I miei forconi

Oggi, 10 dicembre, è il secondo giorno della protesta dei forconi.
Io, nel mio piccolo, ho cercato di investigare come potevo per cercare di capire qualcosa della protesta torinese.

La situazione pregressa, per come l’ho percepita io, era un agglomerato di fascisti, disoccupati, mercatari, camionisti, ultras e cazzeggiatori a tempo perso che, datisi appuntamento in tre piazze di Torino per protestare contro il Governo ma senza un’idea di fondo comune e senza un piano preciso, dovevano seminare il disagio per la città. Gli eventi del 9 dicembre, pur essendo stati in gran parte pacifici, saranno ricordati principalmente per i violenti scontri a Torino davanti al Palazzo della Regione Piemonte (ancora oggi sono presenti alcuni segni della battaglia) e per le strade, ai danni di quei pochi negozianti che avevano mantenuto le loro attività aperte. Da ricordare come parte di queste, tuttavia, registri nel lunedì mattina (se non in tutto il lunedì) il giorno di chiusura.

La mattinata sembra procedere tranquilla. Alcuni autobus sono deviati o in ritardo, in particolare il servizio dell’azienda dei trasporti segnala blocchi in piazza della Repubblica (mercato di Porta Palazzo), via Onorato Vigliani (periferia sud) e corso Bernardino Telesio (periferia ovest). Fortunatamente in bicicletta muoversi è agevole ed arrivo in poco tempo davanti a Palazzo Nuovo, sede delle facoltà linguistiche. Lì vengo a sapere che alcuni esagitati hanno battuto contro le vetrine di una libreria e di altri negozi intimando di chiudere, testimonianza di prima mano di un’amica che era all’interno del negozio con i commessi impanicati. Mi spiacerebbe generalizzare erroneamente, ma sappiamo benissimo come il primo nemico dei fascismi sia la cultura, il che contribuisce ad alimentare i miei sospetti di infiltrazioni fasciste. Come se non bastasse, vengo a sapere che vi sono stati scontri tra ultras della Juventus e del Torino, presumo rispettivamente Drughi e Granata Korps (in realtà, tutti i principali gruppi della curva bianconera sono di matrice fascista – e spesso finanziati più o meno indirettamente dalla famiglia Agnelli – mentre i granata sono confluiti recentemente nel gruppo Stendardi; tuttavia, queste distinzioni calcistiche non sono particolarmenti rilevanti ai fini dell’analisi) che sono entrambe formazioni riconducibili ad ambienti di destra. Il sospetto è sempre più accentuato. Ad onor del vero, però, non ho trovato nei pochi siti che ho consultato riscontri alla notizia di scontri tra le frange ultrà, e dunque prendo io stesso con le molle le voci che ho riportato.

Intorno a mezzogiorno, in piazza Castello sono pochi i presenti, radunati in capannelli: ad una veloce stima ad occhio non mi sembrano più di 150-200. Mentre mi dirigo verso la stazione di Porta Nuova, credo di scorgerne una decina in piazza San Carlo, più forse una trentina in arrivo proprio dalla stazione.
Di comune accordo con l’amica presa alla sprovvista nella libreria ed ancora impaurita, decidiamo di allontanarci dal centro. Il Politecnico è tranquillo e popolato come sempre, nonostante le deviazioni improvvise dei mezzi rendano più difficile raggiungerlo. In zona San Paolo regna comunque la tranquillità. Evidentemente, come si può notare da questo video de La Stampa, ci siamo persi il clou degli eventi di oggi.

Verso le 15 abbiamo il primo scambio di battute con un barista di via Frejus: lui ieri ha chiuso perché hanno chiuso praticamente tutti i suoi colleghi della zona, ma pur condividendo la protesta riconosce che per le aziende a conduzione familiare è controproducente restare chiusi più di un giorno e “poi adesso siamo sotto Natale, se chiudo ancora adesso cosa dico ai miei ragazzi qui, che li pago chissà quando perché adesso stiamo chiusi?”. Sono parole che, nonostante l’idealismo della protesta, fanno pesare le ragioni pragmatiche del commerciante.

Forconi Torino Porta Nuova 10 dicembre 2013

Il presidio dei Forconi torinesi davanti alla stazione di Porta Nuova il 10 dicembre 2013 intorno alle ore 16.

