appartiene.
La domanda giusta non è quindi se Renzi sia di sinistra, e non lo è per una serie di motivi logici, storici, ideali che potremmo elencare in modo comunque non esaustivo, ma è “perché Renzi voglia dipingersi come tale”.
Se vogliamo ricalcare il dato storico, dopo la Rivoluzione Francese l’assemblea nazionale si dispose in modo tale che a destra del presidente si sedettero i conservatori, mentre a sinistra i più progressisti. Questa disposizione fu mantenuta poi successivamente tanto da coniare di fatto l’identificazione di sinistra come progressismo e destra come conservatorismo.
Su cosa significhino il termine progressismo e il termine conservatorismo ci sarebbe da conversare altrettanto: su cosa occorre progredire, cosa invece è da conservare? Il progressista, quando conquista e vuol conservare le conquiste fatte diventa forse conservatore? Tralasciamo.
Ad un significato quindi prettamente geografico se ne affiancava indistricabile un significato più statico, legato appunto alle ideologie che i progressisti hanno utilizzato e propagandato stando all’ipotetica sinistra dei parlamenti di tutto l’occidente.
Socialismo, comunismo, ecologismo, egalitarismo, laicismo… Tutto questo entrò nel patrimonio culturale delle sinistre europeea con differenze tuttavia marcate a seconda del paese e del periodo in cui la sinistra si affermò con forza.
In Italia sembrerebbe ancora più semplice stabilire cosa è di sinistra e cosa no, facendo riferimento all’eredità del Partito Comunista Italiano. In realtà questo è spesso utilizzato quasi come un dogma da interpretare a proprio piacimento per giustificare le proprie pensate, posizionarle a sinistra e sentirsi a posto con la coscienza.

di Mauro Biani

Il fulcro quindi della questione sembrerebbe proprio questa continua mistificazione che ogni politico o quasi oggi fa nel tentare di apparire più di sinistra, più progressista, più riformista di quello che in effetti è. Sembra che non sia più importante identificare una scelta come giusta o sbagliata, o come utile o inutile: l’importante è riuscire a mettergli l’etichetta di sinistra.
Così accade che privatizzare la politica, l’arte e l’informazione diventa di sinistra, mentre gli imprenditori sono eroi patriottici e gli operai i miracolati del buon capitalismo, e chi manifesta e sciopera contro questo è un conservatore perché dice di no (ad un modello di progresso stantìo di quasi un secolo). Si rottama la rivoluzione, mantenendo tutto quello che non era rivoluzionato. Si rottamano le manifestazioni, mantenendo il sistema contro cui si manifestava. Si rottamano i diritti, trasformandoli in gentili concessioni.
Si #cambiaverso insomma, e insieme al verso si cambia anche il significato alle parole. Ideologia: non pervenuta.

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