Il caso Barilla e il /pol/itically incorrect

N.d.A.: /pol/ è una board internazionale sulla quale si dibatte, la maggior parte delle volte scherzosamente, a volte anche seriamente, di tematiche di attualità. La regola è parlare il “politically incorrect”, ed accettare gli stereotipi. Per i cuori deboli e gli animi puri c’è la versione seriosa e senza humour, /int/. Ricordatevi sempre che si parla in inglese.
Dalla sincera ammirazione dell’autore per chi ripudia il “politicamente corretto” nasce questo editoriale, che esprime il pensiero dell’autore esattamente come verrebbe da lui espresso al bar, davanti ad un caffé.

Guido Barilla

L’interesse del giorno appena archiviato è stato il dover fare polemica sulla Barilla e sulle parole di Guido Barilla alla trasmissione “La zanzara” di Radio24, la radio del Sole 24 Ore.
Ciò che temo, tuttavia, è che si sia sollevato un polverone inutile perché bisogna fare tutto all’insegna del “politicamente corretto”.

Coinvolto in un discorso di genere sugli spot, in cui è sempre la donna a servire, Barilla si trova a parlare anche di coppie omosessuali: «Noi abbiamo una cultura vagamente differente. Per noi il concetto di famiglia è sacrale, rimane uno dei valori fondamentali dell’azienda. La salute, il concetto di famiglia. Non faremo uno spot gay perché la nostra è una famiglia tradizionale».

Lo sanno benissimo tutti, da decenni, che la pubblicità tipica Barilla è quella della “famiglia Mulino Bianco” (toh, un caso che si dica così? O ci dobbiamo fare uno speciale di Mistero con Adam Kadmon per provare a capire qualcosa e concludere che è un complotto del Nuovo Ordine dei Mugnai di Banderas?), ma si deve per forza rompere i coglioni perché oggi ci si alza dalla parte sbagliata del letto e non va più bene quello che è stato per tutti per decenni, così, all’improvviso.

Le parole di Barilla non sono un’affermazione venuta dal nulla, ma precisa risposta a precisa domanda. Affermazioni schiette, non tentativi di cerchiobottismo o di elusione della domanda alla maniera politichese.
Strano ma vero, e a qualcuno brucerà il culo, però anche da questo si può imparare una cosa: quando rivolgete una domanda a qualcuno, pensate a quale possa essere la possibile risposta. Certe cose, che normalmente una persona non direbbe in pubblico, possono far male se dette al microfono di una radio o di una televisione. Possono far male a chi le subisce, e possono far scatenare polemica per moda alle persone con una certa mentalità di perbenismo di facciata.

La stessa mentalità di quelli che se allo stadio fischi il Balotelli di turno perché pensi che sia fondamentalmente uno stronzo allora sei razzista.
Stessa mentalità di quelle che se dici che gli uomini fanno meglio una determinata cosa, o che non c’è niente di strano o di cui vergognarsi se una donna serve alle persone con le quali vive un piatto di pasta, allora sei un maschilista retrogrado di merda (e puoi anche scordarti che io te la dia fino a quando non mi compri quel paio di scarpe da 594 euro in saldo, tiè).

Questa è gente che non ha un cazzo da fare da quando si sveglia a quando va a dormire e non ha mezzi con cui sfogarsi (sì, c’è l’allusione sessuale, ma se non vi va bene perché siete perbenisti anche voi -e a quel punto, che cazzo ci fate ancora qui a leggere?- pensate a un punchball), nonché spesso e volentieri gente che ti chiedi perché abbia il diritto di voto e di parola.

Che poi quelli che vogliono creare il caso laddove non esista siano sempre i Cruciani, i Travaglio, gli Scanzi, i Gramellini (a tal proposito, segnalo un gruppo Facebook di resistenza ai suoi “Buongiorno” su La Stampa) poco cambia, perché per il popolino la colpa è sempre di chi dice quello che pensa.
Se poi si dice “No, non farei mai fare uno spot a una coppia gay” motivando e viene creato un polverone, la colpa è di questi provocatori che credono di fare i giornalisti (e di farlo bene, ma questo è soggettivo).

Il Silvio Pellico de Noantri

Alessandro Sallusti

Alessandro Sallusti

Perché una povera insegnante che fa scrivere “sono un deficiente” mille volte sul quaderno ad un bullo merita 3 mesi di carcere, e invece un diffamatore non lo dovrebbe meritare? Perché una corporazione così potente come quella dei giornalisti si chiude intorno al giornalista pure così poco obiettivo e così poco professionale, qual è indubbiamente Sallusti? Perché, infine, un reato così grave contro la dignità di una persona, ancor più grave perché diffuso in modo esponenziale tramite un arma che è in mano a pochi (il giornale nazionale), diventa di colpo di poco valore, e perché solo con il caso Sallusti, oggetto dell’attenzione della politica tutta – che pure potrebbe e avrebbe potuto cambiare quella legge a loro apparentemente così invisa, ma in realtà piuttosto comoda – e del Presidente della Repubblica?

Dunque il direttore di Libero al tempo era Sallusti, ma l’articolo pare che lo abbia scritto un certo Renato Farina, deputato del PDL nonchè giornalista espulso dall’ordine per essere stato, per certo, una spia sul libro paga dei servizi segreti. Una brava persona insomma. Merita il carcere uno che di suo pugno, in prima persona ma sotto pseudonimo, diffama un magistrato a mezzo stampa, ovvero racconta tendenziosamente il falso al fine di lederne la dignità, l’onore, la posizione professionale? Io dico di sì, non solo perché c’è scritto nel codice Penale – e tanto basterebbe per chiudere l’argomento di una magistratura punitiva – ma perché cosa, se non l’onore e la dignità di una persona, per di più in un ruolo di pubblica responsabilità, è un bene da tutelare con il diritto penale? Cosa se non il diritto di una persona a non vedere scritto, in un giornale letto in tutto il paese, falsità lesive sul suo conto dev’essere oggetto della protezione più alta del nostro ordinamento?

C’è chi dice che basterebbe una pena pecuniaria (penale) o addirittura una sanzione amministrativa o un bel risarcimento del danno. Ma non credo possibile che una persona venga ristorata della dignità perduta con un risarcimento o una pena pecuniaria, tra l’altro molto bassa per un giornale, molto alta per un pincopallino qualunque.

Ma il reato principale dell’ex direttore di Libero, e ormai ex direttore anche de Il Giornale, è quello di omesso controllo sugli articoli pubblicati dal suo giornale e sotto la sua responsabilità. Sul fatto che per un fatto compiuto da altri, sebbene sotto la propria formale responsabilità, Sallusti sia meritevole del carcere, credo che sia da negare per senso comune. Ma la norma, che il legislatore, e dunque la politica, dovrebbe cambiare, dice questo e il giornalista, che non si sa ancora se il carcere se lo farà per davvero, di questo deve ringraziare una classe politica, e in particolare quelli lo hanno sempre fatto mangiare, che quei reati li hanno sempre volutamente ignorati e mantenuti. Perché? Perché i principali destinatari della diffamazione a mezzo stampa sono proprio loro.

Ora, a Sallusti, non resta che sfruttare l’occasione per servire il suo padrone sino all’ultimo, fornendosi come vittima sacrificale di una magistratura comunista e illiberale, una specie di Silvio Pellico de noantri, per aumentare le vendite dei giornali della Famiglia e attendendo la sua sorte impaziente di trasformarsi da zerbino dei potenti a eroe… di un popolo di pecoroni.

Silvio Berlusconi

Digressione

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