Al mio ritorno a Porta Nuova, intorno alle 16, noto un presidio che ha organizzato un blocco stradale davanti alla stazione, la quale ha momentaneamente chiuso l’accesso dalla piazza. La situazione è quella che potete vedere in questa foto. Si tratta di un drappello che conterà, anche stavolta, non più di 200 persone. Origliando capisco che hanno intenzione di muoversi lungo corso Vittorio Emanuele II in direzione di corso Marche.
Vedo che una troupe della RAI ne sta intervistando alcuni, dunque mi avvicino quanto basta per afferrare qualche parola. In primo luogo noto la composizione della folla: hanno tra i 18 ed i 50 anni, sono in maggioranza disoccupati e dalle loro parole stavolta, molto più che l’incazzatura o la determinazione, capisco la rassegnazione e soprattutto la disperazione.

A questo punto, terminata l’intervista, ho modo di chiedere al giornalista cosa hanno capito della situazione essendo stati a contatto con i manifestanti, ma la risposta non mi è d’aiuto perché alle medesime conclusioni c’ero arrivato da solo: è una protesta espressione di un malcontento generale e che chiede le dimissioni del governo, ma non ha un piano organizzato, degli obiettivi e delle idee ben precise. Mi chiedo, a questo punto, per quale motivo solo ora si protesti e solo ora lo si faccia contro questo governo, siccome la situazione attuale si protrae da anni ed è la conseguenza di anni di azioni e inazioni dannose.

Decido di chiedere allora qualche lume agli uomini della V Unità Mobile della Polizia di Stato, proprio nel momento in cui esplode una bomba carta al centro della piazza prospiciente la stazione. Ne ricevo quelle che considero le consuete dichiarazioni da portavoce della Questura: “oggi tutto sta procedendo senza disordini, speriamo prosegua così, ma protestare così non servirà a niente”. Non riesco a carpire più di questo, ma la sensazione è che ci sia in qualche modo almeno comprensione nei confronti dei manifestanti.

Procedo lungo l’asse di via Roma: in piazza San Carlo e piazza Castello dei forconi neanche l’ombra. Alle ore 17 del 10 dicembre 2013 la città di Torino sembra tornata alla normalità.

A me è rimasta una sensazione di spaesamento: non sono riuscito nel mio scopo di comprendere le vere ragioni della protesta, ma ho capito che il supporto è più ampio di quanto potessi prevedere.

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Lo sciopero stocastico

Avvertenza: il presente post è volutamente provocatorio e carico di fegato marcio. Astenersi rompicoglioni. L’autore ringrazia sentitamente.

Diventeranno un miraggio, lo so...

Diventeranno un miraggio, lo so…

Mi scuserete per lo stile decisamente colloquiale ed i toni informali ai quali non vi ho abituati, ma per una volta sono costretto ad indossare i panni del cittadino incazzato anch’io.Innanzitutto credo sia giusto dirvi che la ragione che mi induce a scrivere (a sfogarmi) è che ho saputo stamattina, tramite Twitter (quando il cazzeggio aiuta), che CGIL, CISL e UIL hanno indetto per giovedì 18 uno sciopero regionale dei trasporti piemontesi.
Ora, è vero che da giugno ci saranno ulteriori tagli alla mobilità regionale, sia per quanto riguarda i mezzi urbani che le corriere ed i treni – va da sé che quindi saranno danneggiati tanto i dipendenti delle aziende di trasporti quanto i tanti lavoratori e studenti che usano i mezzi pubblici per spostarsi – ma è anche vero che proprio la scorsa settimana hanno scioperato i Co.Bas. insieme alla UGL ed ai ferrovieri della CISL.

Posso affermare che ormai, all’interno degli autoferrotranvieri torinesi, i blocchi CGIL-CISL-UIL e CoBas-UGL si equivalgono quanto a numero di iscritti.
Ciò di cui non mi capacito, però, è perché invece di scioperare singolarmente una settimana i tre grandi cartelli, una settimana i sindacati di base e (alleluja) fare una settimana senza scioperi, non si decida di fare UNA, e dico una sola, giornata di sciopero di TUTTE le sigle invece di fracassare i coglioni a noi studenti stressati, a voi lavoratori paranoici e pure ai pensionati cagacazzo che vanno al mercato alle 7 di mattina e si lamentano se non riescono a salire sui sovraffollati carri bestiame novelli.
Ditemelo, c’è forse un valido motivo? Avete paura che qualcuno vi dia voce e voi non sappiate cosa dire? Non avete un motivo valido per protestare e allora scioperate alla cazzo di cane?
No, così, per sapere. Sapete com’è, io pago (ebbene sì, sono abbonato) un servizio e pago anche i vostri stipendi, sia con il prezzo dell’abbonamento che attraverso le imposte regionali e comunali che arrivano alle partecipate pubbliche. Sono, in parte, il vostro datore di lavoro, oltre che vostro cliente e utente. Esigo delle spiegazioni. Ho tutto il diritto di non essere ostaggio dei vostri giramenti di cazzo.

Volete scioperare? Fatelo come si deve, unitariamente, e magari stiamo anche dalla vostra parte. Ma finché fate il cazzo che vi pare non vi lamentate se la gente vi manda a fanculo (a ragione) e non vi paga biglietti e multe (a torto).

C’era una volta il fuori sede sgomberato

Torino, 30 ottobre 2012

09:22, via Accademia Albertina
Aspettando il bus alla fermata mando un messaggio: “Ci sei per colazione? Ci vediamo dai cinesi tra 5 minuti, ok?”. Sono appena uscito dall’ospedale, ho fatto un prelievo e mancano 40 minuti all’inizio delle lezioni.

09:25, via Rossini
Penso a che freddo faccia oggi. E penso anche che nonostante l’ora questo 68 sia ben pieno. Tanti studenti, come me. Qualcuno è sceso all’Accademia, qualcuno andrà verso Palazzo Nuovo, qualcuno scenderà con me per andare verso il campus Einaudi. Tutto nella solita monotonia, nella solita tranquillità, nella solita noia.

09:31, corso Regina Margherita angolo via Rossini
“Ehi ciao! Visto a New York che roba? 12 morti! E poi questo in Sicilia? Gay, comunista e cattolico: le ha tutte!” – esordisce la mia amica leggendo La Stampa. Io butto l’occhio sulla Gazzetta, per quanto non me ne importi poi così tanto. – “Mi sono giusto visto 2 minuti di webcam da Times Square verso mezzanotte… Non mi piace molto vedermi certe cose in diretta, e poi avevo anche un po’ sonno.”

09:31, 400 metri più a sud, via Rossini angolo via Verdi
Sgombero della polizia nella Verdi 15 Occupata. Circa 40 agenti in tenuta antisommossa, arrivati su sette blindati, fanno irruzione nella residenza occupata, cogliendo di sorpresa i numerosi studenti che da più di un anno avevano dato il via all’occupazione. Gli studenti e le studentesse che si trovano in questo momento all’interno della residenza –circa 80- vengono portati di peso al piano terra della struttura e si procede alla loro identificazione. Le vie adiacenti alla residenza universitaria sono completamente militarizzate e bloccate al traffico.

10:45, via Rossini angolo via Verdi
Fuori dalla Verdi 15 si sono radunati numerosi studenti, allertati dal tam-tam via SMS e via Radio BlackOut. La Celere, schierata in modo compatto nell’incrocio, carica in via Rossini.

11:45, corso Regina Margherita angolo via Rossini
“Mi accompagni fino a Porta Nuova?” – chiede lei. “Dai, tanto ho tutto il tempo che voglio.”

11:50, via Rossini angolo via Santa Giulia
“E ti pareva il 68 pieno… Andiamo a piedi?” – chiede ancora lei. “Aspetta, ma lì via Rossini è bloccata… Vediamo se possiamo passare o tagliamo da piazza Castello?” “Boh… Tanto abbiamo tempo.”
“Mi scusi, si può passare di qua?” – chiedo a una vigilessa – “No, nemmeno a piedi… Motivi di sicurezza.” – risponde lei. “Va bene, grazie… Fede, facciamo il giro largo e passiamo dalla Mole. Mi fa strano, e mi sembra di vedere delle camionette lassù.”

11:55, via Montebello angolo via Verdi
“Cazzo Fede, son 4 camionette coi celerini… Proviamo a chiedere?” “Vai tu?” “Vado io.” – e ci dirigiamo verso l’incrocio. La Celere è schierata in blocco. “Scusi, ma cosa succede?” “Manifestazione.” – risponde un celerino, dall’immancabile accento meridionale, come la stragrande maggioranza dei colleghi di reparto – “Ah, grazie.”
Torniamo sui nostri passi, alla ricerca di un mezzo che ci possa portare in stazione, e vediamo un vigile. “Sono deviati il 18 e il 68… C’è stato uno sgombero.” Tre versioni diverse in 10 minuti. “Certo che Torino mette paura…” “Manifestazione e sgombero… Ma qui? Quattro camionette lì non le hanno mai messe nemmeno per le manifestazioni serie, e sì che ogni tanto un pezzo di corteo si stacca e viene a fare il presidio qui davanti alla Rai…” “Ma cosa c’è lì?” “La Verdi 15, una residenza universitaria che hanno occupato almeno un anno fa… Tutto autogestito, c’è la residenza, l’aula studio, fanno incontri… Non hanno mai fatto niente di male ed è sempre aperta. Mi viene un dubbio… Fammi scrivere a un mio amico.”

12:05, via Po tra via San Massimo e via Rossini
“Muoviti Fede… Prendiamo il 61 che ci lascia lo stesso a Porta Nuova!” e saliamo sul bus. Dietro, ancora un tram. Il bus svolta in via Accademia Albertina, e durante la svolta vediamo altre 2 camionette a bloccare i portici di via Po all’angolo con via Rossini, e contemporaneamente un corteo arrivare da piazza Vittorio Veneto dietro uno striscione “Sgombero… Fascista… Bah. Dopo cerco di capirne di più, sono troppo curioso.” “Torino è strana. Ma strana forte.”

12:50 circa, piazza Castello angolo via Verdi
Sono tornato a piedi da Porta Nuova, non sapendo cosa abbia fatto il corteo. Ho sentito qualcuno che parlava di via Arsenale, dove ci sono tutte le banche. Io temo qualcosa in via Garibaldi o via Pietro Micca, con conseguente blocco dei mezzi pubblici. Ho ancora molto tempo da perdere, e una passeggiata non mi fa certo male. Certo però, poco prima del Rettorato, su via Verdi, vedo un’altra camionetta. Svolto su via Po, ed in corrispondenza di quella in via Verdi c’è un’altra camionetta a bloccare la via laterale.
Nel frattempo, nella direzione contraria alla mia avanza un corteo, che io stimo in 300 persone. Sembra che non se le siano prese, per una volta. Via Rossini è ancora bloccata e mi costringe al giro largo. Notevole però lo schieramento della Celere: hanno blindato tutta una zona e la controllano perfettamente, senza dover abbandonare nessuna posizione.

13:10, a 10 minuti di bus dal centro
Mi rendo conto di aver ricevuto un messaggio. “Sì, hanno sgombrato la Verdi 15 stamattina alle 10. Volevo andare ma non potevo saltare le lezioni. Com’è la situazione?” Bingo, i miei sospetti erano fondati. “Sembra che tutto vada bene, non ho visto manganellate… Appena arrivo a casa cerco su internet e guardo se al TGR dicono qualcosa, tanto ce l’avevano sotto la sede.”

14:00, casa mia
Leggo il primo resoconto di InfoAut che so essere sempre in prima linea, mentre aspetto il servizio che non ho sentito nei titoli. Bastardi, stai a vedere che fanno come al solito… No, stavolta la notizia c’è. E con tanto di video delle manganellate! Hanno caricato alla Verdi prima che passassimo noi, poi in piazza Castello qualche minuto dopo il mio passaggio… Che culo che ho avuto. Il tempo di ricaricare la pagina di InfoAut e leggo delle nuove cariche vicino al Comune.

Sono indignato, provo schifo, provo rabbia. So di non poter fare niente, se non diffondere la notizia.
Io ho romanzato fatti veri – i miei – intorno ad altri fatti veri – quelli dello sgombero – per cercare di rendere l’idea dello sbalordimento.

Tra le 9:30 e le 10 aveva inizio lo sgombero – richiesto dal presidente dell’EDISU (Ente regionale per il DIritto allo Studio Universitario) – della residenza universitaria Verdi 15 Occupata, alla quale facevano riferimento anche, seppur in via non ufficiale, alcune segreterie universitarie. La Verdi 15 era stata occupata in seguito ai tagli imposti dalla riforma Gelmini e dal governo regionale Cota all’EDISU, ente proprietario dell’edificio. Con la scusa di far entrare i ristrutturatori, il blitz ha lasciato senza una casa 80 studenti fuori sede. In 102 sono stati denunciati. Non sono mancati gli insulti da parte del capogruppo leghista al Consiglio Regionale ai ragazzi della Verdi 15.
Mi vergogno, sinceramente, di quello che succede nella mia città.

Il montismo dei “riformatori” del PD

Venerdì 12 ottobre è stato presentato a Torino, nell’Aula magna dell’Istituto Avogadro, il libro di Enrico Morando e Giorgio Tonini “L’Italia dei democratici – Idee per un manifesto riformista”, edito da Marsilio.All’evento, sponsorizzato dalla senatrice del PD Magda Negri (appartenente alla stessa corrente liberaldemocratica dei senatori Morando e Tonini), erano presenti diverse personalità del centrosinistra piemontese, tra i quali il consigliere regionale Davide Gariglio, ma soprattutto era prevista la presenza del ministro del Lavoro, delle Politiche Sociali e delle Pari Opportunità Elsa Fornero in qualità di relatrice.
L’evento non è stato molto pubblicizzato – parlando con il preside dell’Istituto abbiamo convenuto che fosse una fortuna, siccome così sono stati evitati possibili disordini in una giornata che aveva visto uno sciopero lo stesso giorno e manganellate sugli studenti appena una settimana prima – e la sala è stata affollata da pochi interessati, oltre a qualche studente della sezione serale ed un nugolo di giornalisti di Sky, RaiNews24 e l’Unità.

Passando al libro, il punto di focalizzazione è uno e trino (e, come si dice in Piemonte, “un po’ crino”, dove “crin” è il termine che indica il maiale): aggredire simultaneamente l’eccesso di diseguaglianze, la scarsa crescita ed il debito insostenibile.
Si dice che la crisi non sia altro che l’esaurimento a livello politico del paradigma neoliberista, che però non rilancia la socialdemocrazia ma apre la strada ad una visione liberal sul modello americano.
Il secondo punto afferma che il debito pubblico non sia un debito buono usato per ridurre le diseguaglianze, ma che invece le abbia moltiplicate rallentando la crescita: bisogna dunque rispettare e perseguire il pareggio di bilancio, vendere il patrimonio pubblico valorizzandolo ed introdurre una patrimoniale straordinaria (quindi una tantum, ndr) sulle grandi ricchezze.
Al terzo punto si affrontano le politiche di crescita, perseguibili in una riducendo le tasse sui produttori, favorendo fiscalmente giovani e donne e “promuovendo una moderna cultura della valutazione a cominciare dalla scuola”.
I restanti capitoli del libro trattano del Partito Democratico, dei suoi problemi e della “vocazione maggioritaria”.

Chiunque è in grado di vedere, nei punti proposti, l’esatta replica delle politiche del governo Monti – eccezion fatta per la patrimoniale una tantum – e del centrodestra berlusconiano.

E le visioni degli opinionisti?
Il bocconiano Giuseppe Berta sostiene che “Il libro affronta alcuni temi che possono essere agenda ed identità di un nuovo centrosinistra riformista, ma l’evoluzione politica ha posto continuamente nuovi problemi. Il centrosinistra ed il PD possono recuperare una nuova visione per lo sviluppo e l’uscita dalla crisi? Può il PD ritornare alle ambizioni ed al progetto originale? Con chi compiere un cammino che non sia puramente ai fini elettorali? Bisogna capire che nel futuro non saranno più le stesse industrie di ieri (riferimento a Fiat e Ilva, ndr) a trainare l’economia. Bisogna dare più sostegno alle forze più dinamiche e la politica deve aprirsi al dialogo con queste componenti, in particolare il PD.”
Il sociologo legato alla CISL Bruno Manghi, invece, afferma che “Le ricette economiche e sviluppiste del centrosinistra non sono in grado di dare un futuro. Al momento della caduta di Berlusconi, emerge l’ombra di una viltà della classe politica che ha lasciato spazio ai tecnici per non doversi assumere certe responsabilità. Il problema è che manca un elevato livello di professionismo nella classe politica. Bisogna avere la consapevolezza delle situazioni economiche e sociali reali. Bisogna fare a livello di mentalità il passo dall’«arrangiarsi da soli» all’«arrangiarsi cooperando».”

Interessanti le parole di Elsa Fornero, che meritano un paragrafo a parte.
“Abbiamo affrontato il problema del debito esplicito (BOT, CCT…) e quello del debito di promesse. Abbiamo affrontato il problema della crescita e dello sviluppo, nell’ottica del rigore. Cerchiamo di insistere sul merito, sulle competenze e sull’onestà personale. Dovremo insistere sull’educazione personale, e magari chiedere ad imprenditori e sindacati di abbandonare gli schemi passati.
Abbiamo cercato di usare questi criteri nell’azione di governo, ma da cittadina prima ancora che da ministro ho constatato l’assenza di questa volontà da parte della politica, che è populista da entrambe le parti. Questa frase è stata riportata dai media solo nella seconda parte, decontestualizzata: ecco perché è stata motivo di polemiche. Io sarei più incazzato perché quella frase corrisponde al vero.
E ancora parole in difesa delle riforme che portano il suo nome: “La riforma previdenziale è una riforma necessaria di risanamento della finanza pubblica, che si sarebbe potuta evitare con l’assenza, in passato, di politiche di gradualismo. Abbiamo cercato di dare uguaglianza togliendo debito alle generazioni future, di parificare le categorie. Il principio dell’equità dice che la formula dovrebbe esser uguale per tutti, con l’eccezione della salvaguardia delle necessità di chi ha più bisogno.
Cerchiamo di salvaguardare chi è stato esodato da altri, che facevano scommesse sull’invarianza delle norme che invece sono state cambiate più volte. Un riformatore deve salvaguardare i bisogni più meritevoli, senza scaricare tutto sul debito pubblico come è stato fatto negli ultimi venti anni.

Non è una diseguaglianza vedere tutto il precariato sui giovani e tutta la stabilità sui più anziani? Io ricevo critiche per cercare di contrastare questo ed i lavori dipendenti mascherati da autonomi (il riferimento è ai lavoratori costretti a prendere la partita IVA, ndr). La riforma della flessibilità sarebbe in favore dei giovani ed anche della produttività.
Il sistema di ammortizzatori sociali (come la cassa integrazione e le altre misure che la accompagnano o sostituiscono), senza che a quei lavoratori sia chiesto niente, è ineguale nei confronti di giovani e donne, ai quali sarà esteso nella nuova formulazione con l’assicurazione sociale per l’impiego.
Questo è lo spirito della riforma, senza pregiudizi ideologici.”

Manganello, sempre tu.

Qualcuno mi deve ancora spiegare perché, ad ottobre 2012, ogni volta che a Torino c’è un corteo finisce a manganellate.
È vero che in città si respira un clima di avversità generale, tra Fiat, Fassino ed un Comune che secondo voci di corridoio sarà presto commissariato, Cota (eletto illegittimamente, non dimentichiamolo) ed il suo Consiglio mangiasoldi, i ministri torinesi del governo Monti (Fornero e Profumo su tutti) e la questione TAV.
Ma è anche vero che, almeno da quel 17 novembre 2009 che ben ricordo, ogni corteo studentesco o no-TAV a Torino si è concluso in un manganellare, fosse in mezzo a questa o quella via del centro, sotto i portici della Regione (a pochi metri dalla Prefettura), fossero contro Berlusconi, Tremonti e Gelmini, contro Monti e la sua austerity, contro la Fornero e Profumo.
Ora, io capisco che la stragrande maggioranza di quelle manifestazioni siano state “guidate”, in un modo o nell’altro, dal noto centro sociale Askatasuna e dal suo collettivo studentesco e che anche stamattina si sia cercata la provocazione ai poliziotti con il lancio di vernice rossa e bottiglie di birra è un fatto documentato. A quel punto, le squadre antisommossa hanno caricato. Dal punto di vista strettamente legale, sono state legittimate a farlo dopo aver ricevuto l’offesa.
Perché, però, ogni volta bisogna arrivare alla mattanza, che spesso coinvolge anche chi non offende?
Il nostro ordinamento penale, che resiste ancora dal 1930 (codice Rocco di matrice fascista), prevede ancora agli articoli 341 e 341 bis il reato denominato oltraggio a pubblico ufficiale. Mi chiedo: perché ai primi cori contro le forze dell’ordine non si prendono un paio di persone tra quelle più attive e le si denuncia in flagranza di reato proprio per l’oltraggio a pubblico ufficiale o per ingiuria? Si potrebbe arrivare ad evitare lo scontro, forse. Anche perché altrimenti su La Stampa e Repubblica leggeremo sempre “Corteo studentesco devasta la città, arrestati X dei centri sociali” e così passano ancora in secondo piano la partecipazione pacifica degli studenti e le ragioni della loro mobilitazione, allontanando sempre più le masse dalla protesta.

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